Adem yoq (“se ne sono andati tutti”): la repressione degli Uiguri nella regione dello Xinjiang

Adem yoq (“se ne sono andati tutti”): la repressione degli Uiguri nella regione dello Xinjiang

 


Alle denunce di attivisti ed associazioni umanitarie si aggiunge quella del Comitato ONU per l’eliminazione delle discriminazioni razziali: un milione di uiguri sarebbero detenuti in campi di internamento1. Pechino, però, nega il tutto.


Storia e origini della minoranza uigura 

Lo Xinjiang (letteralmente “nuova frontiera”) è la regione più occidentale della Repubblica Popolare Cinese. Ricca di petrolio e gas naturale, si estende per 1.650.000 km² ed ha una popolazione di circa 22 milioni di abitanti. Di essi, il 46% sono di etnia uigura, ovvero una delle 56 minoranze etniche riconosciute da Pechino e, di queste, una delle dieci di fede musulmana 2.

Nello specifico, gli uiguri sono musulmani sunniti di origine turca arrivati in Cina nel VII secolo d.C. Nel 657, in seguito alla sconfitta del Kaghanato Turco Occidentale3 per mano della dinastia cinese Tang4, gli uiguri disertarono verso la Cina. Nel 745 essi uccisero l’ultimo kaghan dei Göktürk e, inviata la sua testa alla corte dei Tang, approfittando del vuoto di potere creatosi nella regione, fondarono il Kaghanato Uiguro, la cui estensione raggiungeva l’attuale Mongolia5.

L’impero, organizzato come una confederazione tribale sotto l’aristocrazia uigura, ebbe però vita breve, in quanto crollò a sua volta dopo l’invasione kirghisa nell’840. In seguito, gli uiguri migrarono a Sud: una parte nell’odierna regione del Gansu, dove fondarono il Regno Uiguro Ganzhou, conquistato dai Tangut6 nel 1030, e un’altra verso la città di Turpan nell’odierno Xinjiang, sede del neo Regno di Qocho. Dapprima convertitisi al Buddhismo, nel 1390 gli uiguri di Qocho furono oggetto della jihad del Khanato Chagatai musulmano7.

Nacque quindi il Moghulistan8, diviso in subregioni governate dai discendenti di Chagatai fino al XVII secolo, quando arrivarono i Sufi9 guidati dai Khoja10 che presero il controllo della regione fino al XIX secolo11. Il territorio passò infine in mano cinese nel 1759, dopo che la dinastia Qing12 sconfisse il Khanato buddhista degli Zungari13 che aveva ridotto a sua volta i Khoja a semplici vassalli.

L’indipendenza:movimenti,esperimenti e aspirazioni 

Nel 1912 la dinastia Qing crollò e venne fondata la Repubblica di Cina14 che, però, non riuscì a garantire stabilità al Paese. Di fatto, dopo la morte del generale Yuan Shikai nel 1916, incominciò il cosiddetto periodo dei signori della guerra. Gli uiguri ne approfittarono per condurre numerose insurrezioni. Nel 1933, con l’aiuto dell’URSS di Stalin, riuscirono ad instaurare la Prima Repubblica del Turkestan Orientale. L’esperimento indipendentista fu però breve, nel 1934 la capitale Kashgar fu saccheggiata dalle truppe musulmane di etnia Hui, guidate da Ma Fuyuan e Ma Zhancang, alleate del governo nazionalista del KMT a Nanchino15.

Nel 1944 fu fondata la Seconda Repubblica del Turkestan Orientale, un puppet state sovietico che sopravvisse fino al 1949, quando al termine della guerra civile 16, fu incorporata nella neonata Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong17.

L’annessione non fu mai del tutto accettata dagli uiguri, soprattutto dopo che kirzighi, kazaki, uzbeki e tagiki (abitanti del cosiddetto Turkestan occidentale) a seguito della disgregazione dell’URSS ottennero l’indipendenza18. Gli uiguri ancora oggi considerano il nome Xinjiang offensivo e preferiscono riferirsi ad esso come al Turkestan orientale19.

Nella regione sono oggi attivi, oltre ai movimenti politici panturchi e al partito transnazionale del Turkestan, anche alcuni gruppi estremisti come il Movimento islamico del Turkestan orientale e l’Organizzazione di liberazione del Turkestan orientale (entrambi nella lista nera delle organizzazioni terroristiche stilata dagli USA)20. Questi ultimi si sono macchiati di attacchi violenti contro l’esercito, gli abitanti della regione di etnia Han (la maggioritaria in Cina) e contro gli uffici governativi. Pechino li ritiene inoltre responsabili degli attentati che nell’agosto 2008 hanno insanguinato la vigilia olimpica.

La politica cinese nella regione e gli ultimi sviluppi

L’elemento più significativo della politica cinese nella regione è la sinizzazione della popolazione, attraverso gli incentivi per i cinesi Han che si trasferiscono nello Xinjiang e l’imposizione della lingua mandarina (la lingua uigura è comunque usata nella regione).

Inoltre, nonostante l’articolo 36 della costituzione della RPC sancisca la libertà religiosa dei cittadini, la popolazione uigura subisce restrizioni e divieti da parte delle autorità governative. Pechino ha poi particolarmente inasprito i trattamenti riservati alla minoranza musulmana in seguito ai fatti dell’11 settembre 2001, a seguito dei quali il governo cinese si è subito schierato al fianco degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo mondiale e a quello domestico dichiarando ogni movimento separatista come movimento terroristico. Le odierne misure governative sarebbero dunque dettate dal timore che gli uiguri possano essere influenzati dalle violente forze islamiche provenienti da Pakistan e Afghanistan (ad oggi si conta che almeno 5 mila uiguri abbiano lasciato lo Xinjiang per andare a combattere in Siria).

Dopo la repressione violenta delle sommosse popolari a Ürümqi del luglio 2009, la prima vera svolta è arrivata nel 2014, l’anno di lancio della campagna “Strike hard”, a seguito gli attentati terroristici a Pechino, Kunming e Urumqi da parte di alcuni separatisti. Proprio al 2014 risale la condanna all’ergastolo con l’accusa di separatismo, di Ilham Tohti, docente universitario uiguro noto anche con il soprannome di “Mandela cinese21.

Ad oggi, però, la notizia che colpisce maggiormente è la presenza dei cosiddetti “campi di rieducazione”. A lanciarne il primo allarme nel 2017 fu Radio Free Asia22, la quale parlava di 120 mila persone recluse. Oggi l’ONU parla di un milione di detenuti. Accusati di estremismo, separatismo o di opinioni «politicamente scorrette», secondo le dichiarazioni di ex-detenuti, gli internati devono assistere a sessioni di auto-critica, durante le quali vengono istruiti sui pericoli dell’Islam, forzati a ripetere slogan pro-Pcc e spesso anche a mangiare carne di maiale e bere alcol. Un programma di internamento che mira a resettare il pensiero politico dei detenuti ed a sradicare la fede nell’Islam.

Inoltre, il budget di spesa per la sicurezza interna dello Xinjiang è raddoppiato tra il 2016 e il 2017 e nel 2017 esso era dieci volte più alto rispetto a quello del 2007. I maggiori investimenti sono stati fatti in attrezzature di vigilanza e sofisticate apparecchiature di sorveglianza, come quelle per il riconoscimento facciale, e app che controllano il cellulare per determinare “comportamenti sospetti”. 23

Per controllare la diaspora uigura, inoltre, Pechino ha esteso il suo apparato di sicurezza anche ai Paesi confinanti dell’Asia Centrale, che in cambio regolano le proprie priorità economiche e politiche in base alla Cina. Sette dei Paesi coinvolti nell’iniziativa “One Belt and Road” confinano con lo Xinjiang, per le cui strade echeggia la frase Adem yoq, “se ne sono andati tutti”: è l’espressione con cui gli uiguri descrivono la sparizione di parenti o amici di cui non hanno più notizie.24

Il risvolto Geopolitico

Se da un lato gli appelli degli Stati Uniti e dell’Europa per condannare gli abusi cinesi sulla minoranza musulmana si moltiplicano, coinvolgendo anche le Nazioni Unite, Pechino sembra sfuggire al criticismo dei Paesi del mondo musulmano. La Germania ha affermato che avrebbe evitato di deportare i membri della minoranza uigura in Cina, dopo che di un uomo rispedito indietro lo scorso aprile non si sono avute più notizie (il suo avvocato crede sia stato internato). Al contrario, alla call delle autorità cinesi per far rientrare gli studenti ed i residenti all’estero di etnia uigura in patria, hanno mostrato grande collaborazione paesi come l’Egitto, che ha messo a disposizione i funzionari della sicurezza per il rastrellamento e la deportazione forzata degli uiguri che non erano volontariamente rientrati in Cina.

Un ampio numero di essi è detenuto nel carcere di Tora, dove vengono interrogati da autorità cinesi. Naturalmente la RPC non ha apertamente parlato di rimpatrio, bensì l’8 luglio si è tenuto un simposio al Consolato Cinese in Egitto in cui il Vice Presidente dello Xinjiang si è dichiarato preoccupato per gli espatriati uiguri e volenteroso di incoraggiarli a ritornare in Cina e trovare lavoro lì.25

Posizione simile a quella dell’Egitto è stata presa dai leader dell’Indonesia, della Malesia, dell’Arabia Saudita e del Pakistan. Persino la Turchia, che in passato si era fatta promotrice di politiche favorevoli alle minoranze parlanti lingue turche e che ospita una piccola comunità di uiguri sul proprio territorio, è rimasta silente. Nello specifico, Erdogan in veste di Primo Ministro nel 2009 definì la violenza etnica nello Xinjiang “una sorta di genocidio” inimicandosi i media cinesi, tra cui il China Daily che gli dedicò un editoriale critico26.

Alla base di tutto ciò sembra esserci il ruolo chiave giocato dalla Cina in quanto trading partner e fornitore di aiuti irrinunciabili per le nazioni a maggioranza musulmana. Di fatto, la Cina è il partner principale di 20 dei 57 Stati membri dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, e molti del Medio Oriente dell’Asia Centrale fanno parte della BRI.

Pechino è, inoltre, il secondo compratore di petrolio saudita ed il terzo di quello iraniano; è la fonte principale di IDE in Malesia ed ha assicurato un flusso di più di 60 miliardi di dollari in prestiti per i progetti di infrastruttura per il Corridoio Economico Cina-Pakistan. Dunque, le nazioni musulmane non vogliono danneggiare le proprie relazioni con la Cina, considerata un potenziale alleato contro l’Occidente, secondo quanto sostiene Omer Kanat, presidente del Comitato Esecutivo del World Uyghur Congress, associazione d’oltremare a sostegno degli uiguri. Inoltre, Hassan Hassan del Tahirir Institute for Middle East Policy, una think tank di Washington, sostiene che questi Paesi siano ampiamente disinformati riguardo la situazione dello Xinjiang, in quanto il tema non viene affrontato dai media locali.

Ancora, c’è da considerare che Pechino ha sempre mantenuto alto il principio della non ingerenza negli affari interni degli Stati, evitando di entrare nel merito dei conflitti del mondo musulmano, quindi per non rovesciare l’ordine corrente questi Paesi non possono che fare lo stesso. Infine, come sottolinea David Brophy, professore di Storia Cinese all’Università di Sidney, gli Stati in questione non hanno particolare rispetto per i diritti umani, quindi sarebbe difficile immagine che essi criticassero la Cina proprio su questo tema.27


Note
1 http://www.repubblica.it/esteri/2018/08/11/news/cina_minoranza_uiguri_internati-203887535/?refresh_ce

2 Israeli, Raphael Islam in China, United States of America: Lexington Books 2002

3 Il Kaghanato Turco Occidentale si costituì nel VII secolo dopo che il Khaganato Göktürk (fondato nel VI secolo nella Mongolia settentrionale) si frantumò in due parti: una orientale e una occidentale.

4 Dinastia imperiale cinese che regnò dal 618 al 907 d.C.

5 Millward, James A. & Perdue, Peter C. “Chapter 2: Political and Cultural History of the Xinjiang Region through the Late Nineteenth Century” In Xinjiang: China’s Muslim Borderland, 2004

6 Unione tribale del Nordovest della Cina che fondò l’Impero degli Xia Occidentali (1038-1227).

7 Khanato dell’Impero Mongolo, che comprendeva le terre governate da Chagatai Khan secondo figlio dell’imperatore mongolo Gengis Khan.

8 Quell’area oggi include parti del Kazakistan, Kirghizistan e Xinjiang.

9 Il sufismo è la dimensione mistica dell’Islam; son detti sufi quanti praticano tale forma di ricerca.

10 Gruppo religioso ismailita presente in Asia meridionale e centrale.

11 Leslie, Donald Daniel “Living with the Chinese: The Muslim Experience in China, T’ang to Ming”, Chinese Ideas about Nature and Society: Studies in Honour of Derk Bodde, H.K, 1987

12 Dinastia imperiale cinese che regnò dal 1644 to 1912

13 Tribù di pastori nomadi di etnia mongola.

14 La proclamazione della repubblica avvenne il 1º gennaio 1912 e Sun Yat-sen fu nominato presidente provvisorio dal Consiglio delle province. Pochi mesi dopo Sun Yat-Sen, per evitare ulteriori conflitti, rinunciò alla presidenza a favore di Yuan Shikai, generale dell’esercito del nord.

15 Israeli, Raphael Islam in China, United States of America: Lexington Books 2002

16 La guerra civile fu un conflitto tra il Kuomintang (partito cinese nazionalista, KMT) e il Partito Comunista Cinese (PCC), durato tra fasi alterne dal 1927 al 1949.

17 Lattimore, Owen The Desert Road to Turkestan, Londra, 1938

18 https://www.dissensiediscordanze.it/gli-uiguri-di-cina/

19 http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200907articoli/45308girata.asp

20 https://www.geopolitica.info/tag/uiguri/

21 https://www.osservatoriodiritti.it/2018/08/02/uiguri-cina-xinjiang/

22 https://www.rfa.org/english/news/uyghur/detention-11012017120255.html

23 https://www.osservatoriodiritti.it/2018/08/02/uiguri-cina-xinjiang/

24 https://www.theguardian.com/news/2018/aug/07/why-uighur-muslims-across-china-are-living-in-fear

25 http://www.chinafile.com/reporting-opinion/viewpoint/china-forcing-uighurs-abroad-return-home-why-arent-more-countries

26 https://www.businessinsider.com/why-muslim-countries-arent-criticizing-china-uighur-repression-2018-8?IR=T

27 http://www.japantimes.co.jp/news/2018/08/31/asia-pacific/china-cracks-uighurs-muslim-nations-stay-silent/#.W5QE36TOOEc

Copertina: A man in Kashgar di Silvia Alessi

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Fabrizia Candido

Fabrizia Candido

Fabrizia si è laureata nel 2016 in Lingue, Lettere e Culture Comparate (cinese, tedesco e francese) presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale dopo aver trascorso sei mesi presso l’Université Paris Diderot nell’ambito del progetto Erasmus. Nel 2017 ha conseguito un master in Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy ed ha seguito un percorso formativo sulla Cultura d’Impresa ed i mercati cinesi presso Unicredit Spa. Iscritta al corso di laurea magistrale in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa (con curriculum Cina) nuovamente presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, nel 2018 Fabrizia ha studiato per sei mesi presso l’Università Fudan di Shanghai (复旦大学) grazie alla borsa di studio dello 汉办.

Sinologa appassionata di giornalismo, storia e politica internazionale, Fabrizia infine coordina la sezione “Asia/Oceania” del settimanale di geopolitica online MSOI ThePost.

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