Agromafie: le nuove frontiere dell’imprenditoria criminale

Agromafie: le nuove frontiere dell’imprenditoria criminale

L’agroalimentare italiano alimenta un business da miliardi di euro, raggiungendo ogni mercato estero. I prodotti del made in Italy sono ambasciatori di un “saper fare” unico. Le mafie ne hanno percepito la potenzialità, investendo ingenti risorse dando vita a un pericoloso mercato parallelo. Oltre al danno economico e di immagine per il vero “made in” italiano, i rischi per la salute dei consumatori sono altissimi.


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Il made in Italy soffocato dall’illegalità

La criminalità organizzata si è evoluta: imprenditoria, politica ed export sono le nuove sfide raccolte con successo dalle mafie storiche. La penetrazione in questi segmenti ha richiesto investimenti mirati, ben diversi dal mero approvvigionamento di armi e droga. Le nuove generazioni criminali hanno studiato all’estero, sono laureate in prestigiose università[1] e sanno come cogliere le opportunità offerte dal mercato. Non meno violenta, questa nuova realtà ha compreso le potenzialità di un settore che rappresenta una colonna portante dell’economia italiana, e a cui nessuno è estraneo: l’agroalimentare. Come parassiti, le cosiddette “agromafie” tolgono vitalità all’imprenditoria onesta, assorbendo risorse e profitti[2]. Alla base di questo fenomeno c’è l’enorme successo delle eccellenze alimentari di origine italiana, sia in patria che all’estero.

A rimetterci non sono soltanto le migliaia di aziende che ogni anno chiudono per fallimento o per minacce, ma anche “l’immagine” costruita con tanta fatica da autentici pionieri dell’imprenditoria italiana. Intorno agli anni ottanta alcuni di loro promossero il concetto di “made in Italy”, per indicare la specializzazione internazionale di un sistema produttivo unico, basato su tradizione e alta manifattura[3]. Automobili, arredo, automazione e agroalimentare sono le basi dell’export italiano (le famose “4A” del made in Italy)[4].

Se le prime tre soffrono problemi di competitività e innovazione legati alla concorrenza agguerrita di altri paesi e alle difficoltà patite dal “sistema Italia”, è il settore alimentare a destare maggiore preoccupazione. I costi legati al ciclo produttivo del cibo possono essere più contenuti rispetto ad altri comparti.

Inoltre, in questo caso la platea è praticamente infinita, a differenza ad esempio del luxury e dell’automotive. Il giro d’affari delle agromafie si avvicina ai 25 miliardi di euro[5]. Una cifra che desta sconcerto rispetto ai 41,8 miliardi dell’export agroalimentare raggiunti nel 2018[6]. La filiera criminale può contare su mezzi, risorse e know-how di primo livello. Il passaggio dalle frodi artigianali a quelle su scala industriale è giustificato dagli importanti margini di profitto del settore agroalimentare, e dai bassi rischi che esso comporta [7]. Le sanzioni per i trasgressori, i controlli e l’allarme sociale sono variabili che le potenti cosche mafiose riescono a gestire con una certa sicurezza.     

La gravità dei reati alimentari 

Le agromafie hanno sviluppato abilità trasversali tali da permettere il controllo su ogni aspetto della produzione. Dalle coltivazioni o allevamenti, alla lavorazione, al trasporto fino alla distribuzione e vendita[8]. I reati commessi possono trattare sostanzialmente la contraffazione e l’alterazione, che a loro volta possono distinguersi in numerose sottocategorie. Nei casi più noti le aziende criminali producono imitazioni di prodotti tutelati da marchi di qualità come DOP, IGP e STG, che trovano particolare fortuna all’estero. L’Italia vanta il maggior numero di Indicazioni Geografiche UE, a dimostrazione della qualità del vero agroalimentare italiano[9].

Grazie alla certificazione comunitaria si garantisce ai consumatori maggiore garanzia in tema di sicurezza e salute. Sulle pratiche dannose vigila l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF), dipartimento del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali[10]. L’alterazione dei prodotti concerne invece la modificazione delle caratteristiche organolettiche degli alimenti; l’adulterazione e la sofisticazione ne sono due ulteriori profili[11].

Nonostante il modesto allarme sociale, la gravità di questi reati si comprende nel loro essere un “moltiplicatore di illegalità”[12]. La criminalità organizzata, esattamente come una qualsiasi realtà imprenditoriale, ha bisogno di ingenti risorse. Queste provengono da altri traffici paralleli o sono proventi di ulteriori reati. I capitali acquisiti andranno riciclati in altre attività, per poi essere investiti in questo settore o in altri, allargando la ramificazione illegale a dismisura. Con gli appalti truccati, il mancato rispetto delle normative ambientali e gli abusi edilizi si sfocia anche nell’ecomafia[13]. All’ultimo gradino del circuito delle agromafie ci sono lavoratori sfruttati e maltrattati, in particolare migranti e rifugiati. Il fenomeno del caporalato fa a sua volta da moltiplicatore di degrado sociale. Infine, a questo complesso scenario possono aggiungersi corruzione delle autorità locali, favoreggiamento e tutto il ventaglio di crimini legati alla produzione e vendita di prodotti alimentari non conformi alle normative in materia.

La lotta al fenomeno: contrasto, tutela e sicurezza  

Tra i reati contestabili alle agromafie previsti dal codice penale si possono menzionare: l’art. 474 (“introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi”); l’art. 416 bis (“partecipazione ad associazione di tipo mafioso”, finalizzata alla consumazione del reato precedente); art. 517 (che punisce chiunque “contraffaccia o comunque alteri indicazioni geografiche o denomina zioni di origine di prodotti agroalimentari”)[14]. Il richiamo attrattivo del marchio “made in Italy” dà vita ad ulteriori fattispecie illegali, tra cui spicca l’Italian Sounding (rimando ad una presunta italianità del prodotto tramite segni o simboli), che garantisce enormi profitti nei mercati esteri. Infatti anche le imprese criminali si “delocalizzano” in paesi dove i costi sono ancora minori, allargando la propria rete d’affari.

Quando si può parlare allora di vero “made in”?

Il Codice Doganale dell’Unione (Reg. UE 952/2013) adotta il criterio della “ultima trasformazione o lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata, effettuata presso un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione”. Ciò vuol dire che laddove la merce non sia già interamente prodotta in un determinato paese, si considererà originaria di quello in cui ha subito l’ultimo processo del tipo menzionato. Questo e molti altri criteri specifici tracciano i confini da rispettare per garantire la sicurezza e la trasparenza sulla natura di un prodotto. Sul campo, le numerose operazioni delle forze dell’ordine registrano sequestri di beni, macchinari e aziende per miliardi di euro[15]. La Guardia di Finanzia in particolare contrasta le agromafie con indagini che portano alla luce numerose violazioni perpetrate dalle agromafie. Questo pericoloso mercato parallelo va contrastato ad ogni livello, dalla vendita al dettaglio di prodotti illegali ai traffici che permettono investimenti degni di una multinazionale. Il fatturato del “sommerso” criminale è una zavorra per l’economia italiana. Con la globalizzazione sono enormi le occasioni di profitto, e i nuovi strumenti legali e finanziari ora alla portata delle nuove generazioni mafiose favoriscono l’occultamento di questa fetta di mercato[16]. Il futuro dell’imprenditoria italiana onesta, che con coraggio resiste a questo parassita, dipende dall’efficacia di questo contrasto.


Note 

[1] Coldiretti, “Mafia, business da 25,4 mld di euro a tavola (+12,4%)”, 14 febbraio 2019. https://www.coldiretti.it/economia/mafia-business-254-mld-euro-tavola

[2] Un’analisi interessante è contenuta nella Rassegna dell’Arma dei Carabinieri, n.1 gennaio-marzo 2014.

[3] Definizione dell’Enciclopedia Treccani online.

[4] Andrea Biondi, “Quattro A che spingono il made in Italy”, Ilsole24ore, 15 luglio 2015. https://st.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-07-15/quattro-che-spingono-made-italy-063627.shtml?uuid=ACG5poR&refresh_ce=1

[5] Dati riportati dal 6° Rapporto sui crimini agroalimentari, a cura di Eurispes e Coldiretti

[6] Dati riportati dal Report AgrOsserva IV trimestre 2018, a cura di Ismea.

[7] Iolanda D’amato, “La filiera del vero: Contraffazione e autenticità dei prodotti Made in Italy”, Egea, 2016

[8] Fabio Antonacchio, “Made in Italy: Protezione di imprese e consumatori dai falsi sul web”, Stratego, 2016.  

[9] Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, “Prodotti DOP, IGP e STG”. https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/396

[10] Stefano Vaccari, “La protezione delle indicazioni geografiche: La nozione di evocazione”, in AIDA-Rivista di diritto alimentare, n.2 aprile-giugno 2017.

[11] Senato della Repubblica, “Lotta alla contraffazione e tutela del made in Italy”, documento di analisi n. 5, luglio 2017

[12] Problema denunciato dalla Coldiretti già nel 1° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, 21 giugno 2011.

[13] Legambiente, comunicato stampa “Ecomafia 2019. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia”, 4 luglio 2019.

[14] Cataldo Motta, “Contraffazioni e contrasto giudiziario”, novembre 2017. https://www.osservatorioagromafie.it/contraffazioni-e-contrasto-giudiziario/

[15] Nelle operazioni tra 2017 e parte del 2018 riportate dal 6° Rapporto sui crimini agroalimentari, op cit.

[16] 4° Rapporto GCIL-FLAI “Agromafie e caporalato”, a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto, giugno 2018.



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Mario Rafaniello

Mario Rafaniello

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università “Federico II” di Napoli e studente in Relazioni e Organizzazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche “Jean Monnet” dell’Università “Luigi Vanvitelli” di Caserta. Ha svolto uno stage presso l’Associazione Europea di Studi Internazionali di Roma nel gruppo addetto alle newsletter. Durante questa esperienza ha partecipato alle esperienze internazionali di Bruxelles e San Pietroburgo. Successivamente ha preso parte al WMUN in Cina e a uno scambio studentesco presso l’Università “MGIMO” di Mosca. Attualmente è membro della Task force “Hate Speech” di Amnesty e collabora come redattore per MSOIthePost e Mondo Internazionale. Altri contributi sono stati pubblicati da Geopolitica.Info. Come principale interesse si occupa dello spazio post sovietico.

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