Amazzonia : tra crisi ambientale e fragilità economica

Amazzonia : tra crisi ambientale e fragilità economica

Come il Brasile rischia di tornare indietro quando il mondo va avanti.


 

 

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Le vicende della foresta amazzonica: gli incendi, il disboscamento, i nuovi progetti di sfruttamento, hanno attirato un crescente interesse nei media internazionali. La comune preoccupazione per i danni ambientali che, oramai è chiaro a molti, in un sistema complesso quale quello terrestre vanno ben al di là dei singoli confini statali ha alimentato polemiche ed allarmi che non sempre sono stati sostenuti da precisi dati e cognizione di causa.

Ad esempio, l’affermazione che la foresta amazonica produca il 20% dell’ossigeno mondiale (secondo una dichiarazione del Presidente francese Macron[1]) non è corretta, il dato sul quale concordano la maggior parte dei ricercatori è attorno al 10%, forse poco meno, cifra comunque molto considerevole. Ciò ha però prodotto contestazioni e schiere di fautori pro o contro che hanno offuscato in parte la indubbia importanza di quell’ecosistema per il pianeta ed i grossi rischi che corre. Secondo varie fonti, nel 2017 risultava che più del 20% dell’intera superficie forestale fosse stato disboscato, con 783,828 km2 di aree boschive in meno rispetto al 1970. Ma, al di là dell’ossigeno, quali sono i principali fattori di rischio da considerare per l’area amazonica?   

Il primo fattore da considerare è che si tratta di una zona della fascia equatoriale ed intertropicale umida, con una biodiversità molto ricca ma anche con la fragilità tipica di queste zone.  Sono zone nelle quali la riduzione del manto forestale, a causa del tipo di clima presente e delle caratteristiche pedologiche, può facilmente innescare un processo di impoverimento dei suoli per dilavamento, quindi di successivo impoverimento del manto vegetale sino al rischio di desertificazione, comune in quelle zone. La riduzione del manto forestale, è quindi sicura concausa di un maggior rischio di desertificazione.

Il secondo fattore è l’anidride carbonica (diossido di carbonio), considerata il principale gas serra nell’atmosfera. L’anidride carbonica oggi è liberata nell’atmosfera principalmente dalle attività umane (anzitutto la combustione di combustibili fossili).  Un’atmosfera che contiene oltre il 5% di biossido di carbonio è tossica per gli esseri umani e per gli animali, dato che va a saturare l’emoglobina del sangue impedendole di legarsi all’ossigeno e bloccando quindi l’ossigenazione dei tessuti. La deforestazione accresce la presenza di CO2 perché le piante ne assorbono globalmente circa il 30%, di questa percentuale si stima che circa il 5% sia da ascrivere alla foresta Amazzonica.

Il terzo fattore in gioco è l’equilibrio climatico, che non riguarda solo il noto riscaldamento globale causato dall’effetto serra.  Le grandi superfici forestali e boschive sono degli stabilizzatori termici, analoghe alle grandi masse di acqua, assorbono e rilasciano il calore più lentamente. Una significativa riduzione delle aree verdi riduce, in proporzione, la capacità di stabilizzazione termica producendo il surriscaldamento di quei territori, ed innescando ad esempio con maggior facilità fenomeni ciclonici. Le alterazioni climatiche locali, inoltre, ostacolano le usuali attività agricole e richiedono maggiori costi per l’irrigazione ed il drenaggio delle acque in caso di piogge.

Il quarto fattore, lasciato per ultimo ma non meno rilevante, è l’espulsione e la migrazione forzata (se non la decimazione) delle popolazioni originarie di quell’area, circa un milione di persone.  Essendo popolazioni mediamente molto povere, tribali od ai margini dei circuiti economici tipicamente liberisti, non riescono ad avere adeguata visibilità ed i periodici allarmi di organismi quali Amnesty International o Survival International circa lo sfruttamento, l’uccisione, la violenza contro donne e bambini, sono spesso poco recepiti in un sistema dove contano le voci dei forti. 

Gli aspetti politici ed economici.

La ripresa moderna dello sfruttamento della regione amazzonica brasiliana data dalla seconda metà degli anni ’60, quando le giunte militari al potere facendo leva sulla componente nazionalistica e sull’interesse di molteplici investitori avviarono un processo di sfruttamento delle risorse di quell’area simbolizzato dalla realizzazione della autostrada transamazzonica e poi dagli investimenti per la realizzazione di grandi bacini idroelettrici. 

Negli anni ’80 lo sfruttamento dei giacimenti di oro e di mercurio determinò fasi di cruento sfruttamento del territorio e di decimazione di alcune tribù ivi insediate. Ancora di recente risultavano in attesa di autorizzazione varie centinaia di richieste di compagnie minerarie pronte a scavare deforestando.  In anni più recenti alle attività minerarie ed a quelle di sfruttamento del legname si sono aggiunti gli allevamenti intensivi e le coltivazioni monocolturali, tra questi la soia, varietà usata principalmente nell’alimentazione animale, ma anche per produrre fertilizzanti ed alcuni prodotti industriali.  La soia, della quale il Brasile è oggi il secondo produttore ed esportatore mondiale, è una coltivazione arrivata in Sud America nel ’800 ed oggi si stima che oltre 80% della soia coltivata in Brasile sia di tipo OGM.

Il Brasile è già importante esportatore di alcune varietà vegetali (caffè, cacao, mais, canna da zucchero) coltivate secondo il modello della piantagione: monocoltura realizzata con l’apporto di capitali esteri, prodotto in gran parte esportato, utili che ricadono solo in modo limitato sui territori coltivati, scarsa presenza di varietà fondamentali alla sussistenza alimentare delle popolazioni.  In numerose zone dell’Amazzonia, la deforestazione ha provato un celere impoverimento del suolo che limita la redditività delle piantagioni agricole spingendo i coloni a riconvertire i campi agricoli in pascoli per l’allevamento. Se da un lato, incentivi statali e minore manodopera necessaria per l’allevamento hanno permesso maggiori guadagni rispetto all’agricoltura, a livello ambientale ciò ha accelerato lo sfruttamento intensivo della foresta. La crescente necessità di spazi per l’allevamento infatti spesso ha reintrodotto il metodo arcaico del “taglia e brucia”, che attraverso l’appicagione di incendi permetteva di ricavare ampie aree di foresta per il pascolo.

Pur essendo un Paese dalle grandi potenzialità economiche, con un tasso di crescita medio, le ricorrenti crisi politiche, la concentrazione economica ed una struttura sociale debole non hanno consentito il pieno dispiegarsi di tali risorse. Secondo i dati dell’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica, la povertà estrema è aumentata dell’11 per cento nel 2017, mentre anche la disuguaglianza ha ripreso a crescere. Nel 2017, il 5% più ricco di brasiliani detiene la stessa ricchezza del restante 95%. Sei miliardari da soli sono più ricchi dei 100 milioni di brasiliani più poveri[2].

L’attuale dirigenza politica del Paese ha ripreso alcuni temi di tipo pseudo-nazionalistico dei decenni precedenti tra i quali la priorità, per lo sviluppo del Paese, di sfruttare la regione amazzonica, regione che aveva registrato un rallentamento dello sfruttamento e della deforestazione nel decennio 2004-2014. Non è una sorpresa quindi che la deforestazione dell’Amazzonia sia aumentata da quando Bolsonaro è diventato presidente. L’ex generale ha infatti più volte fatto dichiarato la sua posizione volta più allo sfruttamento del terreno per attività agricole che per preservare il polmone verde.

All’inizio del suo mandato ha deciso, per esempio, di affidare le riserve indigene, che prime venivano gestite dalle popolazioni autoctone, al ministero dell’Agricoltura il cui interesse principale è far posto a coltivazioni. Lo scorso 2 agosto, dopo le critiche rivolte al Presidente Bolsonaro, è stato rimosso il presidente dell’’Inpe, l’Istituto nazionale di ricerche spaziali Ricardo Galvao incaricato di monitorare lo Stato dell’Amazzonia[3]. La ripresa della domanda di soia e dell’olio di palma, l’uso di biocarburanti, la domanda sostenuta di carne bovina, e la necessità di mobilitare l’opinione pubblica su temi non sempre strategici ha alimentato questa tendenza, cui non sono estranei capitali ed imprese nordamericane.

Un recente studio dell’Università di Rio de Janeiro, pubblicato su Plos One[4], suggerisce che se la deforestazione della foresta amazzonica in Brasile continuerà ai ritmi attuali, entro il 2050 la temperatura locale potrebbe aumentare di 1,45 °C, provocando quindi danni anzitutto allo stesso Brasile ed alla sua agricoltura anche per la minore disponibilità di acqua, che la trasformerebbe progressivamente in una savana.  Successivamente la minore disponibilità di acqua (dovuta ad una riduzione delle piogge) colpirebbe anche gli Stati limitrofi.


Note

[1]http://www.leparisien.fr/international/notre-maison-brule-pour-macron-les-feux-en-amazonie-constituent-une-crise-internationale-22-08-2019-8137767.php

[2] https://brasil.elpais.com/brasil/2017/09/22/politica/1506096531_079176.html

[3]https://www.repubblica.it/esteri/2019/08/17/news/brasile_lo_scienziato_silurato_dal_presidente_per_i_dati_sulla_deforestazione_non_staremo_zitti_-233818800/

[4]https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0213368


Foto Copertina: Le fiamme in Amazzonia Credit: AFP


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Alexander Virgili

Alexander Virgili

Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Napoli “Federico II”, ha conseguito il Master in Istituzioni e Politiche Spaziali realizzato in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana presso la SIOI. Tra i ruoli ricoperti è Segretario di MSOI Napoli, associazione giovanile delle Nazioni Unite in Italia. È il membro più giovane della Commissione Questioni Internazionali, presieduta dall'Ambasciatore Bosco, della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo e Consulente della CSI Strategic Studies. Da anni è attivo nel settore della difesa e protezione civile, sia con ruoli direttivi nel Nucleo Operativo di Napoli del Corpo Italiano di San Lazzaro, ramo nazionale della ONG Lazarus Union, che come personale volontario in ausilio alle FF.AA. presso il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana.

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