La Bosnia-Erzegovina supera l’esame del suo primo (e temuto) pride LGBT

La Bosnia-Erzegovina supera l’esame del suo primo (e temuto) pride  LGBT

Non ci sono stati scontri, nessun ferito, nessun morto. Solo un clima di festa e libertà tra canti e balli colorati. La Bosnia-Erzegovina risponde positivamente alle tensioni precedenti il suo primo Pride. Migliaia di manifestanti hanno attraversato Sarajevo, tra nuove speranze e vecchie ferite lasciate dalla guerra degli anni Novanta. I riflettori del mondo erano puntati sulla capitale dell’unico paese balcanico a non aver avuto una manifestazione simile.  La strada verso una vera uguaglianza per le persone LGBT bosniache d’ora in poi sarà in discesa? O forse c’è ancora tanta salita da fare?


 

 

Un successo contro tutto e tutti

Gli occhi dei media internazionali erano puntati sulla capitale bosniaca, ancora segnata nell’anima dalla folle guerra che scosse i paesi dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta. In quella sfortunata Sarajevo testimone di un sanguinoso assedio tra il 1992 e il 1996[1], hanno sfilato per le strade persone di tutte le età, in occasione dello storico primo Pride della comunità LGBT del paese. Molti dei giovani partecipanti sono nati proprio sotto il fuoco crudele della guerra. I più adulti ne portano anche il ricordo negli occhi. Due generazioni legate da un passato doloroso hanno marciato insieme per rivendicare il diritto ad essere sé stessi, reclamando maggiore dignità e rispetto. Il grido di libertà spesso soffocato dagli estremismi lo scorso 8 settembre si è potuto diffondere in tutta Sarajevo, dando vita ad uno scenario su cui in pochi avrebbero scommesso fino a pochi giorni prima: un clima di festa.

La Bosnia-Erzegovina ha superato brillantemente i timori legati allo svolgimento del suo primo Pride. Oltre duemila persone hanno partecipato alla manifestazione. L’imponente schieramento delle forze dell’ordine ha impedito episodi spiacevoli, svolgendo la propria funzione in maniera impeccabile. Cecchini nascosti tra i tetti e poliziotti in assetto antisommossa fortunatamente non hanno avuto difficoltà. Una scena quasi surreale pensando che circa 25 anni fa proprio dei cecchini seminavano la morte per le strade di Sarajevo[2], dove nel frattempo i soldati combattevano in una delle pagine di storia più terribili del secondo dopoguerra. La questione dell’identità sessuale è uno degli aspetti problematici figli dell’intolleranza diffusa col fanatismo religioso e nazionalista ai tempi bui del conflitto balcanico. Un fardello ideologico che negli ultimi anni ha provocato gravi episodi di aggressione a danno di omosessuali, lesbiche e transessuali.

Nonostante le avvisaglie, rese concrete appunto da passati assalti a manifestazioni simili, il risultato raggiunto dal Pride di Sarajevo può definirsi davvero storico. L’inizio del corteo era previsto per le 12, ma fin dalle prime ore del mattino i partecipanti hanno iniziato a riunirsi nelle strade principali della capitale. Al canto di Ay Carmela!, inno popolare contro l’autoritarismo[3], migliaia di persone (ben più delle poche centinaia previste) hanno marciato attraverso la città, lì dove un tempo era l’esercito a farlo armi in pugno. A chiudere questa giornata contro la discriminazione e l’intolleranza, è stata un’inaspettata Bella Ciao cantata da Damir Imamović, interprete del genere musicale tradizionale bosniaco, la sevdalinka[4]. Infatti per i manifestanti non è stata solo l’occasione per celebrare la diversità sessuale e rivendicarne la tutela dinanzi ai soprusi, ma anche un modo per opporsi alle ideologie di stampo fascista e razzista.

Lo slogan simbolo della manifestazione “Ima izać!” (“C’è da uscire!”), rivendica la libertà d’espressione e di poter essere ciò che si è, senza repressioni. L’idea di uscire letteralmente di casa in piena libertà con la propria identità sessuale è speculare al concetto delle “quattro mura”, tipico della narrativa omofoba che invita i non eterosessuali a restare chiusi tra le pareti domestiche, nascondendosi alla vista del mondo. Questa tipologia di discorso è stata ripetuta dai politici conservatori costantemente nei giorni precedenti al Pride, ha denunciato una delle organizzatrici, Lelia Huremović. L’attivista dal palco della manifestazione ha sottolineato come il dramma delle lesbiche, dei gay e dei transessuali stia nell’essere “invisibili”.

Un forte legame col recente passato

Il corteo ha toccato luoghi simbolo di Sarajevo e del difficile Novecento bosniaco. Partendo dal memoriale della fiamma eterna, dedicato alle vittime della Seconda Guerra Mondiale[5], si è concluso nei pressi del Parlamento, edificio bombardato nel 1992, passando per la strada intitolata a Tito e per quelle ricche di murales commemorativi. Come in altri luoghi di conflitto, anche nella capitale balcanica la street-art ha assunto il ruolo di un diario storico. Al Pride hanno partecipato anche attivisti provenienti da altri paesi, che avranno potuto leggere scritte come “Don’t forget Srebrenica[6]” o “Stop the War. Save the Children”[7] durante la percorrenza in città. Volgendo lo sguardo al basso è possibile trovare una particolarità del recente passato della città: le rose di Sarajevo[8]. Si tratta dei fori lasciati sull’asfalto dai colpi di mortaio dei soldati serbi e colorati dai cittadini con schizzi di pittura rosa. Un segno che il popolo bosniaco non ha certo dimenticato l’orrore della guerra, ma che comunque vuole ricordare affinché non se ne perda la memoria.  

Non è difficile comprendere perché sulla condizione delle persone LGBT pesino i fantasmi della guerra. Il conflitto balcanico non fu solo un eccidio a tutto campo, ma segnò un ritorno al fanatismo religioso, mischiato al nazionalismo e al militarismo più spinto, schiacciando il “diverso”. Un conflitto atroce tra croati cattolici, serbi ortodossi e bosniaci musulmani[9] dalle caratteristiche così particolari che la storica Mary Kaldor parlò di un “nuovo”[10] tipo di guerra.

Proprio Serbia e Croazia furono tra i primi dell’area balcanica ad organizzare un Gay Pride, rispettivamente nel 2001 (come la Slovenia) e nel 2002. Negli anni successivi si aggiunsero Grecia e Romania (2005), Bulgaria (2008), Albania e Macedonia -non ancora “del Nord”- (2012), Montenegro (2013) e Kosovo (2017). Solo la Bosnia-Erzegovina non ne aveva ancora avuto uno[11].          

Il difficile percorso dei diritti LGBT in Bosnia-Erzegovina

 

Il Pride dell’8 settembre fu annunciato agli inizi di aprile e organizzato da un Comitato formato da diversi attivisti, tra cui Emina Bošnjak[12], direttrice della ONG Sarajevski otvoreni centar. Solo un anno prima, nel giugno 2018, l’attivista escludeva in un’intervista[13] la possibilità concreta di organizzare un Pride a Sarajevo. In effetti le premesse non erano delle migliori: il partito attualmente al governo (Stranka Demokratske Akcije – SDA) si era augurato la desistenza da parte degli organizzatori. Più pesante è stato il commento di una sua deputata, Samra Cosovic-Hajdarevic, che bocciò il progetto come “terribile[14].

Inoltre poche ore prima della manifestazione sono state distribuite ai partecipanti delle istruzioni di sicurezza, da seguire per evitare problemi o scontri. Parallelamente al Pride si è svolta una contro-manifestazione di un’associazione ultraconservatrice musulmana (Iskorak)[15], evento che fortunatamente non ha avuto impatto sull’ordine pubblico. Pochi giorni prima messaggi di condanna al Pride erano stati pronunciati da alcuni imam nelle moschee di Sarajevo.   

In passato non hanno avuto altrettanta fortuna altri attivisti LGBT. Nel 2014 alcuni soggetti incappucciati fecero irruzione durante il Merlinka festival, una rassegna cinematografica queer, ferendo tre persone. Molti di più ce ne furono durante il Queer festival del 2008, primo evento pubblico della comunità LGBT bosniaca.[16] Alcuni estremisti wahabiti e fanatici di estrema destra ferirono decine di persone in quella che fu definita come “la notte dei cristalli”.[17] A fronte del clima di oppressione perenne subito nel paese, quest’ultimo a livello normativo[18] ha comunque fatto dei passi in avanti.

L’omosessualità venne decriminalizzata in Bosnia-Erzegovina nel 1996, con l’odore del sangue che ancora impregnava Sarajevo. Nel 2004 venne riconosciuta “Q”, prima associazione per i diritti LGBT, e cinque anni dopo entrò in vigore una legge anti-discriminazione, seguita nel 2016 da un’altra legge contro i crimini d’odio. Al momento le coppie omosessuali non possono sposarsi; una proposta di regolarizzazione del 2018 è rimasta ferma a causa dell’instabilità politica del paese.

I passi in avanti compiuti dalla Bosnia-Erzegovina, almeno sulla carta, nel pieno riconoscimento dei diritti civili, possono essere visti come un modo per conformarsi agli standards dell’Unione europea, cui il governo di Sarajevo ha chiesto di aderire nel 2016. Solo l’anno successivo un rapporto dello United Nations Development Program (UNDP), “Being LGTBI in Eastern Europe”[19], evidenziava la differenza di percezione nella società bosniaca tra la condizione materiale di queste persone e come essa veniva vista dal resto della cittadinanza.


Note

         

[1] SAMA’ G., BOSNIA: Storia dell’assedio di Sarajevo a vent’anni dalla sua fine. Su eastjournal.net, 2016.

[2] FRATTINI P., La strada dei cecchini di Sarajevo. Su ilmemoriale.it, 2019.

[3] In realtà il canto antifascista si chiama El Paso del Ebro, e risale alla guerra civile spagnola. Più conosciuto come Ay Carmela!, era cantato dai repubblicani spagnoli. 

[4] Conosciuta anche come sevdah, è parte integrante della cultura bosniaca. È diffusa anche in altri territori della ex Jugoslavia.    

[5] L’epitaffio sul memoriale del 1946 ricorda il coraggio e il sacrificio eroico “dei combattenti delle brigate bosniaco-erzegovesi, croate, montenegrine e serbe del glorioso esercito nazionale jugoslavo”. Una “riconoscente Sarajevo”, ignara di quanto quelle parole nobili sarebbero risuonate beffarde nemmeno cinquant’anni dopo. 

[6] Per un approfondimento su come in Bosnia è percepito il massacro di Srebrenica negli ultimi anni: SASSO A., “Ogni volta fa più male”. Srebrenica, ventidue anni dopo. Su balcanicaucaso.org, 2017.

[7] BEDFORD S., Sarajevo’s Street Art: The Unlikely Legacy of the Bosnian War. Su theculturetrip.com, 2018.

[8] Il tempo delle Rose di Sarajevo. Su viaggidellamemoria.it.

[9] DETTI T., GOZZINI G., L’età del disordine. Editori Laterza, p.135, 2018.

[10] Concetto esplicato nel libro New & Old Wars: Organized Violence in a Global Era.

[11] STOJANOVSKI F., Bosnia-Herzegovina to hold first ever Pride parade in Sarajevo on September 8. Su globalvoices.org, 2019.

[12] Per approfondire le sue attività e dalla ONG che dirige: http://soc.ba/en/emina-bosnjak-executive-director-of-soc-marking-10-years-hard-work-pays-off/

[13] Consultabile su https://www.dw.com/bs/mic-po-mic-ali-tvrdoglavo-za-prava-gejeva-i-lezbejki/a-44347150

[14] Plans for Bosnia’s first Pride parade prompt backlash. Su bbc.com, 2019.

[15] WOOD V., Bosnian capital holds first Pride parade amid counter protests and a backdrop of violent opposition. Su independent.co.uk, 2019.

[16] Bosnia Erzegovina, il primo coming out. Su arcigay.it, 2008.

[17] FERRARA C., PELLIZZER V., Prova di forza. Su balcanicaucaso.org, 2008.

[18] Su https://www.equaldex.com/region/bosnia-and-herzegovina è possibile consultare una tabella sui diritti LGBT in Bosnia-Erzegovina.

[19] Documento disponibile su https://www.eurasia.undp.org/content/dam/rbec/docs/undp-rbec-Factsheet-Being%20LGBTI%20in%20Eastern%20Europe.pdf


Foto Copertina: People march in Bosnia’s Pride Parade in Sarajevo on Sept. 8, 2019.Dado Ruvic / Reuters


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Mario Rafaniello

Mario Rafaniello

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università “Federico II” di Napoli e studente in Relazioni e Organizzazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche “Jean Monnet” dell’Università “Luigi Vanvitelli” di Caserta. Ha svolto uno stage presso l’Associazione Europea di Studi Internazionali di Roma nel gruppo addetto alle newsletter. Durante questa esperienza ha partecipato alle esperienze internazionali di Bruxelles e San Pietroburgo. Successivamente ha preso parte al WMUN in Cina e a uno scambio studentesco presso l’Università “MGIMO” di Mosca. Attualmente è membro della Task force “Hate Speech” di Amnesty e collabora come redattore per MSOIthePost e Mondo Internazionale. Altri contributi sono stati pubblicati da Geopolitica.Info. Come principale interesse si occupa dello spazio post sovietico.

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