La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: il Caucaso

La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: il Caucaso

Prosegue la nostra analisi sui processi di democratizzazione interrotta nell’ex mondo sovietico. Anche i paesi del Caucaso lottano contro una tradizione autoritaria di lunga data e l’attecchimento di forme di potere neosovietiche.


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Caucaso e Democrazia

Unione Europea e Stati Uniti hanno colto in tempo la caduta dell’impero sovietico sul Caucaso, tentando di modificare nel loro interesse le dinamiche interne di Georgia, Armenia e Azerbaigian. In ognuno di questi paesi è stata la società civile, la più vibrante dell’intero mondo ex sovietico, a portare avanti istanze di democratizzazione e di espansione delle libertà civili e politiche, con risultati sostanzialmente buoni, seppure variabili.

Sia in Georgia che in Armenia sono avvenute delle rivoluzioni colorate che hanno contribuito all’ascesa di nuove classi politiche, più liberali ed orientate a Occidente, mentre l’Azerbaigian continua a pagare sia le forti influenze russe che il rinnovato attivismo turco, risorto nel post-guerra fredda e intensificatosi nell’era Erdogan.

Il percorso verso la democratizzazione dei tre sarà, perciò, inevitabilmente legato alla strategia euroamericana per la regione che, fino ad oggi, ha dimostrato di funzionare – come palesato dal caso della Georgia, il cui processo di occidentalizzazione si è consolidato negli anni recenti e non mostra segni di infiacchimento, nonostante la persistenza di problemi che rendono imperfetto lo status liberaldemocratico.

Il caso della Georgia

Nel 2003 il paese è stato scosso da forte sommosse popolari poi sfociate nella cosiddetta rivoluzione rosa, una delle tante rivoluzioni colorati che hanno sconvolto il mondo ex comunista. I manifestanti chiedevano le dimissioni del presidente Eduard Shevardnadze, poi ottenute, in seguito a presunti brogli elettorali avvenuti durante le parlamentari.

Da allora, il processo di occidentalizzazione non si è più interrotto. L’influenza culturale e politica proveniente dal vicinato russo è stata drasticamente ridotta, in favore dell’ascesa egemonica di forze partitiche interessate all’inglobamento del paese nell’orbita euroamericana.

Il Movimento Nazionale di Mikhail Saakashvili, considerabile il padre fondatore della Georgia post-sovietica, è la forza più significativa ad essersi imposta nel post-rivoluzione rosa. Saakashvili è stato presidente del paese per due mandati consecutivi, dal 2004 al 2013, che hanno profondamente ridisegnato l’assetto culturale, politico e sociale del paese. Nonostante fosse politicamente filo-occidentale, non sono mancate le accuse di condotta autoritaria e di brogli durante la sua presidenza. L’apertura di processi a suo carico per una serie di crimini ha giocato un ruolo fondamentale nella sua fuga in Ucraina, dove anche lì ha iniziato una carriera politica grazie alla doppia cittadinanza.[1]

Il dopo-Saakashvili ha visto la rapida frammentazione della partitocrazia ruotante attorno al Movimento Nazionale, che era una sua personalistica espressione, e l’emersione della coalizione “Sogno Georgiano” guidata dall’oligarca Bidzina Ivanishvili. [2]

Come in altri paesi del mondo ex sovietico, in Georgia esiste un problema rilevante con l’egemonizzazione nella vita politica ed economica dei cosiddetti oligarchi, ossia miliardari le cui reti di proprietà toccano i principali settori dell’economia nazionale e che decidono nel dietro le quinte il destino del paese.

Ad esempio, Arkady Shalvovich Patarkatsishvili, l’uomo più ricco del paese fino alla sua morte, è un stato un decisore-chiave dei processi politici dall’indipendenza dall’Unione Sovietica, ed è stato proprio il suo denaro, sommato all’influenza nel mondo dell’informazione, a consentire al riformatore Saakashvili di mettere in moto una gigantesca campagna elettorale, supportata dai grandi media.[3]

Ivanishvili del Sogno Georgiano è largamente ritenuto il “successore” di Patarkatsishvili. Per evitare potenziali scandali, si dimise dal ruolo di primo ministro dopo la vittoria del partito alle parlamentari del 2012, cedendo il ruolo a Irakli Gharibashvili. Attualmente è l’uomo più ricco del paese e ha costruito la sua ricchezza attraverso investimenti nell’industria dei metalli preziosi e bancaria durante i ruggenti anni russi anni ’90, e possiede alberghi, fabbriche, supermercati.[4] [5]

Il mondo dell’informazione è florido e competitivo, ma non indipendente. I media, infatti, seguono sostanzialmente agende politiche. Negli anni recenti è cresciuta l’influenza di Ivanishvili nel settore ed è stato segnalato un aumento dei casi di interferenze nella produzione di servizi investigativi e trasmissione di informazioni imparziali. Ivanishvili sta usando il suo potere di pressione per posizionare uomini di fiducia in posti di potere nei media più seguiti del paese che, oggi, sono meno critici nel descrivere l’operato governativo rispetto al passato.

Il sistema giudiziario è legato all’élite di potere di turno e accusato di corruzione ed inefficienza. Anch’esso è divenuto oggetto delle ambizioni di Ivanishvili e alcune sentenze recenti, in favore suo o del suo entourage, confermano lo scenario.

Il caso dell’Armenia

Serz Sargsyan è stato presidente dell’Armenia dal 2008 al 2018, anno in cui le forti proteste popolari lo hanno spinto a rassegnare le dimissioni. Al termine del secondo mandato era stato infatti eletto alla carica di primo ministro, confermando i timori di società civile e opposizione che non volesse più uscire dalla scena politica. L’insieme degli eventi di mobilitazione sociale e arresto civile che hanno portato alla conclusione dell’era Sargsyan è stato ribattezzato la rivoluzione di velluto.

L’ottennato di Sargsyan è stato caratterizzato da frodi elettorali, costruzione di un sistema partitocratico ruotante attorno al suo Partito Repubblicano, indebolimento del pluralismo attraverso processi giudiziari e arresti, riforme per consentirgli di restare al potere quanto più tempo possibile, denunce di derive autoritarie, rafforzamento della presenza degli oligarchi in politica.[6]

Il paese sembra essersi incamminato verso la democrazia, come anche osservato da Freedom House, anche se i segni di un’epoca rimarranno per anni e continueranno a incidere sul percorso di democratizzazione.

Ad esempio il mondo dell’informazione continua a subire le influenze partitiche e il giornalismo indipendente fronteggia minacce ed episodi di violenza. Il voto di scambio è così diffuso da essere divenuto una tradizione consolidata della cultura politica nazionale in diversi luoghi. Cibo, denaro, promesse di vario tipo vengono scambiate per un voto.

La società civile è, però, in fermento ed è ritenuta tra le più floride del mondo ex sovietico e dell’Eurasia. Nel 2016 erano registrate più di 6mila organizzazioni e fondazioni, in aumento rispetto all’anno precedente. Il fatto è che tali entità sono spesso dipendenti da donazioni e capitale stranieri e questo rappresenta un serio limite alla loro efficacia, poiché il denaro potrebbe essere utilizzato per perseguire gli interessi di attori esterni.[7]

Il sistema giudiziario continua, però, ad essere fortemente dipendente dall’esecutivo e la corruzione resta elevata fra i membri della magistratura. Difatti, si tratta dell’istituzione più criticata dalla società civile.[8]

Il caso dell’Azerbaigian

Dal raggiungimento dell’indipendenza, il paese è stato guidato ininterrottamente dalla dinastia Aliyev. Heydar è stato presidente dal 1993 alla sua morte, avvenuta nel 2003, e il figlio Ilham lo ha succeduto ed è ancora in carica. È stata proprio l’assenza di una società civile in agitazione come quella georgiana e armena ad aver aver consentito alla famiglia Aliyev di trasformare il paese in una creazione personalistica fondata sui pilastri dell’autoritarismo di stampo sovietico e del nepotismo.

Sono numerosi gli Aliyev che occupano posizioni di potere, i casi più celebri sono Mehriban Aliyeva, moglie dell’attuale presidente e da lui eletta alla vice presidenza nel 2017, e la loro figlia Leyla, che è direttrice di banche e di diversi giornali. La famiglia ha interessi in tutti i settori-chiave dell’economia e della società, dalla finanza ai media.[9]

Negli anni le libertà di informazione e di espressione, e il diritto di riunione, sono state gradualmente limitate da leggi liberticide, che vengono fatte valere anche attraverso la repressione del dissenso. Il giornalismo indipendente ed investigativo è sotto attacco costante e le figure più scomode corrono gravi rischi. Nel maggio 2017 il giornalista d’inchiesta Afgan Mukhtarli era stato rapito a Tbilisi dai servizi segreti georgiani ed azeri e poi condotto a Baku dove, nonostante l’indignazione della comunità internazionale, un tribunale lo ha condannato a sei anni di prigione per traffici illeciti e altri reati.[10] [11]

Trattandosi di un regime personalistico, la corruzione è molto diffusa e incide grandemente sulle dinamiche di sviluppo del paese, dal momento che la piccola élite al potere ha accesso a tutte le risorse nazionali. Parte di queste ricchezze viene usata per corrompere diplomatici e politici stranieri con l’obiettivo di migliorare l’immagine del paese a livello internazionale, come palesato dall’inchiesta sulla cosiddetta “lavanderia azera”.[12]

Aliyev ha saputo sfruttare egregiamente la rendita di posizione legata alla locazione geostrategica del paese, che è un tramite fra Russia, Turchia, Iran e Asia centrale ex sovietica, alternando visioni di comodo sulla base dell’interesse contingente, ma senza mai esporsi in atteggiamenti eccessivamente di parte e quindi potenzialmente dannosi. In questo modo, il paese è rimasto immune sia da tentativi di rovesciamento partoriti all’estero che da sanzioni internazionali per le numerose denunce di violazioni dei diritti umani.[13]

Le elezioni si tengono a cadenza regolare, ma non sono libere – dato che i partiti d’opposizione sono fatti della stessa repressione che colpisce società civile e media – e neanche trasparenti, dato che sia osservatori interni e internazionali hanno sempre espresso perplessità e denunciato brogli.[14]

Conclusioni

Per quanto geograficamente vicini, i paesi del Caucaso hanno seguito percorsi diversi nell’epoca postcomunista, sebbene abbiano conservato come peculiarità condivisa il mantenimento di strutture autoritarie di difficile abbattimento.

Ad esempio, in Georgia la rivoluzione rosa non ha avuto l’effetto sperato di dar luogo ad un nuovo corso politico incardinato sulla trasparenza del potere e la marginalizzazione di pratiche repressive. Saakashvili ha presto abbandonato i panni del riformatore, seguendo le orme del predecessore, e spianando la strada all’ascesa degli oligarchi in politica. Allo stesso modo è lecito aspettarsi un simile scenario anche in Armenia, dato che gli oligarchi hanno storicamente mostrato capacità di adattamento e versatilità.

In Azerbaigian è invece presente un regime completamente diverso, basato su una struttura di potere dinastica altamente repressiva e caratterizzata da un rapporto controverso con l’islam, la religione maggioritaria del paese, e perciò simile ai paesi del Turkestan.

Infine, è doveroso sottolineare che sulle dinamiche di democratizzazione, mancata – come nel caso azero – o timidamente in corso – come in Georgia ed Armenia, incidono in maniera significativa le pressioni provenienti dalle principali potenze con interessi nella regione: il blocco Unione Europea-Stati Uniti, Russia, e Turchia.


Note

[1]  Scheda della Georgia su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2019/georgia

[2]  Vedi nota 1

[3] Scheda su Badri Patarkatsishvili:  https://www.telegraph.co.uk/news/obituaries/1578596/Badri-Patarkatsishvili.html

[4]Thousands in Tbilisi demand Georgia’s de-oligarchisation, Euractiv, 25/06/2019

[5]The oligarch’s hometown – the founding legend of the Georgian Dream, Jam News, 14/03/2019

[6]Ohanyan, A., Armenia’s democratic dreams, Foreign Policy, 07/11/2018

[7]Stronski, P., Armenia’s Democratic Triumph, The Atlantic, 24/04/2018

[8]Scheda dell’Armenia su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/nations-transit/2018/armenia

[9]Scheda dell’Azerbaigian su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/nations-transit/2018/azerbaijan

[10]Tilman, A., Georgia: sequestrato a Tbilisi un giornalista azero oppositore del regime, East Journal, 01/06/2017

[11]  Vedi nota 9

[12] Vedi nota 9

[13] Azerbaijan’s Election Is a Farce, Foreign Policy, 11/04/2018

[14]  Azerbaijan’s president Aliyev secures fourth term in snap election, Radio Farda, 12/04/2018


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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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