Il conflitto del Nagorno-Karabakh: tra passato e presente

Il conflitto del Nagorno-Karabakh: tra passato e presente

Il conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian del Nagorno-Karabakh è spesso definito come “congelato”, eppure, gli episodi di violenza che di recente si sono verificati nella parte meridionale della regione, inducono a pensare altro.

 

Nella notte tra il 4 e il 5 luglio 2017, le forze armate dell’Armenia hanno raggiunto a colpi di mortaio e lanciagranate pesanti il villaggio di Alkhanli, uccidendo civili azeri: una donna e una bambina di due anni. Quanto accaduto rivela come questo conflitto sia ancora pericolosamente attivo e capace di far sentire i suoi effetti nefasti in qualunque momento. Nonostante il cessate il fuoco del 1994 tra le due parti del conflitto avvenuto con l’accordo di Biškek[1], si registrano continue violazioni, inclusa la più violenta avvenuta nell’aprile del 2016[2] come risultato degli scontri tra gli eserciti dell’Armenia e dell’Azerbaigian.

Risultati dell’aggressione dell’Armenia contro l’Azerbaijan

Il conflitto etno-territoriale tra Armenia e Azerbaigian ha un profondo radicamento storico che se trascurato, rischia di compromettere la piena comprensione delle cause all’origine dello stesso. 

All’epoca del conflitto con l’impero persiano e all’indomani della firma della pace di Turkmenchay[3] che poneva fine alla seconda guerra russo- persiana (1826-1828), l’impero russo mise in atto un processo di cristianizzazione della Transcaucasia[4] in forza della quale 50.000 armeni provenienti dalla Persia vennero ricollocati in queste terre, in particolare nei khanati azeri di Karabakh e Erevan. 

A questa ondata migratoria seguirono altri flussi migratori favoriti dal governo russo che cambiarono definitivamente gli equilibri demografici dell’area ,una forma che troverà le sue più drammatiche conseguenze negli scontri etnici del 1905, in quelli del 1918-1919 e soprattutto nella guerra del Nagorno-Karabakh nel 1988-1994. 

Le radici dell’ultimo conflitto (1988-1994) scaturiscono dalla decisione di creare una provincia autonoma nella parte montuosa della regione del Karabakh (Nagorno Karabakh), all’interno della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian, durante il periodo sovietico, provincia abitata dalle comunità azera ed armena, che a partire dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso divenne oggetto dell’irredentismo armeno.

Questo scontro non si risolse soltanto nell’occupazione da parte dell’Armenia della regione del Nagorno Karabakh, ma anche di altri sette distretti azerbaigiani fuori di questa regione causando circa 30 mila morti, più di 1 milione di rifugiati e profughi azeri espulsi da tutta la zona occupata e episodi drammatici come il massacro compiuto dalle forze militari dell’Armenia nel 1992 nella città azera di Khojaly, in cui persero la vita 613 persone tra cui: 106 donne, 63 bambini, 70 anziani.   

Oggi come in passato la regione caucasica incrocia le sue sorti con quelle dei principali protagonisti della politica internazionale: accanto alle tradizionali potenze, Russia, Turchia, Iran, così come Stati Uniti e paesi europei, gli anni 2000 hanno visto affacciarsi nell’area un attore come la Cina.

Si assiste oggi quindi al tentativo di riequilibrare la distribuzione del potere in un’area che altrimenti vedrebbe favorita la Russia grazie alla sua prossimità geografica.

Questo fattore geografico consente alla Russia, quale principale potenza regionale, di ricoprire un ruolo centrale anche all’interno del processo di risoluzione del conflitto. La Russia considera storicamente il Caucaso come un’area di grande interesse e, per la sua prossimità geografica, di esclusiva competenza. 

Mosca non di rado, ha utilizzato questo conflitto irrisolto per preservare la sua influenza nella regione e proteggere il proprio potere in tutta l’area. A minacciare oggi l’esclusività di Mosca nell’”estero vicino” è la presenza sempre più invasiva di Stati Uniti e Unione Europea. Soprattutto dopo l’11 settembre 2001 si è registrato un cambio decisivo negli equilibri del Caucaso. 

La necessità di porre argini al radicalismo islamico nel contesto della Global War on Terrorism e l’attrazione nei confronti della quantità incredibile di riserve di idrocarburi presenti nella regione del Caspio, hanno provocato un cambiamento radicale nella strategia statunitense nell’area.

In questo senso ha rappresentato una svolta la disapplicazione nel 2002 della “sezione 907” del Freedom Support Act che, nel contesto del conflitto negava o limitava fortemente l’erogazione di aiuti da parte americana all’Azerbaigian. 

Bisogna aggiungere qui anche gli interessi in crescita costante dell’Unione Europea che considera il Caucaso e il Caspio come cruciale nel diversificare fonti e percorsi per la fornitura dell’energia nell’attuale situazione di maggiore dipendenza dalla Russia. 

Paradossalmente, questo ampio spazio di manovra e conflitti di interesse hanno causato l’inefficienza dalla comunità internazionale e in particolare del gruppo di Minsk,[5] creato nel 1992 dall’OSCE[6] (all’epoca CSCE) per cercare di risolvere la questione del Nagorno-Karabakh attraverso vie diplomatiche, oggi presieduto da Russia, Usa e Francia. 

Il co-chair Russia intrattiene con Erevan un’alleanza militare peculiare: in cambio del supporto militare accordato all’Armenia, Erevan ha concesso alla Russia di mantenere attiva la 102ª Base Militare di Gyumri, nel nord-ovest del paese, così come la 3624ª Base Aerea di Erebuni, situata alle porte di Erevan. Gli altri co-chairs Stati Uniti e Francia sono paesi dove vivono importanti comunità armene che cercano di influenzare le azioni dei rispettivi governi nel processo dei negoziati. 

Però tutti questi tre paesi  intrattengono rapporti politici ed economici molto stretti con l’Azerbaigian, poiché  quest’ultimo rappresenta la principale economia della regione e possiede importanti risorse di idrocarburi, oltre a godere di una posizione strategica sui corridoi di transito di petrolio, gas e merci Europa-Asia e Nord-Sud. 

Mappa dell’Azerbaijan

In tale situazione complessa, non si è ancora riusciti a conseguire risultati importanti. Nemmeno l’emanazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di quattro risoluzioni, nn. 822 (1993), 853 (1993), 874 (1993), 884 (1993), che impongono il ritiro delle forze armate dell’Armenia dai territori occupati dell’Azerbaigian e il ritorno dei profughi azeri alle loro terre, ha sortito i risultati desiderati.

A ben vedere l’inconciliabilità, del principio d’integrità territoriale difeso dall’Azerbaigian e del principio dell’autodeterminazione dei popoli rivendicato dall’Armenia, appare un ostacolo insuperabile. 

L’impasse perdura nonostante la comunità internazionale abbia riconosciuto il Nagorno-Karabakh come parte integrante dell’Azerbaigian conformemente al principio internazionale dell’uti possidetis juris, che stabilisce che a valere sono i confini stabiliti prima della dissoluzione dell’Urss quando il Nagorno-Karabakh era stato assegnato al territorio dell’Azerbaigian. Inoltre nessuno stato ha riconosciuto la separazione del Nagorno-Karabakh dall’Azerbaigian nè la sua annessione all’Armenia.

Il conflitto del Nagorno-Karabakh necessita di essere quanto prima risolto e in questo senso ci si augura che l’Italia, che il prossimo anno assumerà la presidenza dell’OCSE, potrà svolgere un’importante funzione per assistere a una soluzione rapida di questo conflitto, in considerazione anche dei proficui rapporti che intrattiene sia con l’Azerbaigian che con l’Armenia, ponendo le basi per la risoluzione di un conflitto, quello tra il principio dell’integrità territoriale e il principio dell’autodeterminazione dei popoli.

Trovare una soluzione che contenga la combinazione di questi due principi sarà la via di uscita più fattibile e migliore considerandone tutti gli aspetti storici, politici e legali, in particolare le citate risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, così come l’Atto Finale di Helsinki che richiede agli stati partecipanti di rispettare il diritto all’autodeterminazione dei popoli, operando in ogni momento in conformità alle norme pertinenti del diritto internazionale, comprese quelle relative all’integrità territoriale degli stati.

Da quanto detto si evince come, lo status autonomo del Nagorno-Karabakh sotto forma di repubblica autonoma all’interno della Repubblica dell’Azerbaigian – assicurando coesistenza pacifica e sicura delle comunità armena e azera, è la formula migliore per risolvere pacificamente il conflitto. Credo che la presidenza italiana all’OSCE, potrà dare il suo contributo positivo considerando anche i modelli di autonomia del nostro paese, in particolare quello del Trentino Alto Adige.


[1] L’Accordo di Biškek (anche Protocollo di Biškek) è l’accordo provvisorio di cessate il fuoco che segna la fine della guerra del Nagorno-Karabakh. Esso venne siglato il 5 maggio 1994 a Biškek, capitale del Kirghizistan. Esprimeva la determinazione di assistere in tutti i modi possibili dentro e fuori del Nagorno Karabakh la cessazione del conflitto armato che non solo provocava grandi perdite al popolo armeno ed azero, ma anche colpiva significativamente gli interessi di altri paesi nella regione e complicava seriamente la situazione internazionale. Inoltre, a supporto di una mozione del Consiglio CIS del 15 aprile 1994, puntava al rapido raggiungimento di un accordo finale e, dopo aver ricordato il ruolo attivo della Comunità degli Stati Indipendenti (CIS) ed essersi richiamato ad alcune decisioni dell’OSCE e delle Nazioni Unite, si appellava al buon senso delle parti invitando le stesse al raggiungimento di un definitivo accordo di pace.

[2] Guerra dei quattro giorni in Nagorno Karabakh, anche denominata da taluni Seconda guerra del Nagorno Karabakh, si intende il violento scontro sviluppatosi tra Azerbaigian e repubblica del Nagorno Karabakh tra il 2 e il 5 aprile 2016. La portata delle operazioni militari, le modalità e il numero di morti e feriti anche fra la popolazione civile assumono i connotati di vera e propria guerra il cui termine giunge con un accordo di cessate-il-fuoco mediato dalla Russia con l’appoggio degli Stati Uniti.

[3] Il trattato di Turkmenchay è un trattato di pace secondo il quale l’impero persiano, perse i territori settentrionali (per la maggior parte popolati da armeni e azeri) in favore dell’impero russo, dopo la sconfitta del 1828 alla fine della guerra russo-persiana del 1826-1828.

Il trattato venne firmato il 21 febbraio 1828 del calendario gregoriano (ovvero il 10 febbraio 1828 del calendario giuliano e il 5 sha’ban 1243 del calendario musulmano) da Haj Mirza Abol-hasan Khan e Asef o-dowleh, cancelliere di Fath Ali Shah, da parte persiana, e dal generale Ivan Fëdorovič Paskevič in rappresentanza della Russia.

[4] La Transcaucasia o Caucaso del Sud corrisponde a una regione geografica del Caucaso meridionale costituita dagli stati di Georgia, Armenia e Azerbaigian.

[5] Il Gruppo di Minsk è una struttura di lavoro creata nel 1992 dalla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (CSCE), dal 1995 Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, allo scopo di incoraggiare una soluzione pacifica e negoziata dopo la guerra del Nagorno-Karabakh. Ad oggi, tuttavia, non è ancora riuscito ad ottenere dai soggetti interessati la firma di un definitivo accordo di pace sulla questione del Nagorno-Karabakh.

[6] L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE – Organization for Security and Co-operation in Europe), è un’organizzazione regionale per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione in Europa che conta, attualmente, 57 paesi membri ed è, pertanto, la più vasta organizzazione regionale per la sicurezza. Non è a tutti gli effetti un’organizzazione internazionale, perché l’OSCE non ha soggettività internazionale.

Foto Copertina : Tofik Javadov, Oil Workers, 1958-1959, oil on canvas, Collection of Azerbaijan National Museum of Art, Baku, Azerbaijan

Giorgia Pilar Giorgi

Giorgia Pilar Giorgi

Giorgia Pilar Giorgi, Analyst & Researcher about Energy Security and Unresolved Conflicts in the South Caucasus, Research Fellow of the Azerbaijan International Development Agency (AIDA). Ms. Giorgi is a Master of International Relations and Strategic Studies from the Roma Tre University, Rome, Italy.

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