La Debaathificazione dell’Iraq e le sue conseguenze

La Debaathificazione dell’Iraq e le sue conseguenze

Le conseguenze nazionali ed internazionali del processo di Debaathificazione iniziato all’indomani della deposizione di Saddam Hussein.


Nel 2003, a seguito dell’invasione anglo-americana dell’Iraq, una volta entrati a Baghdad e deposto Saddam Hussein costringendolo alla fuga, gli Stati Uniti decisero di istituire un governo provvisorio, chiamato Coalition Provisional Authority (CPA) e presieduto dal diplomatico statunitense Paul Bremer III. Il CPA, sotto la leadership di Bremer emanerà una serie di ordini che lasceranno il segno nella storia dell’Iraq e nella vita delle persone toccate dalle conseguenze derivanti da questi ordini.

Il primo ordine di Bremer fu quello di procedere con la cosiddetta “Debaathificazione” della società Irachena, che aveva come obiettivo iniziale quello di abolire il partito Baath e le sue strutture di potere, nonché allontanare le personalità di rilievo del partito da qualsiasi carica pubblica impedendogli di prendere parte al processo di ricostruzione del paese. [1]

L’altro ordine di importanza cruciale per gli sviluppi politico-strategici in Iraq nel post-2003, sancì lo scioglimento dell’esercito Iracheno, i cui membri furono, dall’oggi al domani, lasciati senza un impiego. Ciò contribuì a creare un vuoto di potere e sicurezza che venne presto riempito da milizie islamiste.[2]

Sia a livello regionale che internazionale, a passare alla storia sarà, oltre all’illegalità della missione anglo-americana in Iraq, l’impreparazione diffusa all’interno della coalizione. Impreparazione che porterà ad una serie di decisioni che, come vedremo, lasceranno ferite profondissime nel paese e nell’intera regione.

 

Ordine Numero Uno: Debaathificazione e la Frustrazione Sunnita

Per quanto sia indubbia la centralità del ruolo di Paul Bremer nel processo decisionale che portò alla cosiddetta Debaathificazione, alle spalle di quest’iniziativa vi furono anche e soprattutto le pressioni esercitate sull’amministrazione Bush da parte di un uomo politico Iracheno, da anni in esilio in America: Ahmed al-Chalabi.[3]

Figlio di un’importante famiglia sciita di Baghdad, al-Chalabi aveva lasciato l’Iraq nel 1958 e negli anni trascorsi negli Stati Uniti si fece portavoce di una folta comunità di esiliati/immigrati Iracheni in occidente che si opponeva fortemente alla dittatura di Saddam. Poco dopo la creazione del CPA, venne creata anche una commissione per la Debaathificazione che, di fatti, permise ad al-Chalabi di avere carta bianca in questo processo.[4]

La commissione per la Debaathificazione, che venne poi chiamata Accountability and Justice Commission (AJC), procedette ad allontanare un numero spropositato di ex membri del Partito Baath, i quali erano prevalentemente musulmani sunniti, dalle loro posizioni lavorative nel governo, ma anche nella pubblica amministrazione.[5] Così come accade sempre quando lo stato coincide con il partito, anche nell’Iraq di Saddam, l’adesione al partito Baath rappresentava la norma per tutti coloro che miravano ad ottenere una posizione nel settore pubblico.[6] Queste considerazioni non vennero fatte, o perlomeno vennero ignorate da parte dell’AJC che di fatto assunse il ruolo di vendicatore di al-Chalabi e di tutti quelli che, durante la dittatura di Saddam, avevano dovuto accettare le politiche autoritarie dell’uomo venuto da Tikrit.

Come evidenziato dall’International Center for Transitional Justice, la logica secondo la quale agì l’AJC fu alquanto controversa, poiché il licenziamento degli ex membri del partito si basò esclusivamente sull’importanza della carica ricoperta all’interno del Baath, anziché sul codice di condotta che gli ex Baathisti avevano adottato durante gli anni di adesione e quindi ignorando se questi ultimi fossero realmente sostenitori delle politiche di Saddam oppure no.[7]

Tra le più controverse iniziative del processo di Debaathificazioni vi fu sicuramente quella di licenziare gli insegnanti membri del partito, forzando i giovani Iracheni ad interrompere il loro percorso di studi finché questi insegnanti non vennero sostituiti da candidati selezionati dall’AJC. Molti di questi insegnati erano musulmani sunniti e, dopo essere stati licenziati in tronco videro i loro vecchi posti di lavoro occupati da musulmani sciiti.[8] Come detto, dato che la maggior parte dei membri del Partito Baath in Iraq era costituita da musulmani sunniti, i licenziamenti su larga scala promossi dall’AJC misero molti di questi sunniti sul lastrico dall’oggi al domani, mentre gli sciiti, l’indomani dell’invasione anglo-americana, cominciarono a occupare posti di prim’ordine nell’assetto statale e societario iracheno. Tutto ciò contribuì all’inasprirsi delle tensioni settarie in Iraq e, di conseguenza, ad episodi di violenza senza precedenti motivata da ragioni religiose, che portarono alla guerra civile e alla nascita di gruppi fondamentalisti come Daesh.[9]

La progressiva alienazione della comunità sunnita in Iraq nell’immediato post-2003 ha sicuramente contribuito al crescente risentimento da parte di questi nei confronti dei loro connazionali sciiti, e il processo di Debaathificazione è da considerare senza ombra di dubbio come una delle cause principali dietro la nascita di realtà come il sedicente Stato Islamico, che ha fatto leva proprio sulla frustrazione della popolazione sunnita per radunare un numero sempre alto di adepti.

 

Ordine Numero Due: Lo Scioglimento dell’Esercito e il Successo di Daesh

Come spesso accade nel mondo arabo, così anche in Iraq l’esercito sembrava inizialmente il candidato numero uno per poter ricoprire il ruolo di unificatore all’interno del paese, nonché essere garante della sicurezza all’interno dei confini statali.[10] Nonostante ciò, il 23 Maggio del 2003 Paul Bremer e il CPA decisero di emanare un secondo ordine, dopo quello riguardante la Debaathificazione della società, che prevedeva lo scioglimento dell’esercito, insieme ad una serie di istituzioni politico-militari dell’Iraq di Saddam.[11]

In seguito all’emanazione dei primi due ordini da parte del CPA, circa 400mila membri dell’esercito vennero rimossi dal proprio lavoro e spesso costretti a vivere anche senza una pensione. Quindi, già nell’estate del 2003, migliaia di ex soldati si ritrovarono in condizioni di povertà estrema e di marginalizzazione sociale, che li costringeranno a guardare altrove alla ricerca di un introito o vendetta personale. [12]

Un altro fattore che ha certamente contribuito al montare delle tensioni tra ex Baathisti e i futuri governi Iracheni è stato il numero di esecuzioni di alcuni membri di spicco del partito, una su tutte quella di Saddam. Durante il processo a Saddam, infatti, molti paesi europei espressero le loro perplessità di fronte all’eventualità dell’emanazione della pena di morte da parte della corte, proprio per paura che questa sentenza potesse scatenare l’ira dei suoi seguaci.[13]

Dopo essere stati deposti dalle loro posizioni tra le fila dell’esercito, molti ufficiali ed ex membri del partito avevano come obiettivo quello di restaurare il Baathismo in Iraq, ma, una volta resisi conto che un tale progetto era impossibile da realizzare, si spostarono sempre più verso ideologie nazionaliste, ma soprattutto, islamiste di stampo salafita.[14] In poco tempo, infatti, baathisti e islamisti riuscirono a instaurare un’improbabile alleanza facendo leva sullo scontento diffuso nella comunità sunnita in Iraq, che come anticipato, veniva sempre più marginalizzata dai nuovi governi a trazione sciita.[15]

La Debaathificazione in Iraq ha spinto molti ex ufficiali dell’esercito nelle braccia spalancate di gruppi jihadisti come Al-Qaeda in Iraq prima e Daesh poi. Questi ex militari baathisti non hanno solamente consegnato ai militanti del sedicente Stato Islamico una quantità inaudita di armi, ma hanno anche messo a disposizione le loro abilità tattiche e strategiche che avevano accumulato in anni di servizio.[16] Personalità come Abu Muslim al-Afari al-Turkmani e Abu Ayman al-Iraqi, entrambi ex membri dell’intelligence Irachena, sono membri del consiglio della Shura di Daesh.[17]

Per quanto l’alleanza tra islamisti e baathisti sia stata motivata quasi esclusivamente da fini utilitaristici, molti esperti sostengono che, se non fosse stato per il supporto logistico, militare e strategico fornito dagli ex ufficiali dell’esercito Iracheno a Daesh, quest’ultimo non sarebbe mai riuscito ad ottenere le vittorie che gli hanno permesso di espandersi a macchia d’olio in Iraq e Siria.[18]

Ancora una volta, le politiche di Debaathificazione adottate da parte del CPA e dai governi Iracheni appoggiati dagli Stati Uniti, finalizzate a punire e marginalizzare la popolazione sunnita dell’Iraq, sono da considerare come le cause principali dietro agli episodi di violenza settaria che hanno raggiunto l’apice tra il 2006 e il 2008, così come esse rappresentano una componente fondamentale nella nascita e nel successo di gruppi come Daesh.


 

Note

 

 

[1] Eric Stover, Hanny Megally and Hania Mufti, “Bremer’s “Gordian Knot”: Transitional Justice and the US Occupation of Iraq,” Human Rights Quarterly, Vol. 27, No. 3, Agosto 2005.

[2] Kerim Yildiz, The Future of Kurdistan: The Iraqi Dilemma (Pluto Press. 2012), p. 57

[3] Benjamin Isakhan, The Legacy of Iraq: From the 2003 War to the ‘Islamic State’ (Edinburgh University Press. 2015), p. 21

[4] Zaid Al-Ali, The Struggle for Iraq’s Future: How Corruption, Incompetence and Sectarianism Have Undermined Democracy (Yale University Press. 2014), p. 68

[5] Alissa J. Rubin, “Ahmad Chalabi and the Legacy of De-Baathification in Iraq,” The New York Times, 3 Novembre, 2015. Disponibile: https://www.nytimes.com/2015/11/04/world/middleeast/ahmad-chalabi-and-the-legacy-of-de-baathification-in-iraq.html

[6] Miranda Sissons and Abdulrazzaq Al-Saiedi, “Iraq’s de-Baathification still haunts the country,” Al-Jazeera, 12 Marzo, 2013. Disponibile: https://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2013/03/201331055338463426.html

[7] Idem

[8] Alissa J. Rubin, “Ahmad Chalabi and the Legacy of De-Baathification in Iraq,” The New York Times, 3 Novembre, 2015. Disponibile: https://www.nytimes.com/2015/11/04/world/middleeast/ahmad-chalabi-and-the-legacy-of-de-baathification-in-iraq.html

[9] Fawaz A. Gerges, ISIS: A History (Princeton University Press. 2016), p. 158

[10] Zaid Al-Ali, The Struggle for Iraq’s Future: How Corruption, Incompetence and Sectarianism Have Undermined Democracy (Yale University Press. 2014), p. 66

[11] “Coalition Provisonal Suthority Order Number 2: Dissolution of Entities,” CPA/ORD/23 May 2003/02

[12] Dina al-Shibeeb, “Where is Iraq’s Baath party today?,” Al-Arabiya, 21 Agosto, 2015. Disponibile: https://english.alarabiya.net/en/perspective/analysis/2015/08/21/Where-is-Iraq-s-Baath-party-today-.html

[13] Kerim Yildiz, The Future of Kurdistan: The Iraqi Dilemma (Pluto Press. 2012), p. 44

[14] Ibidem, p. 50

[15] Dina al-Shibeeb, “Where is Iraq’s Baath party today?,” Al-Arabiya, 21 Agosto, 2015. Disponibile: https://english.alarabiya.net/en/perspective/analysis/2015/08/21/Where-is-Iraq-s-Baath-party-today-.html

[16] Scott Stewart, “How the Baath Party Influences the Islamic State,” Stratford, 13 Agosto, 2015. Disponibile: https://worldview.stratfor.com/article/how-baath-party-influences-islamic-state

[17] Mustafa Habib and Nawzat Shamdin and Cathrin Schaer, “Iraq’s Baath party: where are they now?,” Middle East Eye, 14 Novembre, 2014. Disponibile: https://www.middleeasteye.net/features/analysis-iraqs-baath-party-where-are-they-now

[18] Isabel Coles and Ned Parker, “How Saddam’s men help Islamic State rule,” Reuters, 11 Dicembre, 2015. Disponibile: https://www.reuters.com/investigates/special-report/mideast-crisis-iraq-islamicstate/


 

Bibliografia

 

 

“Coalition Provisonal Suthority Order Number 2: Dissolution of Entities,” CPA/ORD/23 May 2003/02

Al-Ali, Zaid, The Struggle for Iraq’s Future: How Corruption, Incompetence and Sectarianism Have Undermined Democracy (Yale University Press. 2014)

al-Shibeeb, Dina “Where is Iraq’s Baath party today?,” Al-Arabiya, 21 Agosto, 2015. Disponibile: https://english.alarabiya.net/en/perspective/analysis/2015/08/21/Where-is-Iraq-s-Baath-party-today-.html

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Gerges, Fawaz A. ISIS: A History (Princeton University Press. 2016)

Habib, Mustafa and Nawzat Shamdin and Cathrin Schaer, “Iraq’s Baath party: where are they now?,” Middle East Eye, 14 Novembre, 2014. Disponibile: https://www.middleeasteye.net/features/analysis-iraqs-baath-party-where-are-they-now

Isakhan Benjamin, The Legacy of Iraq: From the 2003 War to the ‘Islamic State’ (Edinburgh University Press. 2015)

Rubin, Alissa J., “Ahmad Chalabi and the Legacy of De-Baathification in Iraq,” The New York Times, 3 Novembre, 2015. Disponibile: https://www.nytimes.com/2015/11/04/world/middleeast/ahmad-chalabi-and-the-legacy-of-de-baathification-in-iraq.html

Sissons, Miranda and Abdulrazzaq Al-Saiedi, “Iraq’s de-Baathification still haunts the country,” Al-Jazeera, 12 Marzo, 2013. Disponibile: https://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2013/03/201331055338463426.html

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 Stover, Eric, Hanny Megally and Hania Mufti, “Bremer’s “Gordian Knot”: Transitional Justice and the US Occupation of Iraq,” Human Rights Quarterly, Vol. 27, No. 3, Agosto 2005.

Yildiz, Kerim, The Future of Kurdistan: The Iraqi Dilemma (Pluto Press. 2012)


Foto Copertina:A man holds a CD with a photo of former Iraq President Saddam Hussein (AFP/Ahmad Al Rubaye)


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Emanuele Mainetti

Emanuele Mainetti

Ho conseguito una laurea triennale in Lingue e Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e un Master in Middle Eastern Studies al King’s College London. Durante i miei studi triennali ho maturato una profonda passione per il mondo arabo, la politica, la cultura e la lingua. Prima di cominciare il Master, ho trascorso cinque mesi in Giordania seguendo un corso intensivo di dialetto levantino e arabo standard. Sono particolarmente interessato alle dinamiche socio-politiche e alle relazioni internazionali nel Levante Arabo, con un occhio di riguardo per il Libano. Ho scritto la mia tesi magistrale sul processo di democratizzazione nel Libano post-Ta’if, per la quale ho condotto circa 20 interviste con membri della società civile libanese. Attualmente collaboro con Il Caffè Geopolitico per la sezione Medio Oriente e Nord Africa.

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