Democrazia post-liberale, paradigma del futuro?

Democrazia post-liberale, paradigma del futuro?

Uomini di stato come Vladimir Putin e Viktor Orbán sono ad oggi gli interlocutori privilegiati per comprendere a fondo come poter declinare il pluralismo politico in un’arena post-ideologica, come vorrebbe essere quella post-liberale.


 

Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, in una intervista rilasciata al Financial Times il 27 giugno 2019, alla vigilia del vertice del G20 di Osaka, rispondendo alla domanda dell’intervistatore sulle ragioni del successo di Donald Trump negli Stati Uniti e dei movimenti populisti in Europa, ha spiegato con laconica schiettezza: “Le élite dominanti si sono staccate dal popolo. Il problema evidente è il divario tra gli interessi delle élite e la stragrande maggioranza delle persone.” Per poi continuare “una delle cose che dobbiamo fare in Russia non è mai dimenticare che lo scopo del funzionamento e dell’esistenza di qualsiasi governo è quello di creare una vita stabile, normale, sicura e prevedibile per le persone e di lavorare per un futuro migliore. C’è anche la cosiddetta idea liberale, che è sopravvissuta al suo scopo. I nostri partner occidentali hanno ammesso che alcuni elementi dell’idea liberale, come il multiculturalismo, non sono più sostenibili.[1]

Putin rileva come il multiculturalismo si sia rivelato un dogma ideologico, incapace di essere declinato nelle circostanze di tempo e di luogo in cui si innervano le situazioni concrete dei popoli. I corifei del sistema liberale, secondo il capo di stato russo, ostentano sicurezza e tranquillità dietro la più totale inazione a livello politico. Il riferimento a Donald Trump ed alla scelta di costruire un muro di separazione lungo il confine con il Messico è particolarmente significativo per Putin, il quale benché non discuta sulla giustezza o meno della questione in sé, rileva come sia sintomatico di un approccio alternativo a quello liberale, che si traduce in una politica di ascolto delle problematiche di milioni di cittadini statunitensi, i quali si trovano a vivere in condizioni di grande difficoltà e disagio a causa dell’immigrazione clandestina. Potremmo definirla una apologia della prassi, quella proposta da Putin, che in nome del realismo politico ha l’ambizione di tradurre in risposte concrete i problemi che attanagliano il popolo.

La miopia, viceversa, sembra essere la cifra che contraddistingue il paradigma liberale, ciò la rende agli occhi del presidente russo “obsoleta”. “[…]L‘idea liberale è diventata obsoleta. È entrata in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione. O prendi i valori tradizionali. Non sto cercando di insultare nessuno, perché siamo stati condannati per la nostra presunta omofobia così com’è. Ma non abbiamo problemi con le persone LGBT. Dio non voglia, [bisogna] lasciarli vivere come vogliono. Ma alcune cose ci sembrano eccessive. Ora, sostengono che i bambini possono interpretare cinque o sei ruoli di genere. Non posso nemmeno dire esattamente quali sono questi generi, non ne ho idea. Lasciate che tutti siano felici, non abbiamo problemi con ciò. Ma questo non deve mettere in ombra la cultura, le tradizioni e i valori tradizionali della famiglia di milioni di persone che costituiscono il nucleo della popolazione.[2]

La radiografia tracciata dal capo del Cremlino tocca anche l’aspetto religioso. L’alternativa, anche qui, posta alla visione liberale è netta ed è diametralmente contraria ad una ipotesi di sradicamento dei valori morali del cristianesimo dallo spazio culturale della società, riprendendo un tema assai caro a Putin che fu al centro di un appassionato intervento dello stesso presidente russo al Forum di Valdai del 2013.  Durante l’intervista egli non manca di far notare come, nonostante le difficoltà che nel tempo si sono frapposte fra cristianesimo ortodosso e il mondo cattolico, abbia l’impressione che “circoli liberali” stiano cavalcando i problemi interni alla Chiesa cattolica avendo come fine quello di distruggerla, aggiungendo che “questo è ciò che considero errato e pericoloso. Bene, abbiamo dimenticato che tutti noi viviamo in un mondo basato su valori biblici? Anche gli atei e tutti gli altri vivono in questo mondo. Non dobbiamo pensarci ogni giorno, andare in chiesa e pregare, dimostrando così che siamo cristiani devoti o musulmani o ebrei. Tuttavia, nel profondo, ci devono essere alcune regole umane fondamentali e valori morali. In questo senso, i valori tradizionali sono più stabili e più importanti per milioni di persone rispetto a questa idea liberale, che, a mio parere, sta davvero cessando di esistere.[3]

Il pensiero post-liberale si appella alla specificità dei popoli, trovando sostegno nelle periferie e nei cortocircuiti della globalizzazione, i cui effetti deleteri registrano sacche di povertà sempre più massicce oltre al degrado sociale e culturale in cui versano giovani e meno giovani al soldo di una logica consumistica che erode l’uomo dall’interno. Non è forse un caso che in un altro paese dell’Est Europa come l’Ungheria, le risposte agli effetti perversi del sistema liberale trovano uno schema molto simile a quello descritto da Vladimir Putin. È da un villaggio rumeno di 2000 abitanti, di maggioranza magiara, Tusnádfürdő, in piena Transilvania, che il premier ungherese Viktor Orbán dal 2010 tiene il suo discorso programmatico, in occasione della Summer Open University and Student Camp organizzata dal suo partito Fidesz.

Significativo è quanto ha affermato in questa cornice il 28 luglio 2018, introducendo il modello politico della “democrazia cristiana illiberale”. Egli ha spiegato che “Democrazia cristiana non significa difendere i canoni della fede – in questo caso quelli della fede cristiana. Né gli Stati né i governi hanno competenza sulle questioni relative alla dannazione o alla salvezza. La politica democratica cristiana significa che i principi della vita originati dalla cultura cristiana vanno protetti. Il nostro dovere non è difendere i canoni, ma le caratteristiche della vita, per come si sono da essi originate. Queste includono la dignità umana, la famiglia e la nazione – perché il cristianesimo non cerca di raggiungere l’universalità attraverso l’abolizione delle nazioni, ma per mezzo della conservazione delle nazioni.”[4]

Si badi bene che il riferirsi ad una ideologia o sistema “liberale”, sia in Putin che in Orbán, non attiene tanto ad un sistema di garanzie giuridiche a difesa del cittadino contro il rischio di derive totalitarie, che naturalmente non vengono messe in discussione; quanto, invece, ad una specifica configurazione o modello totalitario di cui l’ideologia liberale stessa, paradossalmente, sarebbe l’artefice. Il premier magiaro durante la sua prolusione offre due esempi: “La democrazia liberale è pro-immigrazione, mentre quella cristiana è contro. Questo è un concetto genuinamente illiberale. La democrazia liberale sostiene modelli adattabili di famiglia, mentre quella cristiana poggia sulle fondamenta del modello cristiano di famiglia. Ancora una volta, questo è un concetto illiberale.”[5]

Il giudice emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese, nell’editoriale a sua firma pubblicato sul Corriere della Sera il 28 agosto 2018, scrive: “Il primo ministro ungherese ha dichiarato più volte di voler realizzare una «democrazia illiberale». Questo è un disegno impossibile perché la democrazia non può non essere liberale. La democrazia non può fare a meno delle libertà perché essa non si esaurisce, come ritengono molti, nelle elezioni. Se non c’è libertà di parola, o i mezzi di comunicazione sono nelle mani del governo, non ci si può esprimere liberamente, e quindi non si può far parte di quello spazio pubblico nel quale si formano gli orientamenti collettivi. [6]

Cassese dunque sembra focalizzarsi sul canone liberale tanto caro allo stato di diritto, ma elude completamente la questione assiologica e valoriale su cui esso si fonda. Nonostante le discutibili problematiche interne presenti sia nella giovane democrazia russa, sia in quella ungherese, la questione chiave che emerge ed a cui non viene data un’adeguata risposta è il tema del relativismo etico e della minaccia che l’ordinamento democratico corre dinanzi ad una prospettiva in cui non esistono più punti d’appoggio, fermi, stabili al di là di ogni contingenza. Il sistema liberale, in tal modo, corre il pericolo di tramutarsi nella più pervicace forma di totalitarismo, legittimando ogni desiderio dell’individuo sia pur in contrasto con il bene comune o il volere delle maggioranze.

Le preoccupazioni che compaiono nei discorsi così come nelle interviste, sia in Putin che in Orbán sembrano coincidere, almeno in parte, con quelle che descrive Giovanni Paolo II, in un passo tratto dall’Enciclica Veritatis Splendor, che racchiude la sfida a cui la democrazia liberale è chiamata a dar risposta: “Nell’ambito politico si deve rilevare che la veridicità nei rapporti tra governanti e governati, la trasparenza nella pubblica amministrazione, l’imparzialità nel servizio della cosa pubblica, il rispetto dei diritti degli avversari politici, la tutela dei diritti degli accusati contro processi e condanne sommarie, l’uso giusto e onesto del pubblico denaro, il rifiuto di mezzi equivoci o illeciti per conquistare, mantenere e aumentare ad ogni costo il potere, sono principi che trovano la loro radice prima nel valore trascendente della persona e nelle esigenze morali oggettive di funzionamento degli Stati. […] si profila oggi un rischio […] è il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale […] Infatti, «se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia» [7]


Note

 

 

 

 

[1] V. Putin, Interview with The Financial Times, in URL: < http://en.kremlin.ru/events/president/news/60836 > (in data 13/07/2019), trad. it.

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] M. Tacconi, La democrazia cristiana illiberale di Orbán, nuova frontiera del populismo, in URL: < https://www.reset.it/reset-doc/democrazia-cristiana-illiberale-di-orban > (in data 13/07/2019)

[5] Ibidem

[6] S. Cassese, La democrazia svanisce se diventa illiberale, in URL: < https://www.corriere.it/opinioni/18_agosto_29/democrazia-svanisce-se-diventa-illiberale-d2603226-aafd-11e8-8af0-f325f3df3076.shtml > (in data 13/07/2019)

[7] G. Paolo II, Lettera enciclica Veritatis Splendor, 101


Copertina: John Trumbull: Declaration of Independence , 1819.


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Diego Panetta

Diego Benedetto Panetta è laureato in Giurisprudenza alla Pontificia Università Lateranense, a titolo speciale “Università del Papa”, dove si è specializzato in Filosofia del Diritto. Praticante notaio, sta completando la formazione giuridica, frequentando una scuola notarile e di formazione per le professioni legali. Inoltre, sta conseguendo un master in Diritto matrimoniale e processuale canonico.
Studioso di dottrine politiche, storia, filosofia, teologia e letteratura, collabora con diverse riviste online, dove scrive su svariati temi che vanno dalla politica internazionale alla filosofia.

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