La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: i paesi del Turkestan / 1

La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: i paesi del Turkestan / 1

Prosegue la nostra analisi sui processi di democratizzazione interrotta nell’ex mondo sovietico. Negli -stan dell’Asia centrale l’indipendenza non ha significato transizione alla democrazia, ma comparsa di regimi neosovietici.


 

 

L’Asia centrale ex sovietica, anche conosciuta come Turkestan, è una regione geopolitica molto particolare, terreno di scontro, più che di incontro, fra le grandi potenze eurasiatiche sin da tempi remoti. Si tratta anche di un monolite per quanto riguarda ciò che è avvenuto nel post-Unione Sovietica, dal momento che nessuno dei cosiddetti paesi “-stan” ha mai iniziato un vero e proprio percorso di democratizzazione, ma si è invece assistito all’emergere di regimi autoritari che hanno rigidamente perpetuato il sistema sovietico di potere e di controllo della società.

Elementi culturali e identitari, come il dominio dei khanati e la divisione clanistica della società nei secoli precedenti alla russificazione, spiegano una parte importante dell’assenza di aperture democratiche in questa regione di grande interesse globale.

Ma lo stato attuale delle cose potrebbe cambiare, perché Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan – che fino a tempi recenti hanno subito esclusivamente l’influenza russa, sono entrati loro malgrado nel cosiddetto “nuovo grande gioco”, un riaggiornamento dell’omonimo scontro geopolitico russo-britannico ottocentesco che, però, coinvolge oggi una vasta sequela di altre potenze: Unione Europea, Stati Uniti, Cina, Iran, Pakistan, Turchia, Arabia Saudita. E potrebbe essere proprio l’aumentato interesse del blocco euroamericano verso la regione a svolgere un ruolo-chiave nel plasmare le future dinamiche sociopolitiche in senso democratico.

 

Il caso del Kazakistan

Nel marzo 2019 il paese è stato scosso da un evento percepito come traumatico e potenzialmente destabilizzante sia dall’opinione pubblica che dal vicinato eurasiatico, Russia in particolar modo, ossia le dimissioni di Nursultan Nazarbayev, il padre fondatore del Kazakistan indipendente, ininterrottamente alla presidenza dal 1990.[1]

La decisione è stata interpretata come un messaggio lanciato alla nuova classe dirigente del paese, necessitante di affermarsi in maniera autonoma e sondare nuovi terreni, anche alla luce dell’avanzata età di Nazarbayev, ma è molto probabile che nei prossimi anni non si assisterà ad alcuna apertura di tipo democratico.

Che l’ex presidente stesse preparando il terreno per un ritiro pacifico capace di aprire la porta ad una successione era stato già in qualche modo anticipato nel 2017, attraverso una modifica costituzionale mirante a custodire le prerogative presidenziali che, fra le altre cose, ha rafforzato il ruolo d’arbitrato della figura fra i tre poteri e che ha posto maggiore enfasi sul significato di “leader della nazione”.[2]

È dal 1990, ossia l’anno dell’indipendenza, che il paese è retto in maniera rigidamente autoritaria dal circolo di potere ruotante attorno alla figura del presidente. Teoricamente il presidente ed il parlamento vengono incaricati dei loro mandati attraverso elezioni, ma secondo gli osservatori internazionale, come l’OSCE, nel paese non ha mai avuto un’elezione completamente libera. Brogli, riconteggi fraudolenti, voti falsi, detenzioni preventive di oppositori e manifestanti, minacce, caratterizzano il sistema elettorale kazako sin dai primordi.[3]

Prima di rassegnare le dimissioni, l’ex presidente Nazarbayev aveva annunciato di voler incoraggiare il sistema multipartitico. Nel paese sono presenti diversi partiti, ma è al tempo stesso vero che le condizioni del sistema non consentono alcuna giusta competizione e che, infatti, il partito Nur Otan, fino al 2006 conosciuto come Otan, egemonizza totalmente il panorama fin dall’indipendenza, vincendo ogni elezione attraverso percentuali “bulgare”, varianti dal 70% al 90%.

Per queste, e per altre ragioni spiegate di seguito, il Kazakistan è ritenuto un regime autoritario consolidato da Freedom House, la più importante organizzazione non governativa attiva nel monitoraggio della democrazia del mondo. Il paese ha ereditato dall’Unione Sovietica un sistema poliziesco di controllo sociale, che negli anni non ha mostrato cenni di allentamento, basato su sorveglianza, repressione brutale delle manifestazioni, forte limitazione dei diritti individuali, controllo dell’informazione, arresti arbitrari di attivisti, politici e altre figure scomode.

Negli ultimi anni si è assistito ad un uso sempre più ricorrente della forza e dell’arresto preventivo, per ridurre l’efficacia delle manifestazioni e dissuadere organizzatori e partecipanti dal prendervi parte. Al tempo stesso è aumentata la strumentalizzazione dei media da parte del governo, che svolgono un ruolo essenzialmente di propaganda e disinformazione, con l’obiettivo di scaricare le colpe delle difficoltà economiche a fattori esterni e non alla politica interna.

Secondo l’indice della libertà di stampa aggiornato annualmente da Reporter senza frontiere, il Kazakistan si posiziona al 161esimo posto su 180 paesi tenuti in considerazione. L’arresto di giornalisti a capo, o in servizio, di media indipendenti è una pratica comune. I casi che recentemente hanno suscitato più clamore hanno coinvolto Guzyal Baydalinova del sito indipendente “Nakanune.kz”, arrestata nel maggio 2016 per “diffusione di informazioni false” – poi liberata, ma il suo sito non è più operativo, e Tair Kaldybayev, imprenditore accusato di pagare giornalisti per inserire notizie false sui loro siti, ritrovato impiccato nella sua cella in attesa di processo. [4] [5]

La corruzione è presente ed è ristretta al circolo di potere che guida il paese. Nazarbayev aveva tentato di porsi alla guida di un fronte anticorruzione, per cavalcare l’onda del malcontento popolare, in particolar modo dopo che suo nipote, Nurali Aliyev, era stato accusato di possedere asset in paradisi fiscali. L’ex presidente aveva affrontato la questione creando il “governo per i cittadini”, un portale virtuale ideato per ridurre il fenomeno delle tangenti, creando un servizio diretto utenti-uffici pubblici, e combattere la “corruzione su piccola scala”, e promettendo un’amnistia a tutti coloro che rientrassero il capitale posseduto in paradisi fiscali, per combattere la “corruzione su larga scala”.[6]

La libertà d’espressione è limitata e negli anni sono aumentate le leggi che, attraverso sanzioni salate, criminalizzano i contenuti pubblicati su internet, in particolar modo su blog e piattaforme sociali – un evento che indirettamente conferma l’esistenza di un controllo capillare del mondo virtuale da parte delle autorità.[7]

 

Il caso del Kirghizistan

Dalla dichiarazione dell’indipendenza ad oggi, in Kirghizistan si sono avvicendate alla presidenza cinque persone, contrariamente a quanto accaduto nel vicino Kazakistan in cui un’intera epoca è stata dominata da una sola figura. Questo velo di apparente ricambio politico non deve però trarre in inganno: FH considera anche questo paese come guidato da un regime autoritario consolidato e le ragioni sono molteplici.[8]

In seguito la cosiddetta rivoluzione dei tulipani nel 2005, che portò alla caduta del regime autoritario filorusso di Askar Akayev, al potere ininterrottamente dal 1990, il paese ha adottato una forma di governo parlamentare che, però, è stata rapidamente sfruttata da oligarchi e crimine organizzato per fare pressione sui partiti affinché divenissero espressioni dei loro interessi. E così è accaduto.

Il panorama politico è oggi egemonizzato dal Partito Socialdemocratico del Kirghizistan, che ha consolidato la propria posizione di potere attraverso l’uso strumentale della magistratura, per eliminare le voci scomode, e la promulgazione di leggi liberticide che hanno progressivamente ridotto gli spazi di manovra della società civile.[9]

Il paese con la più elevata propensione democratica della regione è quindi piombato nell’omologazione post-sovietica, e anch’esso è oggi caratterizzato da soppressione dei diritti individuali, competizione partitica fittizia, brogli elettorali, opposizione e società civile assaltate da una magistratura politicizzata che serve gli interessi del partito-egemone, e scarsa libertà di informazione, perché i media pubblici servono a diffondere e promuovere l’agenda politica e quelli indipendenti fronteggiano le stesse difficoltà degli omologhi kazaki.

È andato crescendo il ricorso a querele per diffamazione da parte dei politici, che si concludono sempre in loro favore, obbligando i media condannati a pagare sanzioni salatissime, nell’ordine di migliaia di dollari, aventi l’obiettivo di spingerli alla bancarotta e, quindi, alla chiusura.

Le elezioni presidenziali del 2017 sono state caratterizzate dallo scontro fra i candidati Sooronbai Jeenbekov, eletto dall’uscente Almazbek Atambayev come suo successore, e Omurbek Babanov, ex primo ministro, tra gli uomini più ricchi del paese, ed ex braccio destro di Atambayev. Il potere rivestito da Babanov non gli ha evitato di finire imputato in un processo per incitamento all’odio etnico, dalla cui condanna è scampato perché ha scelto di espatriare.

Le elezioni sono state quindi vinte da Jeenbejov ma, comunque, Babanov non rappresentava un’alternativa democratica, provenendo dallo stesso ambiente di potere del rivale, e quanto accaduto è considerabile frutto di una lotta intestina nello stato profondo per il dominio sul paese

Come lui, altri uomini di potere ad un certo punto divenuti scomodi, hanno affrontato l’apertura di inchieste improvvise seguite da processi arbitrari; ad esempio Omurbek Tekebayev, ex braccio destro dell’ex presidente Atambayev, condannato a 8 anni per corruzione, l’ex procuratore generale Aida Salyanova, condannata a 5 anni per alcuni favoreggiamenti, e altri politici di spicco come Sadyr Japarov, Almambet Shkymamatov e Kanat Isayev.

La tolleranza nei confronti della società civile è andata scemando negli anni. Ottenere dei permessi per manifestare è diventato più difficile, le attività di movimenti sociali e organizzazioni non governative sono sempre più controllate, le forze dell’ordine ricorrono all’uso della forza durante marce e proteste in maniera più frequente, anche quando organizzate e pacifiche.[10]

La corruzione è pervasiva, e il Comitato di Stato per la Sicurezza Nazionale, formato nel 2012, si è rivelato uno strumento nelle mani dei socialdemocratici allo stesso modo della magistratura, come palesato dal fatto che le indagini aperte dal Comitato colpiscono esclusivamente membri di partiti dell’opposizione.

 

Conclusioni

In entrambi i paesi il processo di democratizzazione non è mai iniziato. I vecchi quadri sovietici hanno assunto il controllo della transizione ad un nuovo ordine, abbandonando l’ideologia comunista in favore di progetti identitari, che è rimasto autoritario e poliziesco nei modi operandi.

Il fermento sociale che ha caratterizzato il Kirghizistan nei primi anni 2000 non è risultato in alcun cambiamento duraturo, dal momento che le forze autoritarie hanno prevalso sulla società civile. Come negli altri paesi dell’area turkestana, clanismo e oligarchia sono componenti fondamentali della vita politica ed economica.


Note

[1] Kazakhstan: si dimette il presidente Nazarbayev, da 30 anni alla guida del Paese, AGI, 19/03/2019

[2] Abdurasulov, A., Kazakhstan constitution: Will changes bring democracy? BBC, 06/03/2017

[3] Rapporto OSCE sulle elezioni: https://www.osce.org/odihr/elections/kazakhstan/422510?download=true

[4]  World Press Freedom Index 2014: https://web.archive.org/web/20140214120404/http://rsf.org/index2014/en-index2014.php

[5] Scheda del Kazakistan su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/nations-transit/2017/kazakhstan

[6] Vedi nota 5

[7]  Will oil-rich Kazakhstan ever embrace democracy?, The Conversation, 20/10/2016

[8]  Scheda n°1 del Kirghizistan su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/nations-transit/2018/kyrgyzstan

[9] Scheda n°2 del Kirghizistan su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/kyrgyzstan

[10] Vedi nota 9


Foto copertina: Kazakhstan Nursultan Nazarbayev (right) raised hackles in Bishkek when he met with Kyrgyz opposition presidential candidate Omurbek Babanov (left) in Almaty in September. Babanov subsequently lost the election to Sooronbai Jeenbekov the following month. RadioFreeEurope


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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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