Attività estrattive e discriminazione razziale

Attività estrattive e discriminazione razziale

L’estrazione di risorse naturali provoca serie violazioni dei diritti umani ed alimenta la discriminazione e subordinazione razziale, danneggiando particolarmente minoranze etniche, popolazioni indigene e altri gruppi emarginati.


 

 

“Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale. Per raggiungere i loro fini, tutti i popoli possono disporre liberamente delle proprie ricchezze e delle proprie risorse naturali, senza pregiudizio degli obblighi derivanti dalla cooperazione economica internazionale, fondata sul principio del mutuo interesse, e dal diritto internazionale. In nessun caso un popolo può essere privato dei propri mezzi di sussistenza.”

 

Così si apre il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali[1] adottato nel 1966 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, insieme al Patto internazionale sui diritti civili e politici ed il Protocollo facoltativo. Questi tre strumenti sono entrati in vigore nel 1976.

Anche la Dichiarazione sulla sovranità permanente sulle risorse naturali è di vitale importanza in questo ambito. In particolare, l’articolo 7 afferma che qualsiasi violazione dei diritti dei popoli e delle nazioni alla sovranità sulle loro risorse naturali è contraria allo spirito e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e ostacola lo sviluppo della cooperazione internazionale e il mantenimento della pace.

Nonostante il superamento del colonialismo e la diffusione di un nuovo ordine internazionale basato sul principio dell’uguaglianza sovrana, sono ancora numerosi i casi in cui l’autodeterminazione dei popoli viene limitata. Uno di questi casi è rappresentato dal modello economico estrattivo, nell’ambito del quale i popoli residenti in territori soggetti ad estrazione continuano ad essere economicamente e politicamente subordinati a stati stranieri o a multinazionali.

L’estrazione di risorse naturali provoca non solo la violazione dei diritti umani, ma contribuisce anche a perpetuare la discriminazione razziale, danneggiando particolarmente minoranze etniche, popolazioni indigene e altri gruppi emarginati. 

Intere comunità nei paesi in via di sviluppo sono regolarmente espropriate delle loro terre e dei loro mezzi di sussistenza, sfruttate economicamente ed esposte a inquinamento atmosferico. Le attività estrattive violano numerosi diritti fondamentali, quali il diritto alla vita, il diritto all’eguaglianza e non discriminazione, il diritto alla salute e a un ambiente sano, il diritto alla libertà di parola e di partecipazione ai processi politici, il diritto a delle condizioni di lavoro giuste e favorevoli.

Lo scorso maggio, la relatrice speciale dell’Onu sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza, Tendayi Achiume, ha presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite un rapporto sulle ineguaglianze razziali e la discriminazione risultanti dalle attività estrattive nel mondo[2].

L’esperto delle Nazioni Unite collega l’economia estrattiva alla tradizione discriminatoria del colonialismo. La dominanza nel settore estrattivo dei paesi sviluppati arreca vantaggio a questi ultimi e alle loro multinazionali, danneggiando i paesi sottosviluppati del cosiddetto Sud globale. “Gli Stati potenti e le loro multinazionali emergono come i chiari vincitori (…) la portata dei benefici dell’economia estrattiva è sconcertante. Allo stesso tempo, quei popoli che in passato erano stati colonizzati a causa di false pretese della loro inferiorità razziale, oggi continuano a sostenere il costo più grande dell’economia estrattiva e ad essere subordinati, esclusi e marginalizzati”.[3] A molti popoli viene negata una partecipazione equa allo sviluppo e ai vantaggi economici derivanti dall’estrazione di risorse naturali nei loro territori.

Achiume ha preso atto delle riforme esistenti e dei continui progressi internazionali nell’attuazione dei requisiti di dovuta diligenza, trasparenza e diritti umani da parte di multinazionali, ma ha rilevato che “lo status quo non compie ancora un controllo significativo sulla portata globale delle società estrattive transnazionali”.

La Commissione interamericana dei diritti umani[4], in un rapporto sui diritti dei popoli indigeni e delle persone di discendenza africana[5] citato dall’esperto delle Nazioni Unite, ha documentato la prevalenza di attività estrattive nei territori tradizionalmente abitati da popoli indigeni e persone di discendenza africana. Seguendo il modello estrattivo, governo ospitante e compagnie private contribuiscono alla distruzione degli ecosistemi, attraverso l’inquinamento dell’acqua (ad es. inquinamento da mercurio e cianuro), esplosioni, emissioni di polvere, deforestazione, la distruzione della biodiversità e della sicurezza alimentare e l’inquinamento del suolo.

Il settore estrattivo minaccia l’esistenza fisica e culturale di questi popoli e, a causa del devastante impatto ambientale, comporta anche gravi conseguenze per la loro salute, causando malattie e a volte la morte. Lo scorso gennaio, il crollo di una diga di proprietà di una società mineraria in Brasile[6], oltre a uccidere centinaia di persone e rilasciare quasi 12 milioni di metri cubi di rifiuti minerari, minaccia ora l’esistenza dei gruppi indigeni in quell’area. Il fiume Paraopeba, la principale fonte di cibo e acqua per il popolo Pataxo, è infatti pieno di fango e detriti tossici[7].

La Commissione ha inoltre evidenziato frequenti violazioni del diritto alla consultazione e al libero, previo e informato consenso in vista dell’implementazione di un progetto estrattivo nella loro regione; si tratta di un diritto sancito dalla Dichiarazione sui Diritti dei Popoli Indigeni[8] adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite durante la sua 62ª sessione a New York nel 2007. Molti progetti sono approvati nonostante siano in pieno contrasto con lo sviluppo dei popoli indigeni e delle persone di discendenza africana.

Le attività estrattive incidono profondamente sull’identità culturale e la libertà religiosa di questi gruppi e talvolta distruggono il tessuto sociale ed economico di intere comunità. Perdendo il controllo delle loro terre a causa di attività estrattive, queste comunità perdono la loro principale fonte di sostentamento. L’estrazione di risorse naturali compromette le tradizionali attività di sussistenza tra cui pesca, caccia e agricoltura, inquinando le acque, introducendo semi transgenici e rilasciando sostanze tossiche.

Si riportano di seguito alcuni degli esempi più significativi inclusi nel rapporto dalla relatrice speciale dell’Onu.

Il metodo diffuso della fratturazione idraulica (fracking) per estrarre petrolio e gas naturale è incredibilmente invasivo e pericoloso per l’ambiente e per la salute. Il fracking porta alla contaminazione delle falde acquifere, dell’aria e del terreno, rilasciando agenti cancerogeni e altamente tossici nonché sostanze radioattive e generando micro-sismi connessi all’attività di fratturazione.

Nel 2008, la compagnia petrolifera Royal Dutch Shell ha provocato due ingenti fuoriuscite di petrolio che si è riversato nelle acque circostanti il villaggio Bodo, in Nigeria[9]. La popolazione locale ha subito conseguenze devastanti, dipendendo dalle risorse alimentari prodotte nella zona colpita dal disastro ambientale.

Anche il fenomeno del land grabbing (letteralmente: “accaparramento della terra”) rende le comunità indigene e afro-discendenti ulteriormente vulnerabili ad abusi e sfruttamenti, violando seriamente i loro diritti fondamentali. Il processo di land grabbing consiste nell’acquisto o locazione (con contratti di lunga durata e canoni irrisori) di grandi estensioni agrarie nei Paesi in via di sviluppo da parte di governi stranieri, imprese multinazionali o soggetti privati ai fini di investimento; questa pratica impedisce alle popolazioni locali di usufruire di vastissime aree di terreno coltivabile, ostacolando lo sviluppo dell’economia locale.

Di fatti, la maggioranza dei prodotti coltivati è esportata all’estero, non portando alcun tipo di vantaggio. Sebbene l’acquisto dei terreni sia a volte volontario, molto spesso le persone vengono forzatamente cacciate dalla loro terra. Ad esempio, in Paraguay, alcune comunità residenti nei pressi di vaste piantagioni di soia, sono state costrette a lasciare la terra a causa dell’utilizzo di sostanze chimiche per trattare i semi. In altri casi, le persone vengono cacciate con violenza, come è avvenuto in Colombia, Guatemala e Honduras.[10]

L’eredità coloniale che caratterizza il modello economico estrattivo espone le comunità indigene e afro-discendenti ad un elevato rischio di abusi e violazione dei loro diritti fondamentali. Stati stranieri e multinazionali limitano costantemente l’autodeterminazione di questi popoli.        

Nelle raccomandazioni finali del suo rapporto, Tendayi Achiume sollecita gli Stati ad abbandonare l’approccio “cieco” che ignora la discriminazione e subordinazione razziale persistente nell’economia estrattiva.

Ad ogni individuo spettano diritti e libertà fondamentali senza distinzione alcuna; i principi di uguaglianza e non discriminazione sono codificati in tutti i trattati fondamentali sui diritti umani e riconosciuti come parte del diritto internazionale consuetudinario.

Il divieto di discriminazione razziale impone agli Stati obblighi immediati ed assoluti per i quali non è consentita alcuna deroga, neanche in stato di emergenza ed ha come obiettivo il raggiungimento di un’uguaglianza sostanziale e non meramente formale.

Per questo motivo, la relatrice speciale conclude il rapporto invitando gli stati a prendere in seria considerazione gli obblighi di uguaglianza e di non discriminazione sanciti nel quadro internazionale dei diritti umani e metterli al centro della riforma, regolamentazione e valutazione del modello economico estrattivo.


Note

[1]https://www.unric.org/html/italian/humanrights/patti1b.html

[2] https://www.ohchr.org/Documents/Issues/Racism/SR/A_HRC_41_54.pdf

[3] Ibid pag. 12

[4] Organo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) con sede a Washington D.C., creata nel 1959 allo scopo di promuovere il rispetto dei diritti umani in tutti gli Stati membri e di servire come organo consultivo dell’Organizzazione.

[5] www.oas.org/en/iachr/reports/pdfs/ExtractiveIndustries2016.pdf

[6]http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2019/01/31/news/brasile_diga_di_brumadinho_un_disastro_che_si_poteva_evitare-4276134/

[7] https://www.aljazeera.com/news/2019/02/brazil-pataxo-depended-river-turned-mud-190212165216265.html

[8] https://www.un.org/development/desa/indigenouspeoples/wp-content/uploads/sites/19/2018/11/UNDRIP_E_web.pdf

[9] https://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2011/11/10/news/nigeria_amnesty_intenational-24790127/

[10] https://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/file_attachments/bp-land-power-inequality-latin-america-301116-en.pdf


Foto Copertina: A Pataxo indigenous woman performs in front of police during the Indigenous Peoples Ritual March outside the National Congress in Brasilia, Brazil, April 27, 2017. (AP Photo/Eraldo Peres)


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Teresa De Vivo

Teresa De Vivo si è laureata in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli ed ha successivamente conseguito un master di II livello in Affari Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma con una tesi sul collegamento tra la corruzione e il traffico di esseri umani.
Appassionata di diritti umani, da sempre si spende in favore della loro promozione e difesa.
Attualmente riveste il ruolo di Coordinatrice di progetto presso Womenpreneur, un’organizzazione no profit che si occupa di women empowerment.

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