Il sogno recondito di Erdoğan: un esercito dell’islam

Il sogno recondito di Erdoğan: un esercito dell’islam

Mentre negli Stati Uniti si studia come dar luogo alla cosiddetta Nato araba, il nuovo stato profondo turco avanza la proposta di creare un esercito dell’islam per riequilibrare i rapporti di forza con l’Occidente.


I rapporti tra Turchia, Unione Europea e Stati Uniti non sono mai stati così tesi come dal dopo-golpe del luglio 2016. Oggi, Ankara ha cessato di essere un partner strategico per il blocco occidentale e rappresenta piuttosto un rivale geopolitico in divenire.

I tre giganti delle relazioni internazionali continuano ad essere alleati, almeno sulla carta, in quanto legati da forti rapporti economici e commerciali, oltre che soprattutto militari, per via della comune appartenenza alla Nato, ma si tratta di un’alleanza sempre più fragile, le cui crepe sono sempre più evidenti e profonde.

La Turchia può fare a meno della Nato, ma quest’ultima non può fare a meno della Turchia e, di questo, Erdoğan ne è a conoscenza. I motivi che rendono la Nato dipendente dal paese sono esclusivamente connessi alla sua rilevanza geostrategica nello scacchiere eurasiatico: ponte tra Europa e Medio Oriente, incardinata tra mar Mediterraneo e mar Nero, e prossimità ai teatri più importanti della regione, ossia Russia e Caucaso, Turkestan, Iran, Israele, penisola arabica.

Lo stato profondo turco, storicamente vicino agli interessi euroamericani, difensore dei valori della rivoluzione kemalista e primariamente rappresentato dalle forze armate, custodi della costituzione e dell’unità nazionale, è stato annichilito attraverso cicliche ondate di epurazioni, partendo dall’indagine Ergenekon sino alle maxi-purghe del dopo-golpe, e questo ha permesso ad Erdoğan di circondarsi di persone di fiducia guidate da una comune ambizione: riportare la Turchia ai fasti dell’epoca ottomana.

Ed è proprio quel che sta accadendo, a partire dal versante religioso. Il processo di secolarizzazione ed occidentalizzazione è stato invertito ormai da anni ed il paese si è lentamente ritagliato un ruolo di prestigio all’interno del mondo islamico attraverso la realizzazione di mega-moschee in tutto il mondo, mezzi di diffusione di un sunnismo particolarmente conservatore, e la costruzione dell’immagine di protettore dell’umma (la comunità islamica, ndr) dall’imperialismo occidentale e sionista.

L’appoggio turco alla causa palestinese è da inquadrarsi in questo contesto: l’ormai non più nascosto asse Tel Aviv-Riyad ha contribuito largamente a screditare la famiglia reale saudita agli occhi della maggioranza dei musulmani di tutto il mondo, ed Ankara ne sta approfittando per porsi come legittimo difensore dei correligiosi oppressi.

Stando a quanto emerso da numerosi sondaggi d’opinione condotti negli ultimi anni da diversi enti, occidentali e non, la strategia turca a base di nazionalismo religioso e panarabismo starebbe funzionando: Erdoğan sembra essere infatti il leader più apprezzato dai musulmani di tutto il globo – un contributo significativo a tale apprezzamento sarebbe legato principalmente alla sua decisione di rivaleggiare Israele, Stati Uniti ed Unione Europea[1][2][3][4].   

Il prossimo obiettivo della Turchia sembra essere piuttosto chiaro: riequilibrare la divisione del potere nelle relazioni internazionali in favore del mondo islamico, anche se ciò dovesse comportare uno scontro frontale con i propri storici alleati della Nato, attraverso la costituzione di un esercito formato da militari provenienti dai paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC).

La proposta è stata lanciata lo scorso anno da SADAT, una compagnia militare privata e think tank fondata nel 2012 da Adnan Tanriverdi, un generale in pensione allontanato nel 1996 dall’esercito per via delle sue posizioni islamiste, che è attualmente consulente per gli affari militari di Erdoğan[5].

L’influenza di questo think tank è così forte da essere stato ribattezzato l’ ”esercito ombra di Erdoğan”: la sua presenza è stata segnalata in Siria, dove avrebbe aiutato direttamente (con uomini) e indirettamente (con campi d’addestramento) l’esercito siriano libero, in Palestina, dove contrabbanderebbe armi con Hamas, ed in Germania, dove condurrebbe operazioni segrete e di spionaggio in combutta con bande come “Germania ottomana” [6] [7] [8].  

Sadat propone di trasformare la Turchia nel paese-guida della civiltà islamica, sfruttando l’attuale frammentazione e carenza di reali pretendenti al ruolo e il comune risentimento diffuso nei confronti dell’Occidente e di Israele, unendo le forze armate dei 57 paesi membri dell’OIC.

Se ciò avvenisse, sarebbe possibile costituire il più imponente esercito del pianeta: 5 milioni e 206mila soldati all’attivo, contro i circa 160mila di Israele. Numeri a parte, Sadat ha anche realizzato un’analisi di scenario nella quale si prevede l’invasione di Israele attraverso un gigantesco attacco congiunto di forze terrestri, aeree e marittime su ogni fronte, pronosticando una celere vittoria, nell’arco di una settimana, seguita da un conseguente ribilanciamento di potere nell’arena internazionale a detrimento dell’asse Ue-Usa e in favore della comunità islamica turco-guidata.

Il piano è tanto ambizioso quanto di difficile realizzazione, per via del palese allineamento filo-occidentale, e quindi filoisraeliano, di diversi paesi a maggioranza islamica, in primis Marocco, Egitto e la galassia petromonarchica ruotante attorno all’Arabia Saudita – che insieme rappresentano anche le principali potenze regionali, dal punto di vista economico e militare[9] [10] [11] [12].   

L’amministrazione Trump, al di là dell’apparente disimpegno nel Grande Medio Oriente, sta approfondendo la propria espansione in chiave anti-iraniana, ed in esteso antiturca, facendo pressione per la realizzazione di un contro-piano altrettanto ambizioso: la Middle East Strategic Alliance (MESA), volgarmente nota come la “Nato araba”, poiché modellata sulla stessa struttura[13].

Il progetto di Erdoğan è sinora in stallo, avendo ricevuto soltanto il beneplacito della Malesia, sebbene i rapporti con l’Iran e la Siria siano migliorati significativamente, soprattutto per via dell’intermediazione russa, e la diplomazia segreta abbia lavorato egregiamente per avvicinare Qatar, Somalia e Sud Sudan all’orbita turca in chiave antisaudita ed anti-egiziana[14][15][16][17].  

La preoccupazione di Stati Uniti e Israele per l’espansionismo turco è grande, ed il progetto di Sadat è considerato molto più di un semplice richiamo all’unità islamica di remota realizzazione: i servizi segreti israeliani da tempo monitorano l’entourage vicino a Tanriverdi, come dimostrato dall’arresto di Cemil Tekeli, un accademico turco molto vicino al leader di Sadat, avvenuto a gennaio dello scorso anno, con l’accusa di aiutare Hamas, e nel contesto di un ridimensionamento delle ambizioni di potere turche dovrebbe inquadrarsi anche il conflitto sotterraneo tra Erdoğan e Trump, recentemente sfociato in una mini-guerra commerciale[18].

Conclusioni

La Turchia continua ad essere teoricamente un partner strategico della comunità euroatlantica, ma la guerra civile siriana e il tentato colpo di stato hanno determinato una rottura dei rapporti difficilmente reversibile, alimentando il riallineamento di Ankara verso Russia e Iran. È comunque altamente improbabile una fuoriuscita definitiva del paese dalla galassia occidentale.

L’apertura di Marocco, Egitto e Arabia Saudita verso Israele ha contribuito a screditare questi paesi agli occhi di larga parte dell’opinione pubblica islamica mondiale, permettendo a Turchia e Iran di porsi come legittimi aspiranti alla guida dell’umma.

La Turchia, in particolare, attraverso un intenso e meticoloso lavoro diplomatico sta espandendo la propria influenza nei Balcani, in Medio oriente e nell’Africa nera a maggioranza islamica, utilizzando la sempreverde questione palestinese, quasi abbandonata dall’agenda saudita di Mohammad bin Salman, come parte di una strategia espansionistica di lungo termine mirante all’egemonia sul mondo islamico.

L’influenza di Sadat è aumentata esponenzialmente dalla sua fondazione ad oggi, specialmente a partire dal dopo-golpe, e può essere considerato un vero e proprio apparato paramilitare al servizio di un nuovo stato profondo, privo di elementi kemalisti e acquiescente all’agenda di politica interna ed estera del Partito della Giustizia e dello Sviluppo.

Sullo sfondo di questi eventi, soprattutto l’iniziativa dell’esercito dell’islam, si rende necessaria la riesumazione del pensiero di Necmettin Erbakan, primo ministro turco dal 1996 al 1997, allontanato dalle forze armate per via dei suoi propositi islamisti, considerato una delle persone che più hanno influenzato gli ideali di Erdoğan.[19]

Erbakan ambiva a far ritornare il paese alle sue radici islamiche, attraverso l’annichilimento dell’influenza del kemalismo nella società e nella politica, e accusava l’Occidente e Israele di danneggiare l’integrità dell’identità turca, essenzialmente plasmata dall’islam, dal passato imperiale ottomano e dalla contrapposizione plurisecolare con la civiltà europea, auspicando che il paese assumesse un ruolo di maggior rilievo nello scacchiere mondiale.

Erbakan è morto, ma il suo progetto di rifondare la Turchia continua ad esistere, ed Erdoğan sta tentando di realizzarlo.


Note

[1]  Nigerian daily rates Erdogan Muslim personality of 2018, AA, 22/12/2018

[2] Why the Arabs like Erdoğan, Middle East Monitor, 04/07/2018

[3] Yildirim, A., Erdoğan’s Persistent Popularity, Carnegie, 13/06/2018

[4]  Erdoğan most popular leader in the region: Pew poll, Yeni Safak, 12/12/2017

[5] Turkish Newspaper Close To President Erdoğan Calls To Form Joint Islamic Army To Fight Israel, MEMRI, 07/03/2018

[6] Spyer, J. Erdoğan’s shadow army: the influence of Sadat, Turkey’s private defense group, The Jerusalem Post, 16/04/2018

[7] Ex ufficiale della NATO: Erdoğan ha cellule dormienti in Germania, Rete Kurdistan, 24/11/2018

[8] Lanzara, G. Turchia: teoria e pratica di un colpo di stato, Analisi Difesa, 25/09/2018

[9]  The open secret of Israeli-Moroccan business is growing, Middle East Eye, 05/11/2018

[10] Israel, Saudi Arabia & Egypt wanted US to bomb Iran before nuclear deal, Russia Today, 29/11/2017

[11] Egypt hosts Arab war games, in possible nod to growing anti-Iran alliance, Times of Israel, 02/11/2018

[12] The New Arab–Israeli Alliance, World Affairs

[13] Trump’s Project of a Middle East Strategic Alliance (MESA), An “Arab NATO-like Alliance” to Confront Iran, Global Research, 07/11/2018

[14] Turkish Newspaper Close To President Erdoğan Calls To Form Joint Islamic Army To Fight Israel, MEMRI, 07/03/2018

[15] Turkish military base in Somalia: Risks and opportunities, Arab News, 17/08/2017

[16] Turkey sends more troops to Qatar, Al Jazeera, 27/12/2017

[17] Turkey’s relationship with Sudan is making waves in the Red Sea region, TRT World, 27/11/2018

[18] Zilun, Y. Turkish law lecturer aided Hamas, deported from Israel, Ynet, 12/02/2018

[19] Erbakan’s legacy, The Economist, 03/03/2011


Copertina:Muslim leaders gather in Istanbul at OIC summit for Palestine. Fonte DailyNews


Scarica PDF

Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

Vedi tutti gli articoli
Vai alla barra degli strumenti