Esiste ancora la Françafrique?

Esiste ancora la Françafrique?

L’espressione Françafrique è stata coniata nel 1955[1] per indicare le relazioni privilegiate e informali, spesso votate alla corruzione e al clientelismo, che la Francia cominciò a intessere con gli Stati sub-sahariani (quelli dell’Africa Occidentale Francese e dell’Africa Equatoriale Francese, esclusi quindi Marocco, Algeria e Tunisia) in precedenza appartenenti al suo impero coloniale.


Il termine è stato utilizzato di frequente per criticare la politica estera francese in Africa e denunciarne l’attitudine neo-coloniale[2]. Al di là delle accuse retoriche, bisogna fare chiarezza sul ruolo che l’Esagono oggi esercita effettivamente in quel quadrante geopolitico. Chiunque sieda all’Eliseo non può ignorare la profezia di Mitterrand del 1957 (“senza l’Africa, la Francia non avrà alcuna storia nel XXI secolo”), come tiene bene in mente anche Macron. Esistono, infatti, degli aspetti sia di hard che di soft power[3] che testimoniano della perdurante presenza francese, come se nulla fosse cambiato dall’epoca di Jacques Foccart, il segretario per gli affari coloniali soprannominato a posta Monsieur Afrique [4].

Tuttavia, dalle dinamiche inerenti alla politica internazionale si deduce che la Francia non è più l’unico attore egemonico[5] dell’area per almeno tre ragioni principali: la diminuzione delle risorse economiche francesi destinate al mantenimento della grandeur internazionale; l’ascesa di altri attori geopolitici esterni interessati a questa regione (soprattutto la Cina, ma anche Stati Uniti e paesi europei); la volontà di defilarsi gradualmente dalle sue ex colonie e di intervenire solo in occasione di crisi molto gravi. Quest’ultimo punto è di cruciale importanza: malgrado l’eredità storica e culturale e la consistente sfera di influenza, Parigi non può più permettersi di gestire gli equilibri regionali in totale autonomia: da cui la definizione di “egemonia riluttante”, che ha colto di sorpresa anche molti cittadini africani favorevoli al supporto tradizionale della Francia.

Occorre dunque analizzare la posizione francese facendo ricorso alla definizione degli strumenti tradizionali dell’egemonia (militari, economico-commerciali, culturali) e degli elementi che caratterizzano una potenza regionale: tra questi, si ricordino[6]:

  • la pretesa di leadership in un’area geograficamente e politicamente ben definita, con cui la potenza egemone ha delle connessioni storicamente molto intense;
  • il riconoscimento e la legittimazione di tale influenza preponderante da parte degli Stati della regione;
  • il dispiegamento dei mezzi tradizionali dell’egemonia (eserciti, moneta, risorse linguistiche e culturali);
  • un’influenza effettiva nella governance degli affari regionali, ad esempio nella definizione di un’agenda securitaria comune, di progetti condivisi, di valori e istituzioni rispettati;
  • la rappresentanza della regione nelle organizzazioni globali come le Nazioni Unite.

In che misura la posizione francese coincide con questi assunti teorici ? I recenti sviluppi dimostrano che si può ancora parlare di Françafrique da un punto di vista militare e culturale e che la Francia viene legittimata internazionalmente come un attore che ha molta voce in capitolo nella gestione delle questioni regionali più dirimenti. Eppure, il concetto sta diventando più anacronistico sia per i rapporti economico-commerciali che per l’abbandono del paternalismo francese tipico del passato.

L’ambivalenza tra la volontà di porsi ancora come gendarme del continente e la scelta di tagliare i ponti con questi territori è emersa nel Rapport sur l’Afrique del Senato del 2013, redatto in un momento chiave della politica estera africana. Dalla fine della guerra fredda i francesi hanno optato per un graduale disimpegno militare dall’Africa e per il supporto all’africanizzazione delle truppe e delle missioni (programma RECAMP), come affermato da Lionel Jospin nel 1997 nella celebre dottrina ni-ni ( indifferenza, interventismo)[7]. La soppressione del Ministero per la Cooperazione, dovuta anche alle esigenze di tagliare fondi del budget, si accompagnò alla decisione di ragionare sulle missioni in Africa solo in contesti multilaterali, ricevendo piena legittimazione internazionale.

È quanto successe con Chirac, il cui approccio, a prima vista muscolare, fu avallato dalle istituzioni internazionali come nel caso dell’Operazione Licorne in Costa d’Avorio approvata dalla Risoluzione 1454/2003 del Consiglio di Sicurezza ONU. Lo scenario non è cambiato a dieci anni di distanza, dal momento che le operazioni in Mali e nella Repubblica Centrafricana non sono state frutto di decisioni unilaterali, bensì di negoziati con l’Unione Europea, l’Unione Africana e le Nazioni Unite, in linea con la riforma della politica africana promessa da Hollande[8]. Del resto, l’impegno francese come secuirty provider, nel contrasto alle minacce che potrebbero estendersi fino al Mediterraneo, produce benefici all’intero occidente[9] e viene accettata dai governi e dalle popolazioni locali nella misura in cui contribuisce alla stabilità dell’area[10]. Gli sforzi per una maggiore africanizzazione delle truppe sono stati messi in evidenza nel lancio dell’Operazione Barkhane, che nel 2014 ha sostituito l’Operzione Serval coinvolgendo maggiormente gli Stati del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania, Niger), guidati da una forza francese di 3000 uomini.

Nonostante le promesse di disimpegno, la presenza fisica delle truppe francese rimane ben consolidata (9000 unità schierate nelle otto basi africane, localizzate in posizioni strategiche) e i fondi stanziati annualmente restano cospicui (circa un miliardo l’anno, con il 70% del totale per gli aiuti alla cooperazione militare destinato all’Africa)[11]. Ciò si traduce, tornando alle premesse teoriche, in un’indiscutibile posizione egemonica, evidenziata dalla capacità di schierare rapidamente le truppe sul campo e dai rapporti privilegiati con la maggioranza degli Stati della regione, confermati anche dai trattati bilaterali conclusi negli ultimi dieci anni[12].

3 Il cordone ombelicale franco-africano non è stato reciso nemmeno per quanto riguarda l’eredità culturale e linguistica lasciata ai popoli colonizzati. Nel continente infatti ci sono quasi 100 milioni di persone francofone e 235.000 nativi francesi, mentre più di 2,3 milioni di migranti africani e 100.000 studenti africani risiedono in Francia[13]. L’importanza del capitale umano rappresenta un asset fondamentale per diffondere il soft power nazionale e fare in modo che milioni di africani continuino a parlare francese: obiettivo conseguito grazie alla miriade di istituti di cultura e scuole di lingua diffuse a macchia di leopardo nel continente, così come tramite il canale TV5, trasmesso in più di 10 milioni di case in 48 Stati diversi[14]. Nel contempo, il lato oscuro dell’eredità coloniale sta spingendo molti giovani africani ad allontanarsi dalla cultura francese e a farsi sedurre dal fascino dell’anglosfera[15].

Perché la Francia non sta reagendo al sorpasso della lingua e dello stile di vita angloamericano ? Probabilmente a causa della già citata riluttanza a porsi come attore veramente egemonico nelle sue ex colonie. Al fine di schiarire i cupi ricordi del colonialismo, i politici francesi preferiscono puntare sulle opportunità presenti in altre parti del continente, come dimostra la diffusione del francese in aree tradizionalmente non francofone. La necessità di un nuovo inizio nei rapporti con la tradizionale Françafrique non dovrebbe però tradursi, secondo alcuni ambasciatori africani locali, nella banalizzazione di partenariati storicamente consolidati. Questo sia per l’importanza della francofonia (specialmente nell’abito dell’Organisation International de la Francophonie composta da 77 paesi e di cui la Francia e il perno)[16], sia per la necessità di fare fronte all’aggressiva penetrazione dei paesi del gruppo BRICS, Cina in testa.

4 Parlando di business, si capisce quanto l’influenza francese nell’ex giardino imperiale stia lentamente diminuendo. L’unico elemento che rimanderebbe ad una situazione di egemonia regionale è il Franc CFA, la moneta legata al Tesoro francese che viene tuttora utilizzata in alcuni paesi dell’Africa Occidentale[17] e Centrale[18]. Questa scomoda eredità del colonialismo garantisce alle imprese francesi (alcune delle quali hanno la leadership del settore come Total, Areva, Bouygues e Orange) numerosi vantaggi competitivi rispetto alle concorrenti di altri Stati, tanto che dal 2005 al 2011 la quota degli IDE francesi in Africa sub-sahariana è cresciuta da 6,4 a 23,4 miliardi di euro[19]. Il che delinea uno scenario in cui la presenza francese è ancora indiscutibile, rinforzata anche dai fondi per l’Aide Publique au Développement (APD) di cui l’Africa sub-sahariana è il primo fruitore[20] e continuerà ad esserlo sotto Macron[21].

Ciononostante, le strategie geo-economiche cinesi mettono a repentaglio la supremazia di Parigi. L’affermazione della Cina è stata pianificata  puntando sull’enorme mole di scambi commerciali (198,5 miliardi di dollari nel 2012), sugli IDE (di cui il 15% è stato diretto verso l’Africa tra il 2005 e il 2011) e sulla diaspora di quasi un milione di lavoratori[22]. Le quote di mercato  di Pechino in Africa sono schizzate dal 2% circa degli anni Novanta al 16% del 2011[23] e addirittura nei paesi che usano il Franc CFA ammontano al 17,7% del totale, superando quelle francesi, ferme al 17,2%[24]. Le percentuali francesi sono irrisorie rispetto al passato: le quote di mercato si sono dimezzate dal 2000 (11%) al 2017 (5,5%), facendo perderle il proprio status di primo fornitore europeo del continente, a beneficio della Germania[25]. Se è vero che in alcuni settori il primato francese resta indiscusso (ad esempio nell’aeronautica, 33% delle quote di mercato) e che focalizzarsi su tutto il continente africano è un’azione che va oltre i confini del discorso sulle ex colonie della Françafrique, l’analisi economico-commerciale rileva di una diminuzione significativa dell’influenza della Francia, le cui performance degli ultimi decenni sono state deludenti e poco competitive rispetto ad altri attori globali. L’egemonia militare e culturale, pertanto, non è più sostenuta dalla fitta rete di affari e di scambi che prosperava all’epoca imperiale.

5 La Francia, in conclusione, sta cercando di attuare politiche meno asimmetriche e di lasciarsi alle spalle il passato coloniale, non potendo permettersi progetti egemonici per mancanza di fondi e di volontà politica. Ciò non toglie, d’altro canto, che essa continui a godere di privilegi decennali, di comunanza storica e linguistica e della possibilità di schierare le sue truppe più rapidamente di chiunque altro. Quest’aspetto potrebbe destare le preoccupazioni degli alleati della Francia solo in caso di decisioni unilaterali o controverse (come nel caso dell’intervento in Libia, su cui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte). Ma finché saranno approvate dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni internazionali, le operazioni a guida francese in Africa sub-sahariana continueranno a ricevere una vasta legittimazione, nella misura in cui contribuiranno alla sicurezza e alla stabilità di una regione afflitta da preoccupanti vulnerabilità.


Note:

[1] L’espressione «France-Afrique» è stata usata per la prima volta nel 1955 in senso positivo dal presidente della Costa d’Avorio, Félix Houphouët-Boigny[2], per definire il desiderio di un certo numero di diregenti africani di conservare delle relazioni privilegiate con la Francia, dopo l’accessione dei loro paesi, antiche colonie francesi, all’indipendenza

[2] {Bovcon M., Françafrique and regime theory, in «European Journal of International Relations», 19(1), 5-26}.

[3] {Si veda Nye J., The Powers to Lead: Soft, Hard and Smart Power, Oxford, Oxford University Press, 2008}.

[4] {Bat J.P., Le syndrome Foccart. La politique française en Afrique, de 1959 à nos jours, Gallimard, Paris, 2012}.

[5] {Il concetto di egemonia nella teoria delle Relazioni Internazionali indica l’influenza che una grande potenza esercita su un gruppo di Stati del sistema, che varia sia a livello geografico (globale, regionale), sia a livello di intensità (dalla leadership alla supremazia fino al potere imperiale). Per approfondimenti si rinvia ai manuali italiani Andreatta F. et al., Relazioni Internazionali, Il Mulino, Bologna, 2012, e Diodato E. (a cura di), Relazioni Internazionali. Dalle tradizioni alle sfide, Carocci, Roma, 2013}.

[6] {Nolte D., How to compare regional powers: analytical concepts and research topics, in «Review of International Studies» (2010), 36, 881-901}.

[7] {Y.Gounin, La France en Afrique. Le combat des Anciens et des Modernes, De Boeck Supérieur, Bruxelles, 2009, p.53}.

[8] {P. Melly, V. Darracq, A new way to engage ? French Policy in Africa from Sarkozy to Hollande, Chatham House, May 2013, p. 9}.

[9] {Rapport d’information de J. Lorgeoux et J. Bockel, L’Afrique est notre avenir, fait au nom de la commission des affaires étrangères, de la défense et des forces armées du Sénat, n. 104 (2013-2014), 29 Octobre 2013, p. 256}.

[10] {Secondo un sondaggio di Al Jazeera del 2013  il 96% dei cittadini di Bamako supportava l’intervento francese (http://www.aljazeera.com/indepth/interactive/2013/01/201312113451635182.html)}

[11] {P. Hugon., La politique africaine de la France. Entre relations complexes et complexées, in «La revue géopolitique», 8 Mars 2016}.

[12] {J. F. Guilhaudis., Les accords de défense de deuxième génération entre la France et divers pays africains, in «Paix et sécurité européenne et internationale», n.4, 25 Juillet 2016}.

[13] {H. Védrine et al., Un partenariat pour l’avenir: 15 propositions pour une nouvelle dynamique économique entre l’Afrique et la France, Rapport au ministre de l’économie et des finances, Décembre 2013}.

[14] {Ivi, p. 65}.

[15] { Rapport d’information de J. Lorgeoux et J. Bockel, L’Afrique est notre avenir, op.cit., p. 298}.

[16]{Le cui potenzialità economiche sono state messe in risalto ne rapporto di J. Attali, La francophonie et la francophilie, moteurs de croissance durable, Rapport à François Hollande, 8-2014}.

[17] {In Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo assume il nome di West African CFA Franc }.

[18]{In Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Gabon e Guinea Equatoriale assume il nome di Central African CFA Franc}.

[19] { P. Hugon., La politique africaine de la France, op.cit.}.

[20] {Geographical Distribution of Financial Flows to Developing Countries. Disbursements, Commitments and Country Indicators, OECD, 2016, pp.36-37 (https://data.oecd.org/oda/distribution-of-net-oda.html)}.

[21] {C. Boisbouvier, Emmauel Macron va-t-il achever la Françafrique ?, 7-6-2018, www.jeuneafrique.com}.

[22] {H. Védrine et al., Un partenariat pour l’avenir, op.cit., pp. 46-47}.

[23] { Ivi, p. 46}.

[24] {A. Leboeuf, H. Quénot-Suarez, La politique africaine de la France sous François Hollande. Renouvellement et impensé strategique, in «Insitut Français des Relations Internationales», 20 Novembre 2014}.

[25] {La perdita di quote di mercato francesi in Africa alimenta i profitti di numerosi paesi europei, Cina e India, 9-7-2018, www.coface.it }.

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Ugo Gaudino

Ugo Gaudino

Laureato alla Sapienza in Relazioni Internazionali, ex studente della Scuola Superiore di Studi Avanzati (SSAS), al momento frequento un Master di II livello in "Economia e istituzioni dei paesi islamici" alla Luiss. NEl 2017 ho effettuato un breve soggiorno di studio presso l École normale supérieure di Parigi.
Appassionato di teoria delle relazioni internazionali, di geopolitica e degli studi sulla sicurezza, attualmente concentro le mie ricerche su alcuni paesi dell'area MENA, sulle politiche mediterranee dell'Unione Europea e sulle comunità musulmane in Europa e sul legame tra cambiamenti climatici, migrazioni e sicurezza, .

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