Gli effetti dell’unione monetaria sulla bilancia commerciale italiana: l’Euro ha ridotto l’export italiano?

Gli effetti dell’unione monetaria sulla bilancia commerciale italiana: l’Euro ha ridotto l’export italiano?

L’introduzione della moneta unica rappresenta l’elemento più tangibile dell’UEM, in quanto prevede sia la creazione di appositi enti, sia l’attribuzione all’UE di nuove competenze. Definito un “gigantesco errore economico”, l’euro è divenuto il bersaglio di critiche provenienti da diversi ambienti accademici.


Introduzione

L’introduzione della moneta unica rappresenta l’elemento più tangibile dell’UEM, in quanto prevede sia la creazione di appositi enti, sia l’attribuzione all’UE di nuove competenze. Definito un “gigantesco errore economico”[1], l’euro è divenuto il bersaglio di critiche provenienti da diversi ambienti accademici. Considerato “la creatura istituzionale più ambiziosa dell’Europa degli anni recenti”[2], l’euro rappresenta il livello più elevato dell’integrazione europea, nonché l’unico caso di unione monetaria attualmente esistente. A vent’anni dalla sua prima comparsa, l’euro non incontra il consenso di cui necessiterebbe; tra le varie critiche mosse alla moneta unica, quella oggetto di analisi ritiene che essa sia la causa del deficit della bilancia commerciale (BC) italiana, riducendo l’export. Tralasciando gli antecedenti storici, si è scelto di iniziare dall’effettiva nascita dell’unione economica e monetaria (UEM), di descriverne le caratteristiche essenziali e di riportarne critiche e vantaggi. La seconda parte affronta la crisi dell’Eurozona[3], mostrandone le due visioni principali e spiegando il comportamento degli Stati membri in tale contesto; si è scelto poi di prendere in considerazione il caso italiano, focalizzandosi sulle diverse modalità di riduzione del deficit pubblico e tralasciando la crisi del debito sovrano. Nell’ultima parte sono riportate tre argomentazioni che spiegano che il deficit della BC italiana dipende da fattori indipendenti dall’euro. 

Nascita dell’unione economica e monetaria

La nascita dell’UEM risponde all’esigenza di completare la realizzazione del mercato unico[4], attraverso l’introduzione di una moneta unica, l’attuazione di una politica monetaria comune ed il coordinamento delle politiche economiche[5]. Il termine utilizzato è solo parzialmente corretto, in quanto, per quanto concerne la politica economica, gli Stati conservano la loro sovranità[6].

Il Trattato di Maastricht ha sancito la nascita dell’UEM, l’istituzione del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE), nonché i parametri di Maastricht; essi rappresentano i requisiti economici e finanziari che gli Stati membri devono soddisfare per entrare nella fase finale dell’UEM e sono:

  • Stabilità dei prezzi, intendendo con essa un tasso di inflazione non superiore dell’1,5% rispetto a quello dei tre paesi più virtuosi, ossia Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi;
  • Sostenibilità della finanza pubblica, intendendo con essa un rapporto deficit PIL non superiore al 3% e un rapporto debito pubblico PIL non superiore al 60%;
  • Partecipazione per almeno due anni al meccanismo di cambio previsto dal Sistema monetario europeo (SME);
  • Livelli di tassi di interesse a lungo termine non superiori del 2% rispetto alla media dei tassi di interesse dei tre paesi virtuosi[7].

L’unione economica e monetaria prende ufficialmente inizio il 1o gennaio 1999, con la nascita del SEBC e della BCE e con l’emissione di titoli del debito pubblico in euro; occorre ricordare che in tale data solo Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna introdussero trionfalmente l’euro[8].

L’UEM è il risultato di un processo articolato che ha comportato la graduale cessione di sovranità monetaria degli Stati membri e una serie di interventi di natura politica e tecnica[9].

L’unione economica non può considerarsi completa, in quanto le scelte relative all’economia reale sono state conservate alla responsabilità degli Stati membri[10]; al riguardo, ai sensi dell’art. 5, par. 1 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), “Gli Stati membri coordinano le loro politiche economiche nell’ambito dell’Unione. […]”, il che annovera la politica economica tra le materie di competenza di coordinamento[11].

La realizzazione dell’unione monetaria è avvenuta mediante tre fasi:

  • Nel 1990 viene completata la liberalizzazione dei movimenti di capitali[12] e rafforzata la cooperazione tra le banche centrali.
  • A partire dal 1994 gli Stati membri si impegnano a convergere le rispettive economie sulla base dei parametri di Maastricht.
  • L’ultima fase inizia nel 1999 e si articola in tre graduali momenti; l’euro è stato prima utilizzato per i soli pagamenti non numerari, poi affiancato alle valute nazionali e solo a partire dal 1o luglio 2002 ha sostituito queste ultime, divenendo l’unica valuta ad avere corso legale in tutti gli Stati membri dell’Eurozona[13].

L’unione monetaria ha comportato la nascita di due enti indipendenti, ossia il SEBC e la BCE, i quali sono responsabili della politica monetaria degli Stati membri che hanno adottato l’euro; al riguardo, ai sensi dell’art. 3, par. 1, let. c TFUE, “L’Unione Europea ha competenza esclusiva […]” in materia di “politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro;”, il che ha significato il trasferimento di sovranità monetaria dagli Stati all’UE[14].

I Trattati individuano all’art. 127, par. 1 TFUE tra i principali obiettivi “[…] il mantenimento della stabilità dei prezzi […]”.

Critiche all’unione economica e monetaria

Già prima della nascita dell’UEM, è stata sottolineata la difficoltà di adottare un’unica politica   monetaria, allorquando diverse regioni, e diversi gruppi all’interno delle stesse, si trovano in condizioni differenti a livello macroeconomico, ossia differenti tassi di crescita e di inflazione[15].

Rileva inoltre l’asimmetria e l’incompletezza dell’intera UEM, in quanto si assiste da un lato a diversi livelli di integrazione, dall’altro all’assenza di un bilancio federale e di un’integrazione effettiva delle politiche di bilancio[16]; ne consegue la difficoltà nel completamento dell’UEM. Tuttavia, occorre ricordare che sono gli Stati membri a guidare tale processo, i quali hanno preferito conservare la loro competenza in materia di politica economica.

L’economista britannico Mervyn Allister King avanza una critica basata sulla cessione di sovranità monetaria e sull’esistenza di diversi tassi di inflazione, il che costituisce un ostacolo all’obiettivo della stabilità dei prezzi[17].

Le avversità in merito alla cessione di sovranità monetaria incontrano significative obiezioni; nel caso italiano, è pacifico ritenere che quando c’era la lira, la sovranità era già più formale che sostanziale, risentendo la valuta italiana della forza del marco tedesco[18]. Restando in ambito accademico, il premio Nobel per l’economia Joseph Eugene Stiglitz prospetta due scenari per l’UEM: una crisi politica ed economica ovvero un cammino verso una dimensione federale dell’Eurozona [19]. Nonostante il fascino della prospettiva federale, “l’ostacolo all’unione politica è la riluttanza a perdere sovranità”[20]. In un contesto come quello dell’UE, in cui merci, persone, servizi e capitali possono circolare liberamente, non si può prescindere dall’esistenza di una moneta unica, la quale rappresenta un forte vantaggio, in quanto da un lato elimina i costi di transazione e le incertezze sui tassi di cambio, dall’altro rende neutrale la moneta, impedendo agli Stati membri di effettuare una sleale concorrenza mediante strumenti monetari[21].

Crisi dell’Eurozona

Una delle maggiori sfide concerne il lungo periodo di crisi iniziato nel 2008 e non ancora conclusosi, durante il quale l’Europa ha dovuto affrontare contemporaneamente tre crisi:

  • Finanziaria (2008/09),
  • Della BP (2010/17),
  • Fiscale (2010/2018)[22].

Rilevano due visioni, non mutualmente escludibili, che spiegano la crisi dell’Eurozona:

  • La prima attribuisce il lungo periodo di crisi alla mancanza di disciplina fiscale dei paesi appartenenti alla periferia dell’euro[23], in quanto incapaci di attuare le politiche in materia di liberalizzazione del mercato del lavoro e dei servizi;
  • La seconda ritiene che la crisi sia una conseguenza degli squilibri esterni macroeconomici presenti nell’Eurozona, intendendo con essi le disparità di bilancio tra gli Stati membri del nord e del sud.[24]

La spiegazione fin’ora accreditata è stata la prima, la quale ha portato all’adozione di misure di austerità[25]; al riguardo, gli Stati membri hanno espresso posizioni diverse: se i paesi in difficoltà hanno giudicato dannose tali misure, chiedendo reciproci strumenti di aggiustamento, quelli economicamente più solidi hanno insistito su interventi a livello nazionale[26].

L’imposizione di misure di austerità ha avuto un impatto negativo sull’opinione pubblica, facendo implementare i livelli di euroscetticismo, a cui si aggiunge l’emersione di partiti populisti e antisistema[27].

A partire dalla crisi greca scoppiata nel 2010, la crisi dell’Eurozona appare maggiormente inquadrabile nella seconda visione, il che individua come causa principale gli squilibri di bilancio tra il nord e il sud dell’Europa; due sono i motivi che avvalorano tale spiegazione:

  • In un’unione monetaria, la politica monetaria può stabilizzare solo shock a livello aggregato, laddove a livello individuale occorre l’intervento della politica fiscale, cosicché l’assenza di un’unione fiscale espone l’unione monetaria a continue disparità economiche regionali;
  • Gli attacchi speculativi non possono essere controllati se rivolti a singoli membri dell’unione monetaria[28].

Sebbene le due visioni spieghino la crisi, la prima da sola non è sufficiente. Sono dunque le differenze tra i bilanci in surplus degli Stati membri del nord e quelli in deficit degli Stati membri del sud a fornire un’adeguata spiegazione della crisi; tale disparità macroeconomica dipende a sua volta da diversi livelli di competitività e di tassi di crescita[29].

La teoria intergovernativa liberale[30] fornisce una spiegazione delle risposte alla crisi, individuando i fattori su cui gli Stati membri costruiscono le proprie posizioni, ossia:

  • Interessi economici,
  • Situazione fiscale,
  • Implementazione del benessere nazionale,
  • Interdipendenza positiva o negativa[31].

Allo scopo di risolvere la crisi, sono state intavolate trattative intergovernative, in cui sono emersi sia interessi convergenti riguardanti la necessità di preservare l’euro, sia diverse preferenze sulle modalità e sulla distribuzione dei costi di aggiustamento[32]; tali negoziati risultano ancora complessi e asimmetrici, poiché da un lato la soluzione alla crisi si è mostrata difficile dato il contesto peculiare dell’unione monetaria, dall’altro essi risentono del diverso peso negoziale degli Stati membri: se i paesi economicamente solidi guidano le trattative, quelli deboli risentono delle pressioni finalizzate all’adozione di riforme strutturali[33].

Temendo un contagio, gli Stati membri hanno manifestato una generale preferenza circa la necessità di salvare l’euro basata sulla percezione di interdipendenza, nonostante la presenza di posizioni differenti sugli oneri, i quali fin’ora sono ricaduti sui paesi economicamente deboli[34]. 

Crisi della bilancia dei pagamenti in Italia

La bilancia dei pagamenti (BP) è la rendicontazione dei pagamenti in entrata e in uscita dal Paese, dovendo essere per definizione in equilibrio, ossia in pareggio di bilancio; la BP è composta dalla BC – esportazioni al netto delle importazioni – e dal conto capitale – afflussi di capitale al netto dei deflussi[35].

Si parla di crisi di bilancio allorquando un paese importa più merci e capitali di quanti ne esporta: è questo il caso dell’Italia, paese in cui tale crisi riflette sia anni di politiche economiche inadeguate, sia sfavorevoli congiunture internazionali[36].

Allo scopo di sanare il deficit, i policy makers hanno a disposizione diverse scelte:

  • Aggiustamento esterno, ossia svalutazione della moneta nazionale;
  • Aggiustamento interno, ossia attuazione di misure di austerità e di riforme strutturali;
  • Finanziamento esterno del deficit da parte di Stati membri in surplus o di organizzazioni internazionali[37].

Essendo onerosi i primi due strumenti, la scelta ricade quasi sempre sul finanziamento del deficit, il quale non rappresenta una soluzione definitiva agli squilibri di bilancio, sottolineando la vulnerabilità dei paesi che come l’Italia presentano un deficit pubblico[38].

La risposta dell’Eurozona alla crisi di bilancio è inusuale, in quanto si configura come una combinazione tra aggiustamento interno e finanziamento, avendo optato per un finanziamento temporaneo e per una politica monetaria espansiva e imponendo misure di austerità; in Italia l’efficacia di tali interventi dipende dalla riduzione del deficit e dalla crescita economica[39].

La scelta dell’Eurozona ha dunque escluso l’aggiustamento esterno, in quanto, modificando l’attuale forma dell’euro, avrebbe comportato enormi costi[40].

L’euro come causa della riduzione delle esportazioni italiane?

L’euro è al centro di diverse critiche, tra cui quella di avere un impatto negativo sui bilanci pubblici, causando un deficit difficile da sanare; nello specifico è stata avanzata la tesi secondo cui in Italia la sopravvalutazione dell’euro ha portato a disavanzi delle BC[41].

In realtà, più che di riduzione dell’export è opportuno parlare di bassa crescita, ovvero di diminuzione della competitività delle esportazioni, cui cause sono individuate in fattori indipendenti dall’euro. 

Competitività e produttività

L’Italia è un paese poco competitivo nel commercio internazionale, a cui si aggiunge una scarsa produttività del lavoro, la quale dal 1979 è aumentata solo del 43%, laddove quella tedesca è cresciuta dell’84%[42]; ne consegue un lento e difficoltoso adeguamento alla concorrenza globale, nonché l’impossibilità di implementare la crescita dell’export. Tre sono i fattori da cui si evince tale constatazione:

  • Mancanza di abilità coordinate e innovazioni,
  • Arretratezza dell’alta tecnologia e dei servizi avanzati,
  • Elevato costo del lavoro per unità produttiva[43].

Già prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia ha adottato una strategia di crescita basata sulla domanda aggregata, la quale, oltre ad essere inefficace per la crescita economica, ha impedito l’aumento dell’export[44].

Scarsa competitività e produttività, nonché errate politiche economiche rappresentano alcune delle cause della bassa crescita dell’export italiano; è evidente la necessità di apportare riforme strutturali, in quanto un aumento dell’export può avvenire solo se si diventa più competitivi[45].

Commercio e crisi internazionale

Da non sottovalutare è l’impatto dei fattori esterni, ossia squilibri macroeconomici globali e crisi economica internazionale.

Nel primo caso, essendoci paesi con un continuo surplus di bilancio, automaticamente ce ne sono altri in deficit, in quanto importano più di quanto esportano; è questo il caso dell’Italia, grande importatore di materie prime[46]. La presenza di squilibri macroeconomici è visibile anche all’interno dell’Eurozona, nella misura in cui al deficit di bilancio degli Stati membri del sud corrisponde il surplus di quelli del nord, i quali adottano una strategia di crescita basata sull’export[47]. Per quanto concerne la crisi economica internazionale, in periodi di recessione economica è più difficile ridurre il deficit pubblico, poiché non è possibile ricorrere a una politica di bilancio che stimoli la crescita[48]; inoltre l’export italiano risente fortemente della guerra commerciale tra USA e Cina. L’attuale crisi può essere considerata il riflesso di una crisi globale, data l’incidenza di fattori esterni[49]; tuttavia, tra questi ultimi non configura l’appartenenza all’unione monetaria, la quale rappresenta un elemento di credibilità[50].  

E la svalutazione?

In passato, per risolvere le crisi di bilancio si era soliti ricorrere al meccanismo svalutazione/inflazione, in base al quale la banca centrale svalutava la moneta nazionale, rendendo i prezzi dell’export più vantaggiosi e quelli delle importazioni più onerosi, il che portava sia ad un aumento generale del livello dei prezzi, sia ad un riequilibrio dei bilanci pubblici[51].

Il meccanismo descritto è efficace solo nel breve periodo, laddove nel lungo periodo le conseguenze per il sistema economico sono pericolose. Infatti, in seguito all’aumento dell’inflazione, si ha un aumento dei costi di produzione dovuto all’adeguamento dei salari al livello generale dei prezzi, il che annulla il vantaggio competitivo raggiunto inizialmente; in altri termini, il sistema economico viene a trovarsi in un’analoga situazione a quella iniziale, ma con un tasso di inflazione più elevato[52]. Negli anni ’90, l’Italia utilizzò tale meccanismo allo scopo di aumentare gli investimenti diretti esteri (IDE)[53] in entrata, tuttavia, contrariamente alle aspettative, questi diminuirono a causa di problemi strutturali[54].

Conclusioni

L’euro rappresenta il completamento di un processo iniziato nel 1957 e “checché se ne dica, è stato un successo strepitoso”[55], tuttavia il susseguirsi di diverse crisi ha destabilizzato l’integrazione europea, sia sul piano politico, sia su quello economico. Sebbene siano diversi gli aspetti da perfezionare, non è ammissibile una dissoluzione dell’unione monetaria, in quanto da un lato la moneta unica facilita gli scambi commerciali e il rispetto dei principi di mercato, dall’altro gli Stati membri temono fortemente le conseguenze di un ritorno alla valuta nazionale. Per quanto concerne il caso italiano, un ipotetico ritorno alla lira sarebbe estremamente dannoso, in quanto non solo non aumenterebbe la crescita dell’export, ma isolerebbe l’Italia, rendendola facile preda di attacchi speculativi[56]. La bassa crescita dell’export dipende sia da arretrate dinamiche interne, sia da una sfavorevole congiuntura internazionale, cosicché è necessaria l’attuazione di riforme strutturali, il che significa misure per aumentare la competitività nel marcato delle merci, del lavoro e dei capitali[57].


BIBLIOGRAFIA

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Sapir J., Le fondamenta perverse dell’Unione monetaria europea: uso e abuso della teoria economica, traduzione a cura di Russo M., Voci dall’estero, 3 aprile 2018.

Schimmelfennig F., Liberal intergovernmentalism and the euro area crisisJournal of European Public Policy, 22:2, 177-195, 8 gennaio 2015.

Tesauro G., Diritto dell’Unione Europea, CEDAM, Padova, 2012.


Note

[1] Sapir J., Le fondamenta perverse dell’Unione monetaria europea: uso e abuso della teoria economica, traduzione a cura di Russo M., Voci dall’estero, 3 aprile 2018.

[2] Sapir J., Le fondamenta perverse dell’Unione monetaria europea: uso e abuso della teoria economica, traduzione a cura di Russo M., Voci dall’estero, 3 aprile 2018.

[3] Per Eurozona si intende l’insieme degli Stati membri cui valuta ufficiale è l’euro.

[4] Si definisce Mercato europeo comune (MEC) il luogo geografico in cui i quattro fattori della produzione godono della libera circolazione.

[5] Santaniello R., Capire l’Unione Europea. Politica, diritto, economia, Il Mulino, Bologna, 2016.

[6] Tesauro G., Diritto dell’Unione Europea, CEDAM, Padova, 2012.

[7] Santaniello R., Capire l’Unione Europea. Politica, diritto, economia, Il Mulino, Bologna, 2016.

[8] Frieden J., Walter S., Understanding the Political Economy of the Eurozone Crisis, Annual Review of Political Science 20:371-390, 2017.

[9] Santaniello R., Capire l’Unione Europea. Politica, diritto, economia, Il Mulino, Bologna, 2016.

[10] Tesauro G., Diritto dell’Unione Europea, CEDAM, Padova, 2012.

[11] Nelle materie di competenza di coordinamento, l’UE svolge un ruolo sussidiario, adottando atti non vincolanti.

[12] La liberalizzazione dei movimenti di capitali è stata realizzata con l’entrata in vigore il 1o luglio 1990 della direttiva 88/361/CEE.

[13] Tesauro G., Diritto dell’Unione Europea, CEDAM, Padova, 2012.

[14] Tesauro G., Diritto dell’Unione Europea, CEDAM, Padova, 2012.

[15] Frieden J., Walter S., Understanding the Political Economy of the Eurozone Crisis, Annual Review of Political Science 20:371-390, 2017.

[16] Sapir J., Le fondamenta perverse dell’Unione monetaria europea: uso e abuso della teoria economica, traduzione a cura di Russo M., Voci dall’estero, 3 aprile 2018.

[17] Sapir J., Le fondamenta perverse dell’Unione monetaria europea: uso e abuso della teoria economica, traduzione a cura di Russo M., Voci dall’estero, 3 aprile 2018.

[18] Redazione ISPI, Fact checking: L’euro 15 anni dopo, ISPI, 15 febbraio 2017.

[19] Sapir J., Le fondamenta perverse dell’Unione monetaria europea: uso e abuso della teoria economica, traduzione a cura di Russo M., Voci dall’estero, 3 aprile 2018.

[20] Bonino E., intervista su LabParlamento, 30 novembre 2018.

https://www.labparlamento.it/thinknet/leuro-aveva-una-governance-imperfetta-dalla-nascita-con-la-tempesta-non-ha-retto-piu-serve-una-federazione-europea-leggera-lintervista-ad-emma-bonino/

[21] Sapir J., Le fondamenta perverse dell’Unione monetaria europea: uso e abuso della teoria economica, traduzione a cura di Russo M., Voci dall’estero, 3 aprile 2018.

[22] Amato V., Global 2.0. Geografie della crisi e del mutamento, Aracne, Roma, 2012.

[23] Con il termine periferia dell’euro si è soliti riferirsi agli Stati membri che hanno maggiormente sofferto la crisi, ossia Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.

[24] Alessandrini P., Fratianni M., Hughes Hallett A., Presbitero A. F., External imbalances and financial fragility in the euro area, Money & Finance Research Group, 8 maggio 2012.

[25] In politica economica l’austerità è una politica di bilancio restrittiva caratterizzata da tagli alla spesa pubblica allo scopo di ridurre il deficit.

[26] Schimmelfennig F., Liberal intergovernmentalism and the euro area crisisJournal of European Public Policy, 22:2, 177-195, 8 gennaio 2015.

[27] Frieden J., Walter S., Understanding the Political Economy of the Eurozone Crisis, Annual Review of Political Science 20:371-390, 2017.

[28]Alessandrini P., Fratianni M., Hughes Hallett A., Presbitero A. F., External imbalances and financial fragility in the euro area, Money & Finance Research Group, 8 maggio 2012.

[29] Alessandrini P., Fratianni M., Hughes Hallett A., Presbitero A. F., External imbalances and financial fragility in the euro area, Money & Finance Research Group, 8 maggio 2012.

[30] L’intergovernamentalismo liberale è una teoria di integrazione formulata da Andrew Moravcsik negli anni ’90, la quale si basa sulla razionalità degli attori statali e sull’interdipendenza internazionale. 

[31] Schimmelfennig F., Liberal intergovernmentalism and the euro area crisisJournal of European Public Policy, 22:2, 177-195, 8 gennaio 2015.

[32] Schimmelfennig F., Liberal intergovernmentalism and the euro area crisisJournal of European Public Policy, 22:2, 177-195, 8 gennaio 2015.

[33] Frieden J., Walter S., Understanding the Political Economy of the Eurozone Crisis, Annual Review of Political Science 20:371-390, 2017.

[34] Schimmelfennig F., Liberal intergovernmentalism and the euro area crisisJournal of European Public Policy, 22:2, 177-195, 8 gennaio 2015.

[35] Mosca, Musella, Macroeconomia: le fondamenta, Giappichelli, Torino, 2011.

[36] Frieden J., Walter S., Understanding the Political Economy of the Eurozone Crisis, Annual Review of Political Science 20:371-390, 2017.

[37] Frieden J., Walter S., Understanding the Political Economy of the Eurozone Crisis, Annual Review of Political Science 20:371-390, 2017.

[38] Frieden J., Walter S., Understanding the Political Economy of the Eurozone Crisis, Annual Review of Political Science 20:371-390, 2017.

[39] Jones E., Italy’s Sovereign Debt Crisis, Survival, 54:1, 83-110, 2012.

[40] Frieden J., Walter S., Understanding the Political Economy of the Eurozone Crisis, Annual Review of Political Science 20:371-390, 2017.

[41] Amato V., Global 2.0. Geografie della crisi e del mutamento, Aracne, Roma, 2012.

[42] Redazione ISPI, Fact checking: L’euro 15 anni dopo, ISPI, 15 febbraio 2017.

[43] Hall P. A., The Economics and Politics of the Euro Crisis, German Politics, 21:4, 355-37, 2012.

[44] Hall P. A., The Economics and Politics of the Euro Crisis, German Politics, 21:4, 355-37, 2012.

[45] Redazione ISPI, Fact checking: L’euro 15 anni dopo, ISPI, 15 febbraio 2017.

[46] Redazione ISPI, Fact checking: L’euro 15 anni dopo, ISPI, 15 febbraio 2017.

[47] Hall P. A., The Economics and Politics of the Euro Crisis, German Politics, 21:4, 355-37, 2012.

[48] Amato V., Global 2.0. Geografie della crisi e del mutamento, Aracne, Roma, 2012.

[49] Hall P. A., The Economics and Politics of the Euro Crisis, German Politics, 21:4, 355-37, 2012.

[50] Redazione ISPI, Fact checking: L’euro 15 anni dopo, ISPI, 15 febbraio 2017.

[51] Amato V., Global 2.0. Geografie della crisi e del mutamento, Aracne, Roma, 2012.

[52] Mosca, Musella, Macroeconomia: le fondamenta, Giappichelli, Torino, 2011.

[53] Si definiscono IDE quegli investimenti effettuati in paesi diversi da quello da cui provengono.

[54] Amato V., Global 2.0. Geografie della crisi e del mutamento, Aracne, Roma, 2012.

[55] Bonino E., intervista su LabParlamento, 30 novembre 2018.

https://www.labparlamento.it/thinknet/leuro-aveva-una-governance-imperfetta-dalla-nascita-con-la-tempesta-non-ha-retto-piu-serve-una-federazione-europea-leggera-lintervista-ad-emma-bonino/

[56] Redazione ISPI, Fact checking: L’euro 15 anni dopo, ISPI, 15 febbraio 2017.

[57] Hall P. A., The Economics and Politics of the Euro Crisis, German Politics, 21:4, 355-37, 2012.


Copertina: lapresse – bce – © ROBERTO MONALDO/LAPRESSE 06-11-2003 FRANCOFORTE ECONOMIA CONSIGLIO DEI GOVERNATORI DELLA BCE NELLA FOTO PARTICOLARI DELL’EUROTOWER, SEDE DELLA BCE


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Giorgia Papallo

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università degli studi di Napoli Federico II, Giorgia Papallo frequenta il primo anno del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum Università di Bologna.
Durante l'a.a. 2017/2018 è stata membro del Consiglio Direttivo dell'associazione MSOI Napoli.
Nel corso degli anni ha maturato un profondo interesse verso la politica, la diplomazia e l'Unione europea, di cui apprezza i valori.

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