Un nuovo premio che riapre vecchie ferite nella ex Jugoslavia.

Un nuovo premio che riapre vecchie ferite nella ex Jugoslavia.

L’Accademia di Svezia ha conferito un doppio Nobel per la letteratura (per il 2018 e il 2019). Tra i premiati c’è lo scrittore austriaco Peter Handke, per anni accanito sostenitore dell’ex presidente serbo Slobodan Milošević. La notizia ha suscitato reazioni di condanna da parte della stampa internazionale, che si interroga sulla legittimità del premio. A distanza di anni, Handke paga le posizioni espresse in passato sul conflitto che ha insanguinato i Balcani negli anni Novanta, il cui ricordo fa ancora troppo male.  



Una cicatrice che sanguina ancora

Slobodan Milošević è un nome che fa ancora male. Divide, suscita reazioni forti. Provoca accese discussioni a distanza di tredici anni dalla sua morte[1]. Un’eredità nefasta condivisa dai grandi dittatori della Storia e a cui l’umanità, anche volendo, non può rinunciare. Se c’è una cosa che la letteratura della memoria nel Novecento ci ha insegnato sia nell’ecatombe nazista che nella folle stagione dei regimi sudamericani[2], è che ricordare fa male. Non importa quanto tempo passi, fa male. Ma è anche l’unico modo per dare voci ai morti, ai vinti, agli innocenti. Un coro vittima di sopraffazione che attraversa le epoche e denuncia, perché non accada mai più. E quando è proprio la letteratura che, suo malgrado, fa male? O meglio, quando dal coro di condanna si leva una voce contraria, che difende e minimizza chi quel dolore l’ha deliberatamente causato, cosa accade? È qui che ritorna il nome di Slobodan Milošević, che riapre vecchie ferite in ricordi che sono ancora troppo freschi per essere dimenticati.

Sono passati quasi venticinque anni dall’Accordo di Dayton[3]. Troppo pochi per cancellare il dolore di una buona parte della popolazione balcanica, che vide cadere sotto gli orrori di una guerra fratricida sogni, speranze e ingenue illusioni. Quelle di una convivenza pacifica tra uguali nel passato, ma diversi nel presente. Un tempo i Paesi coinvolti nelle sanguinose guerre degli anni Novanta erano tutti uniti sotto il vessillo della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia. La morte del maresciallo Tito prima e l’agonia finale dell’Unione sovietica poi, risvegliarono in quell’area sopiti sentimenti nazionalisti. Il primo fattore comportò il venir meno della forza unificatrice che aveva tenuto insieme la Jugoslavia, sopravvissuta alla rottura con Stalin del 1948 e a praticamente tutta la Guerra fredda. Il secondo dimostrò ai popoli assorbiti nella federazione nel 1945 che esisteva la possibilità di riprendersi l’indipendenza perduta. I primi a proclamare quest’ultima nel 1991 furono Slovenia e Croazia a seguito di un referendum popolare. Poteva essere l’inizio di un percorso simile a quello degli ex Stati satelliti dell’URSS. Non fecero i conti con Slobodan Milošević, eletto presidente della Lega dei comunisti serbi nel 1986, anno in cui viene menzionato per la prima volta il Memorandum SANU. Quest’ultimo fu un documento sottoscritto da diversi intellettuali dell’Accademia serba delle arti e delle scienze, nel quale si denunciava uno stato di malessere e insofferenza per la situazione economica e politica del Paese, al punto da proporre una riorganizzazione dei confini interni alla Jugoslavia. Si ritiene che il testo abbia dato il suo contributo alla crescita del nazionalismo serbo, cavalcato da Milošević e i suoi uomini negli anni della guerra[4].

 

Perché il pensiero di Handke suscita reazioni forti

Secondo il premio Nobel per la letteratura del 2019, Milošević altro non sarebbe che una tragica figura vittima di un’enorme ingiustizia. Sembra quasi di leggere La Strega, libro del 1862 dello storico francese Jules Michelet, che trattava allo stesso modo il diavolo. La causa serba (e del suo ex leader) è stata abbracciata sin dagli anni Novanta[5] dal famoso scrittore austriaco (che collaborò alla sceneggiatura de Il cielo sopra Berlino).

Nel novembre 1995 Handke visitò la Serbia, il “paese di coloro che sono abitualmente definiti gli aggressori”, concetto ribadito nel libro che scrisse su questa particolare esperienza. L’uscita nel 1996 (prima come articolo, poi come libro) di A Journey to the Rivers: Justice for Serbia[6] fece fortemente discutere già all’epoca. Nell’estate dello stesso anno Handke si recò di nuovo in Serbia, questa volta visitando anche la Bosnia-Erzegovina e, soprattutto, Srebrenica[7]. Appena dieci anni dopo lo scrittore era presente persino al funerale di Milošević, nel marzo 2006[8].

Nel libro citato lo scrittore austriaco (di madre slovena) accusa apertamente la stampa e le istituzioni internazionali di parzialità nei confronti della Serbia. Una posizione mantenuta anche in occasione dei bombardamenti NATO del 1999 e durante il processo per crimini di guerra a carico di Milošević. Handke fece visita a quest’ultimo in carcere, dove ebbe un colloquio di circa tre ore. Le impressioni dello scrittore verranno pubblicate il 1° luglio 2005 su una rivista di tedesca di letteratura[9]. La conclusione di Handke resta sempre la stessa: la comunità internazionale si è accanita su Milošević portandolo a giudizio di un “tribunale sbagliato”.

L’attribuzione del Nobel ha suscitato dure reazioni, in primis dalle madri di Srebrenica, genocidio ridimensionato da Hendke (e non solo, purtroppo[10]). Hanno espresso condanna al premio anche il Ministero degli Esteri croato[11], l’ambasciatrice del Kosovo negli USA Vlora Çitaku, il primo ministro albanese Edi Rama, il politico e giornalista serbo (sopravvissuto a Srebrenica) Emir Suljagic, il filosofo sloveno Slavoj Žižek,[12] solo per citarne alcuni, restando nell’area balcanica. In altre parole, chi quegli anni di orrore li ha ancora impressi negli occhi, non ha dimenticato. E non perdona[13].

 

“Scontri di civiltà”

La guerra nei Balcani non fu solo un’amenità in termini di violenze e vite spezzate[14]. Fu un conflitto che nei prodomi presentava caratteristiche del tutto peculiari, almeno per quella che doveva essere l’Europa post Seconda guerra mondiale. La scelta di rendere la Jugoslavia una repubblica federale aveva salvaguardato le numerose identità nazionali che la componevano. Di conseguenza, con il disordine politico successivo alla morte di Tito nel 1980, il nazionalismo iniziò a serpeggiare sempre di più. Tra l’altro, come dimostrato tristemente da tutto il XX secolo e persino dai giorni nostri, questa ideologia politica attecchisce facilmente in quei popoli che si sentono “sconfitti” o desiderano una sorta di vendetta. Milošević si fece paladino di questa causa, nella quale confluirono elementi di matrice religiosa, etnica e xenofoba. Il militarismo crescente e la situazione di complessiva fragilità del contesto balcanico in quegli anni gettarono le ex repubbliche jugoslave nel caos.

Brutalità sulla popolazione civile, stupri di massa e il revival della pulizia etnica furono le caratteristiche di questo conflitto. Uno scenario infernale che fornì lo spunto al politologo statunitense Samuel Huntington per parlare di “clash of civilizations”. Il libro omonimo fu pubblicato nel 1996[15], e l’autore sottolinea nella sua celebre tesi come nel Novecento si assista al riemergere delle religioni al posto delle ideologie assolute. In altre parole, come suggeriscono alcuni storici italiani[16], Huntington colse il nocciolo della questione: il bisogno atavico di molti esseri umani di proteggersi da ciò che è diverso, facendo gruppo intorno ad una comune appartenenza. La logica conclusione di tale atteggiamento è un misto di xenofobia e insicurezza che, con una sorta di effetto osmosi, si mischia e si espande legandosi al nazionalismo estremo. Inevitabilmente, si aggiungono elementi etnico-religiosi, che fanno allo stesso tempo da corazza e arma.  A Srebrenica furono uccisi in pochi giorni decine di migliaia di profughi musulmani bosniaci[17].

Nel 1991 si consumò nella città croata di Vukovar un terribile assedio da parte dell’esercito jugoslavo appoggiato da milizie serbe che vide coinvolti principalmente i civili[18]. Ma anni dopo anche la popolazione serba pagò il suo tributo a questa follia collettiva. Perché, come diceva Lev Tolstoj: “Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua al suo posto: allora sì che non ci saranno più guerre[19]. Sangue chiama sangue. Nel 1995 l’esercito croato mise in fuga centinaia di migliaia di serbi che abitavano la Croazia centrale e meridionale. Per questo evento il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha assolto due generali croati nel 2012[20]. Una decisione non bene accolta in Serbia, e che forse aggiunge una parvenza di serietà alle tesi di Handke. Forse.

L’unica certezza è che un’intera generazione di donne, bambini, anziani e giovani speranzosi fu martoriata senza pietà in nome di una “grandezza” sognata che di grande non aveva nulla. I Balcani, storico crogiolo di culture e religioni diverse, divennero una grande polveriera[21], ad uso e consumo di pochi signori della guerra pieni di illusioni. Furono proprio le differenze tra i vari popoli della ex Jugoslavia a fare da combustile, anziché da risorsa.

“Alla fine della guerra abbiamo detto che avremmo lavorato come se avessimo avuto un secolo di pace davanti a noi, ma che ci saremmo preparati come se la guerra potesse irrompere domani”[22], disse Tito. Peccato che la guerra l’avrebbe avuta proprio in casa, e pure in largo anticipo. 


Note

[1] Un esempio: MUJANOVIC J., Why Serb Nationalism Still Inspires Europe’s Far Right. Su balkaninsight.com, 22 marzo 2019.

[2] Molti risvolti di questi terribili eventi sono giunti ai posteri grazie alle coraggiose testimonianze di chi ha visto, ha provato e infine, ha scritto. Non solo le più conosciute opere sull’Olocausto nazista. Si ricordano anche le denunce del giornalista desaparecido Rodolfo Walsh sui misfatti del regime argentino, i toccanti racconti di Luis Sepùlveda sulle torture subite per mano degli uomini di Pinochet e infine i ricordi della scrittrice Edda Fabbri, a lungo imprigionata durante la dittatura in Uruguay.

[3] L’Accordo di Dayton (più precisamente l’Accordo Quadro Generale Per la Pace in Bosnia ed Erzegovina, in inglese: General Framework Agreement for Peace (GFAP)), anche conosciuto come Protocollo di Parigi, fu stipulato tra il 1° ed il 21 novembre 1995 nella base aerea USAF Wright-Patterson di Dayton, Ohio (USA), con il quale ebbe termine la guerra in Bosnia ed Erzegovina.

[4] RUMIZ P., Il Messia mediocre che infiammò la Serbia. Su repubblica.it, 2 aprile 2001.

[5] Una raccolta di informazioni sulla questione è reperibile su http://www.cnj.it/CULTURA/handke.htm

[6] “Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia” nella versione italiana pubblicata da Einaudi.

[7] Lo stesso anno venne pubblicato Summer Postscript to a Winter Journey (“Appendice estiva a un viaggio d’inverno”).

[8] DÉRENS J., Premio Nobel a Peter Handke: tempesta nei Balcani. Su balcanicaucaso.org, 14 ottobre 2019.

[9] DANAS M., Peter Handke difensore di Milošević. Su balcanicaucaso.org, 30 giugno 2005.

[10] Hanno fatto scalpore le dichiarazioni della premier serba Ana Bnabic, reperibili su https://www.dw.com/sr/srbija-daleko-od-suo%C4%8Davanja-s-pro%C5%A1lo%C5%A1%C4%87u/a-46322349

[11] GIANTIN S., Anche la Croazia scende in campo contro il Nobel a Peter Handke. Su ilpiccolo.gelocal.it, 14 ottobre 2019.

[12] DI DONFRANCESCO G., Tutti contro il Nobel a Peter Handke. Su repubblica.it, 11 ottobre 2019.

[13] Ci sono state però anche posizioni favorevoli. Ad esempio, il sindaco di Belgrado Zoran Radojicic si è congratulato con Handke (come riporta il Post: https://www.ilpost.it/2019/10/12/critiche-nobel-peter-handke-serbia/).

[14] Nel giugno 2013 fu pubblicato un interessante report IOM (International Organization for Migration) sui danni legati alla guerra dal titolo Reparations for Wartime Victims in the Former Yugoslavia: In Search of the Way Forward.

[15] Il titolo completo è The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order. Simon & Schuster, 1996. La tesi però fu pubblicata per la prima volta nel 1993 in un articolo della rivista Foreign Affairs.

[16] DETTI T., GOZZINI G., L’età del disordine: Storia del mondo attuale 1968-2017. Laterza, 2018, pag. 135-136.

[17] Report di Amnesty International “Abbiamo bisogno di sostegno, non di pietà”. 2017.

[18] PARTOS G., Vukovar massacre: What happened. Su news.bbc.co.uk, 13 giugno 2003.

[19] Dal suo capolavoro Guerra e pace (1869).

[20]DHUMIERES M., In the search for justice in the former Yugoslavia, are we ignoring the Serbian victims of war crimes? Su independent.co.uk, 17 dicembre 2012.

[21] SPERELLI G., La polveriera balcanica. Su fondazionedegasperi.org, 28 settembre 2016.

[22] PIRJEVEC J., Tito and his comrades. The University of Wisconsin press. 2018, pag.449.


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Mario Rafaniello

Mario Rafaniello

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università “Federico II” di Napoli e studente in Relazioni e Organizzazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche “Jean Monnet” dell’Università “Luigi Vanvitelli” di Caserta. Ha svolto uno stage presso l’Associazione Europea di Studi Internazionali di Roma nel gruppo addetto alle newsletter. Durante questa esperienza ha partecipato alle esperienze internazionali di Bruxelles e San Pietroburgo. Successivamente ha preso parte al WMUN in Cina e a uno scambio studentesco presso l’Università “MGIMO” di Mosca. Attualmente è membro della Task force “Hate Speech” di Amnesty e collabora come redattore per MSOIthePost e Mondo Internazionale. Altri contributi sono stati pubblicati da Geopolitica.Info. Come principale interesse si occupa dello spazio post sovietico.

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