Il fenomeno del Land Grabbing e le lacune nella sua regolamentazione

Il fenomeno del Land Grabbing e le lacune nella sua regolamentazione

Il Land Grabbing è un fenomeno particolarmente complesso mosso da interessi politici ed economici che ha importanti ripercussioni nella sfera sociale ed ambientale. Nonostante la sua rilevanza globale, il fenomeno non trova un’adeguata regolamentazione nel diritto internazionale.


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Dagli inizi del XXI secolo, gli investimenti fondiari esteri da parte di imprese multinazionali, governi stranieri o soggetti privati sono aumentati vertiginosamente.

L’occupazione forzata e lo sfruttamento del territorio non sono una novità dell’ultimo millennio; il colonialismo affonda le sue radici nel 1492 con la scoperta dell’America, ma se ne ritrovano alcuni tratti già nella storia dell’antica Grecia e dell’impero romano.

In seguito allo scoppio a livello globale della crisi alimentare e della crisi finanziaria nel 2007-2008, si è diffuso un altro fenomeno con caratteri peculiari e complessi che lo distinguono dal colonialismo: il land grabbing.

Il land grabbing (letteralmente accaparramento della terra) consiste nell’acquisizione su larga scala di terreni fertili in paesi in via di sviluppo da parte di soggetti stranieri. Le terre concesse in locazione per lunghissimi periodi, o addirittura cedute, sono destinate a colture alimentari o alla produzione di biocarburanti.

Il fenomeno ha gravi ripercussioni sull’ambiente e sulle comunità locali coinvolte. Il land grabbing, infatti, provoca un grave degrado ambientale, distruggendo interi ecosistemi attraverso la contaminazione di acqua, suolo e aria. Allo stesso tempo, viola i diritti umani delle popolazioni interessate, costringendole a lasciare la loro terra e impedendo l’accesso alla stessa, sfruttando la loro manodopera a basso costo e negando il loro diritto a ricevere un indennizzo.

I motivi alla base del land grabbing sono molteplici; il principale è senza ombra di dubbio la sicurezza alimentare. Con l’aumento notevole della domanda mondiale di generi alimentari dovuto alla crescita della popolazione e del tasso di urbanizzazione, molti paesi con una grande disponibilità economica, ma privi o con scarse risorse naturali, hanno iniziato ad investire in terreni fertili in paesi stranieri per prevenire la futura carenza di cibo e combattere l’aumento dei prezzi.

Un altro motivo è rappresentato dalla sicurezza energetica. Con la crescente consapevolezza dei cambiamenti climatici, i paesi sviluppati hanno fissato degli obiettivi all’interno delle loro politiche energetiche per limitare le emissioni di C02. La necessità di trovare fonti energetiche alternative a quelle tradizionali è diventata pressante e la domanda di biocarburanti ha conosciuto una brusca impennata. Si tratta di un mercato in espansione che comporta molteplici vantaggi economici sia perché investire sulla produzione propria di fonti alternative elimina i rischi legati ai prezzi volatili delle fonti tradizionali; sia perché il biocarburante rappresenta un’occasione per imporre la propria posizione in mercati relativamente nuovi.

Per i paesi sviluppati, il land grabbing rappresenta dunque un sistema economico e remunerativo per accedere a nuove risorse naturali e assicurarsi cibo ed energia.[1]

Gli investitori più attivi sono i Paesi del Golfo, gli Stati Uniti, i Paesi dell’Unione Europea, India, Brasile, Corea del Sud e Giappone. Maggiormente colpiti dal fenomeno sono invece i paesi dell’Africa, seguiti da America Latina e Sud-est asiatico (in particolare Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Mozambico, Repubblica del Congo, Papua Nuova Guinea, Brasile, Indonesia, Federazione Russa e Ucraina).[2]

Pur essendo estremamente rilevante a livello mondiale, il fenomeno del land grabbing non trova un’adeguata regolamentazione nel diritto internazionale. In questo contesto, grandi sforzi sono stati compiuti da organizzazioni internazionali ed ONG.

Il primo atto contenente spunti relativi all’argomento in esame è la Risoluzione delle Nazioni Unite n. 1803 del 1962[3], riguardante la sovranità permanente dei popoli e delle Nazioni sulle risorse naturali. La Risoluzione afferma dei principi che contrastano con la pratica del land grabbing, in particolare quello secondo cui “l’esercizio libero della sovranità dei popoli e delle nazioni sulle loro risorse naturali deve essere promosso dal rispetto reciproco degli Stati basato sulla loro uguaglianza sovrana.

Sulla stessa linea, le Nazioni Unite nel 2007 hanno adottato la Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni.[4] La Dichiarazione promuove la partecipazione dei popoli indigeni in tutte le questioni che li riguardano e il diritto di perseguire liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale. L’art. 10 sancisce che “I popoli indigeni non possono essere spostati con la forza dalle loro terre o territori. Nessuna forma di delocalizzazione potrà avere luogo senza il libero, previo e informato consenso dei popoli indigeni in questione e solo dopo un accordo su di una giusta ed equa compensazione”.

I progetti di land grabbing collidono palesemente con i principi appena enunciati. L’acquisizione dei terreni avviene quasi sempre senza il consenso né la partecipazione delle comunità locali interessate, con contratti poco trasparenti e privi di garanzie e meccanismi di controllo. La decisione riguardante la cessione dei terreni è, infatti, presa a livello governativo, senza tenere in considerazione gli interessi della popolazione; molto spesso i terreni comprati o acquistati appartengono agli abitanti del luogo che però non possiedono atti di proprietà con i quali dimostrare il loro possesso. Questo comporta che qualsiasi area non ufficialmente posseduta (si parla spesso di “terre inutilizzate”) può essere ceduta. Le popolazioni residenti nelle aree coinvolte nei progetti sono costrette a spostarsi, perdendo non solo la loro terra, fonte principale di sostentamento, ma anche la loro casa.

L’International Land Coalition fornisce una definizione dettagliata ed inclusiva degli aspetti negativi del fenomeno all’interno della Dichiarazione di Tirana[5]: “definiamo [il land grabbing] come un’acquisizione o una concessione avente una o più delle seguenti caratteristiche: (i) è avvenuta in violazione dei diritti umani, in particolare dei pari diritti delle donne; (ii) non si basa sul consenso libero, previo ed informato degli utenti della terra interessati; (iii) non si basa su un’ampia valutazione degli impatti sociali, economici ed ambientali, oppure non ne tiene conto, incluso il modo in cui gli aspetti di genere sono trattati; (iv) non si basa su contratti trasparenti che specificano gli impegni riguardanti attività, lavoro e condivisione dei benefici; (v) non si basa su un’efficiente pianificazione democratica, un controllo indipendente ed una partecipazione significativa.”

I principali attori del land grabbing sono governi stranieri e multinazionali, ma raramente questi agiscono da soli. Al contrario, i contratti di compravendita o locazione sono stipulati in collusione con governi locali attraverso investimenti provenienti da fonti finanziarie in paradisi fiscali o attraverso strutture complicate di gruppi di aziende; altre volte i progetti di acquisizione si inseriscono all’interno della stessa politica governativa. I governi locali preferiscono svendere le proprie risorse in cambio di un guadagno immediato e sicuro, anziché stabilire meccanismi di tutela della popolazione in vista di abusi futuri. Con la connivenza dei governi locali, è molto difficile contrastare progetti che hanno ripercussioni negative sulla popolazione.

Il land grabbing non è un fenomeno negativo di per sé; gli investimenti stranieri potrebbero rappresentare un’opportunità di crescita economica e sociale per i paesi in via di sviluppo, aumentando il PIL, le infrastrutture e i posti di lavoro. Il problema fondamentale risiede nelle modalità illecite di acquisizione dei terreni e di esecuzione dei progetti.

Nel 2016, il land grabbing è stato annoverato tra i crimini contro l’umanità secondo la Corte penale internazionale[6], perché comporta la distruzione ambientale e costringe all’abbandono delle loro terre migliaia di persone in tutto il mondo. La Corte si è riservata il diritto di giudicare caso per caso e vigilare affinché le conseguenze del land grabbing, ed in particolare la distruzione dell’ambiente, non vadano a ledere diritti umani inviolabili.

Un altro documento significativo in tema di land grabbing è il rapporto pubblicato nel 2009 da Olivier De Schutter, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo dal 2008 al 2014. Il rapporto contiene una serie di principi guida in materia di vendita o affitto delle terre e misure a tutela dei diritti umani. Il documento[7] include anche delle raccomandazioni con le quali si richiamano gli Stati a rivestire un ruolo attivo nella prevenzione di abusi di diritti umani. Tra i principi elencati, spiccano il principio di trasparenza e i principi di partecipazione e consultazione (consenso libero, preventivo ed informato) delle popolazioni locali coinvolte.

Nel 2010, UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo),, FAO, IFAD e la Banca mondiale hanno sviluppato congiuntamente una serie di principi per investimenti agricoli responsabili che rispettano diritti, mezzi di sussistenza e risorse[8] (PRAI).  Al vertice di Seoul del novembre 2010, nell’ambito del piano d’azione pluriennale per lo sviluppo, il G20 ha incoraggiato: “tutti i paesi e le società a rispettare i principi per gli investimenti agricoli responsabili. Chiediamo […] di sviluppare opzioni per promuovere investimenti responsabili in agricoltura”. I sette principi, che coprono tutti i tipi di investimenti in agricoltura, sono i seguenti:

1) Rispettare i diritti riguardanti la terra e l’accesso alle sue risorse;

2) Assicurare la sicurezza alimentare;

3) Assicurare la trasparenza e la good governance delle questioni ambientali;

4) Consultazione e partecipazione;

5) Investimenti responsabili da parte di imprese del settore agricolo;

6) Sostenibilità sociale;

7) Sostenibilità ambientale.

La Commissione sulla Sicurezza Alimentare Mondiale della FAO, dopo aver raggiunto uno storico accordo internazionale nel 2012, ha adottato delle linee guida[9] per aiutare i Governi a tutelare i diritti di proprietà e di accesso alle terre, promuovendo la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile e al tempo stesso proteggendo i diritti delle popolazioni coinvolte.

Nel 2017, l’organizzazione non governativa FIAN International ha pubblicato un rapporto intitolato “Land grabbing e diritti umani: il ruolo degli attori europei all’estero”[10]. Si tratta di un rapporto molto utile perché consente di capire i diversi meccanismi attraverso i quali gli attori europei sono implicati nel land grabbing.

Il primo meccanismo consiste nel classico scenario di una singola impresa con sede nell’UE che agisce in autonomia. È  il caso verificatosi in Uganda nel 2001 quando gli abitanti di quattro villaggi del distretto di Mubende sono stati costretti con la violenza ad abbandonare 2500 ettari di terra su quali avevano vissuto per anni in seguito ad un contratto di locazione stipulato tra il Governo del Paese e la compagnia tedesca Neumann Kaffee Gruppe (NKG).

Il secondo meccanismo è quello della “finanziarizzazione” della terra. Le società finanziarie sono sempre più coinvolte negli investimenti fondiari ma lo fanno in modo indiretto, ad esempio le banche concedono credito alle società coinvolte in questi affari, o i fondi speculativi e le società private acquistano azioni di società straniere che controllano il terreno.

Il terzo meccanismo consiste nella public-private partnership; si tratta di accordi di collaborazione che consentono agli attori pubblici e privati ​​di condividere risorse e rischi – con l’obiettivo dichiarato di produrre e/0 fornire prodotti e servizi in modo più efficiente.

C’è poi il meccanismo delle istituzioni finanziarie di sviluppo (DFI) coinvolte nel land grabbing in quanto finanziatori di accordi sulla terra e progetti di investimento. Le DFI sono banche specializzate nello sviluppo, spesso controllate dai governi nazionali, che attuano parzialmente le politiche di cooperazione allo sviluppo degli Stati. Sebbene le DFI europee di solito abbiano linee guida interne o dichiarino di seguire gli standard di prestazione della Società Finanziaria Internazionale, un gran numero di segnalazioni di violazioni dei diritti umani legate all’accaparramento di terreni coinvolge almeno una DFI europea. Inoltre, alcune DFI lavorano con intermediari, rendendo estremamente difficile controllare come venga utilizzato questo denaro, il che solleva serie preoccupazioni sulla loro responsabilità.

Infine, c’è il meccanismo degli accordi internazionali tra Unione Europea e singoli paesi. Le politiche dell’UE e gli accordi internazionali hanno un impatto significativo sulle questioni relative ai diritti umani legate al land grabbing. Particolarmente rilevanti sono le politiche di investimento, le politiche di sviluppo, quelle relative alle forme di energia alternative ed infine le politiche commerciali.

Anche il rapporto FIAN si conclude con delle raccomandazioni rivolte alle istituzioni europee per contenere il fenomeno del land grabbing e affrontare la questione degli abusi dei diritti umani.

Altre due fonti sul land grabbing si trovano nel diritto internazionale contrattuale: la guida legislativa sui progetti di finanziamenti privati per infrastrutture[11] realizzata dall’UNCITRAL (Commissione delle Nazioni Unite per il diritto commerciale internazionale) nel 2000 e la guida legislativa sui contratti agricoli[12] realizzata dall’UNIDROIT (Istituto internazionale per l’unificazione del diritto privato) in collaborazione con la FAO e l’IFAD nel 2015. Si tratta, tuttavia, di due documenti poco significativi. La guida dell’UNCITRAL, un atto para-legislativo, prevede la possibilità per i governi nazionali di modificare o addirittura eliminare intere parti del testo. La guida del UNIDROIT rappresenta, invece, un mero invito rivolto ai governi a rivedere le norme contrattuali interne.

Nonostante l’importanza dei contributi forniti da organizzazioni internazionali e ONG e degli impegni, non del tutto privi di efficacia, assunti dai Governi in occasione di summit internazionali, non bisogna dimenticare che siamo in presenza di documenti dal carattere non vincolante e dunque non sufficienti a porre fine agli abusi di diritti umani derivanti dal land grabbing.

Sarebbe opportuno un intervento chiaro e deciso per adattare il diritto internazionale alle sfide presentate da un fenomeno che si inserisce in uno scenario globale in continua evoluzione. Ma in particolar modo, è necessario che i governi locali intervengano con atti legislativi contenenti meccanismi volti ad assicurare che i progetti di investimento non collidano con i diritti delle popolazioni coinvolte e siano realmente funzionali allo sviluppo del paese.


Note

[1] http://nvvn.nl/a-brief-introduction-to-the-phenomenon-of-land-grabbing/

[2] https://www.focsiv.it/comunicati-stampa/i-padroni-della-terra-primo-rapporto-sul-land-grabbing/

[3]https://www.ohchr.org/Documents/ProfessionalInterest/resources.pdf

[4]https://www.un.org/esa/socdev/unpfii/documents/DRIPS_it.pdf

[5] http://www.unipol.it/sites/corporate/files/document_attachments/dichiarazione-di-tirana.pdf 

[6] https://www.theguardian.com/global/2016/sep/15/hague-court-widens-remit-to-include-environmental-destruction-cases

[7] https://www.oecd.org/site/swacmali2010/44031283.pdf

[8] http://www.fao.org/fileadmin/templates/est/INTERNATIONAL-TRADE/FDIs/RAI_Principles_Synoptic.pdf

[9] https://www.oecd.org/site/swacmali2010/44031283.pdf

[10] https://www.tni.org/files/publication-downloads/web_eng.pdf?fbclid=IwAR2T7vjsZxh8mtQ5zd1wsus3nB084pJg839lqyBOj2oXA6r2C8qxnh0k7QY

[11] https://www.uncitral.org/pdf/english/texts/procurem/pfip/guide/pfip-e.pdf


[12] https://www.unidroit.org/english/guides/2015contractfarming/cf-guide-2015-e.pdf


Foto copertina: Settimananews


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Teresa De Vivo

Teresa De Vivo si è laureata in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli ed ha successivamente conseguito un master di II livello in Affari Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma con una tesi sul collegamento tra la corruzione e il traffico di esseri umani.
Appassionata di diritti umani, da sempre si spende in favore della loro promozione e difesa.
Attualmente riveste il ruolo di Coordinatrice di progetto presso Womenpreneur, un’organizzazione no profit che si occupa di women empowerment.

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