L’integrazione della dimensione di genere nella lotta ai cambiamenti climatici

L’integrazione della dimensione di genere nella lotta ai cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici incidono sulla vita e sul godimento dei diritti fondamentali di uomini e donne in modo diverso ma le donne sono i soggetti maggiormente a rischio. L’inclusione delle donne nei processi decisionali relativi al clima non è solo un imperativo legale e morale, ma anche un aspetto cruciale per adottare strategie che siano realmente efficaci.


I cambiamenti climatici rappresentano una grave minaccia non solo per l’ambiente ma anche per i diritti umani, ponendo un serio rischio per i diritti fondamentali alla vita, alla salute, al cibo e ad un adeguato tenore di vita. È ormai da tempo consolidato l’orientamento secondo il quale un ambiente salubre e funzionale sia parte integrante del godimento dei diritti umani.

In Italia, il primo riconoscimento del diritto all’ambiente come diritto soggettivo si rinviene nella giurisprudenza della Corte di cassazione. Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 5172 del 1979, hanno assimilato la protezione del diritto all’ambiente salubre a quella propria dei diritti fondamentali e inviolabili della persona umana. Questo orientamento è stato in seguito consacrato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 210 del 1987[1]. La Consulta, sulla base di una lettura congiunta degli artt. 9 e 32 Cost. ha riconosciuto la salvaguardia dell’ambiente come diritto fondamentale della persona ed interesse fondamentale della collettività.

A livello europeo, la Convenzione Europea sulla salvaguardia dell’uomo e delle libertà fondamentali non riconosce esplicitamente un diritto dell’uomo all’ambiente. Tuttavia, diverse disposizioni al suo interno hanno consentito agli organi giurisdizionali della Convenzione di affermare l’ambiente come un valore fondamentale della società che richiede interventi positivi da parte degli Stati per la sua tutela; interventi che sono necessari per il godimento di alcuni diritti fondamentali.

Anche a livello internazionale, il collegamento tra ambiente e diritti umani è assodato da tempo.

La Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’ambiente umano[2] (Stoccolma, 1972) e –seppure in misura minore- la Dichiarazione di Rio su ambiente e sviluppo[3] (Rio de Janeiro, 1992) costituiscono un chiaro esempio della preminenza del legame tra diritti umani ed ambiente negli sforzi delle Nazioni Unite per affrontare le sfide ambientali.

La Commissione per i diritti umani ha adottato la sua prima risoluzione dal titolo “Diritti umani e ambiente” nel 1994[4] seguita da una serie di risoluzioni sullo stesso argomento nel 1995 e 1996 (Res. 1995/14[5]; Res. 1996/13[6]). Dal 2002, l’anno del Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, la Commissione per i diritti umani ha adottato risoluzioni sull’ambiente intitolate “Diritti umani e ambiente come parte dello sviluppo sostenibile” (Res. 2002/75[7]; Res. 2003/71[8]; Res . 2005/60[9]).

La vita e i diritti fondamentali di milioni di persone sono evidentemente a rischio a causa dei cambiamenti climatici. Tuttavia, alcuni gruppi sono maggiormente esposti alle conseguenze negative di questo fenomeno: minoranze, indigeni e donne. Secondo alcune stime effettuate dalle Nazioni Unite[10], le donne costituiscono fino all’80% dei rifugiati e delle popolazioni sfollate a livello globale in situazioni di emergenza.

La ragione principale risiede nel fatto che le donne rappresentano la maggioranza dei poveri di tutto il mondo e il loro sostentamento deriva soprattutto da risorse naturali. Le donne residenti in zone rurali nei paesi in via di sviluppo sono particolarmente vulnerabili in quanto costituiscono la gran parte della forza lavoro agricolo, dell’allevamento di sussistenza e dell’approvvigionamento dell’acqua. Le barriere sociali, economiche e politiche limitano la loro capacità di reagire ed affrontare i disastri naturali. L’accesso squilibrato alle risorse e la mancata partecipazione ai processi decisionali contribuiscono ad aggravare la situazione.

Tuttavia, le donne non sono solo le vittime principali dei disastri ambientali, ma sono anche potenziali agenti del cambiamento in merito agli stessi. La loro conoscenza e la loro esperienza nella gestione delle risorse naturali possono apportare un notevole contributo nell’elaborazione di strategie di mitigazione, riduzione ed adattamento, strutturando valide risposte ai cambiamenti climatici. Per questa ragione, è importante integrare un approccio di genere nelle azioni volte alla risoluzione di crisi ambientali ed umanitarie causate dai cambiamenti climatici.

Sebbene i governi e le organizzazioni di settore abbiano preso atto di questo bisogno e stiano gradualmente includendo le donne nei processi decisionali e di pianificazione, la rappresentanza delle donne è ancora molto bassa, raggiungendo solo il 30%. La connessione tra la lotta ai cambiamenti climatici e le donne è molto diffusa nel quadro delle Nazioni Unite, le quali hanno spesso enfatizzato il ruolo fondamentale delle donne nell’adattamento e nella mitigazione del fenomeno. La Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) non prevedeva in origine alcun riferimento alla questione di genere. Tuttavia, grazie alle pressioni esercitate da gruppi appartenenti alla categoria, il legame tra genere e clima è diventato un nucleo fondamentale della Conferenza annuale delle Parti.

Alla sua ventesima sessione, la Conferenza delle Parti ha stabilito il Lima Work Programme, che ha l’obiettivo di promuovere azioni per il clima sensibili al genere nell’ambito del lavoro del segretariato dell’UNFCCC.

Nel 2017, nell’ambito del Lima Work Programme, la Conferenza delle Parti ha adottato un Gender Action Plan[11], per guidare questo processo di mainstreaming di genere nello sviluppo di politiche legate al clima. Il Comitato CEDAW, con la raccomandazione generale n. 37[12] in merito alla dimensione di genere della riduzione dei rischi connessi ai cambiamenti climatici, ha sottolineato l’importanza che che le donne partecipino significativamente ai processi decisionali che possono influire sul clima. Secondo il preambolo dell’Accordo di Parigi[13] (COP21, 2015), nell’adottare azioni per il clima, le parti dovrebbero rispettare, promuovere e considerare le loro obbligazioni in tema di diritti umani, uguaglianza di genere e empowerment femminile. L’Articolo 7 fa riferimento alla necessità di adottare una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici sensibile al genere. L’importanza di prevedere la partecipazione delle donne in questi processi decisionali relativi al clima può trovarsi anche nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile. L’obiettivo n. 13 invita gli stati membri a “promuovere meccanismi per aumentare la capacità effettiva di pianificazione e gestione di interventi inerenti al cambiamento climatico nei paesi meno sviluppati, nei piccoli stati insulari in via di sviluppo, con particolare attenzione a donne e giovani e alle comunità locali e marginali”[14]. L’obiettivo n. 5 prevede il traguardo di una “piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica”[15].

Infine, gli obiettivi 16 e 17 sottolineano, rispettivamente, la necessità di “garantire un processo decisionale responsabile, aperto a tutti, partecipativo e rappresentativo a tutti i livelli”[16] ed il bisogno di finanziamenti adeguati. Anche le istituzioni europee hanno preso consapevolezza dell’importanza del mainstreaming di genere[17] nelle azioni per il clima. E’ essenziale menzionare la Risoluzione del Parlamento europeo del 16 gennaio 2018 sulle donne, le pari opportunità e la giustizia climatica, con la quale il parlamento ha sottolineato la “necessità’ che i finanziamenti destinati all’adattamento ai cambiamenti climatici e alla mitigazione dei loro effetti rispondano alle problematiche di genere[18]. Il documento, inoltre, esorta l’UE a “subordinare gli aiuti allo sviluppo all’inclusione di criteri fondati sui diritti umani e a stabilire nuovi criteri attenti alla specificità di genere per la politica in materia di cambiamento climatico”. Lo scorso maggio, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha presentato uno studio analitico[19] relativo all’integrazione della dimensione di genere nelle politiche legate al clima a livello locale, nazionale e internazionale, in seguito alla risoluzione 38/4[20].

Lo studio esamina l’impatto dei cambiamenti climatici sulle donne, identificando obblighi e responsabilità per gli stati di implementare approcci sensibili al genere e fornendo raccomandazioni.

Lo studio descrive i diversi aspetti della vita delle donne negativamente affetti dai cambiamenti climatici. In primo luogo, ad essere minata da questo fenomeno è la sicurezza alimentare. La maggior parte dei piccoli agricoltori sono donne e le risorse alimentarsi subiscono gravi conseguenze in seguito a disastri naturali. Perlopiù, in caso di scarsità di risorse, le donne sono le prime a saltare i pasti o ridurne il consumo.

I cambiamenti climatici influiscono anche sulla salute, sia fisica che mentale. In seguito ad un disastro naturale, molte infrastrutture sono distrutte e la qualità dei servizi ne risente. Di conseguenza, le donne hanno un accesso limitato ai servizi sanitari. Durante situazioni di emergenza, le donne hanno più probabilità di morire o, pur sopravvivendo, la loro aspettativa di vita si riduce. Questo genere di disastri riduce la quantità dell’acqua disponibile e ne peggiora la qualità. Inoltre, la scarsità dell’acqua aggrava il lavoro delle donne, le quali sono le principali responsabili per la raccolta della stessa. In situazioni di siccità, la distanza per raggiungere fonti di acqua pulita aumenta notevolmente e questo si traduce in maggiori sforzi fisici da parte delle donne.

La salute delle donne è a rischio anche a causa della maggiore esposizione ai combustibili poco efficienti e sicuri presenti nelle loro abitazioni per cucinare o riscaldare. Anche la salute mentale è a rischio perché in presenza di eventi del genere, le donne subiscono notevoli pressioni psicologiche perché incapaci di supportare le loro famiglie.

Tra le conseguenze dei cambiamenti climatici vi è anche la diminuzione dei posti di lavoro. In queste circostanze, le donne hanno più difficoltà a trovare lavoro rispetto agli uomini, in quanto saranno questi i primi ad essere assunti in settori “tipicamente” maschili quali ad esempio la costruzione.

Gli sfollamenti interni che si verificano in seguito ad un disastro ambientale aumentano, inoltre, il rischio per le donne di subire violenze sessuali o diventare vittime di traffico umano.

La piena ed equa partecipazione delle donne nei processi decisionali che possono influire sul clima è essenziale per proteggere i diritti delle donne ed adottare strategie efficaci. Se le donne non sono incluse in questi processi, è difficile che i loro bisogni vengano presi in considerazione. Questo non fa altro che esacerbare le ineguaglianze già subite dalle donne.

Uno studio[21] ha provato che le donne si preoccupano di più dell’ambiente ed hanno una maggiore conoscenza in merito ai cambiamenti climatici. La prospettiva delle donne non include solo esperienza e conoscenza, ma anche consapevolezza e considerazione dei loro familiari e la loro comunità. Le donne prendono più spesso decisioni sulla base dell’interesse migliore per le persone che le circondano[22].

Alcuni studi hanno trovato delle correlazioni tra la presenza di donne nelle alte cariche istituzionali e basse emissioni di carbonio; o ancora tra parlamenti con un’alta percentuale di membri femminili e la ramificazioni di trattati ambientali[23].

L’inclusione delle donne nella pianificazione di piani d’azione relativi al clima non è dunque solo un imperativo legale e morale, ma anche un aspetto cruciale per adottare azioni che siano realmente efficaci. I cambiamenti climatici incidono sulla vita di tutti; per tale ragione le azioni per il clima devono tenere conto dei diversi ruoli e dei bisogni di tutti i membri della società. Non è possibile prescindere dalla considerazione del maggior numero di conseguenze subite dalle donne a causa di questo fenomeno.

È essenziale optare per un approccio sensibile al genere che garantisca il coinvolgimento ed una partecipazione significativa delle donne a livello locale, nazionale ed internazionale. Altrettanto importante è la promozione finanziaria e tecnologica di iniziative imprenditoriali femminili. Alcuni paesi hanno già adottato strumenti efficaci in risposta a questi bisogni[24]. Il Marocco, ad esempio, ha una legge specifica su genere ed ambiente. In Messico, l’Agenzia tedesca per la Cooperazione Internazionale finanzia diversi progetti per incrementare la partecipazione delle donne nei settori dell’energia rinnovabile. Sempre in Messico, la Legge Generale sui Cambiamenti Climatici include un approfondimento sull’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne.

I cambiamenti climatici incidono sulla vita di uomini e donne in modo diverso e le ultime costituiscono sicuramente i soggetti più vulnerabili. Includere le donne nei processi decisionali legati al clima garantirà una maggiore uguaglianza di genere e al tempo stesso l’adozione ed implementazione di efficienti politiche di adattamento e mitigazione del fenomeno.


Note

 

 

[1] http://www.giurcost.org/decisioni/1987/0210s-87.html

[2] https://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/educazione_ambientale/stoccolma.pdf

[3] http://www.unesco.org/education/pdf/RIO_E.PDF

[4] https://ap.ohchr.org/documents/E/CHR/resolutions/E-CN_4-RES-1994-65.doc

[5] https://ap.ohchr.org/documents/E/SUBCOM/resolutions/E-CN_4-SUB_2-RES-1995-14.doc

[6] https://ap.ohchr.org/documents/E/SUBCOM/resolutions/E-CN_4-SUB_2-RES-1996-13.doc

[7] http://ap.ohchr.org/documents/alldocs.aspx?doc_id=4940

[8] http://ap.ohchr.org/documents/alldocs.aspx?doc_id=5020

[9] http://ap.ohchr.org/documents/alldocs.aspx?doc_id=11140

[10] Aguilar, L. (2004) Climate change and disaster mitigation. Gender makes the difference. Gland: IUCN

[11] https://unfccc.int/sites/default/files/cp23_auv_gender.pdf

[12]http://docstore.ohchr.org/SelfServices/FilesHandler.ashx?enc=6QkG1d%2fPPRiCAqhKb7yhsldCrOlUTvLRFDjh6%2fx1pWBTkD7GV%2bcNsNftZ%2bJbJpcK57lzRDD2Qf98FJtC1CfsOt6Ao2dL0aUq3j83PzyrJmUMgf3J8fkuUFZk00ZkRQce

[13]  https://unfccc.int/resource/docs/2015/cop21/eng/l09r01.pdf

[14] https://www.unric.org/it/agenda-2030/30796-obiettivo-13-promuovere-azioni-a-tutti-i-livelli-per-combattere-il-cambiamento-climatico

[15] https://www.unric.org/it/agenda-2030/30829-obiettivo-5-raggiungere-luguaglianza-di-genere-ed-emancipare-tutte-le-donne-e-le-ragazze-

[16] https://www.unric.org/it/agenda-2030/30812-obiettivo-16-pace-giustizia-e-istituzioni-forti-

[17] Il mainstreaming di genere è un approccio alle politiche che ha l’obiettivo di raggiungere l’uguaglianza di opportunità tra uomini e donne in tutti gli aspetti della società, prevedendo l’integrazione di una dimensione di genere nei processi decisionali, realizzando politiche capaci di contrastare le disuguaglianze. Individuato a Pachino nel 1995, è stato introdotto dalla Commissione europea come strategia indispensabile per la parità’ di genere un anno dopo.

[18] http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2018-0005_IT.html?redirect

[19]https://www.ohchr.org/Documents/Issues/ClimateChange/GenderResponsive/A_HRC_41_26.pdf?fbclid=IwAR2XED05iMnZlzJR1T9209an_H8OTPtpLV1GIiIrUqRDevhHOrk7GP3E6_s

[20] https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G18/214/16/PDF/G1821416.pdf?OpenElement

[21] Aaron McCright, “The effects of gender on climate change knowledge and concern in the American public”, Population and Environment (2010)

[22] UN-Women, Leveraging Co-Benefits Between Gender Equality and Climate Action for Sustainable Development: Mainstreaming Gender Considerations in Climate Change Projects (2016) https://unfccc.int/files/gender_and_climate_change/application/pdf/leveraging_cobenefits.pdf .

[23] Gender and Climate Change: A Closer Look at Existing Evidence, 2016  https://wedo.org/gender-and-climate-change-a-closer-look-at-existing-evidence-ggca/

[24] Dati inclusi nello studio pubblicato dall’OHCHR.


Foto copertina: Flore de Preneuf / World Bank – womendeliver.org


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Teresa De Vivo

Teresa De Vivo si è laureata in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli ed ha successivamente conseguito un master di II livello in Affari Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma con una tesi sul collegamento tra la corruzione e il traffico di esseri umani.
Appassionata di diritti umani, da sempre si spende in favore della loro promozione e difesa.
Attualmente riveste il ruolo di Coordinatrice di progetto presso Womenpreneur, un’organizzazione no profit che si occupa di women empowerment.

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