Geopolitica. Orientarsi nel grande disordine mondiale

Geopolitica. Orientarsi nel grande disordine mondiale

La geopolitica può essere uno strumento utile per capire qualcosa in più del mondo in cui viviamo, servirsi dei dati fattuali della realtà e a farne il centro dell’indagine politica. Con la sua opera, Manlio Graziano, mette a disposizione del lettore le chiavi per servirsi della geopolitica, ovvero, come analizzare la politica, intesa non come politica elettorale ma come l’arena di scontri che attraversano la nostra società, attraverso lo studio dei suoi vincoli intesi come limiti posti dalla realtà ai vari interessi (di tipo storico, geografico, demografico, economico).


 

 

 


L’autore, Manlio Graziano, insegna Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Sorbona, all’American Graduate School in Paris e al Geneva Institute of Geopolitical Studies. Tra i suoi libri “Guerra santa e santa alleanza” (2014), “Frontiere” (2017) e “L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti” (2018), “Il secolo cattolico. La strategia geopolitica della Chiesa” (2010). Inoltre collabora al “Corriere della Sera” e a “Limes”,
Geopolitica. Orientarsi nel grande disordine internazionale è un libro suddiviso in tre parti. Nella prima parte l’autore ci propone una breve storia del pensiero geopolitico, dalla scuola tedesca al tramonto della geopolitica “classica”. Nella seconda parte si analizzano quelli che sono gli oggetti di studio della geopolitica: geografia, demografia, lo Stato, la democrazia, le ideologie e gli attori non statali. Nella terza ed ultima parte si analizza l’atlante geopolitico del XXI secolo.
La geopolitica può essere uno strumento utile per capire qualcosa in più del mondo in cui viviamo, servirsi dei dati fattuali della realtà e a farne il centro dell’indagine politica. Con la sua opera, Manlio Graziano, mette a disposizione del lettore le chiavi per servirsi della geopolitica, ovvero, come analizzare la politica, intesa non come politica elettorale ma come l’arena di scontri che attraversano la nostra società, attraverso lo studio dei suoi vincoli intesi come limiti posti dalla realtà ai vari interessi (di tipo storico, geografico, demografico, economico).

Lei definisce il suo libro un manuale su “Come servirsi della geopolitica analizzando la politica attraverso i suoi vincoli”, ma cosa s’intende precisamente per “geopolitica” e a chi è rivolta la sua opera?
“Cercare di definire la geopolitica, è un po’ come cercare di definire la matematica, tutti sanno a cosa serve ma è difficile definirla. Ogni studioso infatti potrebbe fornire una risposta diversa. Da quando esiste il vocabolo, molti hanno tentato di darne una definizione universalmente valida, ciascuno pensando che la propria fosse definitiva. Ma il risultato è stato ovviamente l’opposto . Un buon sistema per definire la materia è vedere la geopolitica “all’opera”, cioè servendosene con gli strumenti a disposizione per poi confrontarsi sulle analisi affinché si possa comprendere meglio la realtà che ci circonda. Questo è un libro che si rivolge al grande pubblico, cioè a tutti quelli che sono interessati ad orientarsi nel grande disordine internazionale. È destinato a chi ne vuole capire di più, e poi agli addetti ai lavori, studenti, ricercatori che possono trovare un utilità in questo libro.”

Manlio Graziano, insegna Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Sorbona, all’American Graduate School in Paris e al Geneva Institute of Geopolitical Studies.

Poche riviste specializzate, pochi corsi Universitari/Master incentrati sul tema, quasi completamente assente la figura di analista di scenario nel panorama nazionale. Concorda che in Italia, a differenza di altri paesi come ad esempio la Francia, non ci sia una “cultura geopolitica”? Come mai?
“In Francia le cose non sono così diverse. Anche qui [Graziano insegna anche a Parigi] esistono poche cattedre di geopolitica, in alcuni casi ci sono ma sono monopolizzate dai dipartimenti di geografia, geografia delle relazioni internazionali oppure geografia economica, con un’altra funzione, oppure geostrategia che, per quanto possa essere importante, non è la geopolitica come la intendo io e come la intende ad esempio Limes. Il problema è identificare bene la materia.
Per la divulgazione, nelle grandi librerie francesi esistono quasi sempre sezioni dedicate specificamente alla geopolitica, in Italia un po’ meno. Perché? Semplicemente perché non si sa dove posizionarla: Attualità? Geografia? Relazioni internazionali? Storia? Per quanto riguarda la cultura geopolitica, e se vogliamo, l’interesse verso cioè che riguarda la divulgazione di temi legati alle relazioni internazionali, molto dipende anche dal ruolo che occupa l’Italia nel mondo.”

“Nel suo libro lei traccia una storia del pensiero geopolitico dove la scuola tedesca ha rappresentato l’apripista. Perché in Italia non abbiamo avuto un sviluppo simile e dopo la seconda guerra mondiale praticamente non si è più parlato di geopolitica?
“Lo sviluppo della geopolitica in Germania è avvenuto a partire dagli anni ’20-30 , in quel periodo anche in Italia, un po’ anche per spirito di emulazione verso i nostri vicini sono nate scuole di geopolitica . Le scuole geopolitiche nate prima del conflitto mondiale, sono fortemente inquinate da obiettivi politici e militari, dove studiosi militanti o geografi militanti avevano come scopo di elaborare teorie “scientifiche” capaci di supportare o giustificare gli obiettivi militari dei loro paesi, costruendo teorie al servizio della politica, infatti prima si fissava il risultato (esempio l’espansione territoriale), poi si adduceva una pletora di fatti supposti dimostrare in modo “scientifico” come e perché quell’espansione avrebbe dovuto essere ineluttabile.
La geopolitica era insomma considerata come l’arte di ritrovare le tracce di un destino già scritto. Dopo la guerra la geopolitica viene screditata e accusata di essere parte delle teorie naziste, ma accusare la teoria di essere colpevole dell’uso e dell’abuso che se ne fa non ha molto senso. Quindi ci sono state una serie di accuse ideologiche e perfino con la chiusura di istituti geografici!
In realtà credo che la geopolitica sia stata abbandonata perché è una disciplina che studia la società in movimento e che l’urgenza è più evidente quando questo movimento si accelera. Con la fine della seconda guerra mondiale, la società sia in un certo senso cristallizzata, congelata, l’ordine bipolare con la costruzione dei blocchi ha certamente rallentato la macrotendenze almeno fino al 1989-90. Sicuramente se ci fossero stati gli strumenti adatti sarebbe stato interessante studiare anche le evoluzioni che ci sono state anche in quel momento di congelamento e che hanno determinato poi la fine dell’ordine bipolare.”
“Nel descrivere gli oggetti di studio della geopolitica ha fatto riferimento alla democrazia e in particolare al suffragio universale. A tal proposito lei ha affermato che il suffragio universale non è la caratteristica più importante della democrazia. Secondo lei è possibile affermare che la democrazia diretta tanto evocata in alcune circostanze, è destinata ad evolvere (o scivolare) verso forme di “cesarismo” plebiscitario in cui, in nome della volontà del popolo sovrano si prevale sui limiti posti da un sistema di istituzioni liberali. È possibile affermare che “più la democrazia si avvicina al singolo cittadino e più si allontana dall’interesse generale”?
“La democrazia diretta, indiretta, parlamentare deve essere rapportata alla società in cui viviamo. Anche in questo caso va distinto il discorso istituzionale dal discorso legale/ideologico. La democrazia liberale nata negli Stati Uniti è un prodotto molto recente dello sviluppo del capitalismo. La democrazia diretta in una società capitalista non può esistere, proprio perché più si va verso la singola persona e più la persona cerca di fare il proprio interesse a discapito di ciò che la circonda, perché ognuno cerca di incrementare la propria fetta di benessere personale.
I Founding Fathers furono i primi a formulare la necessità di preservare il paese dalla tyranny of the majority, temuta non tanto per le sue potenzialità sovversive, quanto per la sua incompetenza politica e la sua indifferenza nei confronti dell’interesse generale del paese. Questo ha posto l’esigenza di filtrare il voto popolare
Anche le preferenze elettorali, vengono date perché ognuno ci si aspetta un vantaggio personale immediato, quindi l’elettore vota per il candidato che promette un vantaggio immediato anche se poi questa promessa di fatto può essere irrealizzabile o peggio ancora, può mettere a rischio la stabilità del paese. Basta vedere cosa è accaduto in Gran Bretagna con la Brexit. L’istituzione di pesi e contrappesi, le checks and balance, servono anche per regolare ed incanalare la volontà popolare.”
Tra gli attori non statali troviamo il terrorismo. Secondo una statistica, le probabilità di un cittadino europeo di morire vittima di un attentato terrorista è di una su quattro milioni, cioè tante quante quelle di essere vittime dell’attacco di un orso. Eppure si ha la sensazione di essere sotto una continua minaccia di attacchi terroristici di natura religiosa. Questa sovraesposizione mediatica, eccessiva stando ai numeri, non rischia di produrre solo effetti negativi (aumento del reclutamento e frattura religiosa)? Non è pericoloso sfruttare la paura del terrorismo per motivi elettorali, politici o per giustificare le mosse di un paese sullo scacchiere internazionale?
“Sì, e di casi ne abbiamo tanti, Ad esempio quando l’India decide di abolire lo statuto speciale del Kashmir o la Turchia invade il Nord della Siria, entrambi i paesi sanno benissimo che questo metterà in moto una serie di reazioni di tipo terrorista che loro pensano di poter sfruttare in un senso o nell’altro. Ad esempio a Modi farebbe comodo che una parte dei musulmani d’India abbracciasse il terrorismo perché sarebbe molto utile alla sua campagna elettorale basata su contrapposizioni religiose, anche se da un punto di vista sociale sarebbe un disastro, considerato che i musulmani rappresentano l’80% della popolazione: una guerra civile porterebbe alla fine dell’India come Stato. Eppure quei dirigenti non esitano a giocare con il fuoco. Per Erdoğan sarebbe molto utile usare Isis contro i curdi, sarebbe una manna dal cielo. Si creano continuamente crisi senza scrupolo creando danni a se stessi e alle popolazioni.
Per le politiche nazionali le dinamiche sono le stesse ma su campi di azione più ridotti. Credo che ad esempio le campagne contro il terrorismo abbiano avuto l’effetto di “glorificare” oltre che condannare gli attentatori aumentando la loro fora di attrazione. L’obiettivo principale del terrorismo è di tenere le potenziali vittime sospese in costante attesa di una minaccia mortale L’utilizzo di terminologie militari ha contribuito in un certo senso, a far passare delle persone con gravi problemi sociali, familiari e psicologici per dei guerrieri di una causa per loro “santa” Così non si fa altro che alimentare la propaganda: se uno squilibrato prende un camion e lo butta sulla folla, era e resta uno squilibrato: la religione è un pretesto per dei deboli di spirito che hanno perso il senso della vita e a cui si offre la possibilità di morire da eroi, da martiri per la causa.”
Quali sono le principali sfide geopolitiche del prossimo futuro?

“Le sfide sono un po’ ovunque, non possono essere localizzate con precisione. I conflitti possono nascere nei posti più impensabili, pochi conoscevano Sarajevo prima del giugno del 1914 eppure è stata la miccia della prima guerra mondiale. Quindi non è tanto il dove ci sono le aree di crisi perché ci sono tensioni ovunque e ognuna di queste tensioni può dare origine a conflitti internazionali. E’ chiaro che ci sono tante tendenze che sono foriere di nubi. La principale in questo momento è quella del protezionismo/nazionalismo perché in una economia mondiale compenetrata come quella di oggi, dove la produzione di ogni prodotto vede coinvolti decine di Stati, ogni interruzione di flusso provoca una crisi.
È importante anche il riflesso delle crisi sulle società nazionali, ad esempio la crisi del debito del 2008 ha avuto come conseguenza un aumento di sentimenti nazionalisti da parte delle popolazioni più colpite, è cresciuto il desiderio di chiudersi per tutelare i propri interessi contro una minaccia esterna. Quindi queste crisi non farebbero altro che alimentare ulteriori spinte nazionaliste/protezioniste che scatenerebbero sicuramente una spirale destinata ad un conflitto generalizzato.
Poi ci sono casi particolari di crisi nate gratuitamente. Di esempi ce ne sono tanti, come quella dell’Iran nata con il ritiro americano dall’accordo del 2015, mossa fatta non per difendere l’interesse nazionale americano, ma solo per affermare all’elettorato che è stata mantenuta una promessa elettorale e che si è andati in controtendenza rispetto alla politica estera di Obama.
La crisi del Kashmir ugualmente nasce da motivazioni elettorali che non riguardano sicuramente l’interesse dell’India o degli indiani. Lo stesso vale per la crisi turca. Attualmente la madre di tutte le crisi nate non per interessi nazionali ma per fini elettorali è la Brexit. La Brexit è l’esempio evidente che perseguire azioni politiche per rispettare le promesse folli fatte in campagna elettorale e lanciarsi nel buio si paga, e la Gran Bretagna sta già pagando un prezzo altissimo da un punto di vista economico, di immagine e di peso politico.”
E l’Italia che ruolo può svolgere?
“L’Italia svolge un ruolo minimo, marginale: basta avere gli occhi per vedere. Solo prendendo atto di questa realtà si può pensare di ricoprire un ruolo. L’unica strada realista consiste nel riconoscere il peso reale del paese e lavorare a partire da quello. Per fare un esempio Cavour riuscì a compiere un’opera diplomatica di primissimo livello proprio perché conosceva i limiti del suo paese. La credibilità e il ruolo dell’Italia possono crescere nella misura in cui è capace di affrontare e magari risolvere i suoi problemi strutturali.”
Quali sono i consigli che potrebbe dare ad uno studente che intende approfondire lo studio della geopolitica.
“Prima di tutto bisogna liberarsi dai condizionamenti, cioè evitare di andare dietro a tutto quello che è popolare e proposto dai media o dalla rete, bisogna cercare di andare alle fonti per cercare di capire effettivamente come stanno le cose. Insomma bisogna studiare per non farsi prendere in queste trappole. In rete, ad esempio, si può trovare tutto e il contrario di tutto, non bisogna andare dietro alle grandi campagne di massa in maniera passiva. La regola n.1 è farsi delle idee proprie, studiando in modo critico, leggere, informarsi. Adottare uno spirito critico: consultare diverse fonti di comprovata autorevolezza; non trarre mai conclusioni generali da casi particolari.
Per chi vuole approfondire questo tipo di studi, è importante confrontarsi anche con altre realtà, studiare in paesi diversi, leggere giornali non solo nazionali. Quello che succede nel resto del mondo influenza quello che succede in Italia e molto più raramente accade il contrario.”


Copertina: Atlas at Rockefeller Center, NYC. Sculpture by Lee Lawrie – 1930.

 

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