Global or Little Britain?

Global or Little Britain?

In tanti hanno sperato a Londra che il post Brexit avrebbe reso la Gran Bretagna autonoma e libera dall’apparato normativo europeo, ma così è stato?

 

Quasi un anno fa, nel marzo del 2017, Londra decideva di lasciare ufficialmente l’Unione Europea[1], prospettandosi un futuro da molti dipinto quale promettente attrice in solitaria sul panorama geopolitico europeo, fino al punto di soprannominarla Global Britain, lontana dall’orbita europea e senza il fardello di regolamenti e decisioni comunitarie che, a parer dei sostenitori del leave, risultavano essere ormai insopportabili e propri di un meccanismo nel quale gli inglesi non riuscivano più a sentirsi parte[2].

Tuttavia c’è da notare come, almeno per come si presentava Londra fino a qualche mese fa, esistesse già una Global Britain sul piano geopolitico: membro dell’UE, essa godeva di un particolare peso nel processo decisionale in seno alle istituzioni europee, con una conseguente importanza anche nei negoziati internazionali, spaziando dal cambiamento climatico agli accordi commerciali.

Il Regno Unito gode di un ruolo internazionale rilevante, in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e legato, grazie al Commonwealth postimperiale, a 51 paesi di tutto il globo.

Ma la decisione di lasciare l’Unione, pare aver avuto l’effetto di indebolire, anziché potenziare, la proiezione globale della Gran Bretagna. La visione, alquanto idealistica di May, di fungere da interlocutore europeo (in senso continentale, si intende) con gli Stati Uniti[3] si è rivelata fallimentare, essendo stata seccamente respinta nel consiglio europeo di Malta[4].

Il ritorno ad una politica dominata dalle grandi potenze rischia di mostrare un’immagine impietosa sul prestigio ormai perduto della Gran Bretagna. Gli ormai aurei tempi imperialistici hanno spinto molti Brexiteers ad immaginare, in maniera del tutto utopistica, un’Anglosfera britannocentrica, ma il mondo ha subito troppe modifiche, sia storiche che politiche, per poter immaginare che tutto ciò possa realmente accadere di nuovo. 

Australia e Nuova Zelanda, sempre aperti agli scambi commerciali, guardano soprattutto verso i vicini asiatici, mentre l’economia indiana, che ha in mano il manuale per diventare una grande potenza, non accetterebbe certo di divenire sottoposta ad una sua vecchia dominatrice imperiale.

Altro punto che parrebbe ipotizzare una teoria più vicino alla Little England che a quella della Global Britain, pare essere la volontà del Regno Unito di chiudersi a riccio, riducendo drasticamente l’immigrazione. Ciò significa diventare un paese meno globale, con evidenti perdite anche sul piano economico.

La flessibilità del mercato del lavoro, insieme all’ambiente imprenditoriale dinamico, ha permesso alla Gran Bretagna di attirare giovani lavoratori ambiziosi da tutta Europa. L’Office of Budget Responsibility[5], stima che il dimezzamento del saldo migratorio, in prevalenza composto da giovani lavoratori, potrebbe molto presumibilmente provocare un forte aumento del debito pubblico in rapporto al PIL.

Per quanto riguarda agli effetti domino dell’hard brexit, molti immaginano Londra nella capacità di negoziare accordi che garantiscano un accesso privilegiato ad alcuni paesi membri della WTO, stabilendo un proprio regime di dazi all’importazione. Questo porterà come ovvia conseguenza al rispristino dei costosi controlli doganali sugli scambi commerciali con l’UE, con verifiche sui documenti e sulla conformità delle merci agli standard europei, determinare il luogo di provenienza delle stesse e di conseguenza il dazio dovuto, assicurarne il pagamento, e via di seguito.

Non è nemmeno contemplabile la proposta di May di diventare “membro associato”[6] dell’Unione doganale, poiché l’Unione non è disposta ad accettare queste condizioni né ciò risulterebbe essere legale o praticabile nel quadro normativo della WTO.

I Brexiteers si aggrappano ancora alla vana speranza che Trump conceda al Regno Unito un accordo privilegiato su diverse materie economiche, ma sanno bene che anche un accordo molto vantaggioso potrebbe difficilmente compensare il tracollo dell’interscambio con l’UE. Gli Stati Uniti inoltre, tendono spesso ad imporre negli accordi economici condizioni onerose alle potenze più deboli, e questo è il caso di specie, con l’economia americana sei volte più grande in termini di volumi che quella inglese. Un accordo di questo tipo non sarebbe poi di grande aiuto per Londra. L’ ”America First” del presidente Trump, presupporrebbe evidentemente, un “U.K. Second”.

La Brexit è stata un errore, con una prospettiva di hard Brexit tanto caotica quanto allarmante. Fino ad ora l’economia britannica è stata sostenuta da un forte spesa pubblica da parte dei cittadini, ma la rottura con l’Unione cambierà le carte in tavola. Ora che Trump minaccia di scatenare guerre commerciali e frammentare l’economia mondiale in blocchi regionali, i britannici e altri popoli europei condividono la volontà di frenare il processo di disgregazione dell’Unione Europea, opporsi al revanscismo russo e contrastare l’ascesa di nazionalismi autoritari.

Le sfide globali, che si apprestano ad essere affrontate per tutti, parrebbero forse più semplici per l’ormai scomparsa Global Britain di radici europee, che la Little England di adesso, isolata e senza alleati su cui contare.


[1] Il 29 marzo 2017 L’ambasciatore del Regno Unito presso l’Unione europea consegna ufficialmente la lettera del primo ministro Theresa May al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, dando così l’avvio alla procedura dell’articolo 50

[2] Per una panoramica basilare purtuttavia non esaustiva del fenomeno complesso, può essere utile consultare https://it.wikipedia.org/wiki/Uscita_del_Regno_Unito_dall%27Unione_europea

[3]Theresa May holding talk sat White House with Donald Trump, The Guardian, 28 gennaio 2017, http://www.theguardianbd.com/theresa-may-holding-talks-at-white-house-with-donald-trump/

[4]RobMerrick, EU Malta summit: EuropeanleadersrebuffTheresaMay’soffer to actas ‘bridge to Donald Trump’, 3 febbraio 2017, http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/eu-malta-summit-european-leaders-rebuff-theresa-may-bridge-donald-trump-us-angela-merkel-francois-a7561106.html

[5] L’Office of Budget Responsibility è un ente indipendente che analizza la politica fiscale del governo britannico  http://obr.uk/economy_categories/population-and-migration/

[6] Risoluzione del Parlamento europeo sui negoziati con il Regno Unito a seguito della notifica della sua intenzione di recedere dall’Unione Europea, 31 marzo 2017, http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+MOTION+B8-2017-0241+0+DOC+XML+V0//IT

 

 

Francesco Gaudiosi

Francesco Gaudiosi è un giornalista pubblicista dal 2015. Laureato in Scienze Politiche con 110 e lode con una tesi sulle Cooperazioni Rafforzate nel diritto dell’Unione Europea, adesso è studente magistrale della laurea in International Relations alla Federico II di Napoli.
È membro del consiglio direttivo di MSOI Napoli e socio del Club Atlantico Giovani.
Appassionato di geopolitica e di economia internazionale ha scritto alcune pubblicazioni per lo IAI- Istituto Affari Italiani. Segue con interesse il panorama europeo, in particolar modo gli aspetti riguardanti il diritto dell’Unione Europea e le sentenze della Corte di Giustizia Europea.

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