Il Settembre Nero: un tasto (ancora) dolente per i rapporti tra comunità in Giordania

Il Settembre Nero: un tasto (ancora) dolente per i rapporti tra comunità in Giordania

La rivolta dei Fedayeen palestinesi contro la monarchia giordana ha dato vita a scontri sanguinosi passati alla storia con il nome di “Settembre Nero”. Cos’è rimasto dopo quasi cinquant’anni?


 

Ricostruzione Storica

Il Settembre Nero è il nome con cui viene indicata la repressione attuata dalle forze armate giordane comandate da Re Hussein nei confronti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) il cui leader era Yasser Arafat, tra il Settembre 1970 e Luglio 1971, vedendo l’apice tra il 16 e il 27 Settembre 1970, da cui il nome “Black September”.

La guerra civile tra le forze armate giordane e L’OLP non nasce in un vacuum, dunque è importante ricostruire i fatti ed analizzare il percorso che ha portato ad un’escandescenza intestina nella monarchia Hashemita di Giordania.

Yāsser ʿArafāt (Il Cairo, 24 agosto 1929 – Clamart, 11 novembre 2004) è stato un politico palestinese. Il suo nome era Muḥammad ʿAbd al-Raḥmān ʿAbd al-Raʾūf al-Qudwa al-Ḥusaynī è stato un combattente, figura di spicco del panorama politico mondiale. Nel 1956, a una conferenza a Praga, Yāsser ʿArafāt portò la kefiah, il tradizionale copricapo palestinese (a scacchi neri o rossi) che divenne di fatto una sorta di suo emblema.

Oramai risale a più di 50 anni fa la Guerra dei Sei Giorni (1967), dove lo stato di Israele lasciò il mondo a bocca aperta conquistando i rimanenti territori palestinesi di Cisgiordania, Gerusalemme Est, Striscia di Gaza, così come le alture del Golan siriano e la penisola del Sinai egiziano, in un tempo record di sei giorni.

Il conflitto del 1967 (Milhemet Sheshet Ha Yamim in ebraico) stroncò l’Egitto, la Giordania e la Siria, e, consegnò al mondo, per mano israeliana, quello che divenne noto come il “Naksa”, cioè battuta d’arresto o sconfitta, agli eserciti dei paesi arabi vicini e ai palestinesi che in quel conflitto persero tutto ciò che rimaneva della loro terra[1].

Il “Naksa” fu percepito come la continuazione del “Nakba”, catastrofe o disastro[2] di circa diciannove anni prima in cui lo stato di Israele nacque tramite un processo violento che vide l’inizio della pulizia etnica[3] dei Palestinesi quanto la graduale cancellazione della Palestina stessa[4] in un crescendo che continua oggigiorno. Nella guerra del 1948, Israele proclama la sua nascita di diritto dopo aver preso il controllo del 78% delle terre a dopo aver espulso circa 750.000 palestinesi dalla loro patria distruggendo circa 530 villaggi che i palestinesi si lasciavano alle spalle nel loro esodo verso gli stati vicini. Il restante 22% delle terre palestinesi vene inglobato sotto il controllo di Egitto e Giordania.[5]

Tra la metà degli anni ‘50 e ‘60 vi fu l’ascesa del movimento Fedayeen – ovvero gruppi di resistenza armata palestinese che tentarono di organizzare attacchi contro Israele. Nel 1964 venne fondato l’OLP che riuniva diverse fazioni sotto un unico partito, esso rappresentò il cuore della lotta per la riconquista della Palestina. Nel 1967, Israele assorbì l’intera Palestina storica, oltre a territori di Egitto e Siria, dopo aver espulso altri 300.000 palestinesi dalle loro case. La guerra dei Sei Giorni è l’evento cardine per comprendere il Settembre Nero, infatti a seguito del “Naksa” la stragrande maggioranza dei Palestinesi sfollati si rifugiò in Giordania. Molti attraversarono il fiume Giordano a piedi con pochissimi effetti personali ed i Fedayeen cominciarono a condurre i loro attacchi proprio dalla Giordania.

Si stava aprendo una complicata fase di coesistenza. La delicata e ambigua posizione del re Hussein era in bilico, mentre aumentava anche il numero di palestinesi in territorio giordano. Fu infatti imminente una sanguinosa restabilizzazione dei ruoli, non con Israele, ma tra arabi stessi.

L’aumento delle tensioni

Alla fine degli anni 60 il “Palestinian Commando Movement” composto da diverse fazioni di guerriglieri, emerse come forza stimata soprattutto a seguito della sconfitta del 1967 tra queste fazioni la più famosa era Fatah. I palestinesi approfittarono pienamente dello stato di caos che seguì la sconfitta araba, i guerriglieri palestinesi consolidarono il loro potere e il loro controllo sui campi profughi negli stati arabi aumentando il numero di reclute. L’immagine dei giovani fedayeen – o combattenti per la libertà – vestiti nel tradizionale foulard palestinese divenne un’icona di resistenza palestinese. I paesi arabi erano con la causa dei fratelli palestinesi: l’Egitto di Nasser appoggiò Fatah e Yasser Arafat, l’Iraq e la Siria supportavano la creazione di nuove fazioni per la liberazione della Palestina a loro alleate, non solo per una congruenza ideologica ma anche per utilizzare la causa come leva per emergere nel panorama politico arabo.

Un documento desecretato della CIA ha rivelato che l’indipendenza di Fatah aveva influenzato la Siria nella costruzione di una fazione palestinese ad hoc, chiamata “L’avanguardia della guerra di liberazione del popolo”, la quale interagiva saldamente con Damasco[6]. Non tutti i paesi arabi erano però entusiasti rispetto dall’emergere di questi movimenti. Re Hussein era ancora scosso dalla perdita della Cisgiordania che rappresentava circa metà del paese.

I palestinesi arrivati in Giordania dopo la Guerra dei Sei Giorni erano liberi di muoversi e di esprimere la loro idee mostrando palesemente simboli della loro appartenenza allo stato di Palestina, si arrogarono però anche il diritto di lanciare attacchi contro Israele dal paese. Fu questo tipo di azioni a creare un senso di panico all’interno della Giordania. Al contrario dal canto suo Nasser supervisionava i Palestinesi nell’addestramento militare, ma assicurava anche che nessun attacco sarebbe stato lanciato dall’Egitto senza un rigido controllo e coordinazione da parte del governo. Fatah e altri gruppi agivano invece con più libertà nelle zone più deboli della Giordania.

Nel 1969 Yasser Arafat, allora leader di Fatah, venne eletto presidente del OLP dando inizio ad una nuova era per i movimenti di liberazione palestinese. La crescita di autonomia dei Fedayeen in Giordania stava però iniziando a creare problemi: “uno stato dentro lo stato” è la descrizione più comunemente usata per descrivere l’atteggiamento dei Fedayeen di quel tempo nel Regno Hashemita, dove le loro azioni avevano immediatamente scosso la regione. Uomini armati si aggiravano per le strade di Amman, Irbid e Zarqa, i guerriglieri palestinesi non erano più dunque all’interno di zone ristrette di difficile accesso del paese. Consequenziali lamentele riguardo all’accesso così prepotente dei palestinesi vennero sollevate velocemente dalla popolazione.

Un’ atmosfera di tensione sempre più muscolare emerse nelle manifestazioni che presero corpo ad Amman durante quei mesi, dove i gruppi più importanti di resistenza palestinese protestavano chiedendo la sovranità della Resistenza e dunque iniziando implicitamente a chiamare il rovesciamento di Re Hussein dalla sua carica.

In questo contesto Fatah tentò di distanziarsi e così anche Arafat che si dichiarò sempre impossibilitato a controllare una situazione sfuggita di mano contro la sua volontà. Gruppi come il Fronte Popolare e il Fronte Democratico non erano soggetti infatti all’autorità di Arafat ma si definivano fazioni indipendenti. La situazione iniziò a precipitare nel Luglio 1970 quando movimenti palestinesi iniziarono a manifestare in Giordania in modo massiccio contro Nasser accusato di aver firmato un accordo di Pace con il segretario di stato statunitense Rogers, provocando un forte disappunto da parte del leader egiziano. Perdere il supporto di Nasser in un momento in cui la situazione, era sempre più sfavorevole per i palestinesi in Giordania e dove la pazienza del Re stava volgendo al termine, fu una mossa letale. Il primo ministro giordano Wasfi al-Tal proponeva un approccio riconciliatore con i palestinesi tentando una mediazione.

Il 6 Settembre 1970 il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) cominciò a dirottare aerei internazionali che venivano costretti all’atterraggio nel deserto giordano i c.d. “dirottamenti di Dawson’s Field”[7]. Il gruppo guidato da George Habash[8] stava prendendo sempre più una linea filo marxista. Dopo l’ennesimo episodio di “pirateria” il 20 Settembre, il Re decise che era giunto il momento di rinstaurare ordine nel paese una volta per tutte.

L’approccio conciliatore del primo ministro non fu quello utilizzato, l’esercito era dispiegato e pronto per un’azione più decisiva nei confronti delle forze palestinesi iniziò così una sanguinosa guerra civile. I fedayeen si difesero strenuamente, mentre il numero di vittime aumentava vertiginosamente fino a circa 4000 persone di cui la maggior parte civili[9]. A seguito degli avvenimenti la rabbia crebbe insieme ad un senso di tradimento dove i palestinesi percepirono la volontà da parte del regime giordano di liquidare il movimento per la liberazione della Palestina. I rinforzi tanto attesi da parte irachena non arrivarono mai, gli iracheni risposero che la loro presenza su suolo giordano riguardava la difesa della Giordania in caso di invasione israeliana e non comprendeva la protezione dei palestinesi.

Al contrario le forze siriane invasero la Giordania per supportare i combattenti dell’OLP, tuttavia il ministro della difesa al tempo proprio Hafiz al-Asad, rifiutò di inviare forze aeree dopo che Re Hussein minacciò di chiedere il supporto aereo di Israele contro Damasco. La posizione di Hafiz al-Asad è premonitrice di quella che sarà la divergenza tra il leader siriano e Yasser Arafat. Una delegazione della lega araba ordinò l’esfiltrazione di Arafat dalla Giordania verso Il Cairo; pochi giorni dopo Nasser rompeva l’accordo firmato con Arafat e Re Hussein. Quella fu l’ultima azione politica di Nasser che morì poche ore dopo e insieme a lui anche il panarabismo gradatamente rivelò il suo fallimento.

Arafat e Re Hussein firmarono dunque un accordo per regolamentare la presenza di combattenti palestinesi in Giordania, ma alcuni gruppi palestinesi rifiutarono i termini, facendo dissolvere l’accordo in un nulla di fatto e rinnovando le tensioni nuovamente nel giugno 1971.  Gli scontri ricominciarono e l’esercito giordano invase le ultime basi dell’OLP costringendo i palestinesi alla resa.

L’ Esercito giordano ordinò all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di trasferirsi in Libano passando per la Siria. L’espulsione e gli eventi sanguinosi di questi anni portano il nome di “Settembre Nero”, nome che verrà dato anche all’organizzazione terroristica che si macchierà degli attentatiti alle olimpiadi del 1972 di Monaco.

Cosa derivò dal Settembre Nero e quali i risvolti nella contemporaneità?

Pochi anni dopo, nel 1975, cominciò la guerra civile libanese che durò sedici anni. Il conflitto fu maggiormente causato dall’ insoddisfacente distribuzione del potere politico. Il sistema del tempo favoriva i cristiani che combattevano per espellere le forze armate palestinesi, trasferitesi a sud del paese dopo il Settembre Nero. In questo frangente il Libano si vide usato come trampolino di lancio per gli attacchi nell’adiacente Israele che da tempo aveva mire espansionistiche nella zona sud a maggioranza Sciita.

L’intervento occidentale fu respinto violentemente quanto disperatamente da attacchi di attentatori suicidi. Cristiani e musulmani libanesi si scagliarono l’uno contro l’altro in un conflitto molto cruento dominato da guerriglie in competizione. Una tremenda guerra civile caratterizzata da massacri, tradimenti, atrocità, rapimenti, assassini, mutevoli alleanze di convenienza e invasioni[10].

Cosa resta dunque oggi del Settembre Nero?

La Giordania tuttora fa in conti con la questione Arabo-Israeliana, che ha inciso fortemente anche nella costruzione di una vera e propria identità giordana. Il governo non fornisce appositamente dati ufficiali ma si stima che la presenza di Palestinesi e/o discendenti palestinesi nel paese corrisponda al 70% della totale popolazione[11].Di certo il conflitto con Israele ha dato vita a delle caratteristiche specifiche nel tessuto sociale e creato delle divisioni tra comunità.

Da un lato vi sono i “transgiordani” ovvero gli abitanti del paese fin dai tempi in cui la Giordania non era uno stato, e i palestinesi o i discendenti che sono appunto tutti coloro che abitavano nelle zone storiche di Palestina oggi, Israele. I cosiddetti “palestinesi giordani” dunque discendenti dei palestinesi giunti in Giordania tra il Nakba e il Naksa (1948- 1967) sono oggigiorno in gran parte cittadini giordani a tutti gli effetti in seguito al trattato del 1994[12].Le storiche tensioni tra le due comunità hanno rinforzato un clima di mutuo sospetto e divisione fra le due principali componenti della popolazione che ha reso difficile trovare unità d’intenti per promuovere istanze socioeconomiche comuni[13]

I transgiordani occupano gelosamente la maggior parte delle posizioni del settore pubblico, tramite nomine e favoritismi legati a una tradizione tribale, mentre i palestinesi occupano il settore privato e in molti casi vivono situazioni di sfruttamento. Per comprendere la vastità e la quasi normalizzazione del fenomeno discriminatorio basti pensare che nel 2012 politici, intellettuali, attivisti e accademici giordani hanno scritto una lettera a Re Abd Allah chiedendo urgentemente di porre fine alle discriminazioni dei giordani di origini palestinese.[14]

Alle forti discriminazioni a livello sociale e nell’occupazione, vi è anche, tra le più clamorose tuttora in vigore, la non concessione della cittadinanza ai palestinesi provenienti da Gaza. Al contrario di coloro giunti da West Bank i cittadini di Gaza non hanno mai ottenuto questo riconoscimento[15] I tagli dell’UNRWA[16] e l’inasprimento della posizione sempre più avversa alla causa palestinese promossa anche dall’amministrazione Trump incidono e continueranno ad incidere sulla piccola monarchia levantina, le cui sorti sono indissolubilmente legate al destino dello stato di Palestina.


Note

[1]Remembering the Naksa”, Middle East Monitor, 5 Giugno 2017. Link: https://www.middleeastmonitor.com/20170605-remembering-the-naksa/

[2] Cos’è il giorno della Nakba?, Il Post, 16 Maggio 2016. Link: https://www.ilpost.it/2016/05/16/nakba-palestina/

[3] La nuova storiografia israeliana ha riesaminato l’esodo palestinese, ridefinendolo come un atto di pulizia etnica: questa rivisitazione si è compiuta soprattutto con l’opera dello studioso israeliano dissidente Ilan Pappé, professore cattedratico nel Dipartimento di Storia dell’Università di Exeter (Regno Unito) e co-direttore del suo Centro per gli Studi Etno-Politici. Ha fondato e guidato l’Istituto per la Pace a Givat Haviva (Israele) fra il 1992 e il 2000, e ha ricoperto la cattedra dell’Istituto Emil Touma per gli Studi Palestinesi di Haifa (2000-2008).

[4] Zena Tahhan “The Naksa: How Israel occupied the whole of Palestine in 1967”, 4 giugno 2018.  Link: https://www.aljazeera.com/indepth/features/2017/06/50-years-israeli-occupation-longest-modern-history-170604111317533.html

[5] Ibidem.

[6]Black September: A look at the events that led to the PLO’s expulsion from Jordan”, AlJazeera, 20 Luglio 2009.

Link: https://www.aljazeera.com/programmes/plohistoryofrevolution/2009/07/200971385345398771.html

[7]  Il 6 settembre, nella serie di dirottamenti di Dawson’s Field, tre aerei vennero dirottati dal FPLP: un volo Swissair e un volo TWA da Zarqāʾ e un volo BOAC dal Cairo. Il 9 settembre toccò a un aereo della British Airways da Amman; i passeggeri vennero tenuti in ostaggio. 

[8]Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP)”, BBC, 18 Novembre 2014.

Link:https://www.bbc.com/news/world-middle-east-30099510

[9]Black September: A look at the events that led to the PLO’s expulsion from Jordan”, AlJazeera, 20 Luglio 2009.

Link: https://www.aljazeera.com/programmes/plohistoryofrevolution/2009/07/200971385345398771.html

[10] O’Ballance, Civil War in Lebanon, 1975-92, Palgrave McMillan, 1998.

[11]Uri Savir, “A Palestinian Jordanian Confederation”, The Jerusalem Post, 10 Gennaio 2013. Link:https://www.jpost.com/Opinion/Columnists/A-Palestinian-Jordanian-confederation

[12] “Treaty of Peace between the State of Israel and the Hashemite Kingdom of Jordan”, . Link:https://peacemaker.un.org/sites/peacemaker.un.org/files/IL%20JO_941026_PeaceTreatyIsraelJordan.pdf

[13] Eugenio Da Crema, Focus Paese: Giordania, 28 Settembre 2018.

 Link: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/focus-paese-giordania-21309

[14] Khaled Abu Toameh, “Anti-Palestinian Discrimination in Jordan Now It’s Official”, Gatestone Institute, 6 Agosto 2012.

Link: https://www.gatestoneinstitute.org/3249/anti-palestinian-discrimination-jordan

[15]ARDD-Legal Aid, “Mapping the Legal obstacles Palestinians Face in Jordan”, Maggio 2015. Link:https://ardd-jo.org/sites/default/files/resource-files/mapping_the_legal_obstacles_palestinians_face_in_jordan_en.pdf

[16] L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA, United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) è un’agenzia di soccorso, sviluppo, istruzione, assistenza sanitaria, servizi sociali e aiuti di emergenza a oltre cinque milioni di rifugiati palestinesi che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza. È l’unica agenzia dedicata solo ad aiutare i rifugiati provenienti da una regione o conflitto specifico. È separata dall’UNHCR, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati, che è l’unica altra agenzia delle Nazioni Unite dedita ad aiutare i rifugiati e si occupa di tutti gli altri rifugiati nel mondo. È stata istituita a seguito della guerra arabo-israeliana del 1948 da parte della Assemblea generale delle Nazioni Unite ai sensi della risoluzione 302 (IV), dell’8 dicembre 1949. https://web.archive.org/web/20110812133702/http://www.unrwa.org/index.php


Copertina: Street art in Amman


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Giulia Macario

Nata in Italia, attualmente studia Ricerca Avanzata in Criminologia Internazionale (IMARC) presso l’Erasmus University e la Kent University. Precedentemente ha vissuto un anno in Giordania, ad Amman, dove ha lavorato come ricercatrice e tirocinante presso “Arab Institute for Security Studies” (ACSIS) e dove ha studiato la lingua araba presso Qasid Institute. Nel 2018 ha iniziato il Master in Middle Eastern Studies (MIMES) offerto dall’ Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI - Università Cattolica del Sacro Cuore) a Milano. La sua tesi “WMD, al-Qa'ida and the Hashemite Kingdom of Jordan: response to Violent Extremism” analizza la Giordania come caso studio nella difesa attuata contro l’estremismo violento, sia dal punto di vista strategico militare che dal punto di vista della contro-narrativa, prevenzione e riabilitazione. Nel 2017 ha ottenuto due diplomi presso l'Istituto per gli di Studi di Politica Internazionale (ISPI) in "Geopolitica e Sicurezza Globale" e "Crisi ed Emergenza Umanitaria". Precedentemente ha conseguito la laurea in Studi Internazionali all' Università di Trento con una tesi intitolata "I media nella galassia jihadista: Analisi e comparazione dei magazines di al-Qa ‘ida e delle Stato Islamico". Giulia è interessata particolarmente ai movimenti salafiti-jihadisti, all'islam politico con una particolare attenzione alla prevenzione e alla lotta contro l'estremismo violento e il terrorismo

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