Il super-presidenzialismo di Erdoğan

Il super-presidenzialismo di Erdoğan

Il referendum costituzionale del 16 aprile 2017 e la decisione di Erdoğan di anticipare le elezioni presidenziali e parlamentari al 24 giugno 2018 rispondono chiaramente al suo disegno politico di concentrare nella carica presidenziale – e dunque in sé – amplissimi poteri, dando vita a quello che i politologi hanno denominato super-presidenzialismo “alla turca”[1].


Il 16 aprile 2017 si è celebrato in Turchia un referendum costituzionale di cruciale importanza per il sistema politico del paese. Incidendo sulla forma di governo e dunque sull’allocazione dei poteri tra le tre principali istituzioni, tale referendum ha sancito il formale passaggio ad un presidenzialismo e ampliato notevolmente i poteri del Presidente della Repubblica[2].

Tuttavia, la Turchia ha conosciuto un graduale mutamento della sua forma di governo. Al riguardo, il referendum di cui sopra deve considerarsi collegato alla consultazione popolare del 21 ottobre 2007, la quale ha introdotto l’elezione a suffragio universale diretto del Presidente della Repubblica; le prime elezioni di tal fatta si sono celebrate nel 2014 e hanno portato alla vittoria di Recep Tayyip Erdoğan[3].

In occasione del referendum del 16 aprile 2017, i cittadini turchi sono stati chiamati a decidere circa l’approvazione di diciotto emendamenti costituzionali, i quali sono stati proposti dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) e dal Partito del Movimento Nazionalista (MHP). In un primo momento, le proposte di modifica erano ventuno, tuttavia la commissione costituzionale parlamentare, adibita alle analisi di tal fatta, ne ha respinte tre[4] [5].

Sono stati circa cinquanta milioni i cittadini che il 16 aprile 2017 si sono presentati alle urne, pari all’85.32% degli elettori registrati, il che testimonia l’ampia risonanza e il coinvolgimento popolare del referendum, il quale si è concluso con la vittoria del sì che ha ottenuto il 51.41% dei voti[6]; tale referendum ha rappresentato un’ulteriore vittoria personale di Erdoğan che, in seguito alle elezioni del 24 giugno 2018, ha ormai realizzato il suo sogno di divenire un Presidente della Repubblica dai super-poteri[7].

Allo scopo di comprendere i mutamenti che hanno interessato e tutt’ora interessano il sistema politico turco, il quale tende verso un connubio tra autoritarismo e super-presidenzialismo, è necessario conoscere le modifiche costituzionali apportate dal referendum, le quali hanno di fatto rafforzato le funzioni del Presidente della Repubblica, enfatizzando il one-man rule di Erdoğan, il quale negli ultimi anni non ha esitato ad esercitare poteri al di là del dettato costituzionale[8].

Sebbene gli emendamenti siano ben diciotto, sono cinque i grandi mutamenti che hanno interessato il sistema politico turco. In primo luogo, e come già affermato, rileva il formale passaggio da una forma di governo parlamentare ad una presidenziale; quanto detto comporta dunque una nuova allocazione del potere esecutivo, cui titolarità viene attribuita al Presidente della Repubblica, essendo abolita la carica di Primo Ministro; il referendum ha inoltre ridotto il numero dei membri di alcuni organi giurisdizionali e modificato la procedura di impeachment, richiedendo maggioranze dei 3/5 e dei 2/3 rispettivamente per l’avvio e l’approvazione[9].

Tuttavia, le modifiche più interessanti concernono le funzioni attribuite al Presidente della Repubblica, il quale è divenuto titolare dei poteri di:

  • Emanare decreti aventi forza di legge e non soggetti al controllo parlamentare ovvero giurisdizionale;
  • Decretare lo stato di emergenza;
  • Sciogliere il Parlamento;
  • Nominare e rimuovere i ministri senza il voto parlamentare;
  • Nominare sei dei tredici membri del Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri.

Data l’evidente concentrazione dei poteri del Presidente della Repubblica, alcuni politologi hanno identificato la forma di governo turca in un super-presidenzialismo[10].

Il contesto in cui si è svolta la consultazione popolare, caratterizzato da manipolazione e controllo mediatico, è solo una delle ultime testimonianze della deriva autoritaria e super-presidenziale della Turchia. L’esito del referendum ha infatti incontrato le denunce dei partiti di opposizione e di alcuni osservatori internazionali[11]; i primi hanno ufficialmente chiesto il riconteggio delle schede, ritenendo falsi i risultati diffusi dall’Agenzia di Stato – il no avrebbe ottenuto il 52% dei voti – e denunciando numerosi brogli elettorali, laddove i secondi hanno criticato le modalità con cui si è svolto il referendum stesso.

L’OSCE ha pubblicamente affermato che “La consultazione si è svolta in un clima politico in cui le essenziali libertà fondamentali per un processo sinceramente democratico sono state ridotte dallo stato d’emergenza e le due parti non hanno avuto le stesse opportunità di presentare le loro ragioni agli elettori”. Inoltre, nel rapporto stilato dall’OSCE stesso si legge che “la consultazione non ha rispettato gli standard internazionali in vari ambiti”[12].

Anche il Consiglio d’Europa si è espresso in merito, affermando che il referendum non ha rispettato gli standard imposti, sia perché la competizione è stata impari, essendosi svolta in un contesto in cui le due parti non hanno avuto eguali opportunità durante la campagna, sia perché sono state ritenute valide un milione e mezzo di schede elettorali non timbrate e dunque suscettibili di manipolazione[13].

Tuttavia, l’esito del referendum è stato ritenuto valido e gli emendamenti sono già entrati in vigore da circa un anno; la riforma costituzionale che porta la firma di Recep Tayyip Erdoğan ha così messo a tacere le critiche nazionali ed internazionali.

Il disegno politico di Erdoğan continua con le elezioni presidenziali e parlamentari del 24 giugno 2018, le quali sono le prime a svolgersi con le nuove modalità introdotte dal referendum del 16 aprile 2017. Allo scopo di comprendere gli esiti elettorali, occorre tenere distinte le due fattispecie di elezioni, delineando poi un quadro di insieme.

Per quanto concerne le elezioni presidenziali, il sistema elettorale prevede un maggioritario a doppio turno con ballottaggio. In tale circostanza, ogni partito di opposizione ha proposto un proprio candidato, sperando nell’avvio di un processo democratico mediante l’elezione di un nuovo Presidente e di un Parlamento a diversa maggioranza politica[14].

Sebbene fosse tutt’altro che scontato, Erdoğan ha ottenuto il 52.59% dei voti al primo turno, essendo così riconfermata la sua carica alla Presidenza della Repubblica fino al 2023[15]. Quella di Erdoğan è tuttavia una vittoria che deve essere ponderata alla luce di due precedenti sconfitte: elettorale nel 2015, quando il suo partito non ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti alle elezioni parlamentari, e politica nel 2013, in seguito alle repressioni delle proteste popolari.

L’ultima vittoria di Erdoğan può dunque essere definita esasperata e quasi forzata, considerando sia le conseguenze giurisdizionali che Erdoğan stesso e i suoi fedelissimi avrebbero dovuto affrontare in caso di sconfitta elettorale, sia il suo desiderio di affermarsi sullo scenario politico turco in qualità di Presidente dai super-poteri[16].

Quanto alle elezioni parlamentari, queste ultime si sono svolte mediante un sistema elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento fissata al 10%; tuttavia la nuova legge elettorale, prevede che tale soglia debba essere superata dalle intere coalizioni, e non già dai singoli partiti facenti parte delle stesse, favorendo così i piccoli partiti politici[17]. L’AKP e l’MHP hanno scelto di allearsi, andando a costituire la coalizione denominata Alleanza Popolare, laddove anche i partiti di opposizione hanno optato per una decisione in tal senso, andando a rappresentare l’altra grande coalizione, ossia l’Alleanza Nazionale.

Le elezioni parlamentari si sono concluse con la vittoria dell’Alleanza Popolare, la quale ha ottenuto il 54% dei voti, divisi tra il 42.5% dell’AKP e l’11,5% del MHP. Le opposizioni, sebbene non abbiano ottenuto la maggioranza in Parlamento, si sono rese autrici di una campagna elettorale efficace e convincente, il che spiega l’elevata affluenza, pari circa all’87% degli elettori registrati[18].

Proprio come già accaduto in occasione del referendum del 16 aprile 2017, le elezioni del 24 giugno 2018 non possono di certo dirsi libere e competitive, dato che il contesto in cui si sono celebrate è stato caratterizzato dalla permanenza dello stato di emergenza, dalla difficoltà di accesso ai media riscontrata dalle opposizioni e dal controllo politico sul comitato elettorale, sui media e sulle testate giornalistiche; si aggiungano le denunce di brogli elettorali da parte delle forze di opposizione[19].

Il referendum costituzionale e le elezioni presidenziali e parlamentari rappresentano la vittoria politica e personale di Erdoğan, il quale si trova da solo al governo del paese, forte dell’appoggio della maggioranza parlamentare e al riparo dalle opposizioni e dalla magistratura. Oltre ad essere titolare esclusivo del potere esecutivo, Erdoğan può contare sul supporto del suo partito, il quale gode della maggioranza in seno all’organo legislativo: lo scenario politico è dunque favorevole alla longevità istituzionale del super-presidente, il quale ha fin’ora portato a termine il suo disegno politico[20].


Note

[1] Talbot V., Tutti i rischi di un presidenzialismo “alla turca”, ISPI, 12 aprile 2017.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-rischi-di-un-presidenzialismo-alla-turca-16469

[2] Redazione ISPI, Referendum in Turchia: l’ultimo passo di Erdoğan, ISPI, 12 aprile 2017.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/referendum-turchia-lultimo-passo-di-erdogan-16561

[3] Talbot V., Elezioni in Turchia: verso un assetto presidenziale, ISPI, 6 agosto 2014.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/elezioni-turchia-verso-un-assetto-presidenziale-10992

[4] Non è stata approvata l’istituzione delle regole per i c.d. parlamentari di riserva, la funzione del Presidente della Repubblica di nominare alcuni alti funzionari amministrativi e di stabilirne le regole.

[5] Talbot V., Tutti i rischi di un presidenzialismo “alla turca”, ISPI, 12 aprile 2017.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-rischi-di-un-presidenzialismo-alla-turca-16469

[6] Bettoni D., Turchia: la nuova legge elettorale, Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa, 13 aprile 2018.

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Turchia-la-nuova-legge-elettorale-187218

[7] Talbot V., Tutti i rischi di un presidenzialismo “alla turca”, ISPI, 12 aprile 2017.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-rischi-di-un-presidenzialismo-alla-turca-16469

[8] ibidem

[9] ibidem

[10] ibidem

[11] Bettoni D., Turchia: la nuova legge elettorale, Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa, 13 aprile 2018.

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Turchia-la-nuova-legge-elettorale-187218

[12] Redazione Repubblica, Turchia, è scontro sulla validità del referendum. Ma l’Osce boccia la consultazione: “Schede non timbrate andavano escluse”, Repubblica, 17 aprile 2017.

https://www.repubblica.it/esteri/2017/04/17/news/turchia_erdogan_referendum-163199495/

[13] ibidem

[14] Benvenuti B., Turchia: per Erdoğan una “non vittoria”, Affari Internazionali, 17 aprile 2017.

https://www.internazionale.it/opinione/cengiz-aktar/2018/06/22/turchia-elezioni-2018

[15] https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_generali_in_Turchia_del_2018

[16] Benvenuti B., Turchia: per Erdoğan una “non vittoria”, Affari Internazionali, 17 aprile 2017.

https://www.internazionale.it/opinione/cengiz-aktar/2018/06/22/turchia-elezioni-2018

[17] Bettoni D., Turchia: la nuova legge elettorale, Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa, 13 aprile 2018.

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Turchia-la-nuova-legge-elettorale-187218

[18] https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_generali_in_Turchia_del_2018

[19] Benvenuti B., Turchia: per Erdoğan una “non vittoria”, Affari Internazionali, 17 aprile 2017.

https://www.internazionale.it/opinione/cengiz-aktar/2018/06/22/turchia-elezioni-2018

[20] Krastev I., Welcome to the era of Presidents for life, The New York Times, 15 marzo 2018.

https://www.nytimes.com/2018/03/15/opinion/presidents-for-life-jinping.html


Foto copertina: Reuters


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Giorgia Papallo

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università degli studi di Napoli Federico II, Giorgia Papallo frequenta il primo anno del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum Università di Bologna.
Durante l'a.a. 2017/2018 è stata membro del Consiglio Direttivo dell'associazione MSOI Napoli.
Nel corso degli anni ha maturato un profondo interesse verso la politica, la diplomazia e l'Unione europea, di cui apprezza i valori.

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