Il valore delle parole del richiedente asilo

Il valore delle parole del richiedente asilo

Riflessioni sulla sentenza della Corte di Cassazione, sezione VI, n. 4522 depositata il 5 marzo 2015

 

La sentenza n. 4522 della Suprema Corte di Cassazione depositata il 5 marzo 2015 ha assunto un ruolo fondamentale in tema di ammissibilità di domande di protezione internazionale reiterate, soprattutto per quelle in cui vengono taciuti fattori di ordine psicologico e morale, astrattamente allegabili già nel corso del precedente procedimento.

È bene ricordare che, la domanda per il riconoscimento della protezione internazionale viene posta dinanzi la Polizia di frontiera o la Questura e che il controllo prima facie sulle dichiarazioni dei richiedenti viene effettuato, dunque, da un organo che non esercita una funzione giurisdizionale. Solo successivamente, laddove la domanda venga valutata negativamente dalla Commissione territoriale competente, è possibile per l’immigrato adire il tribunale, esperendo un ricorso ex art. 702 bis c.p.c. per veder comprovate le proprie ragioni.

Rilevante ai fini dell’accoglimento della domanda di protezione internazionale è talvolta l’orientamento sessuale del richiedente, sovente restio a dichiararlo spontaneamente alla Commissione territoriale o in sede giurisdizionale, anche laddove le proprie tendenze sessuali integrino una fattispecie di reato delittuosa nel Paese d’appartenenza.

L’omessa o tardiva dichiarazione è dovuta, a parere dello scrivente, prevalentemente a due fattori.

Il primo, quello più semplice da considerare ed ascrivibile al medesimo richiedente, è integrato dal fondato timore che una tale dichiarazione sia causa di denigrazione, scherno ed esclusione sociale.  

L’altro fattore, invece, fa riferimento all’errato modus procedendi delle Commissioni territoriali. Queste infatti, sebbene il d.P.R. del 16 settembre 2004 n. 303, imponga loro di documentarsi sulla situazione socio-economica, politica e giuridica del Paese di provenienza del richiedente asilo, talvolta omettono di porre a quest’ultimo una specifica domanda sull’orientamento sessuale; ciò anche quando esso sia causa di limitazione della libertà personale, se non addirittura di morte. In tali casi gli immigrati, non correttamente ed efficientemente interrogati dalle Commissioni, si vedono ingiustamente rigettare la domanda e costretti ad impugnare il relativo provvedimento amministrativo.  

Invero, il discrīmĕn non è tanto il momento in cui vengono rese le dichiarazioni, quanto piuttosto la loro credibilità, che diventa un concetto molto labile, considerate la delicatezza delle informazioni relative alla sfera personale e la difficoltà nella ricerca di mezzi di prova, non solo idonei ai fini della determinazione dell’orientamento sessuale, ma anche – e soprattutto – rispettosi del dettato costituzionale e della giurisprudenza comunitaria1.

È proprio sotto quest’ultimo profilo che la sentenza in esame presta spazio ad alcune riflessioni sia di carattere etico che procedurale. Con essa infatti il Giudice di legittimità, ritenuto correttamente che sia in sede amministrativa che in sede giurisdizionale non si fosse tenuto conto che la mancata dichiarazione dell’orientamento sessuale potesse derivare da un impedimento di ordine psicologico e morale che avesse determinato un ostacolo oggettivo e decisivo alla prospettazione delle tendenze sessuali come presupposto per la concessione della protezione internazionale, ha cassato con rinvio la decisione della Corte d’Appello di Napoli2, demandando tuttavia a quest’ultima l’acquisizione delle «prove necessarie al fine di accertare o meno la circostanza della omosessualità del richiedente, la condizione dei cittadini omosessuali nella società liberiana e lo stato della relativa legislazione, nel rispetto del criterio direttivo della normativa comunitaria e italiana in materia di istruzione ed esame delle domande di protezione internazionale»3

Ebbene, se non desta perplessità l’accertamento della condizione dei cittadini omosessuali nel Paese d’origine, dubbi invece pone l’acquisizione di prove circa l’orientamento sessuale del richiedente: è infatti possibile dimostrare le proprie tendenze sessuali e, in ogni caso, è possibile che le autorità procedenti nel tentativo di dimostrarle non commettano una palese violazione dei diritti umani?

La risposta, a parere di chi scrive, non può che essere negativa. In tali casi, così come riporta una nota dell’UNHCR (United Nations High Commission for Refugees) del novembre 2008, potrebbe essere sufficiente l’autoidentificazione come LGBT4 dinanzi la Commissione territoriale, ma il rischio è che questa possa diventare un “cavallo di Troia” per l’accoglimento, sia in sede amministrativa che nell’eventuale sede giurisdizionale, di domande sorrette da circostanze legate all’orientamento sessuale costruite ad hoc, in danno dei richiedenti asilo realmente discriminati, in ragione della loro tendenze sessuali, nel proprio Paese d’origine e che non chiedono altro che il riconoscimento e la tutela di diritti inviolabili.

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Fonte dell’immagine in copertina: http://www.banksy.co.uk/out.asp

  1. A tal proposito appare opportuno ricordare che la Corte di Giustizia dell’Unione europea in una pronuncia emessa contestualmente a quella in esame (sentenza 2 dicembre 2014, causa riunite da C-148/13 a C-150/13, Raad van State  c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, in Raccolta digitale) ha stabilito che le modalità di valutazione delle dichiarazioni dell’immigrato richiedente asilo relative al proprio orientamento sessuale devono essere conformi alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione e, più precisamente, rispettosi della dignità umana e della vita privata, con la conseguenza che le autorità nazionali a) non possono procedere ad esami psichiatrici o sessuodiagnostici o ricercare prove documentali video dell’orientamento sessuale dell’interessato perché violerebbero privacy e dignità umana; b) né possono considerare l’immigrato richiedente la protezione internazionale poco credibile allorché sia stato reticente nel non dichiarare tempestivamente la propria omosessualità alla commissione territoriale competente.
  2. La decisione della Corte d’Appello confermava il rigetto del Tribunale di Napoli dell’opposizione al provvedimento con il quale la Commissione territoriale di Caserta aveva respinto la domanda di protezione avanzata dal ricorrente.
  3. cfr. la sentenza in commento, punto 13.
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