Instabilità e terrorismo Jihadista in Sahel

Instabilità e terrorismo Jihadista in Sahel

Quale spazio per Al Qaeda in Africa subsahariana?

 

L’evoluzione del terrorismo di matrice jihadista si è accompagnata, soprattutto nell’ultimo biennio, all’ascesa prorompente di Daesh sulla scena mediatica globale. Una discreta capacità di occupazione territoriale, finalizzata alla costruzione ideale di un Califfato islamico transnazionale a partire dalla regione di confine siro-irachena, e un forte potenziale di mobilitazione politico-ideologica esercitato soprattutto sulle seconde e terze generazioni di musulmani presenti in Europa e in occidente, restituiscono la misura preoccupante di un fenomeno geopolitico che è stato inizialmente – e pericolosamente – sottovalutato dalle cancellerie e dai servizi di intelligence occidentali.

Il rafforzamento progressivo del sedicente Stato Islamico1, guidato da Abu Bakr Al Baghdadi, ha fatto da contraltare ad un indebolimento di fondo di Al Qaeda, emersa come la principale organizzazione terroristica islamista tra la seconda metà degli anni ’90 e il primo decennio del nuovo millennio, e suscettibile di rappresentare una minaccia concreta per l’Europa e gli Stati Uniti, coerentemente con una vocazione globale a colpire i ‘nemici lontani’ dell’Islam oltre che i regimi apostati della regione, alleati delle potenze occidentali. Tale dinamica ha caratterizzato gli equilibri mediorientali e globali, sorretta dalla percezione di maggiore dinamicità e di una migliore capacità di proiezione, a livello regionale e globale, di Daesh, oltre che da una evidente modernizzazione delle strategie di comunicazione mediatica.

Tuttavia, il quadro geopolitico che emerge in Africa subsahariana riflette una tendenza divergente. L’Africa, infatti, fa da sfondo alla presenza di numerose organizzazioni terroristiche, affiliate o legate principalmente ad Al Qaeda, che preserva un ruolo e un’importanza centrale nelle dinamiche di instabilità securitaria continentali. La regione sahelo-sahariana tra Mauritania e Ciad, in particolare, ne offre una testimonianza di rilievo. A partire dai primi anni 2000, il nord del Mali ha costituito l’epicentro della presenza jihadista in Sahel: territorio semi-desertico, zona grigia sottratta al controllo politico delle istituzioni statali e attraversata da traffici illegali di ogni tipo – droga, armi, migranti – alimentati da una corruzione endemica, la macro-regione compresa tra Gao, Kidal e Timbuctu ha rappresentato un terreno particolarmente fertile per la costruzione di un safe heaven jihadista.

Al Qaeda au Maghreb Islamique 2 filiale maghrebina di Al Qaeda in buona parte composta di combattenti reduci della sale guerre 3in Algeria e diretta dall’Emiro Abdelmalek Droukdel, costituisce il perno attorno a cui ruota la galassia di organizzazioni jihadiste attive nel Sahel occidentale. Accanto a essa, Ansar Dine4, movimento armato a forte radicamento nel territorio di Kidal e a prevalenza tuareg, e il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO)5, profondamente coinvolto nei narcotraffici saheliani, occuparono i territori dell’Azawad maliano nei primi mesi del 2012, proclamandone l’indipendenza. L’intervento francese6, deciso da François Hollande a gennaio del 2013 in concomitanza con l’avanzata della coalizione di forze jihadiste verso il sud del paese, ne determinò la sconfitta militare, trasformando lo scontro in un conflitto asimmetrico tra le forze militari franco-africane e i miliziani qaedisti. Il consolidamento della presenza francese7 e internazionale – attraverso il dispiegamento di una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, la MINUSMA – ha limitato in parte la capacità di azione di AQMI e dei gruppi jihadisti saheliani legati ad Al Qaeda, senza tuttavia risolvere le questioni di ordine securitario correlate alla presenza di cellule terroristiche e nuclei di combattenti nei territori al nord e al centro del paese.

Tra 2015 e 2016, le strategie di azione dei movimenti qaedisti saheliani sono state in parte ridefinite, attraverso l’ampliamento del raggio di attività alla regione sudanese dell’Africa occidentale: la capitale maliana, Bamako, così come Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e Grand Bassam, località turistica sulla costa ivoriana, a poche decine di kilometri da Abidjan, sono state fatte oggetto di attacchi terroristici rivendicati da AQMI e da Al Mourabitoun, organizzazione nata dalla fusione tra il MUJAO e una cellula8 di mujaheddin guidata da Mokhtar Belmokhtar, il più pericoloso tra i terroristi saheliani, profondamente radicato nel tessuto sociale nord-maliano e ampiamente coinvolto nei narcotraffici della regione9. Gli attentati, pianificati nei confronti di strutture ricettive frequentate soprattutto da espatriati occidentali, trovano un comune denominatore nella presenza politico-militare della Francia nella regione. Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio rientrano, infatti, pienamente nella rete di alleanze francesi in Africa occidentale, integrando a vario titolo i sistemi di sicurezza strutturati per far fronte alle minacce securitarie poste dal terrorismo qaedista. La vocazione globale e quella locale, dunque, si saldano nelle strategie di AQMI e dei gruppi jihadisti in Sahel: gli attacchi agli Stati della regione alleati di Parigi non soltanto hanno ad effetto di evidenziare le debolezze degli apparati securitari nazionali e di lanciare segnali a quanti decidano di prestare sostegno alle operazioni controterroristiche francesi, ma servono, al contempo, ad alleggerire la pressione delle forze di sicurezza in Sahel, lasciando spazio d’azione ai gruppi jihadisti e alle reti di narcotraffico.

Nel quadro di una competizione globale tra Al Qaeda e Daesh, il Sahel – accanto al Corno d’Africa e alla Somalia di Harakat Al-Shabaab10 – offre all’organizzazione qaedista la possibilità di affermare il primato su IS in Africa subsahariana, dove Boko Haram,11 formalmente affiliato allo Stato Islamico ma, in realtà, totalmente autonomo e legato all’organizzazione di Al Baghdadi da vincoli essenzialmente simbolici, sconta dissidi tra le diverse fazioni, scarsa aderenza dottrinale ai precetti islamici, un’attenzione pressoché totale al contesto regionale – in assenza di una prospettiva concretamente globalista – e un indebolimento sostanziale nella regione del bacino del Lago Ciad.12Gli attentati in Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio – e, indirettamente, gli attacchi alla Francia e agli interessi politico-militari francesi nella regione – hanno concesso ad Al Qaeda, per il tramite dei gruppi saheliani affiliati, la possibilità di mostrare come, in Africa subsahariana, resti essenzialmente la principale e più pericolosa organizzazione terroristica a vocazione globale.

Oggi, l’instabilità securitaria in Sahel resta una questione aperta, un rebus di difficile soluzione, che tuttavia richiede necessariamente l’attivazione di processi politici e socio-economici alternativi alla sola e semplice militarizzazione di territori e società. Solo poche settimane fa, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, ha parlato del Mali e della situazione preoccupante che ancora caratterizza il nord del paese, dove frequentemente i contingenti internazionali sono oggetto di attacchi da parte di gruppi jihadisti o di ribelli autonomisti, in una regione in cui accanto alle questioni legate al terrorismo qaedista emergono ragioni di conflitto direttamente correlate alle rivendicazioni sociali e politiche di alcune comunità locali. AQMI, Al Mourabitoun, Ansar Dine e gli altri movimenti jihadisti locali (Front de Liberation du Macina, katiba Khalid Ibn Walid)13, continuano a rappresentare la principale minaccia agli equilibri securitari nella macro-area saheliana. La solidità del network qaedista, la capillare presenza in territorio sahelo-sahariano e un potenziale offensivo che, pur fortemente ridimensionato, consente di colpire obiettivi di rilievo simbolico e strategico attraverso azioni terroristiche a forte impatto mediatico, si associano, presumibilmente, a una ritrovata capacità politica di presidiare territori ingovernati e negoziare accordi per la gestione dei traffici criminali nella regione.

Fonte dell’immagine in copertina: Il Giornale.it

Camillo Casola

Camillo Casola

Dottorando in Studi Internazionali presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Laureato in Relazioni e Istituzioni dell'Asia e dell'Africa, si occupa di politica e istituzioni dell'Africa subsahariana, con un focus sull'Africa occidentale e sulle relazioni franco-africane.

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  1. I più recenti sviluppi militari – l’offensiva di milizie curde ed esercito iracheno per sottrarre a Daesh la città di Mosul, in Iraq – raccontano di uno Stato Islamico in grande difficoltà sul campo, e di un fenomeno che, complessivamente, appare in (lenta) regressione.
  2. L’attuale denominazione di AQMI è stata adottata nel 2007, a seguito dell’affiliazione ad Al Qaeda Centrale. Precedentemente, l’organizzazione era conosciuta come Groupe Salafiste pour la Predication et le Combat, diretta derivazione del Groupe Islamique Armé, movimento attivo nel quadro della guerra civile algerina.
  3. Il conflitto civile algerino noto come ‘sale guerre’, in ragione della brutalità espressa dalle parti e dell’enorme numero di vittime, esplose negli anni ’90 a seguito del colpo di Stato con cui i militari sovvertirono l’esito delle prime elezioni democratiche, favorevole al Front Islamique du Salut, di ispirazione islamica.
  4. Leader del gruppo è Iyad Ag Ghali, protagonista della ribellione tuareg negli anni ’90 e del processo di pace conclusosi a Timbuctu nel 1996. Si radicalizzò probabilmente a contatto con predicatori tabligh e movimenti wahhabiti. Mediatore per il governo maliano in occasione delle trattative per la liberazione di ostaggi, fu nominato ambasciatore maliano in Arabia Saudita, e successivamente espulso da Gedda a causa di sospette frequentazioni con elementi legati ad Al Qaeda. Secondo alcune fonti, avrebbe definitivamente sposato la causa qaedista, fondando Ansar Dine ed alleandosi ad AQMI, dopo aver fallito nel tentativo di ottenere la leadership del movimento nazionalista tuareg, nel 2011, e quella della chefferie Ifoghas, a Kidal.
  5. Nato dalla scissione della katiba Al-Fourqane da AQMI, causata da dissidi relativi alla distribuzione di risorse e a presunte accuse di discriminazione dei mujaheddin non arabi da parte dei leader algerini del movimento, il MUJAO era composto essenzialmente da miliziani subsahariani (originari di Mali, Mauritania, etc.).
  6. L’Opération Serval fu dispiegata su decisione di Hollande, a seguito delle sollecitazioni rivolte a Parigi dal governo provvisorio di Bamako, guidato da Dioncounda Traoré. Il Presidente di transizione indirizzò al Capo di Stato francese una missiva in cui richiedeva espressamente l’intervento militare dell’ex potenza coloniale per salvaguardare la sovranità maliana – già compromessa a seguito della proclamazione di indipendenza dell’Azawad – a fronte dell’avanzata jihadista.
  7. Nel luglio del 2014, l’Opération Barkhane ha sostituito i dispositivi Serval in Mali ed Épérvier in Ciad nell’ambito di una generale riorganizzazione della presenza francese in Sahel, mediante il dispiegamento di circa 3000 uomini in tutta la macro-area.
  8. La katiba Al-Muwaqqi‘inib-dima, anch’essa nata da una scissione interna ad AQMI, motivata dallo scontro tra Belmokhtar, Droukdel e Abou Zeid relativamente al coinvolgimento dell’organizzazione nei narcotraffici saheliani, e dall’eccessiva autonomia d’azione di Belmokhtar.
  9. Tale circostanza che, negli anni, gli è valsa il soprannome di ‘Mr. Marlboro’.
  10. Organizzazione jihadista di ispirazione salafita, attiva principalmente nei territori del centro e del sud della Somalia; ha esteso la lotta all’intera regione del Corno d’Africa dopo l’affiliazione ad Al Qaeda nel 2012, colpendo soprattutto il Kenya in ragione del coinvolgimento di Nairobi nelle attività militari controterroristiche in Somalia.
  11. Setta religiosa, movimento politico-sociale e milizia armata jihadista, l’organizzazione, originaria della regione nigeriana del Borno, è attiva nel bacino del Lago Ciad, tra Nigeria, Camerun, Ciad e Niger. Affiliata a Daesh, ha assunto la denominazione di Islamic State in West Africa Province (ISWAP).
  12. Per effetto del fuoco incrociato degli eserciti locali e delle forze internazionali della Multinational Joint Task Force, Boko Haram ha subito un reale ridimensionamento nella regione.
  13. Attive, rispettivamente, nei territori del centro e del sud maliano, e direttamente legate ad Ansar Dine, di cui sembrerebbero costituire diramazioni locali.
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