Geopolitica di un omicidio: il caso Khashoggi /Geopolitics of a murder: the Khashoggi case

Geopolitica di un omicidio: il caso Khashoggi /Geopolitics of a murder: the Khashoggi case

Come l’uccisione di un giornalista dissidente può modificare gli scenari geopolitici mediorientali lungo l’asse Ankara-Washington-Riyad.


La morte del giornalista saudita Jamal Khashoggi – brutalmente assassinato all’interno del consolato del suo Paese a Istanbul lo scorso 2 ottobre1 – ha scatenato un triangolo geopolitico tra Ankara, Washington e Riyad dalle conseguenze potenzialmente enormi per i futuri equilibri del complesso teatro mediorientale.

A condurre i giochi è stato soprattutto il Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, capace di sfruttare le carte a sua disposizione per strappare concessioni al suo contraltare statunitense, Donald Trump, e per indebolire l’immagine del principe ereditario saudita, Mohammad bin Salmān (MbS), senza tuttavia giungere allo scontro aperto con i due Paesi.

Nel presente articolo si ripercorreranno innanzitutto i fatti e gli aspetti pubblici della vicenda Khashoggi. In seguito, ci si concentrerà sulle relazioni tra Turchia, Stati Uniti e Arabia Saudita e sull’intreccio dei rispettivi interessi regionali. Infine, si analizzeranno le possibili basi negoziali tra i tre leader, presentando i primi esiti tangibili della disputa e le ulteriori possibili implicazioni.

I fatti e gli aspetti pubblici della vicenda

Sono le 13:14 del 2 ottobre 2018. Jamal Khashoggi entra nella sede del consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, dove ha un appuntamento per ritirare i documenti necessari a sposare la sua fidanzata turca. Ad accoglierlo, il reporter trova un vero e proprio plotone di esecuzione, che lo cattura e lo trascina di peso nell’ufficio del Console, Mohammad al-Otaibi. Nei successivi 7 minuti2, il giornalista viene torturato fino alla morte dai suoi aguzzini, che iniziano a dissezionarne manualmente il corpo, ascoltando musica in cuffia per coprire le residue urla della loro vittima.

La vicenda conquista rapidamente le prime pagine della stampa internazionale3. I colleghi del Washington Post, non riuscendo più a entrare in contatto con Khashoggi, lanciano l’allarme. Da Riyad, il principe ereditario saudita sostiene che il giornalista sia scomparso dopo aver lasciato indenne il consolato. I media filogovernativi turchi smentiscono questa versione, accusando l’Arabia Saudita e facendo circolare dei video di sorveglianza dell’aeroporto di Istanbul che mostrano arrivo e partenza dei presunti assassini.

Le voci di corridoio proseguono per diversi giorni – sapientemente alimentate dall’intelligence turca – fino alla parziale confessione del 19 ottobre. I funzionari sauditi ammettono infatti l’uccisione del giornalista all’interno del consolato, presentandola tuttavia come l’esito imprevisto di un interrogatorio finito male da parte di un gruppo di lupi solitari che hanno agito di propria iniziativa4. Quanto detto viene ritenuto “credibile” da Donald Trump, il quale minaccia ritorsioni nei confronti dei responsabili diretti di questo “inaccettabile” episodio, assicurando però pieno supporto al suo prezioso alleato.

La situazione cambia nuovamente il 23 ottobre, a seguito di un controverso discorso tenuto da Erdoğan al Parlamento di Ankara5. Il Presidente turco, dando la netta impressione di conoscere molti più dettagli di quanti stesse rivelando, parla apertamente di prove schiaccianti sulla premeditazione dell’omicidio di Khashoggi – senza tuttavia lanciare accuse dirette verso Re Salmān e senza pronunciare mai il nome di MbS.

Pochi giorni dopo, l’Arabia Saudita avrebbe confermato la veridicità delle parole di Erdoğan, escludendo comunque qualsiasi coinvolgimento della famiglia reale nella questione.

Il triangolo geopolitico tra Ankara, Washington e Riyad

L’Arabia Saudita rappresenta il perno della strategia mediorientale di Donald Trump. Durante l’intera vicenda Khashoggi, il Presidente degli Stati Uniti ha più volte sottolineato l’importanza della partnership con Riyad. Ciò emerge chiaramente da un comunicato6 del 20 novembre scorso, nel quale l’inquilino della Casa Bianca evidenzia che – sebbene l’omicidio di Khashoggi sia “un crimine terribile, che il nostro Paese non perdona” – l’Arabia Saudita si è dimostrata “un grande alleato nella nostra importantissima lotta contro l’Iran”, fondamentale per “assicurare gli interessi del Paese, di Israele e di tutti gli atri partner regionali”.

Parallelamente alle ragioni geopolitiche, per Washington sono in ballo anche notevoli interessi economici. Come ricordato da Trump, “il Regno ha accettato di spendere e investire $450 miliardi negli Stati Uniti”, dei quali “$110 miliardi saranno spesi per acquistare equipaggiamenti militari. […] Se stupidamente cancellassimo questi contratti, la Russia e la Cina ne beneficerebbero enormemente – e sarebbero ben felici di appropriarsi in toto di questo business. Sarebbe un regalo fantastico per loro, fatto direttamente dagli Stati Uniti”.

Poco importa che il Senato americano abbia recentemente approvato due pesanti risoluzioni nei confronti di Riyad, accusando MbS di essere il mandante dell’omicidio di Khashoggi e chiedendo come ritorsione il ritiro del supporto militare ai sauditi nella guerra in Yemen7: Trump non ha alcuna intenzione di prendere le distanze dal suo prezioso alleato.

Che ruolo ha la Turchia in tutto questo? Ankara è schierata sul fronte opposto rispetto a Washington e Riyad nella quasi totalità delle dispute regionali – dalla guerra civile siriana alla questione del nucleare iraniano, passando per il conflitto israelo-palestinese e per l’embargo nei confronti del Qatar8.

Limitandosi alle relazioni bilaterali, Turchia e Arabia Saudita sono le due principali potenze del mondo sunnita e sono innanzitutto in competizione per far emergere le rispettive visioni ideologiche e politiche a livello regionale. I rapporti tra Erdoğan e MbS sono sempre stati conflittuali. In definitiva, il Presidente turco vorrebbe che Re Salmān rimuovesse il principe ereditario dal suo incarico, ma sa bene che senza forti (e totalmente inverosimili) pressioni da parte della Casa Bianca ciò non può accadere.

Oltre alle già citate questioni regionali, tra Ankara e Washington resta inoltre ancora aperto il fascicolo riguardante la richiesta di estradizione dell’imān turco Fethullah Gülen, in autoesilio in Pennsylvania dal 1999 e considerato da Erdoğan il responsabile del fallito golpe nei suoi confronti del 15 luglio 20169.

Conclusioni – Cosa ha ottenuto (e cosa potrà ancora ottenere) la Turchia?

Non sappiamo per certo come Erdoğan e l’intelligence turca siano entrati in possesso di prove10che non lascerebbero dubbi sul coinvolgimento in prima persona del principe ereditario saudita nel brutale omicidio premeditato di Jamal Khashoggi.

In ogni caso, il Presidente turco ha saputo sfruttare sapientemente (e cinicamente) le informazioni a sua disposizione, facendole progressivamente filtrare alla stampa e riuscendo così a internazionalizzare la questione senza che questa assumesse le forme di uno scontro bilaterale né con l’Arabia Saudita di MbS da un lato, né con gli Stati Uniti di Trump dall’altro.

Consapevole che il Presidente americano avrebbe fatto tutto il possibile per mantenere intatti i suoi rapporti con il principe ereditario saudita, Erdoğan ha giocato una doppia partita, puntando a ottenere vantaggi sia economici che politico-strategici.

Per i primi è bastato aspettare il 17 ottobre, con la visita ufficiale ad Ankara del Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo. Sebbene l’occasione per annunciare la rimozione di alcune sanzioni economiche da parte di Washington sia stata fornita dal rilascio del pastore Andrew Brunson11, detenuto in Turchia da oltre due anni, possiamo considerare questa concessione come la prima vittoria ottenuta da Erdoğan con il caso Khashoggi12.

Per i secondi – esclusa almeno per il momento l’estradizione di Gülen13– si è dovuta invece attendere la seconda metà di dicembre. Accompagnata all’annuncio di un possibile accordo da $3,5 miliardi per l’acquisto da parte della Turchia di materiale militare dagli Stati Uniti14, il 19 dicembre è infatti arrivata la notizia del prossimo ritiro delle truppe americane dal Nord della Siria, che dovrebbe essere completato entro gennaio.

Si tratta di un enorme successo geopolitico per Erdoğan15, il quale avrà finalmente mano libera per attaccare la roccaforte di Manbij ed evitare la creazione di un’entità statale curda al confine turco-siriano – fulcro della sua strategia nello scenario della guerra civile in Siria16.

Se questo fosse il prezzo finale richiesto dal Presidente turco al tavolo negoziale non possiamo ancora saperlo. Quello che è certo è che i potenziali vantaggi per Erdoğan rimangono molto elevati, sia in termini di aiuti economici – per cercare di risollevare la complessa situazione finanziaria del Paese – che di concessioni politiche.

È il trionfo del realismo politico, in ossequio al buon senso e alla supremazia del diritto internazionale.


Note

1 Jamal Khashoggi: All you need to know about Saudi journalist’s death”, BBC.com, 11/12/2018.

2 Recordings reveal Khashoggi tortured then dismembered while still alive”, YeniŞafak.com, 17/10/2018.

3 “Khashoggi, le tappe della vicenda”, LaStampa.it, 18/10/2018.

4Saudi Arabia admits Khashoggi killed but claims he died in ‘fistfight’”, TheGuardian.com, 20/10/2018.

5 Khashoggi murder planned days ahead, says Turkey’s Erdogan”, BBC.com, 23/10/2018.

6Statement from President Donald J. Trump on Standing with Saudi Arabia”, WhiteHouse.gov, 20/11/2018.

7Senate Votes to End Aid for Yemen Fight Over Khashoggi Killing and Saudis’ War Aims”, NYTimes.com, 18/12/2018.

8 Il caso di Doha, per quanto sia il meno chiacchierato, è forse il più emblematico di tutti. Nel giugno 2017, accusando il Paese di sostenere il terrorismo internazionale, MbS ha convinto Trump a imporre un embargo nei confronti del Qatar, in funzione anti-iraniana. Erdoğan si è subito schierato in difesa di Doha, affine come lui alla Fratellanza Musulmana, nonché suo importante alleato economico e militare. Cfr. “Qatar crisis: What you need to know”, BBC.com, 19/07/2017.

9 F. Pucci, “Quasi amici: Erdoğan e Fethullah Gülen”, OpinioJuris.it, 01/10/2018.

10 Una delle opzioni più accreditate è che Khashoggi avesse lasciato in custodia alla sua fidanzata, Hatice Cengiz, il proprio iPhone, dandole istruzioni di consegnarlo a un consigliere del Presidente turco nel caso in cui non fosse più uscito dal consolato saudita. Se così fosse, le registrazioni audio più volte citate da Erdoğan potrebbero derivare direttamente dall’Apple Watch indossato quel giorno dal giornalista. Cfr. op. cit., nota #1.

11 Trump administration may ease sanctions on Turkey after release of American pastor Andrew Brunson”, USAToday.com, 17/10/2018.

12 Le tempistiche sembrano del resto confermare questa tesi. Basti sottolineare che il sopracitato discorso di Erdoğan al Parlamento di Ankara è avvenuto quasi una settimana dopo, con il Presidente turco molto probabilmente già convinto dell’effettiva disponibilità dei suoi interlocutori a fare ulteriori concessioni.

13 Trump did not tell Erdogan he would extradite Gulen: White House official”, Reuters.com, 17/12/2018.

14 U.S. Backs Patriot Missile Sale to Turkey in Breakthrough”, Bloomberg.com, 19/12/2018.

15 I. Tharoor, “The biggest winner of Trump’s Syria withdrawal? Turkey”, WashingtonPost.com, 21/12/2018.

16 F. Pucci, “Erdoğan e il futuro della questione curda: da Erbil a Raqqa”, OpinioJuris.it, 19/11/2017.


How the killing of a dissident journalist can change the Middle Eastern geopolitical scenarios along the Ankara-Washington-Riyadh axis.


The death of the Saudi journalist Jamal Khashoggi – brutally murdered inside the consulate of his country in Istanbul last October 2nd 1 – has opened a geopolitical triangle between Ankara, Washington and Riyadh with potentially enormous consequences for the future balance of the Middle Eastern theater.

To lead the game was mainly the Turkish President, Recep Tayyip Erdoğan, able to use the cards in his hands to obtain concessions from his US counterpart, Donald Trump, and to weaken the image of the Saudi hereditary prince, Mohammad bin Salmān (MbS), still without arriving to an open diplomatic conflict with the two countries.

In the present article, the facts and public aspects of the Khashoggi affair will be examined first. Secondly, the focus will be on relations between Turkey, the United States and Saudi Arabia, and on the intertwining of their regional interests. Finally, we will analyze the possible negotiation bases between the three leaders, presenting the first tangible outcomes of the dispute and the further possible implications.

The facts and public side of the affair

It is 1:14 pm on October 2nd, 2018. Jamal Khashoggi enters the headquarters of the Saudi Arabian consulate in Istanbul, where he has an appointment to collect the necessary documents to marry his Turkish girlfriend. To welcome him, the reporter finds a full-fledged platoon of execution, which captures and drags him into the office of the Consul, Mohammad al-Otaibi. In the next 7 minutes2, the journalist is tortured to death by his tormentors, who begin to manually dissect his body, listening to music on headphones to cover the screams of their victim.

The story quickly conquers the first pages of the international press3. Khashoggi’s colleagues of the Washington Post, failing to get in touch with him, launch the alarm. From Riyadh, the Saudi hereditary prince claims that the journalist disappeared after leaving the consulate unharmed. The Turkish pro-government media belie this version, accusing Saudi Arabia and circulating surveillance videos of the Istanbul airport showing the arrival and departure of the alleged murderers.

The rumors continue for several days – expertly fed by Turkish intelligence – until the partial confession on October 19th. The Saudi officials admit the killing of the journalist inside the consulate, presenting it however as the unforeseen outcome of an unsuccessful interrogation led by a group of lone wolves, who acted on their own initiative4. What is said is considered “credible” by Donald Trump, who threatens retaliation against any direct responsible of this “unacceptable” episode, while assuring full support to his precious ally.

The situation changes again on October 23 rd, following a controversial speech held by Erdoğan at the Parliament in Ankara5. The Turkish President, giving the clear impression of knowing much more details than he revealed, speaks openly of overwhelming evidence on the premeditation of Khashoggi’s murder – without however launching direct accusations against King Salmān and never pronouncing the name of MbS.

A few days later, Saudi Arabia confirmed the veracity of Erdoğan’s words, excluding any involvement of the royal family in the matter.

The geopolitical triangle between Ankara, Washington and Riyadh

Saudi Arabia is the cornerstone of Donald Trump’s Middle Eastern strategy. During the entire Khashoggi affair, the President of the United States has repeatedly stressed the importance of the partnership with Riyadh. This clearly emerges from a press release6of last November 20th, in which the White House tenant points out that – although the murder of Khashoggi “was a terrible one, and one that our country does not condone” – ​​Saudi Arabia has proven itself “a great ally in our very important fight against Iran”, fundamental “to ensure the interests of our country, Israel and all other partners in the region.

Parallel to geopolitical reasons, considerable economic interests are also at stake for Washington. As recalled by Trump, “the Kingdom agreed to spend and invest $450 billion in the United States”, of which “$110 billion will be spent on the purchase of military equipment […]. If we foolishly cancel these contracts, Russia and China would be the enormous beneficiaries – and very happy to acquire all of this newfound business. It would be a wonderful gift to them directly from the United States”.

It doesn’t matter that the US Senate has recently approved two heavy resolutions against Riyadh, accusing MbS of being the instigator of Khashoggi’s murder and calling for the withdrawal of military support to the Saudis in the war in Yemen as retaliation7: Trump has no intention to get rid of his precious ally.

What role does Turkey play in all this? Ankara is on the opposite side of Washington and Riyadh in almost all regional disputes – from the Syrian civil war to the Iranian nuclear issue, through the Israeli-Palestinian conflict and the embargo against Qatar8.

Focusing exclusively on bilateral relations, Turkey and Saudi Arabia are the two main powers of the Sunni world and are primarily in competition for their respective ideological and political visions to emerge at the regional level. Relations between Erdoğan and MbS have always been conflicting. Ultimately, the Turkish President would like King Salmān to remove the Crown Prince from his post, but he knows that without strong (and totally unlikely) pressures from the White House this can not happen.

In addition to the already mentioned regional issues, the dossier concerning the extradition request of the Turkish Imān Fethullah Gülen – in self-exile in Pennsylvania since 1999 and considered by Erdoğan as the person responsible for the failed coup against him on 15 July 15th, 2016 – is still open between Ankara and Washington9.

Conclusions – What has Turkey achieved (and what can it still obtain)?

We don’t know for sure how Erdoğan and the Turkish intelligence have come into possession of evidence10 that would leave no doubt about the first-person involvement of the Saudi hereditary prince in the premeditated murder of Jamal Khashoggi.

In any case, the Turkish President was able to wisely (and cynically) exploit the information at his disposal, leaking it progressively to the press and succeeding in internationalizing the issue without it assuming the forms of a bilateral confrontation with Saudi Arabia and MbS on the one hand, nor with the United States and Trump on the other.

Aware that the American president would have done everything possible to keep his relations with the Saudi hereditary prince intact, Erdoğan played a double game, aiming at obtaining both economic and political-strategic advantages.

For the former, it was enough to wait for October 17th, with the official visit to Ankara by US Secretary of State, Mike Pompeo. Although the occasion to announce the removal of some economic sanctions by Washington has been provided by the release of Pastor Andrew Brunson11, who had been held prisoner in Turkey for over two years, we can consider this concession as Erdoğan’s first victory from the Khashoggi case12.

For the latter – excluded at least for the moment the extradition of Gülen13 – we had to wait for the second half of December. Accompanying the announcement of a possible $ 3.5 billion deal for Turkey’s purchase of military equipment from the United States14, on December 19th arrived the news of the forthcoming withdrawal of US troops from Northern Syria, which should be completed by January.

This is a huge geopolitical success for Erdoğan15, who will finally have a free hand to attack the stronghold of Manbij and to avoid the creation of a Kurdish state entity on the Turkish-Syrian border – the fulcrum of his strategy in the Syrian civil war16.

We still cannot know if this was the final price requested by the Turkish President at the negotiating table. What is certain is that the potential benefits for Erdoğan remain very high, both in terms of economic aid – to try to revive the complex financial situation of his country – and in terms of political concessions.

It is the triumph of political realism, in deference with common sense and the supremacy of international law.


Note

1 Jamal Khashoggi: All you need to know about Saudi journalist’s death”, BBC.com, 11/12/2018.

2 Recordings reveal Khashoggi tortured then dismembered while still alive”, YeniŞafak.com, 17/10/2018.

3 “Khashoggi, le tappe della vicenda”, LaStampa.it, 18/10/2018.

4 Saudi Arabia admits Khashoggi killed but claims he died in ‘fistfight’”, TheGuardian.com, 20/10/2018.

5 Khashoggi murder planned days ahead, says Turkey’s Erdogan”, BBC.com, 23/10/2018.

6 Statement from President Donald J. Trump on Standing with Saudi Arabia”, WhiteHouse.gov, 20/11/2018.

7 Senate Votes to End Aid for Yemen Fight Over Khashoggi Killing and Saudis’ War Aims”, NYTimes.com, 18/12/2018.

8 The case of Doha, although it is the least talked about, is perhaps the most emblematic of all. In June 2017, accusing the country of supporting international terrorism, MbS convinced Trump to impose an anti-Iranian embargo on Qatar. Erdoğan immediately stood in defense of Doha, close like him to the Muslim Brotherhood, as well as an important economic and military ally for Turkey. Cfr. “Qatar crisis: What you need to know”, BBC.com, 19/07/2017.

9 F. Pucci, “Quasi amici: Erdoğan e Fethullah Gülen”, OpinioJuris.it, 01/10/2018.

10 One of the most credible options is that Khashoggi had left his iPhone to his girlfriend, Hatice Cengiz, giving her instructions to hand it over to a counselor to the Turkish President in case he had not left the Saudi consulate. If this were the case, the audio recordings mentioned by Erdoğan could be derived directly from the Apple Watch worn by the journalist that day. See op. cit., footnote #1.

11 Trump administration may ease sanctions on Turkey after release of American pastor Andrew Brunson”, USAToday.com, 17/10/2018.

12 The timing also seems to confirm this thesis. Suffice it to say that the aforementioned speech by Erdoğan to the Parliament in Ankara took place almost a week later, with the Turkish President most likely already convinced of the effective availability of his interlocutors to make further concessions.

13 Trump did not tell Erdogan he would extradite Gulen: White House official”, Reuters.com, 17/12/2018.

14 U.S. Backs Patriot Missile Sale to Turkey in Breakthrough”, Bloomberg.com, 19/12/2018.

15 I. Tharoor, “The biggest winner of Trump’s Syria withdrawal? Turkey”, WashingtonPost.com, 21/12/2018.

16 F. Pucci, “Erdoğan e il futuro della questione curda: da Erbil a Raqqa”, OpinioJuris.it, 19/11/2017.

Francesco Pucci

Francesco Pucci

Lavora come Consulente nel Team Ministero dell’Interno di EY, nell’ambito delle attività a supporto dell’Autorità Responsabile del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (FAMI). Francesco ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa e la laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma. Dopo la laurea, ha avuto esperienze lavorative nella redazione macroeconomica dell’agenzia stampa MF Dow Jones News e nell’agenzia di comunicazione d’impresa Verini & Associati.

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