La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: i casi di Romania e Bulgaria

La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: i casi di Romania e Bulgaria

Continua la nostra analisi sui processi di democratizzazione interrotta nell’ex mondo sovietico. Romania e Bulgaria, due paesi che hanno lottato arduamente per entrare nell’Unione Europea, ma la cui condizione democratica peggiora di anno in anno.


 

Romania e Bulgaria, due paesi che hanno affrontato un percorso storico sostanzialmente simile sin dall’epoca dell’espansionismo russo ed ottomano sui Balcani, e che ancora oggi, nonostante siano culle di due popoli e culture diverse, sono accomunati da diversi elementi, tra i quali la difficoltà nella costruzione di veri e propri stati democratici e di culture del diritto e della legalità, sia nella classe politica che nella società civile.

Entrambi i paesi sono considerati delle democrazie imperfette da una serie di organizzazioni non governative ed enti che si occupano a livello internazionale di monitorare lo stato dell’avanzamento democratico nel mondo, tra i quali Freedom House e l’Economist Intelligence Unit.[1] [2] [3]

Il caso della Bulgaria

In Bulgaria la transizione democratica è avvenuta in maniera pacifica, attraverso la trasformazione del Partito Comunista Bulgaro (PCB) nel Partito Socialista Bulgaro (PSB). Nel Psb confluirono tutti i quadri dirigenti provenienti dall’era comunista, tranne l’esautorato Todor Živkov, segretario generale del Pcb e dittatore ininterrottamente dal 1954 al 1989.[4]

Il Psb vinse le prime elezioni libere del paese, tenutesi nel 1990, formando l’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova costituzione e disegnare la nuova Bulgaria, e guidando la fase cruciale della transizione democratica.

Durante questo periodo, gli ex quadri dirigenti del Pcb decisero per se stessi quali posizioni di governo occupare, spesso scegliendo ruoli dirigenziali nelle ex compagnie pubbliche diventate private, utilizzati per spostare miliardi di lev sui loro conti correnti. La crisi seguita alla transizione verso un’economia di mercato fu ugualmente sfruttata, sia dai politici che dal crimine organizzato, per depredare il paese di ulteriori risorse, condizionando pesantemente la direzione socioeconomica della società, che negli anni è peggiorata.

La situazione politica, culturale, economica e sociale è andata gradualmente peggiorando negli anni, senza che l’entrata nell’Unione Europea sortisse alcun effetto benefico, neanche a livello materiale, ossia di infrastrutture. La Bulgaria è, da alcuni anni, il paese comunitario che vanta il maggior numero di record negativi relativamente al proprio status di sviluppo, non solo democratico: la peggiore libertà di stampa, la peggiore qualità della vita, il più alto tasso di inquinamento, il più qualitativamente scarso sistema sanitario, il maggior tasso di persone a rischio povertà (il 40% nel 2018), i livelli più alti di corruzione.[5]

Stando ai rapporti annuali di Freedom House, che valuta la democraticità attraverso un’indice da 1 a 7, dove 7 rappresenta la valutazione più bassa, il punteggio della Bulgaria è diminuito da 3 a 3,4 fra il 2009 ed il 2018, a causa del graduale peggioramento di tutti i componenti dell’indice. In particolare, FH ha evidenziato il clima di ostilità, contornato da violenza, in cui operano i giornalisti, la forte ingerenza politica sui media, gli scarsi progressi in tema di giustizia indipendente, e la corruzione pervasiva – quest’ultima resta la principale piaga del paese, è multidimensionale e non mostra segni di miglioramento.[6]

L’attuale presidente bulgaro, Rumen Radev, ha più volte criticato il sistema partitocratico instaurato da Bojko Borisov, eletto per la terza volta alla carica di primo ministro nelle elezioni del 2017, denunciando in un discorso pubblico tenuto il 9 novembre 2018 che “le fondamenta della [nostra] democrazia sono minacciate ad un livello critico […] Gruppi di pressione e corruzione hanno permeato l’intero sistema di governo, rendendolo prepotente”.[7]

Le conseguenze della corruzione endemica si propagano su ogni sfera di rilevanza pubblica: politica, sanità, informazione, economia. La questione della scarsa trasparenza dietro il finanziamento ai mezzi di informazione è così sentita dalla popolazione, che i bulgari sono i più diffidenti tra gli europei per ciò che concerne la fiducia nei media.

Il New Bulgarian Media Group, proprietà di Delyan Peevski, magnate e politico per il Movimento per i Diritti e le Libertà, controlla l’80% della distribuzione della carta stampata del paese. L’influenza sui media della società e l’immagine poco limpida di Peevski sono i fattori-chiave dietro il posizionamento del paese all’ultimo posto nell’Ue per la libertà di stampa secondo l’ultimo rapporto aggiornato di Reporter Senza Frontiere.[8]

Inoltre, la minoranza che rappresenta il “giornalismo libero”, ossia indipendente, autofinanziato e dedicato soprattutto ad indagini sulla corruzione e sui rapporti Stato-crimine organizzato, è fatta oggetto di minacce, intimidazioni, aggressioni, arresti, ed anche omicidi.[9]

Il 6 ottobre 2018, la giornalista Viktoria Marinova, presentatrice del programma investigativo Detector, incentrato su inchieste di corruzione, scandali, malapolitica e crimine organizzato, viene ritrovata morta sulle rive del Danubio, in un parco di Ruse, la sua città natale. Le indagini confermeranno in seguito la morte estremamente violenta, affiancata da uno stupro.[10] [11]

La corruzione non sarebbe un tema di rilevanza nazionale se fosse legata esclusivamente ad una minoranza della classe politica e della grande imprenditoria che ne fa utilizzo per tornaconti economici di spessore, un problema che è presente in ogni paese a tinte diverse, ma in Bulgaria si tratta di un fenomeno del tutto peculiare, poiché esteso ed incontrollato, oltre che pericoloso se sottoposto ad indagine. Come denunciato dal presidente Radev, una situazione del genere non ha potuto che nuocere alla democrazia, erodendola dall’interno sino alle fondamenta, e si spiega anche attraverso l’influenza giocata nell’economia e nella politica dal crimine organizzato e dagli oligarchi, che con esso sono in affari.

Il ricercatore Stefan Antonov ha descritto nei dettagli il ruolo dei magnati e dei grandi mafiosi nella vita pubblica bulgara in “The Age of the Oligarchs: How a group of political and economic magnates have taken control of Bulgaria’. Secondo Antonov, un piccolo gruppo di potere, formato appunto da oligarchi vicini al crimine organizzato, ha preso il controllo dei settori-chiave del paese, ottenendo un’influenza significativa sul processo decisionale politico ed economico, utilizzata a proprio vantaggio, per interessi personalistici, a detrimento della collettività.[12]

Lo stesso attuale primo ministro Borisov proviene dal cosiddetto ambiente dei “musi”, un termine bulgaro con il quale si denotano quei criminali-lottatori riciclatisi affaristi durante la transizione democratica in maniera poco chiara e la cui epopea ha costituito un capitolo importante della storia post-comunista, condito di guerre di mafia ed omicidi di figure di primo piano come quello del primo ministro Andrei Lukanov nel 1997, di Ilya Pavlov nel 2003, all’epoca l’uomo più ricco del paese, e del banchiere Emil Kyulev nel 2005, ognuno associato alla galassia dei “musi”.[13] [14]

Se in paesi come Polonia e Ungheria cresce il bacino di popolazione favorevole a partiti guidati da visioni autoritarie e illiberali, in Bulgaria è invece cresciuto costantemente il sentimento nostalgico verso il passato comunista, alimentato dalla corruzione dilagante e dalle precarie condizioni di vita, entrambe imputate all’avvento del capitalismo e della democrazia.

Secondo il Pew Research Center, nel 1991 il 75% della popolazione vedeva con favore la transizione democratica, una percentuale diminuita a poco più del 50% nel 2009.[15] Cinque anni dopo, un sondaggio dell’istituto di ricerca Alpha evidenziava che soltanto il 25% dei bulgari ripudiava apertamente l’esperienza dittatoriale, e che solo il 2% riteneva fosse stato realizzato un vero stato di diritto.[16]

Il caso della Romania

In Romania la transizione democratica è avvenuta violentemente, con una rivoluzione popolare, coadiuvata dalle forze armate e dagli stessi quadri del Partito Comunista, terminata con l’esecuzione dei coniugi Ceaușescu il 25 dicembre 1989. Come nel caso bulgaro, gli ex comunisti hanno continuano ad egemonizzare il panorama politico, riciclandosi sotto nuove vesti e sfruttando la liberalizzazione dell’economia per occupare posti-chiave nei settori strategici, accumulando enormi ricchezze a detrimento della popolazione e dello stesso paese.

La classe politica è guidata da interessi personalistici e/o lobbistici, ed il peso di ciò si riverbera in maniera profonda sia nella società, protagonista di periodiche mobilitazioni di massa, spesso violente e spesso alla base del ritiro di riforme di legge controverse e/o della caduta di interi esecutivi, sia nella politica, frammentata, polarizzata, basata su una retorica volutamente spettacolarizzata, volgare, e populista. [17] [18] [19] [20] [21]

Per tali motivi, la Romania si è trasformata rapidamente nel paese più politicamente instabile dell’Unione Europea: l’esecutivo più solido avuto nel post-1989 fu guidato da Adrian Năstase dal 2000 al 2004, e nonostante i progressi in lato economico fu costellato da scandali di corruzione. Nel dopo-Năstase si assiste all’aumento della fragilità del sistema politico, particolarmente accentuato dopo la caduta dell’ultimo governo Ponta nel 2015, al quale si sono succeduti 4 governi, di cui l’ultimo, guidato da Viorica Dăncilă, entrato in carica a gennaio scorso. [22] [23]

La corruzione è agli stessi livelli della Bulgaria ed è alla base di frequenti scandali che investono politica, economia, sanità, frutto della commistione tra interessi pubblici e privati. Diversi sono i politici di rilievo nazionale che sono stati travolti da scandali di corruzione, costatigli il consenso popolare e la credibilità in sede europea, pur continuando a ricoprire un ruolo influente nel processo decisionale attraverso i propri “delfini”, tra essi: Adrian Năstase, Victor Ponta, Liviu Negoiță, Liviu Dragnea. [24] [25] [26] [27]

Nel 2017, i tentativi del governo Grindeanu di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario attraverso una grazia generale per condanne inferiori ai 5 anni e la depenalizzazione di reati coinvolgenti tangenti per somme fino a 50mila euro, causarono una mobilitazione popolare massiva e duratura, alla base della caduta dell’esecutivo.[28] [29]

Secondo FH, l’indice di democraticità del paese è peggiorato dal 3,36 del 2008 al 3,46 del 2018, consolidando lo status di democrazia perfetta. L’analisi di FH è particolarmente importante perché mette in risalto la questione del Direttorato Nazionale Anticorruzione, l’organismo essenziale nella lotta alla corruzione, il cui operato è fortemente scoraggiato e contrastato da parte considerevole della politica.[30] [31]

FH evidenzia inoltre che, nonostante il cambiare dei governi, i progetti politici restano sostanzialmente gli stessi: riduzione dell’autonomia della magistratura, depenalizzazione di reati legati alla corruzione, al riciclaggio di denaro sporco, all’accumulazione di denaro in maniera fraudolenta. La lotta alla corruzione è complicata dal fatto che le autorità che dovrebbero combatterla sono anch’esse invischiate in affari illegali, come palesato dagli scandali che hanno travolto il DNA.

Come in Bulgaria, la percezione della corruzione diffusa, che si riverbera a livello sociale in carenza di mobilità, penuria delle infrastrutture e dei servizi pubblici essenziali, sensazione di abbandono e disillusione verso il futuro, ha dato luogo ad una crescita significativa della nostalgia verso la dittatura, certificata dall’istituto rumeno per le valutazioni e le strategie.[32]

Nel 2015 coloro che avrebbero voluto tornare ai tempi della dittatura rappresentavano il 66% della popolazione totale, erano il 41% nel 2010, mentre il 70% degli intervistati confermava che le condizioni di vita erano migliori, nonostante l’assenza di alcuni diritti introdotti con la democrazia.

Conclusioni

In entrambi i paesi la transizione democratica è stata guidata dagli ex quadri comunisti e sfruttata per raggiungere obiettivi di arricchimento predatorio, impattando sulle dinamiche economiche nazionali e contribuendo a creare una cultura politica di natura cleptocratica, la cui incidenza sul percorso di democratizzazione è sempre più visibile con il passare degli anni.

In Bulgaria la situazione è ulteriormente peggiorata dalla collusione di una parte del mondo politico e della grande imprenditoria con la criminalità organizzata, con il risultato di una tensione sociale più elevata e di una morsa sulla crescita economica ancora più asfissiante. Tale situazione ha paradossalmente reso il sistema politico più stabile, contrariamente a quello rumeno, che è invece diviso in fazioni in scontro tra loro.

La percezione di vivere in stati soltanto nominalmente democratici ha prodotto due effetti uguali nelle società: il significativo aumento della nostalgia verso il passato comunista, liberticida ma percepito come meno corrotto e più devoto al benessere materiale dei cittadini, e l’emigrazione di milioni di cittadini all’estero, per la cui soluzione nessun governo ha fino ad oggi offerto proposte.


Note

 

[1]    Scheda della Bulgaria su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/nations-transit/2018/bulgaria

[2]    Scheda della Romania su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/nations-transit/2018/romania

[3]    Democracy Index: https://infographics.economist.com/2018/DemocracyIndex/

[4]    Samà, G., Bulgaria: La morte di Želju Želev, primo presidente della Bulgaria democratica, East Journal, 11/02/2015

[5]    Bulgaria, corruzione e povertà. La cenerentola che governa l’Europa, La Stampa, 13/01/2018

[6]    Vedi nota 1

[7]    Bulgarian president sees democracy ‘under threat’, Euractiv, 12/11/2018

[8]    Scheda sulla Bulgaria in Reporter senza frontiere: https://rsf.org/en/bulgaria

[9]    Vedi nota precedente

[10]  Bulgarian journalist Viktoria Marinova killed in Ruse, BBC, 08/10/2018

[11]  Viktoria Marinova murder: Bulgarian man says he did not mean to kill journalist, The Independent, 19/10/2018

[12]  Antonov, S., The Age of the Oligarchs: How a group of political and economic magnates have taken control of Bulgaria, Reuters Institute,

[13]  Crimine e politica in Bulgaria: i ‘musi’, Osservatorio Balcani e Caucaso, 19/03/2003

[14]  Zola, M., Bulgaria: Sofia e la lobby mafiosa, East Journal, 25/03/2010

[15]  Nell’Europa dell’est cresce la nostalgia del comunismo, Reuters, 09/11/2009

[16]  Nostalgia del comunismo in Bulgaria, Globalist, 11/11/2014

[17]  Vedi nota 2

[18]  Bratt, D., There were huge protests in Romania – but what happens next?, The Washington Post, 21/08/2018

[19]  Anger threatens to topple Romanian president as austerity measures bite, The Guardian, 24/01/2012

[20]  Romania: Protests despite Victor Ponta’s resignation, BBC, 05/11/2015

[21]  27 years of corruption is enough’: Romanians on why they are protesting, The Guardian, 26/02/2017

[22]  Romania profile – Timeline, BBC

[23]  Câte guverne a avut România de la căderea comunismului până în 2018, Libertatea, 17/01/2018

[24]  Romania, ex premier Nastase condannato a 4 anni carcere per corruzione, LaPresse, 06/01/2014

[25]  Il premier romeno Victor Ponta incriminato per corruzione, Rai News, 13/07/2015

[26]  Condannato Liviu Dragnea, il più influente politico romeno: il popolo in piazza ne chiede le dimissioni, Il Giornale, 22/06/2018

[27]  Scandal in PDL: Liviu Negoita, acuzat ca matura organizatiile din Dambovita, Ziare, 14/06/2013

[28]            Tapalaga, D. Liderul PSD, Liviu Dragnea, beneficiaza de ambele proiecte de ordonanta de urgenta, HotNews, 18/01/2017

[29]  Romania, è crisi di governo: si dimettono tutti i ministri, La Stampa, 15/06/2017

[30]  Vedi nota 2

[31]  Harris, C., Democracy in Romania facing its ‘gravest danger since 1990’, Politico, 17/12/2017

[32]  Romania, dilaga la nostalgia comunista: 2 su 3 rivogliono Ceausescu, Affari Italiani, 09/08/2015


Foto Copertina: Fighting for Peace, 1950 – Jules Perahim


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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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