La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico.

La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico.

A 30 anni di distanza dall’inizio dell’implosione del blocco comunista, la maggior parte dei paesi usciti dall’influenza sovietica è guidata da forme di autoritarismo neosovietico.


L’impero sovietico è caduto, e con esso il fascino esercitato per quasi un secolo dall’idea di una rivoluzione proletaria anti-capitalista mondiale guidata dal Cremlino, ma i paesi, sopravvissuti o sorti, dalle sue ceneri non sono riusciti a completare, o non hanno voluto, la transizione verso la democrazia.

In Russia e Asia centrale un vero e proprio processo di democratizzazione non è mai stato avviato, piuttosto si è assistito ad un riciclo di convenienza da parte delle tradizionali gerarchie al potere, che hanno abbandonato il comunismo per sposare i rinati sentimenti nazionalisti, religiosi ed identitari, continuando ad occupare posizioni chiave negli affari pubblici.

Neanche la democratizzazione eterodiretta dall’Unione Europea ha permesso ai paesi dell’Europa centro-orientale di costruire degli stati di diritto resistenti ed efficienti, anche per via della mancanza di una cultura democratica storicamente radicata. Una campagna di investimenti multisettoriali di durata ventennale, ancora in corso, non ha impedito che nell’Est ex sovietico si insediassero e propagassero i semi dell’euroscetticismo, del sovranismo e del populismo di destra, alimentando la nascita di forze politiche impegnate nello smantellamento progressivo degli elementi cardine di giovani e fragili democrazie liberali.

La mappa dei Paesi ex Urss.

Sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Russia ha tentato di mantenere una sfera d’influenza sui territori perduti, dapprima con la formazione della Comunità degli Stati Indipendenti, un’organizzazione internazionale a cui aderiscono attualmente 9 delle ex repubbliche sovietiche – ed il Turkmenistan in qualità di associato, ed in seguito con la nascita dell’Unione Economica Eurasiatica.

Quest’ultimo progetto, disegnato sulla falsariga dell’Unione Europea, ambisce alla realizzazione di uno spazio eurasiatico di libero scambio e movimento di capitali, merci e persone, ed è al momento composto da Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan.[1]

Ciò che accomuna i paesi membri della CSI e dell’UEE non è soltanto la volontà di migliorare i rapporti reciproci su una serie di temi cruciali come politica, economia e sicurezza, ma anche la lunga ed ininterrotta permanenza al potere di leader carismatici che hanno sostituito il culto per il partito con un culto alla loro persona, ereditando dal precedente sistema sovietico un controllo quasi totalitario e semi-poliziesco sulla società.[2]

Questo è il caso della maggior parte degli ex paesi sovietici dell’Asia centrale, ossia: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, ma anche della Bielorussia.

Per quanto riguarda i paesi dell’Europa centro-orientale che sono entrati a far parte dell’Unione Europea, il processo di democratizzazione è stato obbligato, oltre che guidato, in quanto l’adesione è vincolata al rispetto dei criteri di Copenaghen. Inoltre, la violazione degli elementi alla base dello stato di diritto comporta una serie di sanzioni che rende antieconomica ogni decisione di invertire la tendenza democratica. Nonostante ciò, nei paesi che formano il cosiddetto gruppo Visegrad, un’alleanza politica e culturale tra Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, si sono insediate delle forze politiche che nell’arco di pochi anni hanno dato vita a delle forti ed influenti partitocrazie guidate da piani di riforma politica, economica e sociale accusati di illiberalismo.[3]

In Romania, ogni prospettiva di crescita economica e progresso si è invece scontrata con il caos imperante a livello politico. Sono 10 gli esecutivi susseguitisi alla guida del paese dal 2009 al 2018: il paese più instabile politicamente dell’intera Unione Europea, nonostante uno dei più alti tassi di crescita economica.

Ciascuno degli esecutivi è imploso per dissidi interni, lotte di potere, presa d’atto dell’incapacità di governare, o più spesso a causa della mobilitazione della società civile, per via dell’introduzione di leggi o tentativi di riforma controversi. È il caso, ad esempio, della proposta di legge sulla corruzione del governo Grindeanu, che avrebbe depenalizzato una serie di reati, tra cui l’abuso di ufficio, alla base di settimane di proteste, scontri e guerriglie urbane, conclusisi soltanto con la caduta dell’esecutivo a causa della sfiducia del Parlamento.[4]

La Russia è il caso più importante, in quanto reputabile la principale forza motrice alla base delle dinamiche sociopolitiche che hanno luogo nei territori ex sovietici, primariamente asiatici e in minor parte europei. Dopo il breve capitolo di Boris Eltsin, contrassegnato da instabilità economica e clima da guerra civile sullo sfondo della quasi-secessione cecena, il potere è stato accentrato in un establishment fedele a Vladimir Putin, formato da oligarchi, militari, funzionari dei servizi segreti e semplici uomini di fiducia.[5]

L’opposizione politica esiste, ma è incapace di formulare delle reali alternative all’agenda proposta da Russia Unita e, ad ogni modo, sono quasi inesistenti e politicamente irrilevanti le forze che propongono programmi di riforma liberal-democratica. Al contrario, nei tempi recenti, il Partito Comunista di Gennady Zyuganov si è trasformato nel principale antagonista di Russia Unita, con un programma velatamente mirante alla ricostituzione dell’Unione Sovietica.[6]

Se in Russia, anche in accordo a diversi sondaggi, sembrano diffondersi tra la popolazione sentimenti nostalgici verso il regime sovietico, nell’Europa ex comunista proliferano ed incrementano progressivamente il consenso popolare le forze del populismo di destra.[7] [8]

La democratizzazione interrotta non sarebbe quindi il semplice risultato della permanenza in politica di personaggi legati al periodo comunista, che sono riusciti a riciclare la loro immagine sulla base del cambio di paradigma, ma anche della volontà della maggioranza popolare.

Nonostante alcune eterogeneità, le masse dell’ex area comunista sembrano aver sostituito la forzata adesione a dei sistemi totalitari con un volontario appoggio a delle forze politiche contrarie alla democrazia liberale, e all’insieme di valori che la contraddistinguono. Anche laddove non si è dinanzi a dei nuovi regimi autoritari, come ad esempio in Ungheria, una lettura del panorama politico permette di scoprire che gli antagonisti (Jobbik) sono a volte più radicali di coloro al potere (Fidesz).[9]

Esistono però delle eccezioni, come i paesi baltici e la Mongolia, che hanno sperimentato una transizione democratica pacifica sin dal crollo del comunismo, senza subire in maniera significativa le pressioni di un vicinato geopolitico costellato da regimi autoritari. [10][11]

Il fatto che alcuni paesi abbiano intrapreso dei percorsi di democratizzazione, mentre in altri non è mai iniziata, o ha avuto luogo parzialmente, rende necessaria un’analisi più approfondita, per caso e per regione, per scoprire quali siano le ragioni dietro traiettorie tanto differenti.


Note

[1]     Ambrosetti, E., La partita eurasiatica di Putin: oltre l’unione doganale?, ISPI, 07/05/2018

[2]     C’è tutto un mondo negli “stan”, Il Post, 01/07/2017

[3]     Big, Bad Visegrad, The Economist, 28/01/2016

[4]     Romania: cade governo Grindeanu sfiduciato da socialisti, La Stampa, 21/06/2017

[5]     Bellotto, A., Tutti gli uomini del presidente, come Putin gestisce il potere, Gli occhi della guerra, 01/01/2019

[6]     Russia, comunisti fanno il pieno di giovani. Allarme rosso per Putin, Affari Italiani, 22/08/2017

[7]     Sondaggio: la maggior parte dei russi rimpiange l’URSS, Sicurezza Internazionale, 19/12/2018

[8]     L’avanzata dell’estrema destra in Europa, Il Post, 14/04/2018

[9]     Viaggio nella galassia dell’estrema destra ungherese, EuroNews, 24/11/2017

[10] Mongolia: An unexpected bastion of democracy thanks to its youth, The Conversation, 19/07/2017

[11]    Grigas, A., Lithuania’s Centennial and the Success of Democracy, The American Interest, 16/02/2018


Copertina:  A woman reaches into her bag, which rests on a fallen Soviet hammer-and-sickle on a Moscow street in 1991. December 25, 2011 will mark the 20th anniversary of the fall of the Soviet Union. Alexander Nemenov/AFP/Getty Images


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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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