La disobbedienza civile e la condizione della donna in Iran

La disobbedienza civile e la condizione della donna in Iran

La condizione delle donne in Iran tra la resistenza dei leader religiosi e il desiderio di emancipazione.

L’Iran ha vissuto nel suo recente passato una rivoluzione popolare che ha portato l’instaurazione nel 1979[1] della “Repubblica Islamica” , e con essa l’affermazione di una serie di valori e di norme giuridiche in contraddizione , sia con la condizione della donna in Iran durante la dinastia Pahlavi[2], sia con qualsiasi aspirazione legata all’emancipazione femminile.

L’ayatollah Khomeini era decisamente contrario all’occidentalizzazione, poiché sosteneva che una politica sviluppata in quel senso avrebbe allontanato la popolazione dai princìpi del Corano. Per questo motivo, prima ancora che venisse proclamata la Repubblica Islamica, cominciò ad annunciare una serie di misure restrittive della libertà delle donne: tutte le giudici furono private del loro incarico, alle donne s’impedì l’accesso alla facoltà di giurisprudenza. Le donne venivano viste come l’incarnazione della seduzione sessuale e del vizio, e per nascondere tale potere seduttivo, venne imposto un severissimo codice del costume che doveva essere rispettato da tutte le donne nei luoghi pubblici.

Con la presidenza di  Mohammad Khatami (eletto Presidente nel 1997), furono introdotte nuove leggi ed introdotte nuove misure, che avevano come l’obiettivo di segregare donne e uomini. Nel campo dell’istruzione, alle insegnanti donne fu impedito l’accesso in aule maschili e, viceversa, agli insegnanti uomini fu vietato l’accesso alle classi femminili. Nel campo della sanità furono applicate misure simili, all’interno degli ospedali, infatti, furono separati tutti i servizi a seconda del sesso del paziente.

Apparentemente l’attualità non mostra sostanziali cambiamenti, l’establishment al potere prosegue la linea politica di discriminazione in particolare: obbligo del velo, il diritto unilaterale e pressoché privo di condizioni dell’uomo al divorzio, alla poligamia e alla tutela dei figli, matrimoni permessi a partire dall’età di nove anni per le bambine, divieto di esercitare la funzione di giudice o di ricoprire le più alte cariche politiche, codice penale “islamico” improntato alla “legge del taglione” che attribuisce alla vita della donna la metà del valore o “prezzo di sangue” di quella dell’uomo[3] e così via.

Le donne iraniane hanno avviato una nuova forma di protesta contro il velo obbligatorio, i cosiddetti #WhiteWednesdays. Durante i “Mercoledi Bianchi” le donne e anche gli uomini contrari alla costrizione del velo, indosseranno un velo od un accessorio bianco, come simbolo della loro protesta pacifica.

In questi anni, anche grazie al sostegno dei social, in particolare della pagina Facebook “My Stealthy Freedom” (La mia libertà rubata), le donne iraniane hanno fatto conoscere al mondo intero la loro resistenza contro le leggi islamiste. Su tutte, l’imposizione dell’hijab, ovvero il velo obbligatorio, e gli abusi della Gasht-e-Ershad, la “polizia morale”.

Contro queste imposizioni, le donne iraniane hanno sviluppato diversi metodi di disobbedienza civile e la situazione sta lentamente migliorando[4]: dalla scelta di indossare veli colorati a quella di lasciare una ciocca di capelli scendere davanti alla loro fronte. Non solo: in diversi casi le donne iraniane si sono rasate a zero, riuscendo cosi ad evitare l’obbligo di indossare il velo. Fortunatamente, le protagoniste iraniane hanno trovato una forte solidarietà anche da parte degli uomini. Solidarietà per nulla scontata, considerando il fatto che si tratta di una società profondamente incentrata sulla figura maschile[5], e teoricamente hanno trovato in Hassan Rouhani un ipotetico alleato, infatti al momento di prendere la guida dell’Iran, nel giugno del 2013, il Presidente ha promesso che il suo governo avrebbe riservato maggiori opportunità e diritti alle donne. Il cambiamento non dipende solo da Rouhani e la sua azione incontra la spesso vigorosa resistenza dei leader religiosi[6] e dei conservatori.[7]

 


[1] http://www.opiniojuris.it/iran-1979/

[2] Mohammad Reza Pahlavi, adottò una serie di provvedimenti che favorirono la condizione femminile dell’epoca. Queste misure rientravano nel quadro di un programma di riforme, noto come “rivoluzione bianca”, che avevano lo scopo di modernizzare l’Iran nel più breve tempo possibile. Con la “rivoluzione bianca”, le donne iraniane, acquisivano il diritto di voto sia attivo che passivo; lo stato di famiglia veniva riformato con l’introduzione di codici progressisti che proteggevano il diritto delle donne in questioni come il divorzio e che limitavano la poligamia. Ma il sistema politico dello Scià era comunque vessatorio, ed obbligava il Paese a un’occidentalizzazione in qualche modo forzata per cui le donne si ribellarono, sentendosi costrette agli ordini, opponendo una forma di resistenza passiva: cambiarono così, in segno di protesta, il loro modo di abbigliarsi ed indossarono un mantello lungo e largo che copriva tutto il corpo, al posto dello chador, ed avvolsero la testa in un grande foulard.

[3]  https://www.uaar.it/uaar/ateo/archivio/2006_4_art2.html/

 

[4] La società iraniana presenta però ampie contraddizioni. Una popolazione giovane, colta, urbana e sofisticata reclama maggiore libertà e un allentamento dei vincoli religiosi. Le donne, sempre più scolarizzate, fanno sentire la loro voce. Se ai tempi dello Scià, ad esempio, solo un terzo delle persiane sapeva leggere e scrivere, il tasso di alfabetizzazione nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni raggiunge oggi quasi il cento per cento. Mentre le studentesse rappresentano il 60 per cento degli iscritti nelle università del paese, nel 2012 diversi atenei hanno introdotto regolamenti che proibiscono alle donne di iscriversi a determinati corsi. La dialettica tra conservatori e modernisti è ben lungi dall’esaurirsi. Pur soggette a numerosi vincoli, tuttavia, le donne hanno fatto enormi passi avanti nelle professioni. Un terzo dei medici del paese porta l’hijab. L’insegnamento è ormai quasi solo declinato al femminile: 80 per cento degli insegnanti sono donne. Quel che più conta, poche, le più agguerrite tra le figlie della grande borghesia degli affari – cominciano a pretendere, e a prendersi, una fetta di potere reale. Le Formiche. http://formiche.net/2016/01/17/hijab-e-potere-le-donne-nel-nuovo-iran/.

[5]https://nopasdaran2.wordpress.com/2017/05/30/i-white-wednesdays-la-protesta-delle-donne-iran-contro-il-velo-obbligatorio/.

[6] L’Ayatollah Ali Khamenei, l’autorità suprema nel paese, ha recentemente ribadito come l’uguaglianza di genere è “uno dei maggiori errori dell’occidente” anche se, aggiunge, “non è contrario al lavoro femminile purché resti fermo il prioritario ruolo della donna come madre e nelle cure domestiche”.

[7] http://formiche.net/2016/01/17/hijab-e-potere-le-donne-nel-nuovo-iran/.

Domenico Letizia

Domenico Letizia. Laureato in Storia presso l’Università Federico II di Napoli, sta conseguendo un Corso di Alta Formazione presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli su “Multiculturalità e Politiche di Interazione Interculturale”. Presidente dell’Associazione “Amici dell’Azerbaigian Centro Sud Italia”, membro del Consiglio Direttivo dell’Organizzazione non Governativa “Nessuno tocchi Caino” e membro del Comitato Centrale della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo. Ha partecipato con Nessuno tocchi Caino al VI Congresso mondiale contro la pena di morte svoltosi ad Oslo ed è stato ospite del governo dell’Azerbaigian per i lavori del Forum Internazionale Umanitario di Baku. Pubblicista e scrittore, ha partecipato come relatore a molte tavole rotonde su numerose problematiche (prospettive di sviluppo sostenibile in vari paesi, diritti umani, diritto internazionale umanitario) presso Università, Licei Superiori, Consiglio della Regione Campania e Consigli Comunali. E’ membro dell’Associazione “O3M” – Associazione Giovani moldavi in Italia.

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