La “Rivoluzione dei Tulipani” in Kirghizistan.

La “Rivoluzione dei Tulipani” in Kirghizistan.

Nel 2005 a causa dell’elevato tasso di corruzione e delle condizioni di estrema povertà il Kirghizistan è stato teatro di violente manifestazioni di protesta, nate dopo elezioni parlamentari del 27 febbraio e del 13 marzo 2005 e sfociate nella cosiddetta “Rivoluzione dei Tulipani”, che ha costretto il presidente Askar Akayev, al potere da quindici anni, a dare le dimissioni e rifugiarsi nell’ambasciata kirghisa a Mosca.

La fuga di Akayev[1] rappresentò un’occasione per la popolazione di votare per la prima volta in elezioni democratiche e libere da cui ne uscì vincitore, con oltre l’88% dei consensi, Kurmanbek Bakiyev[2], una delle principali figure di riferimento per l’opposizione anti-Akayev, guida della rivoluzione e, uomo in cui il Kirghizistan riponeva gran parte delle proprie speranze per una riforma in senso parlamentare della repubblica ponendo così fine a ogni autoritarismo. 

Le speranze di una svolta in senso democratico si dissolsero prestoe il governo post-rivoluzionario rimase su posizioni filo-russe negando ogni possibilità di sviluppo in senso democratico.

Nello stesso periodo, anche la Georgia[3] e l’Ucraina[4] sono state teatro di movimenti di protesta non violenti,rinominate dai media “Rivoluzioni Colorate” per il colore prescelto da ciascun Paese come simbolo distintivo e segno identificativo negli strumenti di propaganda politica,contro i governi filo-russi in carica, ritenuti corrotti e autoritari[5].

Diversamente dal Kirghizistan i governi post-rivoluzionari in Georgiae in Ucrainahanno, almeno inizialmente, favorito un processo democratico facendo registrare grandi passi in avanti rispetto ai regimi precedenti.

Il fallimento della rivoluzione in Kirghizistan,da molti creduta realizzabile in ragione forse della prossimità temporale e politica rispetto alle altre due in Georgia e Ucraina,è dipeso in primo luogo dal ruolo della Russia e dalle peculiari relazioni economiche tra i due Paesi. Oltre a fornire a Biškek energia a basso prezzo, Mosca offre lavoro a centinaia di migliaia di Kirghisi.

L’assenza di un forte sentimento anti-russo, presente invece nell’ovest dell’Ucraina e in Georgia, non ha permesso all’Occidente di fare pressioni sul Paese troppo legato a Mosca. Anche i rapporti con la Cina, cresciuti in modo significativo sotto la presidenza Bakiyev, hanno determinato l’orientamento del Paese non rendendo necessari cambi di tendenza in senso democratico.

Se il Kirghizistan non ha ragioni per guardare a Occidente bisogna dire anche che il Paese non risulta necessario nemmeno alla strategia statunitense nell’area euroasiatica,eccezion fatta per la presenza all’interno del Paese della base militare di Manas aperta nel 2001 per sostenere le operazioni USA e NATO in Afghanistan.

Oggi come in passato la divisione tra il nord e il sud del Paese rappresenta il principale motivo d’instabilità.

La spaccatura tra il nord industrializzato e le province meridionali di Osh e Jalal-Abad maggiormente accumunate alle comunità islamiche conservatrici della valle di Fergana è stata storicamente sfruttata dalla Russia e durante gli anni del suo mandato da Akayevper favorire i suoi corregionali del nord ed eliminare quindi le rappresentanze in tutti i rami governativi dei cittadini provenienti dal sud.

Sotto la Presidenza Akayev, la capitale del nord, Bishkek, divenne il centro della politica e dell’economia del Paese, mentre il sud venne dimenticato dai programmi governativi. Per questo non stupisce come, gran parte delle forze di opposizione fossero del sud,così come i principali leader critici nei confronti del Presidente e del Governo.

L’esito della Rivoluzione dei Tulipani confermò una tendenza già nota ai tempi di Akayev: il suo regime era stato una forma di oligarchia durante la quale le famiglie detentrici del potere si sono appropriate di tutto ciò che potevano senza alcun riguardo per lo sviluppo dello Stato. Allo stesso modo tutta la famiglia di Bakiyev fu coinvolta nelle strutture del potere e il governo si fondò principalmente su alti livelli di corruzione e clientelismo.

Tra le cause che hanno determinato il fallimento della rivoluzione bisogna anche considerarel’assenza di un parlamento forte che potesse influire sulle sorti del Paese, cosa che invece esisteva in Georgia e ancora di più in Ucraina.

Un cambiamento si ebbe nel 2010 con l’insediamento di Roza Otunbayeva[6], leader delle proteste di quell’anno, che indisse un importante referendum che trasformò il paese in senso parlamentare, aumentando i poteri del primo ministro e dello Zhogorku Kenesh, il nuovo parlamento kirghiso composto da una sola camera di 120 seggi, a scapito di quelli del presidente.

Le elezioni dello stesso anno diedero tuttavia un risultato controverso e per i primi tempi dopo gli eventi del 2010, il governo venne guidato da un’innaturale coalizione fra il partito Ata-Zhurt favorevole ad un ritorno di Bakiyev, e il Partito Socialdemocratico anti-Bakiyev.

Successivamente, l’elezione di Almazbek Atambayev esponente del Partito Socialdemocratico a presidente della Repubblica nel 2011 (con ben il 63% dei voti), confermò la prevalenza del PSD. La predominanza dei socialdemocratici è poi stata confermata in occasione delle elezioni per il rinnovo del parlamento nel 2015 quando il PSD ha guadagnato ben 38 seggi (27% dei voti), dieci in più rispetto al 2010.

Una nuova sfida per i socialdemocratici sarà rappresentata dalle elezioni presidenziali previste per novembre 2017 in cui Atanbayev, attuale presidente in carica prossimo alla scadenza del suo mandato non potrà prendere parte.

Sebbene molti guardino con sospetto al comportamento del Presidente filo-russo per certi versi simile a quello dei suoi predecessori Akayev e Bakayev bisogna ammettere che dal 2010 il Kirghizistan, Paese che fa da cerniera fra la Cina e l’Asia Centrale, posto in prossimità di tradizionali zone di tensione, come l’Afghanistan, sta sperimentando una fase di liberalizzazione e pacificazione nell’area.


[1]È stato il primo presidente della repubblica del Kirghizistan. Entrato in carica nel 1990, vi è rimasto fino al 2005.

[2]Kurmanbek Salievič Bakiev, presidente della repubblica del Kirghizistan dal 2005 al 2010,esponente di punta del partito “Movimento del popolo del Kirghizistan”.

[3]La rivoluzione delle rose in Georgia (2003), condotta da una forte coalizione di conservatori filo-occidentali diretti da Mikheil Saakašvili e Nino Burjanadze, come conseguenza delle elezioni parlamentari del 2 novembre 2003. Nel corso delle consultazioni i risultati ufficiali furono favorevoli al governo in carica, diretto da Ševardnadze, ma l’opposizione le considerò truccate e organizzò enormi dimostrazioni pacifiche nelle vie della capitale per protestare contro il governo ritenuto illiberale e corrotto. Ševardnadze si dimise il 23 novembre 2003, dopo due tese settimane di dimostrazioni, e fu sostituito come presidente ad interim da Burjanadze, presidente del parlamento. Il 4 gennaio 2004 Mikheil Saakašvili, leader della rivoluzione delle rose (la rosa è il simbolo nazionale della Georgia, adottato dai manifestanti come logo del loro movimento) vinse le elezioni presidenziali con una maggioranza schiacciante: il 96% dei voti validi.

[4]La rivoluzione arancione in Ucraina (dicembre 2004- gennaio 2005), cominciata all’indomani delle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004. I primi risultati che videro il delfino dell’ex presidente Leonid Kučma – Viktor Janukovyč, con maggiori posizioni filo-russe – in vantaggio furono contestati dallo sfidante Viktor Juščenko, che denunciò brogli elettorali chiedendo ai suoi sostenitori di restare in piazza fino a che non fosse stata concessa la ripetizione della consultazione. A seguito delle proteste, condotte da un apparato di gruppi studenteschi e popolari in maniera non-violenta, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni per il 26 dicembre. Questa volta a uscirne vincitore fu proprio Juščenko, leader designato della rivoluzione arancione, con il 52% dei voti contro il 44% del suo sfidante. Il nuovo presidente si insediò il 23 gennaio 2005.

[5] Nello stesso periodo ci sono stati altri tentativi rivoluzionari che però non hanno sortito l’effetto sperato: in Azerbaijan nel corso del 2005, una rete di gruppi giovanili ispirati all’esempio georgiano e ucraino e vicini ad Azadlig (Libertà), coalizione di opposizione al governo in carica, cominciò una campagna di opposizione al governo in carica giudicato corrotto. I rivoluzionari adottarono inizialmente il colore verde e in un secondo tempo il colore arancione caratteristico dei moti ucraini, minacciando una nuova rivoluzione colorata in caso le elezioni parlamentari del novembre 2005 fossero state giudicate fraudolente. A una manifestazione indetta a scopo dimostrativo appena prima delle elezioni, aderirono però solo 300 persone. In Bielorussia le proteste contro il presidente Alexander Lukashenko hanno assunto, più volte, caratteristiche simili alle rivoluzioni colorate a partire dalla presenza di un gruppo studentesco attivo, Zubr , ma sono state sempre represse. In Mongolia nel marzo 2005 alcuni gruppi di giovani scesero in piazza congratulandosi con gli amici kirghizi e chiedendo le dimissioni del governo definito corrotto. I manifestanti, che indossavano sciarpe gialle, chiesero nuove elezioni dopo quelle, giudicate fraudolente, del precedente giugno.

[6] RozaIsakovna Otunbayeva, Presidente del Kirghizistan dal 7 aprile 2010 al 1º dicembre 2011. È salita al potere a seguito della sommossa dell’aprile 2010. È stata in precedenza primo ministro e ministro degli esteri.La Otunbayeva è la prima donna presidente di uno stato membro della CSI.

Copertina :“WE SHALL DIG FOR BREAD, AND YOUNG CHILDREN WILL SUPPLY US WITH MILITARY UNIFORMS IN CASE OF NUCLEAR WAR.” NATIONAL MUSEUM OF HISTORY, BISHKEK, KYRGYZSTAN.

Giorgia Pilar Giorgi

Giorgia Pilar Giorgi

Giorgia Pilar Giorgi, Analyst & Researcher about Energy Security and Unresolved Conflicts in the South Caucasus, Research Fellow of the Azerbaijan International Development Agency (AIDA). Ms. Giorgi is a Master of International Relations and Strategic Studies from the Roma Tre University, Rome, Italy.

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