La scelta dei Balcani: le prospettive della NATO nella regione

La scelta dei Balcani: le prospettive della NATO nella regione

 


Dopo gli interventi dell’Alleanza nel corso degli anni ’90, i Paesi della regione balcanica si sono avvicinati sempre più alla NATO e all’Unione europea. Tuttavia, non tutti hanno completato il proprio cammino verso l’integrazione con il mondo occidentale e anzi, la possibilità di divisioni e scontri aleggia nuovamente sui Balcani.


Il rischio di una rinnovata instabilità politica e di una nuova ondata di violenze sta crescendo nei Balcani. I progressi ottenuti dopo i conflitti jugoslavi e l’intervento NATO sono attualmente in stallo e, in alcuni casi, in fase di regressione. Vecchie e nuove influenze esterne penetrano all’interno della regione minando il processo di integrazione dei Balcani nel sistema occidentale, tramite l’adesione alla NATO e all’Unione europea. L’ascendente russo nell’area sembra essere ritornato più vivo che mai così come l’influenza storica della Turchia, ancora presente nei vecchi territori europei del decaduto Impero Ottomano.

Nuovi attori si stanno intromettendo nelle questioni regionali, come la Cina, ma anche i Paesi del Golfo, vere new entry nei Balcani che, tramite la loro autorità religiosa nel mondo musulmano, stanno pian piano ritagliandosi un proprio ruolo nelle comunità islamiche della regione, con crescenti preoccupazioni circa l’incremento di persone radicalizzate e vicine ai movimenti estremisti jihadisti.

In questo quadro, a preoccupare i Paesi dell’Unione c’è anche la questione migratoria che, attraverso la rotta balcanica, consente a numerosi migranti di raggiungere il cuore dell’Europa. Altre vicissitudini internazionali, come i conflitti nell’area MENA e la crisi ucraina, non favoriscono il processo di adesione.

Ciò ha portato molti Paesi dei Balcani ad avanzare lentamente, con una certa esitazione, nelle riforme richieste per entrare nell’Unione europea, la cui adesione sembra comunque distante viste le questioni internazionali. E’ necessario quindi che Unione europea e NATO intensifichino le proprie prerogative nella regione per evitare un’escalation che possa riportare i Balcani nella violenza e nella guerra. Un’analisi dei vari Paesi, quindi, pare utile.

Kosovo

Nel 1999, la NATO entra in guerra per la prima volta nella sua storia contro uno Stato indipendente, la Repubblica Federale di Jugoslavia, avviando la sua seconda operazione militare dopo l’Operazione Deliberate Force i, avvenuta sempre nei Balcani pochi anni prima. L’operazione Allied Force nasce dopo le atrocità commesse dalle forze armate jugoslave nei confronti dei civili di etnia albanese in Kosovo, facente allora ancora parte della Serbia e della Jugoslavia; gli aerei Alleati bombardano le forze armate jugoslave sul campo e, successivamente, anche la città di Belgrado, costringendo la Jugoslavia alla resa. Il Kosovo viene posto sotto la protezione internazionale della missione delle Nazioni Unite United Nations Interim Administration Mission in Kosovo1(UNMIK) e della NATO, tramite le Kosovo Force 2(KFOR).

L’intervento NATO in Kosovo prende in contropiede Mosca, da sempre vicina a Belgrado: lo conferma proprio il Presidente Putin, divenuto Capo di Stato nell’ultimo atto dello scorso millennio, durante un suo discorso dinanzi alla Duma nel 20143.

Russia che era stata una dei Paesi fondatori della missione KFOR ma che nel 2003 decide di ritirarsi4. L’intervento russo nei Balcani sembrava poter essere un nuovo promettente inizio tra NATO e Russia, tuttavia la storia ci ha dimostrato il contrario. Non è un caso che lo stesso Putin si è dipinto più volte quale garante della cultura e delle etnie slave della regione, nonché delle comunità ortodosse, utilizzando la chiesa come strumento di soft power nell’area5.

Il supporto ai serbi kosovari da parte di Mosca passa anche attraverso i media come Russia Today e Sputnik, sempre più seguite nel Paese.

Altri attori internazionali che si stanno facendo largo in Kosovo sono i Paesi del Golfo. Il Kosovo, come altri Paesi della regione ed ex province dell’Impero Ottomano, sono storicamente legati alla Turchia dal punto di vista culturale e religioso tuttavia, negli ultimi anni questo legame è stato oscurato dall’influenza economica, sociale e religiosa di numerose entità arabe6. L’azione araba è stata per lo più indirizzata verso l’educazione dei giovani albanesi kosovari, ed è un dato che fa riflettere l’elevato numero di giovani di etnia albanese che nel biennio 2014-2015 ha aderito all’ideologia estremista dell’ISIS, rivelando la crescente incidenza di fenomeni di radicalizzazione nel Paese, che per ora non sembra volersi fermare7, favorendo al contempo la retorica anti-islamica e settaria delle comunità serbe.

Bosnia ed Erzegovina

La Bosnia ed Erzegovina è lo Stato balcanico più complesso e instabile, a cominciare dal suo ordinamento statale; divisa in due entità, la Federazione croato-mussulmana (che controlla il 51% del territorio) e la Repubblica serba (detentrice del restante 49%), diverse nel proprio ordinamento interno, ha un Parlamento i cui rappresentanti sono divisi in quote in base alla propria etnia (croata, bosniaca o serba). La Presidenza della Bosnia ed Erzegovina è invece un organo collegiale composto da 3 membri (uno per etnia) e a turno assumono la carica di Presidente per circa 8 mesi. Un unicum istituzionale è rappresentato dall’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, la più alta carica civile del Paese il cui compito è il controllo del funzionamento istituzionale, ed è nominato da un organo composto da 55 Stati, la cui scelta viene approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo complesso sistema istituzionale, che in origine si pensava potesse rappresentare gli interessi delle diverse etnie, ha portato il Paese verso la stagnazione politica, legislativa ed economica.

I principali attori esterni coinvolti nel Paese sono quelli islamici, tramite le numerose associazioni musulmane attive in Bosnia. Come nel caso del Kosovo, anche in Bosnia la Turchia ha particolari interessi socio-culturali ma i Paesi del Golfo sono quelli più coinvolti, in particolare nella costruzione di moschee e centri di cultura, con progetti di “arabizzazione” del Paese, dalla lingua agli usi e costumi, nonché importanti progetti turistici ed economici8. Anche l’Iran è interessata alla Bosnia, non solo attraverso normali relazioni economiche ma anche culturali9. La conseguenza di questa presenza araba, come prevedibile, è l’irrigidirsi della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina che, spalleggiata anche in questo caso da Serbia e Russia, utilizza tali influenze per combattere la presunta islamizzazione dello Stato bosniaco. Non aiuta il crescente numero di individui radicalizzati e cellule estremiste localizzate in Bosnia, fomentando la retorica anti-islamica della comunità serba10.

Una delle principali problematiche legate alla Bosnia è però la possibile dichiarazione d’indipendenza della Repubblica Serba. Il Presidente dell’entità autonoma ha più volte promosso l’idea di dichiarare l’indipendenza dalla Bosnia: nel settembre 2016 Dodik convoca un referendum riguardante l’istituzione di una giornata nazionale il 9 gennaio, data della fondazione della Repubblica Serba. Pur con una bassa affluenza (solo il 55% della popolazione), il sì ha ottenuto oltre il 99% dei voti, accendendo non poco le tensioni riguardo una possibile indipendenza della Repubblica, promossa anche dalla Russia11. Ad oggi, al referendum non sono seguite altre pretese indipendentiste e anzi, la posizione di Dodik è sempre più compromessa sia internamente che esternamente, come testimoniano ad esempio le sanzioni economiche da parte del Dipartimento del Tesoro statunitense nei suoi confronti il 1 gennaio 201712. Tali divisioni favoriscono la penetrazione russa in Bosnia, incoraggiano la visione di una vicinanza “slava” con Mosca e garantiscono al Cremlino una forte presenza sul territorio, danneggiando l’immagine democratica e liberale dell’Unione europea (e della NATO) presso i cittadini bosniaci.

Serbia

Lo Stato nell’area più influenzato dalla Russia è sicuramente la Serbia. Sfruttando i legami culturali con Belgrado, Mosca ha decisamente incrementato negli ultimi anni la propria propaganda, raggiungendo la maggioranza dei serbi tramite i propri media e aizzando gli animi serbi verso l’Occidente, considerato un nemico13. Mosca ha rinnovato i propri storici impegni con Belgrado, iniziati già durante la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Jugoslavia. La cooperazione militare, esercitazioni comuni e commesse, rendono la Serbia lontana dall’accesso alla NATO, soddisfacendo le volontà di Mosca14. Anche dal punto di vista energetico Serbia e Russia sono legate, tanto che recentemente è tornato in auge il progetto di un gasdotto diretto verso l’Europa centrale attraverso i Balcani e la Serbia, in grado di bypassare l’Ucraina15. Questo avvicendamento continuo tra Russia e Unione nei confronti della Serbia non fa che rendere la politica di Belgrado volubile e incerta, pendendo verso una o l’altra parte in base alla propria convenienza.

Come detto in precedenza, nonostante l’enorme influenza russa sul Paese, la Serbia si sta avvicinando sempre più all’Unione europea, con Bruxelles che nell’ultimo periodo ha decisamente dato una virata all’intero discorso sull’adesione, prospettata per il 202516. Tuttavia, possibili tensioni settarie in Bosnia o Kosovo potrebbero spingere il governo di Belgrado ad allontanarsi dall’Unione europea. La paura di un’islamizzazione dei Balcani, azioni verso le minoranze serbe e un incontrollato flusso migratorio che arriva o passa per i Balcani, potrebbero rendere inutili gli sforzi dell’Unione di integrare la Serbia nel tessuto europeo.

Albania, Fyrom e Montenegro

Nonostante la presenza di Montenegro e Albania nella NATO, entrambi i Paesi sono soggetti ad influenze esterne, in particolare Russia e Cina. Lo stesso dicasi per l’Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia (che, per pura convenienza, da ora chiamereremo semplicemente “Macedonia”). L’Albania è certamente il Paese più vicino all’Occidente e all’integrazione europea (l’inizio dei negoziati per l’adesione di Albania e Macedonia sono previsti per il 201917); qui la Russia ha una minore presa rispetto agli altri Stati balcanici, tuttavia la sua retorica pro-serba e pro-slava fomenta la rivalità tra queste comunità con quella albanese, utilizzando la minaccia della “Grande Albania”18 .

Per quanto riguarda il Montenegro, storicamente Mosca ha sempre supportato Podgorica, divenendo il principale investitore nel Paese, tuttavia, date le posizioni pro-UE e pro-NATO dell’attuale governo, le relazioni tra Montenegro e Russia potrebbero cambiare. Infatti Mosca è sempre stata coinvolta nella politica interna del Paese: nel 2015 la Russia è stata accusata, nonostante le smentite19 , di supportare le proteste fatte da alcuni movimenti politici d’opposizione nei confronti del governo Djukanović, favorevole alle sanzioni europee contro la Russia e propenso all’adesione del Montenegro nella NATO.

La mano di Mosca arriva anche in Macedonia, seppur in maniera meno pressante. Anche qui la Russia porta avanti la sua propaganda, come nel caso dell’operazione militare macedone nei confronti del gruppo armato NLA, filo albanese, nel 2015. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov affermò che il gruppo fosse spalleggiato da servizi e ONG “occidentali”, con lo scopo di destabilizzare il Paese e il governo Gruevski, piuttosto simpatizzante di Mosca20, Russia che ha anche importanti legami economici; un esempio è la costruzione di un oleodotto da parte dell’azienda russa Stroytransgaz, che in futuro potrebbe riagganciarsi all’eventuale rete di gasdotti e oleodotti passanti per la Turchia e che raggiungeranno l’Europa occidentale21.

La presenza NATO nei Balcani

La presenza della NATO nei Balcani si articola attraverso tre strumenti: operazioni, programmi di partnership (attraverso gli Individual Partnership Action Plan) e processi di adesione. La missione più importante nella regione è certamente la KFOR in Kosovo, attraverso una forza multinazionale che coinvolge al momento 31 Paesi e che, nel punto più alto, ha raggiunto quota 50 mila unità. La missione ha diversi obbiettivi: principalmente svolge compiti di supporto alla Kosovo Security Organization, composta dalla Kosovo Police e dalla Kosovo Security Force, e compiti di sorveglianza dell’Administrative Bonduary Line, linea di confine tra Serbia e Kosovo, eseguendo con regolarità esercitazioni congiunte sia con le forze kosovare sia con quelle serbe.

La presenza NATO in Kosovo serve ad arginare due possibili minacce: quella esterna, proveniente principalmente dai Serbi, diretta verso la comunità albanese del Paese; quella interna, attuata dalla stessa comunità albanese nei confronti della minoranza serba. In Kosovo, oltre la missione KFOR, la NATO ha mantenuto il NATO Advisory and Liaison Team (NALT) a Pristina, ufficio che svolge compiti di supporto alle forze di sicurezza kosovare e al Ministero della Difesa in ambiti quali l’organizzazione, l’addestramento e l’educazione 22.

La NATO è attiva anche in Macedonia. Inizialmente presente con il quartier generale della KFOR nel 1999, successivamente la presenza dell’Alleanza si è trasformata nel NATO Liaison Office Skopje nel 201223. L’ufficio di Skopje offre assistenza alle autorità macedoni sia in materie come difesa e sicurezza, sia nel processo di adesione che la Macedonia sta portando avanti. Il percorso che porterà Skopje ad entrare nell’Alleanza passa attraverso il Membership Action Plan (MAP), un programma che richiede importanti riforme in aree come quello della difesa, dell’economia, delle istituzioni e del sistema legale. Il processo può durare anni, e lo dimostra il caso del Montenegro, ultimo membro ad aderire il 5 giugno 2017 24.

Il Montenegro ha cominciato il suo programma di adesione nel 2010 e nel dicembre 2015 è stato invitato dalla NATO ad aprire la fase negoziale, conclusasi nel giugno 2017. In questi anni, il Montenegro ha ristrutturato le proprie forze armate, combattuto con forza il terrorismo e il crimine organizzato, rafforzato il proprio sistema legale e partecipato alla missione ISAF in Afghanistan. Il Montenegro può risultare quindi un modello per gli altri Stati dei Balcani intenzionati ad aderire alla NATO.

La Macedonia ha avviato il suo percorso MAP nel lontano 19 aprile 1999. Ciò che ha impedito a Skopje di aderire all’Alleanza (così come all’Unione europea), è la disputa sul nome con la Grecia. Infatti, Atene ha da sempre bloccato ogni iniziativa macedone per via del nome, essendo presente anche una regione greca di nome “Macedonia”. La situazione è col tempo lentamente migliorata fino agli anni più recenti, dove un’accelerata nei negoziati ha portato a un accordo tra Atene e Skopje sul nome di “Repubblica di Macedonia del Nord”25il 12 giugno 2018. La risoluzione della controversia ha aperto la strada alla Macedonia, invitata durante il summit NATO di Bruxelles 11-12 luglio 2018 ad avviare i negoziati per l’adesione26, ufficializzando l’invito anche attraverso la Dichiarazione congiunta dei leader NATO27.

Per quanto riguarda la Bosnia invece, il percorso per l’adesione alla NATO è piuttosto lento e pieno di ostacoli. In tutte le attività svolte dall’Alleanza nei Balcani, il compito dato al NATO Military Liaison and Advisory Mission Sarajevo (NATO HQ Sarajevo) è sicuramente uno dei più difficili28.

Nonostante importanti risultati nelle riforme per i settori di sicurezza e difesa, e l’aiuto costante alle istituzioni, il MAP della Bosnia è attualmente in fase di stallo. Le continue tensioni interne, le interferenze esterne e le limitate capacità del NATO HQ Sarajevo, non permettono alla Bosnia di portare avanti il proprio programma di riforme.

Le prospettive della NATO: alcune idee

Con la ridotta influenza di NATO e UE nel corso dell’ultimo decennio, si sono perse diverse occasioni per affrontare alcuni dei problemi emergenti nei Balcani occidentali. La mancata risposta europea al crescente flusso migratorio attraverso i Balcani; istituzioni deboli e corruzione che non permettono il contrasto ad attività illecite come il traffico di armi, droga ed esseri umani, nonché al sempre presente problema della disoccupazione; un sistema educativo inefficiente che non fa altro che alimentare la questione occupazionale, incoraggiando le giovani generazioni a emigrare; la divisione gerarchica in alcune aree in gruppi familiari e clanistici, che favorisce sistemi clientelari e impedisce la creazione di una solida società civile; le connessioni politiche e criminali con gli interessi economici cinesi, russi e arabi, solitamente indifferenti a qualsiasi regolamentazione o istituzionalizzazione; le interferenze esterne arabe e russe nei confronti delle componenti musulmane e cristiano-ortodosse, che alimentano le differenze e producono discorsi settari.

Questo e altro impediscono ai Balcani di progredire verso l’integrazione nel sistema occidentale. Ci sono diversi strumenti che la NATO può utilizzare per dare una sferzata alla situazione, evitando una nuova “balcanizzazione” dei Balcani. Una prima mossa potrebbe essere l’istituzione di un comando operativo per i Balcani, in grado di comprendere tutte le attività poste in essere dall’Alleanza nella regione. Ciò faciliterebbe molto l’interazione e la comunicazione sia tra le diverse missioni NATO, sia nei rapporti con le istituzioni locali.

In secondo luogo, l’Alleanza dovrebbe spingere al massimo sia i processi MAP, sia i programmi Defence and Related Security Capacity Building Initiative (DCB)29, non ancora utilizzati con i partner regionali. Tali programmi rientrerebbero perfettamente tra gli strumenti da utilizzare per raggiungere gli obbiettivi prefissati dal vertice di Varsavia nel 2016 sotto la dicitura “Projecting Stability30 l’assistenza militare ai partner, lo sviluppo delle istituzioni e delle relazioni nonché una sentita presenza della NATO nel Paese, rendono i DCB un ottimo metodo per avvicinare i partner all’Alleanza e, successivamente, avviare i MAP. Ad esempio, utilizzando le esperienze acquisite in Iraq e Afghanistan con le NATO Training Missions, i programmi di addestramento, educazione ed equipaggiamento dei DCB potrebbero favorire la costituzione di una singola forza armata nazionale in Bosnia, oggi divisa da barriere etniche sia ai livelli più bassi sia, sopratutto, ai massimi livelli.

In ultima istanza, la NATO dovrebbe e potrebbe inserire i Balcani nell’area operazionale del NATO Response Force (NRF). Realizzando il comando operativo per i Balcani, gli elementi di comando e controllo richiesti dall’NRF verrebbero sin da subito concretizzati, istituendo un Joint Task Force HQ nello stesso comando. Inoltre, i Paesi membri dei Balcani dovrebbero essere invitati a partecipare al Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), la forza militare di pronto intervento il cui scopo è il dispiegamento nel giro di poche ore in caso di invasione di un territorio NATO31. L’esercizio del VJTF nella regione promuoverebbe stabilità e rapporti amichevoli con i partner e i Paesi membri, dissuadendo al contempo attori esterni da comportamenti sempre più aggressivi. In aggiunta a ciò, con l’inserimento dei Balcani nell’area NRF, anche l’istituzione di missioni NATO Force Integration Unit (NFIU) nei Paesi membri della regione rappresenterebbe una presenza ulteriore dell’Alleanza e un incoraggiamento alla stabilità nei confronti degli altri Stati balcanici. Come insegnano le esperienze in Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania e Paesi baltici, le NFIU non solo migliorano le capacità difensive del Paese in questione, ma favoriscono anche un clima di stabilità e sicurezza nell’intera regione, rappresentando al contempo un deterrente nei confronti di chi invece vorrebbe instabilità e tensioni32

In conclusione, possiamo dire che le divisioni etniche nei Balcani non sono la causa principale dei problemi dell’area, ma bensì una rinnovata conseguenza dell’azione esterna di alcuni Paesi e delle inefficienze dei Balcani stessi. Gli attori esterni sfruttano le debolezze socio-economiche per seguire i propri interessi nazionali nella regione, favorendo lo scontro e la corruzione ed esacerbando i problemi dell’area: alta disoccupazione giovanile, cattiva gestione delle risorse e flussi migratori incontrollati sono solo alcune delle questioni che vengono additate alla diversità etnica. Ed è continuo vedere questi attori, esterni e interni, utilizzare per convenienza lo spettro della lotta interetnica. A ciò si aggiungono la poca concretezza dell’Unione europea, distratta da questioni interne (Brexit, riforme economiche e strutturali) ed esterne (Ucraina, Medio Oriente e immigrazione), e il fenomeno globale che sta portando al potere formazioni populiste e, in alcuni casi, nazionaliste nei Paesi d’Europa e America. Tutto questo non può essere accettato con la semplice constatazione che i Balcani sono oramai “balcanizzati”. La NATO, supportata dall’Unione, può fare di più, invertendo la rotta e garantire così ai Balcani la stabilità e la sicurezza ricercata.


Note

1{L’Operazione Deliberate Force è il nome della campagna militare aerea condotta dalla NATO nel 1995 contro la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. L’intervento fu autorizzato dalla risoluzione n°836 del Consiglio di Sicurezza ONU e si svolse dal 30 agosto al 20 settembre di quell’anno. L’operazione nasce in risposta al bombardamento del mercato di Sarajevo nel 1995, dove perirono numerosi civili: la città è stata sotto assedio da parte delle forze serbe e jugoslave dal 1992 al 1996 e si contano circa 12.000 vittime civili.}

2{Cfr. NATO, NATO’s role in Kosovo; https://www.nato.int/cps/en/natolive/topics_48818.htm}

3{Cfr. Cremlino, (2014), Address by President of the Russian Federation; http://en.kremlin.ru/events/president/news/20603}

4{Cfr. NATO, (2003), Russian troops leave KFOR; https://www.nato.int/docu/update/2003/07-july/e0702a.htm}

5{Cfr. KOVACEVIC, F., (2016), The Russian Orthodox Church As An Instrument of Soft Power in the Balkans, Russia Insider; https://russia-insider.com/en/politics/russian-hollywood-orthodox-church-instrument-soft-power-balkans/ri15972}

6{Cfr. GALL, C., (2016), How Kosovo Was Turned Into Fertile Ground for ISIS, New York Times; https://www.nytimes.com/2016/05/22/world/europe/how-the-saudis-turned-kosovo-into-fertile-ground-for-isis.html}

7{Cfr. ZAIMI, G., (2017), Religious radicalization and violent Islamist extremism in Albania, Macedonia and Kosovo, CSSII; https://www.cssii.unifi.it/upload/sub/zaimi-religious-radicalization-and-violent-islamist.pdf}

8{Cfr. Mediterranean Affairs, (2017), Bosnia and Herzegovina, the influence of the Gulf states on economics and politics; http://mediterraneanaffairs.com/bosnia-herzegovina-influence-gulf-states-economics-politics/}

9{Cfr. MEHR News Agency, (2017), Iran-Bosnia ties transcend political, economic relations; https://en.mehrnews.com/news/129501/Iran-Bosnia-ties-transcend-political-economic-relations}

10{Cfr. HAMILTON, R. E., (2017), Keep Your Eye on The Balkans, Foreign Policy Research Institute; https://www.fpri.org/article/2017/03/keep-eye-balkans/}

11{Cfr. The Economist, (2016), A referendum by Serbs threatens yet more trouble for Bosnia; https://www.economist.com/europe/2016/09/27/a-referendum-by-serbs-threatens-yet-more-trouble-for-bosnia}

12{Cfr. U.S. Department of the Treasury, (2017), Treasury Sanctions Republika Srpska Official for Actively Obstructing The Dayton Accords; https://www.treasury.gov/press-center/press-releases/Pages/jl0708.aspx}

13{Cfr. KNEZEVIC, G., (2017), Sputnik, Selective Memory, And NATO’s 1999 Bombing Of Serbia, Radio Free Europe Radio Liberty; https://www.rferl.org/a/sputnik-selective-memory-nato-bombing-serbia/28437149.html}

14{Cfr. VASOVIC, A., (2016), With Russia as an ally, Serbia edges toward NATO, Reuters; https://www.reuters.com/article/us-serbia-nato/with-russia-as-an-ally-serbia-edges-toward-nato-idUSKCN0ZJ06S}

15{Cfr. ZUVELA, M., (2018), Serbia, Russia revive gas pipeline plans, Reuters; https://af.reuters.com/article/africaTech/idAFL5N1QR3QK}

16{Cfr. RANKIN, J., (2018), Serbia and Montenegro could join EU in 2025, says Brussels, The Guardian; https://www.theguardian.com/world/2018/feb/06/serbia-and-montenegro-could-join-eu-in-2025-says-brussels}

17{Cfr. Council of the European Union, (2018), Council Conclusions on Enlargement, Stabilisation and Association Process; http://www.consilium.europa.eu/media/35863/st10555-en18.pdf}

18{Cfr. Balkan Insight, (2017), Russia Accuses West of Backing ‘Greater Albania’; http://www.balkaninsight.com/en/article/russia-jumps-into-macedonia-election-crisis-03-03-2017}

19{Cfr. TOMOVIC, D., (2015), Russia, Montenegro Trade Barbs Over Protests, Balkan Insight; http://www.balkaninsight.com/en/article/russia-montenegro-bicker-over-podgorica-protests-10-28-2015}

20{Cfr. MARUSIC, S., J., (2015), Macedonia Declares Mourning For Police Killed in Gunbattles; http://www.balkaninsight.com/en/article/macedonia-mourns-for-killed-policemen-while-shootout-continues}

21{Cfr. Stroytransgaz, (2016), JSC Stroytransgaz has completed the construction of a gas pipeline in Macedonia,{ http://www.stroytransgaz.ru/en/pressroom/news/2016/08/6653/}

22{Cfr. NATO, NATO Advisory and Liaison Team (NALT); https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_144933.htm}

23{Cfr. NATO Liaison Office Skopje, Skopje Mission; https://jfcnaples.nato.int/hqskopje/about-skopje/skopje-mission}

24{Cfr. NATO, Montenegro joins NATO as 29th Ally, https://www.nato.int/cps/us/natohq/news_144647.htm}

25{Cfr. MARUSIC, S., J., (2018), Macedonia and Greece Announce Historic ‘Name’ Deal, Balkan Insight; http://www.balkaninsight.com/en/article/macedonia-name-dispute-06-12-2018}

26{Cfr. MARUSIC, S., J., (2018), NATO Invites Macedonia to Join the Western Alliance, Balkan Insight; http://www.balkaninsight.com/en/article/nato-invites-macedonia-to-join-the-western-alliance-07-11-2018}

27{Cfr. NATO, (2018), Brussels Summit Declaration; https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_156624.htm}

28{Cfr. NATO,Peace support operations in Bosnia and Herzegovina; https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_52122.htm}

29{Cfr. NATO, Defence and Related Security Capacity Building Initiative; https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_132756.htm}

30{Cfr. NATO, Partnerships: projecting stability through cooperation; https://www.nato.int/cps/ua/natohq/topics_84336.htm}

31{Cfr. SHAPE, NATO Response Force / Very High Readiness Joint Task Force; https://shape.nato.int/nato-response-force–very-high-readiness-joint-task-force}

32{Cfr. NATO JFC Brunnsum, NATO Force Integration Unit (NFIU) Fact Sheet; https://jfcbs.nato.int/page5725819/nato-force-integration-units/nato-force-integration-units-fact-sheet}

Francesco Generoso

Studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Responsabile della Sezione Esteri del blog "The American Post", nutre un grande interesse per la politica internazionale, la diplomazia e la difesa, in particolare quelle statunitensi.

Vedi tutti gli articoli
Vai alla barra degli strumenti