La segretezza sul crudele regime di detenzione australiano

La segretezza sul crudele regime di detenzione australiano

 Nauru e Manus: “centri di elaborazione” o campi di prigionia?

L’Australia è uno dei Paesi firmatari della Convenzione relativa allo status di rifugiati, meglio nota come Convenzione di Ginevra, in virtù della quale gli Stati aderenti sono tenuti ad assistere i richiedenti asilo od i rifugiati.[1]Tuttavia l’Australia sembra ben lontana dal rispettare tale disposizione. La sua politica infatti è quella di non prendere in considerazione i richiedenti asilo che arrivano a bordo di un’imbarcazione, impedendo loro lo stabilimento. Questi, provenienti da luoghi lontani, quali Iran, Afghanistan, Myanmar e Sri Lanka, vengono trattenuti a tempo indeterminato in “centri di elaborazione” in mare aperto. Si tratta di veri e propri luoghi di detenzione, presso le isole Manus, facenti parte della Papua Nuova Guinea, e Nauru, la Repubblica indipendente più piccola al mondo, situata nell’Oceano Pacifico, a nord-est del Paese.

Il governo australiano si difende sostenendo che  il modus operandi dello Stato sia strumentale alla tutela dei migranti, poiché teso alla dissuasione degli stessi dall’intraprendere le pericolose traversate in barca verso l’Australia. La realtà è tuttavia altra. Infatti, nel tempo, sono stati documentati in questi centri sistematici ed innumerevoli casi di abuso, stupro, abbandono e maltrattamento[2].

Attualmente i richiedenti asilo presenti sulle isole Nauru e Manus sarebbero circa 2000, molti dei quali in attesa da anni di un nuovo insediamento. Jennifer Robinson, noto avvocato australiano specializzato in diritti umani, considera questa politica vergognosa per tutti gli australiani. Questi durante il Summit Women in the World tenutosi a New York nel(lo scorso) mese di aprile, ha ritenuto opportuno paragonare quando sta accadendo in quei luoghi di detenzione a quanto avvenuto a “Guantanamo”, evidenziando altresì che nel caso in questione non si stiano “detenendo presunti terroristi, bensì persone che fuggono da persecuzioni e che cercano la nostra protezione[3].

L’ONG Human Rights Watch ha documentato in particolare diversi abusi, compresa la negazione dell’assistenza sanitaria, e preoccupanti livelli di abbandono[4]. Alanna Maycock[5], infermiera e Coordinatrice dei Rifugiati presso l’Ospedale Pediatrico di Sydney, ha raccontato la sua esperienza sull’isola di Nauru, descrivendo le avverse condizioni di “soggiorno” degli ospitati. Migliaia di documenti provenienti da Nauru attestano altresì casi di violenza sessuale, abusi su minori, tentativi di suicidio, nonché il deterioramento della salute mentale dei detenuti[6].

Il governo australiano ha tentato in vari modi di nascondere la realtà e la gravità dei fatti: ai giornalisti vengono regolarmente negati i visti di accesso all’isola di Nauru, il cui costo nel 2014 è improvvisamente aumentato da $ 200 a $ 8000[7]. Nel 2015, in seguito ad una serie di comunicati da parte di operatori sanitari concernenti la situazione nei centri di detenzione, è stato implementato il Border Force Act, che ha istituito l’ABF (Australian Border Force), l’agenzia di governo subentrata, dal primo luglio 2015, nella gestione dell’immigrazione, della dogana e della protezione delle frontiere.

L’atto delinea non solo la struttura di comando dell’ABF, ma anche le restrizioni rivolte a coloro che lavorano per essa: a chiunque ottenga “informazioni riservate” durante il servizio prestato per la Border Force, è severamente vietato rivelarle e diffonderle, senza previa autorizzazione, pena due anni di carcere.

Le misure australiane hanno richiamato anche l’attenzione internazionale: due anni fa Francois Crepeau, inviato speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei migranti, ha annullato una visita in Australia proprio perché il governo federale non gli aveva assicurato un libero dialogo con i lavoratori del centro di detenzione senza rischiare di incorrere in sanzioni,in ragione di quanto stabilito dal Border Force Act. Di seguito le sue parole:“questa legge mi impedisce di adempiere fino in fondo e liberamente ai miei doveri nel corso della visita, come invece previsto dalle linee guida delle Nazioni Unite per le visite effettuate dagli Esperti Indipendenti negli altri paesi”.

Le condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti di questi “centri di elaborazione regionali”, sono lesive dei diritti umani di base, in particolare di quelli dei minori. Viktoria Vibhakar, ricercatrice in stress infantile per Save the Children, dopo la sua esperienza a Nauru ha ribadito quanto il trauma sia dilagante e che “abbiamo più di un decennio di ricerca medica che comprova quanto la detenzione in sé sia traumatica per i bambini”.

La maggior parte degli australiani continua a sostenere le azioni del governo. Comportamento questo da attribuire, secondo la già citata Jennifer Robinson, ad ignoranza e disinformazione. Con ottimismo l’avvocato sostiene che “tutti […] dobbiamo assumerci la responsabilità per prenderci cura dei rifugiati. […] Penso che possiamo chiudere questi campi”.


[1] La Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, conosciuta anche come la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, è un trattato multilaterale delle Nazioni Unite che definisce chi è un rifugiato e definisce i diritti dei singoli che hanno ottenuto l’asilo e le responsabilità delle nazioni che garantiscono l’asilo medesimo. La convenzione stabilisce anche quali persone non si qualificano come rifugiati, ad esempio i criminali di guerra. La convenzione prevede anche la possibilità di viaggiare senza visto per i titolari di documenti di viaggio rilasciati ai sensi di questa Convenzione.La convenzione si basa sull’articolo 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, che riconosce il diritto delle persone a chiedere l’asilo dalle persecuzioni in altri paesi. Un rifugiato può godere di diritti e benefici in uno stato in aggiunta a quelli previsti dalla convenzione

[2] https://www.amnesty.org/en/documents/asa12/4934/2016/en/

[3] The New York Times – Women in the World – “5 things you need to know right now about Australia’s secretive refugee policy”.

[4] https://www.hrw.org/news/2016/08/02/australia-appalling-abuse-neglect-refugees-nauru

[5] https://nytlive.nytimes.com/womenintheworld/2017/03/28/alanna-maycock-is-a-voice-for-women-in-the-world/

[6] L’attestazione concerne il periodo 2013-2015. Cfr. https://www.theguardian.com/australia-news/2016/jun/20/the-worst-ive-seen-trauma-expert-lifts-lid-on-atrocity-of-australias-detention-regime

[7] https://www.theguardian.com/world/2014/jan/09/nauru-visa-to-cost-8000

Foto Copertina:http://glykosymoritis.blogspot.it/2016/08/leaked-nauru-files-show-horrors-of.html

Elisabetta Santirocchi

Elisabetta Santirocchi

Conseguito un doppio titolo di laurea in Scienze Politiche, Sociali ed Internazionali presso l'università LUMSA di Roma e in Politologia presso l'università Jagellonica di Cracovia nel 2012 e la laurea specialistica in Relazioni Internazionali nel 2014, ho da sempre dimostrato un acceso interesse per l'ambito della diplomazia, della politica e dei diritti umani, con particolare attenzione a quelli delle donne, come dimostrano le mie tesi elaborate per la Specialistica e per il Master di Alta Formazione per le Funzioni Internazionali: rispettivamente "La condizione della donna nei paesi del Maghreb Postcoloniale" e "La condizione della donna in Iran: le sfide di oggi".

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