La tutela delle minoranze: il caso dei Rohingya

La tutela delle minoranze: il caso dei Rohingya

I Rohingya non rientrano tra le 135 componenti etniche ufficialmente riconosciute in Birmania al momento dell’indipendenza, nel 1947. Oggi sono di fatto un gruppo apolide e non tutelato, perché non riconosciuti dallo Stato birmano, e continuamente minacciati dalla componente buddista maggioritaria identificata nei Bamar.


Arakan, il nome che storicamente indicava la regione occidentale dello stato Birmano, oggi identificato nello Stato Rakhine.

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Con il termine Rohingya vengono indicati genericamente i musulmani sunniti abitanti dell’Arakan, il nome che storicamente indicava la regione occidentale dello stato Birmano, oggi identificato nello Stato Rakhine. La precisazione storica mai come in questo caso diviene importante perché l’attuale disastro umanitario che sta colpendo la minoranza Rohingya ha le sue radici in un passato di esclusione ed emarginazione. I Rohingya infatti non sono stati inclusi tra le 135 componenti etniche ufficialmente riconosciute in Birmania/Myanmar al momento dell’indipendenza, nel 1947, né dalla Legge sulla Cittadinanza del 1982 che ha categorizzato le minoranze in otto gruppi principali. Sono di fatto un gruppo apolide, perché non riconosciuti dallo stato, e continuamente minacciati dalla componente buddista maggioritaria identificata nei bamar, che hanno fatto leva sulla propaganda razzista nei confronti dei Rohingya, definendoli una “minaccia all’etnia e alla religione di stato”.

La persecuzione religiosa ed etnica subita dai Rohingya è esplosa negli ultimi cinque anni, con incidenti che hanno causato morte, distruzione, ed un numero estremamente alto di sfollati e rifugiati nel paese, di cui la maggior parte detenuti illegalmente e torturati nei campi di prigionia. Chiaramente, con l’esplosione delle violenze e la diffusione di notizie sempre più cupe sulla loro sorte, si è assistito ad un vastissimo fenomeno d’immigrazione illegale verso Bangladesh, Thailandia e Malaysia, paesi confinanti che hanno sì accolto centinaia di migliaia di persone in fuga, ma le hanno in seguito bloccate in campi profughi e centri di detenzione dove si sono perpetrate altre violenze e violazioni dei diritti umani.

Configurazione legale delle violazioni dei diritti umani

I doveri imposti allo stato Birmano in tema di diritti umani derivano dai trattati internazionali e dal diritto internazionale consuetudinario: la Birmania infatti è parte della CRC[1]; della CEDAW[2]; del Protocollo opzionale della CRC relativo alla vendita, prostituzione e pornografia infantili[3]; della Convenzione sul genocidio (1948); del Protocollo per la prevenzione, soppressione e punizione del traffico di esseri umani, specialmente donne e bambini[4]; inoltre, altri obblighi imposti in capo allo stato derivano dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani (1948), la quale specifica all’art 2 che “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene”, e dalla Dichiarazione sui diritti delle persone in situazione di minoranza nazionale, etnica, religiosa o linguistica (1992), la quale all’art 4 comma 1 specifica che “Gli Stati adotteranno misure, ove necessario, per assicurare che le persone appartenenti a minoranza possano esercitare pienamente ed effettivamente tutti i loro diritti umani e libertà fondamentali senza alcuna discriminazione e in piena eguaglianza davanti alla legge.”

La Costituzione Birmana del 2008 offre numerose forme di protezione dei diritti fondamentali, e richiede che il governo si adoperi al fine di promuovere lo sviluppo linguistico, culturale, economico e sociale dei cittadini, la solidarietà tra gruppi etnici differenti ed il rispetto reciproco.[5]

Purtroppo, i diritti riconosciuti ed esplicitati dagli articoli del Cap VIII della Costituzione si riferiscono ai cittadini, categoria alla quale i Rohingya non appartengono a seguito di un’esclusione arbitraria dalla lista dei gruppi etnici riconosciuti, in piena violazione dell’Art 15 della Dichiarazione Universale dei diritti umani e degli Art 7-8 della CRC. Il loro essere non-cittadini per legge ha portato alla crescita del più grande numero di apolidi nel paese: più di un milione di persone, quasi tutti Rohingya nello Stato Rakhine; per di più, il potere rivestito dalle autorità nel concedere o negare la cittadinanza non ha fatto altro che aumentare la già grande vulnerabilità della popolazione, sulla quale si sono perpetrate continue violazioni dei diritti fondamentali.

La soluzione proposta dal governo birmano è passata attraverso un processo di verifica della cittadinanza: nel 2014 e nel 2016 gli ufficiali del ministero dell’immigrazione si sono recati nello Stato Rakhine e hanno proposto ai Rohingya di registrarsi come Bengalesi, conferendo la possibilità di iniziare il percorso di riconoscimento in qualità di stranieri, secondo la legge sulla Cittadinanza del 1982[6]; ciò è dovuto alla convinzione che i Rohingya non siano parte della nazione, ma siano arrivati clandestinamente dal Bangladesh in epoca passata, quando in realtà numerose testimonianze storiche registrano la loro presenza nella regione già in antichità, e poi nell’epoca pre-coloniale, come comunità di agricoltori di religione musulmana stanziata nell’antico stato dell’Arakan.

Le diverse regolamentazioni sulla cittadinanza che si sono succedute dall’indipendenza ad oggi violano le norme di diritto internazionale contenute nella Dichiarazione Universale dei diritti umani, in quanto concedono il diritto di cittadinanza sulla base di criteri etnici e non oggettivi, contrariamente a quanto auspicato dall’Art 2 della Dichiarazione.

In Birmania può essere garantita una piena cittadinanza soltanto a coloro i quali appartengono a uno degli 8 gruppi etnici enunciati all’Art 3 Cap II della Legge[7]. Per coloro la cui richiesta di cittadinanza era ancora pendente previa approvazione della Legge del 1982, dunque formulata secondo la Legge precedente del 1948[8], viene garantita cittadinanza associativa; infine, per coloro i quali riescono a fornire prove della loro permanenza nel paese prima del 1948 e della conoscenza di almeno una delle lingue ufficiali, viene garantita cittadinanza naturalizzata.

Chiaramente, a queste ultime due categorie di cittadini è riconosciuta una quantità minore di diritti, e la loro cittadinanza può essere revocata in qualsiasi momento dalle autorità, come enunciato dall’Art 8 della stessa Legge.

La pratica discriminatoria nei confronti dei Rohingya e di altre minoranze di religione musulmana si è acuita proprio in occasione dei processi di verifica guidati dal governo, quando gli ufficiali distribuivano carte d’identità di diverso colore a seconda del possesso di cittadinanza piena, associativa o naturalizzata[9]. Le minoranze non riconosciute ottenevano una carta bianca, la quale indicava che l’individuo non possedeva alcun diritto di cittadinanza. Questa aberrante classificazione è stata condannata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e dal Comitato sui diritti dell’infanzia, i quali hanno espresso raccomandazioni al governo birmano affinché abolisse la categorizzazione dei cittadini secondo criteri etnici, di razza e religiosi, criteri che hanno permesso il perpetrarsi di discriminazioni da parte degli ufficiali locali nei confronti dei Rohingya e delle altre minoranze musulmane sul territorio Rakhine.

Promozione e propaganda delle violenze

Al Cap VIII, art. 364 della Costituzione Birmana si afferma che “L’abuso della religione per scopi politici è proibito. Inoltre, qualsiasi atto inteso o volto a promuovere sentimenti di odio, inimicizia, discordia tra comunità etniche e religiose differenti è contrario alla Costituzione. […]”. Eppure, sin dagli anni ’90 le comunità Buddiste hanno promosso una propaganda di odio, discriminazione e violenza nei confronti dei musulmani, sentimenti che si sono inaspriti negli ultimi anni e a fronte dei quali l’escalation di conflitti nello stato Rakhine hanno portato a parlare di crimini contro l’umanità e pulizia etnica da parte degli ufficiali birmani.

Nel giugno 2015, il Commissario Speciale delle Nazioni Unite per la situazione dei diritti umani in Myanmar inviava un rapporto all’Alto Commissariato riportando preoccupazione per l’incitamento pubblico e diretto all’uccisione dei Rohingya: in un video di un comizio reso pubblico nel Maggio 2015, un esponente politico birmano (il cui nome è cancellato nel rapporto) chiama la popolazione a raccolta per l’uccisione e sepoltura di tutti i Rohingya, mentre il pubblico lo acclama e ripete con forza le sue affermazioni. Ciò avveniva nel quadro di una fiorente campagna anti musulmana lanciata da alcuni movimenti nazionalisti buddhisti, come il “MaBaTha” ed il “Movimento 969”, che incitavano all’esclusione dei Rohingya anche dall’economia birmana, boicottandone le attività commerciali.[10]

Numerosi pamphlet erano stati fatti circolare anche da gruppi di monaci buddhisti del Rakhine nei quali si insinuava che i Rohingya avrebbero voluto eliminare la popolazione originaria Arakanese, e per questo dovevano essere isolati completamente dal territorio. Questi gruppi, di cui il più influente nella zona è il sangha, avevano addirittura steso una dichiarazione di 12 punti nei quali si parlava apertamente di “pulizia etnica dei Bengali pagani”, termine derogatorio per indicare i Rohingya.[11]

A fronte di una tale dialettica, nell’Ottobre 2012 la violenza è esplosa: gruppi di buddhisti dell’Arakan hanno attaccato comunità musulmane armati di machete, pistole, bombe Molotov, incendiando interi villaggi e moschee. Le forze di sicurezza birmane si sono macchiate di numerosi crimini nel presunto tentativo di assicurare la pacificazione del conflitto, atti che sono classificabili come crimini contro l’umanità secondo l’art. 7 dello Statuto della Corte Penale Internazionale[12], e che si sono declinati nella deportazione e trasferimento forzato della popolazione Rohingya dallo stato Rakhine, nella persecuzione delle minoranze musulmane tramite omicidi, torture, stupri, violenze, e nella negazione di numerosi diritti fondamentali istituiti dalla Dichiarazione Universale.

La violenza di genere[13] è un altro aspetto cruciale del caso, poiché numerose organizzazioni  internazionali e agenzie delle Nazioni Unite hanno riscontrato la comune e spesso sistematica pratica dello stupro, individuale e di gruppo, nei confronti di bambine, ragazze e donne Rohingya da parte delle forze militari birmane. Il rapporto di Human Rights Watch che testimonia le interminabili violenze subite dalla componente femminile delinea un quadro di violazione dei diritti fondamentali agghiacciante: il diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza della persona enunciati all’art. 3 della Dichiarazione Universale sono negati a causa delle azioni di tortura e violenza sessuale perpetrati durante gli attacchi ai villaggi Rohingya.

Ancor più agghiacciante è stata la risposta delle autorità birmane a fronte della denuncia di queste organizzazioni nei confronti dell’esercito, per cui vale la pena ricordare la dichiarazione del ministro per la sicurezza del confine dello Stato Rakhine, il Colonnello Phone Tint, il quale negando la veridicità delle testimonianze raccolte contro i suoi militari ha affermato “Guardate le donne che hanno fatto queste accuse, chi mai vorrebbe stuprarle?”.[14]

Numerose smentite sulla veridicità delle testimonianze raccolte sono arrivate anche dall’ufficio del Consigliere di Stato, Aung San Suu Kyi[15], mentre nell’agosto 2017 una Commissione speciale istituita dal Vicepresidente ha definitivamente smontato le accuse a carico dei militari, dichiarando l’impossibilità di procedere penalmente per un’insufficienza di prove sui presunti abusi perpetrati.[16]

La mancata tutela delle vittime di stupri ed abusi sessuali viola numerose norme del diritto internazionale, e lede diversi diritti fondamentali della persona così come riconosciuti dalla Dichiarazione Universale:

  • Il diritto alla salute enunciato all’art. 25 della Dichiarazione, con particolare menzione dello stato di maternità ed infanzia non rispettati nel caso specifico, come dimostrato dai rapporti delle organizzazioni internazionali che hanno raccolto testimonianze di stupri ed esecuzioni di donne incinte e bambini.
  • Il diritto ad un equo accesso alle cure mediche e ad assistenza sanitaria per le donne enunciato all’art.12 della CEDAW. In questo caso, alle donne vittime di abusi non sono state fornite le giuste misure di contraccezione d’emergenza né di primo soccorso a seguito delle violenze, situazioni spesso aggravate dalla paura e dalla vergogna della singola donna di essere stigmatizzata dalla comunità.

Auspicabili Misure di Riparazione

La continua negazione da parte delle autorità ufficiali birmane della situazione critica di discriminazione nei confronti dei Rohingya non può che fomentare la violenza, gli abusi e le violazioni dei diritti fondamentali.

Urge innanzitutto una modifica della Legge sulla Cittadinanza del 1982 che permetta l’inclusione di questa, e di altre minoranze musulmane nella categoria di cittadini, così da concedere diritti civili, politici e sociali ad una comunità di quasi 1 milione di persone attualmente escluse da ogni ambito, impossibilitate ad accedere alle basilari istituzioni statali quali scuole ed ospedali.

La Comunità Internazionale dovrebbe perseguire gli sforzi nei confronti del Governo Birmano affinché riconosca che l’esercito, le forze di confine, e i gruppi armati nazionalisti dell’Arakan si sono macchiati di crimini contro l’umanità secondo lo Statuto della Corte Penale Internazionale, portando a giudizio coloro che hanno permesso l’attuazione sistematica delle violenze nel quadro di quella che può essere definita una vera e propria pulizia etnica ed un tentativo di genocidio secondo il diritto internazionale.

Infine, un ulteriore sforzo dovrebbe essere istituito per riaffermare i diritti fondamentali negati alla popolazione Rohingya come enunciati dalla Dichiarazione Universale, diritti attualmente violati nella loro interezza in un processo che si sta protraendo da decenni sotto gli occhi delle Nazioni Unite.


Note

[1] Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia, 1989

[2] Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, 1979

[3] OHCHR, Protocollo Opzionale sulla vendita di bambini, la prostituzione minorile e la pornografia rappresentante minori, 2000

[4] UNODC, Protocollo delle Nazioni Unite sulla prevenzione, soppressione e persecuzione del traffico di esseri umani, in particolar modo donne e bambini, 2000

[5] Constitution of the Republic of the Union of Myanmar, adopted May 29th, 2008

[6] Burma Citizenship Law, adopted October 15th, 1982 by the Socialist Republic of the Union of Burma

[7] Idem

[8] The Union Citizenship Act (Act No. LXVI of 1948), as amended up to 1st December 1960

[9] Human Rights Watch, Burma: The Rohingya Muslims: Ending a Cycle of Exodus?, 1 September 1996, C809, available at: https://www.refworld.org/docid/3ae6a84a2.html

[10] Office of the High Commissioner for Human Rights, Mandates of the Special Rapporteur on the situation of human rights in Myanmar, July 7th, 2015

[11] Human Rights Watch, “All You Can Do is Pray”: Crimes against humanity and ethnic cleansing of Rohingya Muslims in Burma’s Arakan State, April 2013

[12] Statuto di Roma della Corte penale internazionale, 1998

[13] Human Rights Watch, “All of My Body Was Pain”, Sexual violence against Rohingya Women and Girls in Burma, November 2017

[14] Idem

[15] Zoltan Barany. “Burma: Suu Kyi’s Missteps.” Journal of Democracy 29, no. 1 (2018): 5-19. https://muse.jhu.edu/

[16] Fortify Rights, “They tried to kill us all”, Atrocity Crimes against Rohingya Muslims in Rakhine State, Myanmar, November 2017


Copertina: frontierenews.it


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Tania Corazza

Sono laureata in Cooperazione Internazionale allo Sviluppo e lavoro in una ONG come Responsabile dei progetti di sostegno a distanza. La passione per il diritto internazionale e la tutela dei diritti umani mi hanno spinta a continuare gli studi con un Master in Diritto delle Migrazioni. Ho un debole per la musica soul anni '50.

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