Le cause contingenti e di lungo periodo dell’invasione sovietica dell’ Afghanistan (1979-89)

Le cause contingenti e di lungo periodo dell’invasione sovietica dell’ Afghanistan (1979-89)

Secondo la letteratura scientifica statunitense degli anni ottanta e novanta.


Introduzione

Il governo dell’Unione Sovietica, a partire dalla morte di Stalin nel 1953, cominciò a prestare sempre più attenzione ai Paesi del Terzo Mondo poiché aveva compreso che l’eliminazione dell’influenza occidentale da esso avrebbe indebolito l’Occidente capitalistico rappresentando un vantaggio di lungo termine per l’URSS. Così iniziò l’assistenza umanitaria e tecnica nei confronti dell’Afghanistan che Mosca, ancora fino a circa metà degli anni Settanta, considerava un Paese non appartenente alla sua diretta sfera di influenza, ma uno Stato confinante la cui neutralità, la cosiddetta “finlandizzazione”, ovvero l’equidistanza in politica estera, doveva essere assolutamente garantita per esigenze di sicurezza.

Ciò implicava per l’Afghanistan la possibilità di appartenere al campo dei Non Allineati e di collaborare in campo economico con diversi Stati, anche occidentali, senza però che ciò potesse costituire una minaccia per la sicurezza dei confini meridionali sovietici. Gli obiettivi sovietici nei confronti dell’Afghanistan, a partire dagli anni Cinquanta, erano i seguenti: dissuadere il governo afgano dall’aderire a un’alleanza filoccidentale e quindi tutelare la sicurezza dei confini sovietici; renderlo il più possibile dipendente dall’Unione Sovietica; ottenere vantaggi commerciali per entrambi; rendere vantaggiosa la collaborazione con Kabul dal punto di vista della politica estera sovietica; fare della cooperazione sovietico-afgana un modello per altri paesi del Terzo Mondo. Questi i fondamentali obiettivi sovietici, cui si aggiunse la ostinata difesa della rivoluzione socialista afgana del 1978, che, in un contesto di rapida radicalizzazione della guerra fredda alla fine degli anni Settanta, portarono gradualmente la leadership sovietica, in seguito a un grossolano errore di calcolo, alla fatale decisione di invadere l’Afghanistan.

L’invasione sovietica iniziò il 27 dicembre 1979, segnando una cesura nella storia della guerra fredda. A partire da quella data, nulla fu più come prima. L’Unione Sovietica si avviò da quel momento verso il suo inarrestabile declino anche in seguito alle pressioni congiunte di molti Paesi, e in particolare di Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Cina e Stati musulmani che iniziarono una sorta di guerra santa contro l’invasore sovietico. Più specificatamente, tra questi ultimi possiamo annoverare l’Egitto1 e l’Arabia Saudita da cui accorsero molti guerriglieri islamici tra cui Osama Bin Laden, il futuro organizzatore dell’attentato alle Twin Towers di New York.

Gli Stati Uniti furono però i principali protagonisti di questa lotta all’invasione sovietica fin dagli ultimi mesi della presidenza Carter che sospese definitivamente l’atteggiamento conciliante che aveva fino ad allora tenuto nei confronti dei sovietici e anzi intraprese una serie di iniziative volte a punire l’Unione Sovietica per l’azione compiuta. Tra queste, possiamo contare la sospensione degli aiuti tecnologici e alimentari, il raffreddamento delle relazioni diplomatiche al più basso livello possibile, nuovi investimenti nel settore degli armamenti nucleari al fine di indebolire economicamente l’Unione Sovietica e infine una serie di iniziative in ambito ONU promosse con forza dall’Amministrazione statunitense e volte a condannare l’invasione sovietica.

Che cosa aveva portato il Cremlino a invadere l’Afghanistan? Quali erano le ragioni contingenti e quelle di lungo periodo? E, soprattutto, in che modo gli americani interpretarono allora e in seguito tale scelta? Quanto compresero delle reali motivazioni che avevano portato il Cremlino a invadere l’Afghanistan? A queste domande si è cercato di dare risposta utilizzando una parte limitata delle fonti secondarie statunitensi (che assommano a circa 300 titoli), selezionata per la qualità e rilevanza scientifica. Si è fatto ricorso anche a libri di altri importanti autori statunitensi (e talora anche non statunitensi) che si sono occupati degli ultimi decenni di esistenza dell’Unione Sovietica, ma non in particolare della guerra sovietico-afgana. Inoltre, per comprovare o meno la veridicità delle tesi sostenute dagli autori presi in esame, a mo’ di comparazione, verrà fatto occasionalmente riferimento alle fonti primarie e secondarie russe e sovietiche2.

L’analisi delle fonti primarie russe consente di illustrare le fasi iniziali dei fatti storici in questione e di mettere in luce quanto gli studiosi statunitensi abbiano realmente compreso delle reali motivazioni che portarono la leadership sovietica alla fatale iniziativa di invadere l’Afghanistan. L’analisi della storiografia statunitense ha invece lo scopo principale di ricostruire il contesto storico-culturale di lungo periodo in cui la leadership sovietica arrivò a invadere l’Afghanistan. Non trovano tuttavia sufficiente riscontro nelle fonti archivistiche russe e sovietiche, provenienti dal Politburo, alcuni aspetti messi in luce dalla storiografia statunitense sulle cause di lungo periodo che possono avere spinto i leader sovietici a prendere la decisione di invadere l’Afghanistan, come, ad esempio, il timore dettato dal fenomeno della superiore crescita demografica dei popoli musulmani centroasiatici rispetto alle popolazioni slave che costituivano la maggioranza nell’Unione Sovietica.

Le fonti statunitensi sono particolarmente ricche dato l’interesse politico e scientifico suscitato dalla vicenda negli Stati Uniti, sia a livello politico sia accademico. La sovietologia negli Stati Uniti era in quel momento storico una “disciplina” in piena espansione che ben rispondeva alla necessità di elaborare una risposta sia intellettuale sia politica alle sfide poste dall’Unione Sovietica che si profilava apparentemente sempre più minacciosa all’orizzonte. Comprendere il funzionamento del sistema sovietico si rivelava quindi essenziale per analizzarne e prevenirne le iniziative più insidiose. Il dibattito si articolò essenzialmente su due livelli: da un lato quello più prettamente scientifico, volto cioè a stabilire quali fossero state le cause determinanti dell’attacco sovietico all’Afghanistan, dall’altro quello più direttamente operativo, utile per la ricerca di strategie in grado di contrastare questa sfida, strategie spesso non prive di forzature ideologiche e di un uso piuttosto disinvolto dell’ “immagine del nemico”, al fine di accentuare le caratteristiche di pericolosità intrinseca della potenza sovietica per potere così più facilmente legittimare l’adozione di importanti misure destinate a contrastarne i disegni espansionistici.

Nell’ambito della prima corrente si possono annoverare alcuni accademici quali, ad esempio, lo storico di Harvard Adam Ulam, che mantennero un approccio scientifico nell’analisi delle motivazioni che avevano portato l’Unione Sovietica a invadere l’Afghanistan, mentre nella seconda possono essere inseriti altri studiosi, per lo più di origine esteuropea, come Edward Luttwak, Richard Pipes, o il polacco Zbigniew Brzezinski, provenienti in gran parte da Harvard, Stanford, John Hopkins, Massachusetts Istitute of Technology (MIT), i quali in prevalenza assunsero un atteggiamento più aggressivo e politicamente militante nei confronti dell’invasione sovietica, intravedendovi una preziosa occasione per assestare un colpo mortale all’acerrimo nemico ideologico e geopolitico.

Brzezinski interpretava la decisione sovietica esclusivamente in chiave geopolitica, cioè come un tentativo da parte di Mosca di avvicinarsi ai mari caldi, in conformità a una secolare tendenza espansionistica russa verso l’area del Golfo Persico, assumendosi quindi il compito di elaborare una strategia politico-militare volta a contrastarla efficacemente.

Brzezinski ebbe infatti come consigliere politico per la politica estera statunitense, un ruolo essenziale, insieme alla CIA, nel decidere il finanziamento in funzione antisovietica dei mujaheddin afgani. Ciò avvenne in netta contrapposizione a una politica più moderata nei confronti dei sovietici che veniva formulata dal Dipartimento di Stato diretto, negli anni dell’amministrazione Carter, dal Segretario di Stato Cyrus Vance. I due concepivano il rapporto con l’Unione Sovietica in maniera radicalmente diversa. Per Vance il rapporto con l’avversario ideologico sovietico avrebbe dovuto essere basato principalmente sul trattato SALT 2, dal cui successo sarebbero derivati in seguito sostanziali e generali miglioramenti nelle relazioni con l’Unione Sovietica, mentre per Brzezinski il design strategico statunitense volto a intensificare la propria presenza militare e politica nelle aree strategiche dell’Europa occidentale, del Medio Oriente e del Corno d’Africa, non avrebbe dovuto in nessun caso essere sacrificato sull’altare della distensione con l’Unione Sovietica. Inoltre Brzezinski stabiliva un preciso rapporto causale tra una diminuzione dell’assertività statunitense e l’aumento dell’espansionismo sovietico nel Terzo Mondo che doveva perciò essere contrastato con tutte le forze a disposizione.

Rispetto a questo quadro iniziale, l’invasione dell’Afghanistan segnò un radicale mutamento di rotta nella politica estera statunitense inducendo Washington a dispiegare basi militari in numerosi Paesi del mondo. La crisi afgana comportò quindi il rapido avvicendamento di uomini politici generalmente di origine anglosassone che facevano parte integrante dell’establishment liberale con più radicali studiosi di origine esteuropea che svolgevano anche la funzione di consigliere politico. Costoro erano generalmente caratterizzati da un irriducibile antisovietismo derivante spesso da dolorosa esperienza personale, ma anche da profonde convinzioni etico-politiche sulla pericolosità e intrinseca malvagità dell’imperialismo russo e poi sovietico, e quindi della assoluta necessità di distruggerlo o almeno di contenere con fermezza ogni ulteriore tentativo di espandere la sua influenza politica e militare nel mondo. Ciò significava che non era possibile alcun accomodamento di sorta con l’Unione Sovietica, come invece riteneva parte dell’establishment liberale statunitense che mirava a trovare un, seppur precario, modus vivendi con essa. Ogni tentativo di trovare un accordo con l’avversario veniva interpretato dai primi quale un segno di deprecabile, quanto pericolosa, debolezza morale che non avrebbe fatto altro che aumentare pericolosamente l’espansionismo sovietico. Questi studiosi, prestati alla politica, portarono avanti un discorso dai toni assai bellicosi che non era tanto rivolto all’analisi scientifica degli avvenimenti quanto alla definitiva distruzione dell’Unione Sovietica, che in quel momento si riteneva resa possibile proprio dall’invasione dell’Afghanistan. L’analisi scientifica “imparziale” e “oggettiva” in questi casi viene sostituita da chiare indicazioni miranti ad attuare delle policies di contenimento reattivo dell’Unione Sovietica. Ciò è dovuto in gran parte anche al fenomeno legato alla sovrapposizione, più frequente negli Stati Uniti rispetto a quanto accade invece in Europa, tra accademico e consigliere politico3.

Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, dunque, sono state pubblicate negli Stati Uniti moltissime opere sul tema della guerra sovietico-afgana4e ciò essenzialmente per due ragioni: da un lato l’interesse scientifico per la vicenda, dall’altro la necessità per le istituzioni accademiche, e soprattutto politiche, di analizzare la situazione al fine di ricavarne il maggiore vantaggio politico possibile, cioè indebolire considerevolmente l’Unione Sovietica. La storiografia e in particolare quella statunitense non ha comunque messo sufficientemente in risalto – anche spesso a causa della non sufficiente conoscenza delle fonti archivistiche sovietiche che riporterò in seguito per completezza di informazione 5 – quanto gli esponenti politici afgani abbiano insistito nella richiesta di intervento militare sovietico e quanto i dirigenti sovietici sovietica siano stati restii a intervenire fino a quando la situazione giunse al punto di non ritorno con la rivolta di Herat in cui sembrò che il governo afgano stesse per essere rovesciato dagli insorti. In effetti, il presidente Nur Muhammad Taraki aveva richiesto più volte l’intervento militare di Mosca per sedare la rivolta, ma a tale richiesta i dirigenti del Cremlino avevano risposto negativamente a causa delle gravi implicazioni politiche e giuridiche connesse a un intervento militare sovietico. Dalla documentazione sovietica risulta infatti che, di fronte alle insistenti richieste di Taraki, il Cremlino si dichiarò pronto a fornire aiuto militare con l’invio di armamenti e di tecnici, ma non a inviare truppe combattenti perché ciò avrebbe rappresentato una flagrante violazione del diritto internazionale. L’Unione Sovietica aveva infatti firmato nel 1978 con l’Afghanistan un trattato di assistenza militare che non comprendeva però il casus del diretto intervento di truppe in soccorso del Paese o del regime al potere contro i suoi nemici interni, ma soltanto in caso di un’aggressione da parte di un altro Stato. Non rispettare tale principio avrebbe creato un precedente molto pericoloso poiché rappresentava una palese violazione del diritto internazionale. Inoltre, alla specifica richiesta dei dirigenti rivoluzionari afgani di inviare truppe di origine centro-asiatica, Mosca rispose che esse sarebbero comunque state identificate quali sovietiche e che si sarebbero potuti verificare anche pericolosi episodi di fraternizzazione tra queste e gli insorti, come poi di fatto avvenne.

I dirigenti sovietici, come riportato nella documentazione del marzo 1979, chiesero informazioni sulla possibilità di impiegare truppe afgane, ma gli esponenti del regime rivoluzionario di Kabul risposero che molti degli ufficiali afgani educati in Russia erano poi passati ai “Fratelli musulmani” e quelli che ufficialmente si mostravano fedeli al regime in realtà erano rimasti legati alla monarchia e alla prima occasione utile avrebbero senz’altro disertato. Essi intimorirono quindi implicitamente la leadership sovietica delineando un fosco quadro di grave instabilità regionale, se l’Armata Rossa non fosse intervenuta con un nutrito contingente militare, e fecero appello alla comune base ideologica comunista. Dalla documentazione sovietica apprendiamo che a Kossygin che chiedeva «Lei pensa che se Herat cadesse il Pakistan potrebbe decidere di intervenire dai suoi confini?» Taraki rispondeva: «È molto probabile. E il morale dei pakistani salirebbe alle stelle. Gli americani li appoggiano su tutta la linea. Dopo la caduta di Herat anche i pakistani invieranno i loro militari che, sia pure in abito civile, cominceranno a impadronirsi della città e gli iraniani si uniranno all’operazione. Il problema chiave per risolvere tutte le altre questioni legate alla guerra, è quello di riportare un successo a Herat»6.

I sovietici, già nei primi mesi del 1979, a rivoluzione avvenuta, erano ben consapevoli che l’Afghanistan era un Paese arretrato e che erano molto limitate le possibilità di esportarvi una rivoluzione in senso compiutamente socialista, in ciò applicando le interpretazioni marxiste-leniniste riguardanti un Paese privo di classe operaia, poiché la maggior parte della popolazione, connotata da una forte religiosità e prevalentemente contadina, si sarebbe inevitabilmente opposta alla rivoluzione proclamata da una minoranza comunista nell’aprile 1978, senza contare le inevitabili ripercussioni sul piano internazionale all’invio di un contingente militare sovietico. Questo argomento fu ulteriormente sottolineato da Kossigyn e altri membri del Politburo durante una successiva conversazione in data 20 marzo 1979 con Taraki: «Desidero ancora rimarcare che abbiamo considerato l’invio di un nostro contingente militare sotto tutti i suoi aspetti, abbiamo considerato con grande attenzione l’azione in questione e siamo giunti alla conclusione che l’invio di un contingente militare non solo non contribuirebbe a migliorare la situazione, ma, al contrario, la peggiorerebbe. Non è possibile, infatti, non vedere che il nostro contingente non solo si troverebbe a combattere contro l’aggressore esterno, ma anche contro una parte della popolazione. E il popolo non perdona una cosa di questo genere. Oltre a ciò, appena il nostro contingente avrà attraversato la frontiera, la Cina e altri aggressori saranno riabilitati»7. Ancora negli archivi sovietici si legge: «Se dovessimo correre il rischio di inviare le nostre truppe, i vantaggi che ne ricaveremmo sarebbero inferiori agli svantaggi. Non sappiamo ancora come si comporterà l’esercito afgano. Ma se non appoggerà i nostri provvedimenti o se rimarrà neutrale, risulterà che noi con le nostre truppe stiamo occupando l’Afghanistan. Con ciò ci creeremmo una soluzione incredibilmente difficile sul piano della politica estera. Vanificheremmo anche quello che siamo riusciti a realizzare con tanta fatica, e prima di tutto la distensione; salterebbero i negoziati SALT 2, non si firmerebbe l’accordo (che comunque la si metta, è attualmente la nostra manovra politica più grossa) non ci sarebbe l’incontro tra Leonid Il’ic e Carter e sarebbe molto incerto anche l’arrivo di Giscard D’Estaing, si guasterebbero le nostre relazioni con i Paesi occidentali e in particolare con la RFT»8. L’ estrema cautela mostrata dalla dirigenza sovietica sarebbe però andata gradualmente mutando in seguito a una serie di fattori che andavano dal potenziale pericolo islamico rappresentato dalla rivoluzione iraniana, alla decisione della NATO del 12 dicembre 1979 di schierare gli euromissili Pershing e Cruise contro il territorio sovietico e soprattutto il comportamento dichiaratamente ostile di Amin nei confronti dell’Unione Sovietica, cui si aggiunsero motivazioni di tipo ideologico legate al successo della rivoluzione progressista in Afghanistan. La decisione di invadere fu adottata lo stesso 12 dicembre 1979, in concomitanza con la decisione della NATO di schierare gli euromissili.

Parlare di premeditazione da parte di Mosca appare quindi eccessivo in base alla documentazione archivistica e vanno perciò distinte chiaramente quelle che sono le motivazioni di lungo periodo sullo sfondo del contesto internazionale di quel momento storico e quelle invece più immediate come la rivolta di Herat del marzo del 1979 in cui persero la vita anche decine di consiglieri militari sovietici e le loro famiglie, o soprattutto “l’insubordinazione” del presidente del Consiglio Hafiznullah Amin. Da quel momento in poi il Cremlino si rese gradualmente conto che il governo afgano non era più in grado di controllare la situazione e perciò, nei mesi successivi alla rivolta di Herat del marzo 1979, cominciò concretamente a prendere forma l’idea di intervenire per una sostituzione del vertice governativo afgano. Nel settembre 1979 Amin eliminò Taraki e, al contrario di quanto aveva fatto questi nei mesi precedenti, non acconsentì a mutare la sua politica ostile o almeno molto ambigua nei confronti dell’Unione Sovietica. L’intervento diveniva perciò inevitabile dopo i numerosi, quanto inutili, tentativi di mediazione del Cremlino tra i due acerrimi rivali politici che avevano caratterizzato i mesi precedenti all’intervento, vanificati dall’eliminazione di Taraki. Il Cremlino avrebbe preferito che Amin acconsentisse ufficialmente e per iscritto all’invio di un contingente sovietico per sconfiggere la ribellione interna, fatto che avrebbe giustificato agli occhi del mondo l’intervento militare. La ribellione era causata soprattutto dalla politica feroce e intransigente di Amin verso le altre componenti della società afgana e del suo stesso partito, il PDA, diviso nelle frazioni “Khalq” (Popolo) e “Parcham” (Bandiera). La prima era più radicale e in gran parte di estrazione rurale, mentre la seconda era rappresentativa della borghesia urbana agiata e ideologicamente meno intransigente nella realizzazione delle riforme di cui il Paese aveva bisogno per la sua modernizzazione. Divenne quindi necessario eliminare Amin anche se ciò significava rinunciare a una richiesta ufficiale di intervento da parte del governo afgano.

Il panorama storico internazionale della fine degli anni Settanta

I sovietici erano costantemente alla ricerca di un rapporto di parità formale e sostanziale con gli Stati Uniti. Ciò derivava anche da un trattato firmato tra i due Paesi nel 1972 che si intitolava «Principi basilari su cui si fondano le relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica» e riconosceva gli interessi di sicurezza dei due Paesi su un piano paritario. I leader sovietici ben presto osservarono che il comportamento del governo statunitense non corrispondeva pienamente a quanto enunciato nel trattato. Essi si risentirono per il fatto che il Congresso statunitense nel 1974 aveva posto il suo veto alla concessione all’Unione Sovietica della clausola di nazione più favorita se questa non avesse liberalizzato le sue politiche di emigrazione9. Deploravano anche il continuo monito da parte di Carter sul rispetto dei diritti umani in Unione Sovietica e nei Paesi est europei. Li preoccupava inoltre il progressivo riarmo strategico statunitense. A loro parere, alcuni esponenti della sfera politica e militare statunitense nutrivano rimpianto per la passata superiorità militare degli USA quale era agli inizi della guerra fredda nei primi anni Cinquanta.

Questo contesto strategico, secondo il giornalista Henry Bradsher10, potrebbe avere indotto l’inflessibile l’ideologo del PCUS, Mikhail Suslov, a favorire una soluzione militare del problema afgano poiché era ideologicamente essenziale mostrare la validità del modello di sviluppo comunista per tornare a essere il centro di potere politico e ideologico del movimento comunista internazionale sia per quanto riguardava l’Europa orientale che quella occidentale, e, al tempo stesso, per divenire il punto di riferimento per i Paesi del Terzo Mondo che avessero voluto intraprendere la strada dell’edificazione del socialismo. Ciò, evidentemente, avrebbe rafforzato l’Unione Sovietica non soltanto dal punto di vista ideologico, ma anche da quello geopolitico. Inoltre, faceva notare Suslov, rigido custode dell’ortodossia marxista-leninista, una volta che un Paese fosse entrato nella comunità socialista, diveniva stretto dovere di quest’ultima soccorrerlo se ve ne fosse stato bisogno. E l’Afghanistan, a partire dalla Rivoluzione d’Aprile del 1978, rientrava proprio in quest’ultima fattispecie. Tale posizione era rafforzata dall’opinione diffusa al Cremlino che l’amministrazione Carter fosse irresoluta, incapace di reagire con forza all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Un errore della leadership sovietica consistette proprio nel fatto che essa non fu in grado di distinguere tra le varie componenti dell’Amministrazione statunitense, cioè tra il presidente Carter, che era a favore di una coesistenza pacifica con l’Unione Sovietica, e un’ala più oltranzista formata da elementi come il consigliere politico Brzezinski, fautore della “linea dura”11. Vi erano però, a parziale giustificazione della leadership sovietica, numerosi precedenti nel comportamento statunitense che corroboravano questo erroneo assunto.

Ad esempio, il presidente statunitense aveva cancellato il programma di costruzione del bombardiere strategico B1 e aveva rinunciato a mettere in atto il programma di costruzione della cosiddetta bomba al neutrone, presumibilmente per la sua supposta “immoralità” in quanto distruggeva la vita ma non gli oggetti inanimati. Inoltre Carter era stato relativamente “morbido” con i sovietici durante le trattative del SALT 2. I sovietici avevano anche osservato come l’approccio del presidente alla questione degli ostaggi statunitensi prigionieri dell’Iran khomeinista fosse stata piuttosto prudente, fatto che essi avevano interpretato come un segno di debolezza.

Per quanto riguardava più specificamente la situazione afghana, i sovietici avevano notato la poca attenzione che Washington aveva dedicato agli avvenimenti afgani nel corso degli ultimi anni, interpretandola come una manifestazione di sostanziale indifferenza. Inoltre, in seguito all’accidentale uccisione nel febbraio del 1979 dell’Ambasciatore statunitense Dubs per mano di agenti sovietici e afgani, l’Amministrazione Carter aveva sensibilmente diminuito la già scarsa presenza diplomatica statunitense nel Paese a causa della grave negligenza del governo afgano nello svolgere le indagini relative al grave incidente diplomatico. Il governo statunitense aveva anche provveduto a decurtare gli aiuti allo sviluppo concessi a Kabul. Il disinteresse degli USA nei confronti dell’Afghanistan sembrava perciò totale o perlomeno così sembrava ai sovietici. Poiché i rapporti con gli Stati Uniti stavano attraversando una fase non negativa, la dirigenza sovietica ritenne, erroneamente, che Washington si sarebbe limitata a protestare verbalmente nel caso di un intervento militare di Mosca e che la cosa sarebbe stata ben presto archiviata come per le invasioni di Ungheria e Cecoslovacchia, senza recare eccessivo danno alle relazioni USA-URSS.

Il Cremlino aveva però trascurato di tenere in considerazione alcune recenti reazioni statunitensi alle azioni dell’URSS nel Terzo Mondo, come ad esempio quella contro la presenza di una base navale nella Repubblica democratica dello Yemen, e quella contro la presenza di una brigata sul suolo cubano, nonché i molteplici avvertimenti a proposito dell’Afghanistan nell’autunno del 1979 a proposito dell’ammassamento di truppe sul confine afgano-sovietico rilevato dai satelliti spia statunitensi. Inoltre a Mosca calcolarono che Carter si sarebbe rifiutato di mettere in pericolo il commercio con l’Unione Sovietica per non perdere i voti degli agricoltori statunitensi durante la sua campagna elettorale per le elezioni del 1980. Invece Carter, per non mostrarsi debole con il suo elettorato, decise di adottare misure forti contro quella flagrante violazione del diritto internazionale.

Inoltre, i dirigenti sovietici avevano interpretato quale segno di moderazione il fatto che l’Amministrazione statunitense aveva rifiutato di armare alcuni Stati del Golfo a causa delle preoccupazioni nutrite nei confronti della sicurezza di Israele e per di più si era dimostrata contraria all’acquisizione dell’arma nucleare da parte del Pakistan che successivamente, in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan, fu invece esplicitamente incoraggiata. La leadership sovietica aveva valutato favorevolmente dal suo punto di vista questi elementi che indicavano un certo grado di remissività e prudenza da parte dell’Amministrazione Carter e inoltre calcolava di godere in quel momento di un margine di superiorità militare nei confronti degli Stati Uniti, margine che si sarebbe rapidamente assottigliato nel caso in cui entro qualche mese fosse andata al potere un’amministrazione più energica in politica estera, come poi avvenne con Ronald Reagan che vinse le elezioni alla fine del 1980.

Cause contingenti della decisione di invadere l’Afghanistan

Alla base della decisione di invadere l’Afghanistan vi furono elementi di giudizio reali o supposti tali, poiché alcuni pericoli furono erroneamente e artificiosamente esagerati in base soprattutto a proiezioni psicologiche, mentre di altri non fu compresa la reale entità. Il calcolo di tipo tattico ebbe quindi successo nei primi mesi seguiti all’intervento, ma nel periodo successivo gli eventi avrebbero presto mostrato quanto il Cremlino avesse sottovalutato le gravi conseguenze politiche e militari che quella avventata decisione avrebbe provocato negli anni successivi. I fattori strategici di lungo periodo erano stati esaminati, ma sulla base di assunti che si sarebbero poi rivelati del tutto erronei: l’assenza di una energica risposta statunitense e del mondo musulmano, la facile vittoria delle armi sovietiche sui guerriglieri afgani, il forte potere di attrazione esercitato dall’ideologia riformista socialista presso larghi strati della popolazione afgana e in particolare sulla classe contadina, la diffusione del “contagio islamico” nel medio e lungo periodo. In breve, il Cremlino riteneva erroneamente che la questione afgana sarebbe stata risolta nel giro di qualche mese, una volta rimosso il fattore di disturbo rappresentato da Amin, senza che da ciò derivassero gravi conseguenze per la politica sovietica nell’area e a livello mondiale. Più che di un’invasione in senso stretto, nelle intenzioni dei leader sovietici si sarebbe dovuto infatti trattare dell’azione di un agile quanto ridotto corpo di spedizione per rimuovere Amin e poi ritirarsi. Che nell’autunno del 1979 il problema fosse rappresentato essenzialmente dal capo del governo afgano e dalla sua politica, emerge chiaramente dalla documentazione archivistica sovietica: «Suscitano allarme anche certi segnali relativi al tentativo da parte di Amin di stabilire contatti con esponenti dell’opposizione musulmana di destra e con i capi tribù ostili al governo; egli si dimostra disponibile a concordare la cessazione da parte loro della lotta armata contro il governo in carica a condizioni di ‘compromesso’, in pratica a danno dello sviluppo progressista del Paese. Indizi recenti fanno pensare che il nuovo governo dell’Afghanistan sia intenzionato a condurre una ‘politica più bilanciata’ nei confronti delle potenze occidentali. In particolare, è noto che rappresentanti degli USA, basandosi sui loro contatti con gli afgani, giungono alla conclusione che è possibile un cambiamento della linea politica dell’Afghanistan in senso favorevole a Washington»12. Il motivo immediato e specifico dell’invasione fu dunque il comportamento tenuto da Amin, mentre tutti gli altri elementi citati dagli studiosi statunitensi possono essere considerati soltanto quali elementi facenti parte del quadro generale di riferimento di quel determinato periodo storico.

Secondo l’analista militare statunitense Joseph Collins13, i motivi generali e immediati dell’invasione possono invece essere così riassunti: la pressione degli eventi in Afghanistan, le preoccupazioni sovietiche per la sicurezza dei confini, gli impegni presi e le questioni legate al prestigio dell’Unione Sovietica presso diversi Paesi del Terzo Mondo, oltre alla quasi assoluta certezza da parte della dirigenza sovietica, almeno a partire dal settembre 1979, di non essere punita per la flagrante violazione del diritto internazionale. Collins infine ricorda la consueta paura sovietica dell’accerchiamento da parte dell’Occidente e della Cina che veniva vista dalla dirigenza dell’URSS quale alleato de facto del mondo occidentale.

Inoltre, come già detto, la dirigenza sovietica tendeva a credere che la resistenza al governo comunista afgano fosse in gran parte di matrice fondamentalista islamica mentre non lo era che in minima parte. Proprio l’invasione funse anzi da catalizzatore dell’estremismo islamico e fece compiere a quest’ultimo un notevole salto di qualità. La leadership sovietica metteva direttamente in relazione l’insorgenza interna con l’aiuto imperialista esterno, come del resto previsto e concettualizzato dalla teoria militare e politica sovietica, con una sorta di implicito automatismo. I dirigenti sovietici, in base al loro schema mentale, non riuscivano a concepire che si potesse trattare prevalentemente di un fenomeno insurrezionale interno, cui il mondo esterno forniva soltanto un contributo non decisivo. Una delle principali preoccupazioni nutrite dai leader sovietici riguardava il fatto che vi potesse essere un effetto di spillover, cioè di gravi conseguenze derivanti dall’espansione della “infezione islamica” verso l’Asia Centrale sovietica.

Il ragionamento dei dirigenti moscoviti racchiudeva in sé alcuni elementi di validità, anche se il fatto che la maggior parte dei contingenti militari utilizzati nelle fasi iniziali dell’invasione era composto da elementi centro-asiatici sembrerebbe in parte contraddire questa ipotesi. Alcuni studiosi, tra cui lo stesso Collins, si sono espressi in modo piuttosto scettico sul reale pericolo rappresentato dalla “infezione islamica” in URSS. La religiosità delle repubbliche centroasiatiche dell’URSS di religione musulmana sembrava infatti essere ben controllata e incanalata in strutture politiche ampiamente rodate e funzionanti. Ciò poteva essere ricondotto a una serie di fattori: il livello di vita relativamente alto per uno Stato musulmano a causa del processo di industrializzazione portato avanti dai sovietici che aveva secolarizzato e trasformato il tradizionale stile di vita delle popolazioni locali; il fortissimo indottrinamento in senso ateistico imposto dalle autorità sovietiche e quindi la presenza di un livello molto basso di seguaci di un ritorno all’Islam. La minaccia del contagio islamico fu quindi recepita da parte della leadership sovietica al più quale una minaccia di lungo periodo. Inoltre va menzionata, per quanto possa apparire strano, una sostanziale non conoscenza da parte della dirigenza sovietica della differenza dottrinale e politica che sussisteva tra l’Iran sciita e l’Afghanistan prevalentemente sunnita. Tale importante differenza avrebbe dovuto indurre gli uomini del Cremlino a non sopravvalutare il pericolo di “infezione” islamica. Inoltre, in Afghanistan sussisteva una forte rivalità etnica tra la maggioranza pushtun e le altre etnie, quali uzbeki e tagiki, che ne impediva la coesione interna. La causa contingente della decisione presa dalla leadership sovietica fu però la già menzionata rivolta di Herat del marzo 1979 che diede luogo a Mosca a un lento ripensamento sulla necessità di intervenire in Afghanistan qualora la situazione lo avesse richiesto.

La struttura statuale sovietica quale importante fattore decisionale

Antony Arnold14 e Bradsher15, ma anche Collins, sono i soli autori che si soffermino, anche se in maniera piuttosto semplicistica, sulla peculiare struttura interna dello Stato sovietico e dei suoi organi costitutivi quale elemento decisivo nella decisione di invadere l’Afghanistan, mentre la maggior parte degli altri autori si concentra prevalentemente sulle questioni geopolitiche relative al contesto internazionale dell’epoca. Il primo di questi tre autori mette chiaramente in luce come il processo decisionale all’interno delle strutture di governo dell’URSS, a differenza dell’epoca staliniana, non fosse monolitico come si riteneva in Occidente, poiché al suo interno esistevano correnti politiche, interessi specifici e divergenze su alcune specifiche questioni che vennero alla luce anche nel caso della decisione di invadere l’Afghanistan. Questa viene interpretata da quegli autori, e in particolare da Arnold e Bradsher, come il risultato finale di una convergenza di interessi tra le strutture statuali di potere rappresentate all’interno del Politburo: il KGB, rappresentato da Andropov, e l’esercito, rappresentato da Breznev e Ustinov. Secondo i due, i sovietici sarebbero stati innanzitutto preoccupati di garantire la sicurezza dei confini e la stabilità interna del Paese asiatico per impedire che il “contagio” islamico potesse propagarsi all’Asia Centrale sovietica o che un governo di Kabul ostile all’Unione Sovietica potesse favorire una potenza straniera, ad esempio con l’installazione di missili immediatamente a ridosso dei confini sovietici. Gli ideologi Suslov e Ponomarev, custodi dell’ortodossia marxista-leninista, secondo i due autori, espressero invece delle preoccupazioni riguardo alla eventuale caduta del governo comunista al potere perché ciò avrebbe provocato un ripiegamento del movimento comunista internazionale. Gromyko, ministro degli Esteri, si espresse invece con cautela sull’opportunità di invadere l’Afghanistan a causa delle probabili forti ripercussioni internazionali che ciò avrebbe provocato. Il ministero dell’Economia a sua volta avanzò delle riserve circa la possibilità di perdere tutte le infrastrutture finanziate dall’Unione Sovietica in Afghanistan. Simili semplificazioni tentano soltanto di stabilire delle linee-guida storiografiche, ma il processo decisionale del Politburo fu certamente più sfumato e complesso, come del resto conferma la documentazione proveniente dagli archivi sovietici e in particolare quella pubblicata dal Cold War International History Project di Washington. Bradsher, nel 1985, aveva già giustamente intuito che il monolitismo che apparentemente dominava nella ristretta cerchia della leadership sovietica non impediva che vi fossero serrate discussioni tra i suoi membri: «L’Unione Sovietica del tempo di Stalin nella quale le decisioni personali di un uomo erano decisive, era stata sostituita, secondo l’opinione di molti specialisti occidentali, da uno stato burocratico in cui i membri del Politburo rappresentano ciascuno diversi interessi settoriali»16. Bradsher aggiunge che la modalità prevalente per assumere una decisione prevedeva la negoziazione e la discussione fino al raggiungimento del consenso. Scrive invece a questo proposito l’analista militare Collins: «I membri del Politburo possono avere avuto opinioni diverse su come risolvere il problema afgano, ma alla fine appoggiarono tutti la decisione finale» 17. Anche la documentazione archivistica sovietica conferma che effettivamente vi furono numerose discussioni serrate tra i membri del Politburo, ma che nei mesi che precedettero l’intervento militare nessun suo membro vi si oppose fermamente. Collins, che si richiama su questo punto allo storico ceco Jiri Valenta, attribuisce questo fatto al forte potere personale di Breznev e alla sua abilità nello sconfiggere tatticamente i rivali più pericolosi18. Leonid Breznev, in qualità di Presidente del Politburo, aveva poi il diritto di dire la parola risolutiva sulla deliberazione da prendere poiché per statuto era un vero e proprio primus inter pares. La direzione collegiale, secondo Arnold, fu quindi una realtà effettiva in termini di discussioni all’interno del Politburo, anche se il parere di Breznev si rivelava poi determinante al momento di prendere una decisione fondamentale che non ammetteva replica. Il dissenso non veniva tollerato, a uno soltanto spettava l’onere della decisione finale che venne presa in un clima di grande segretezza, senza neanche la presenza dei dattilografi che normalmente presenziavano alle sedute o l’esplicita menzione dell’argomento oggetto della decisione. L’ apparente collegialità, dal punto di vista formale, della decisione permetteva così di fatto al leader di condividere la responsabilità della decisione con gli altri membri del Politburo.

La mancanza di regole istituzionali chiare, l’anomia legale e decisionale statuale, rese inoltre il processo di raccolta delle informazioni particolarmente farraginoso e opaco dal punto di vista della loro gestione e trasmissione ai vertici dello Stato. Scrive Arnold: «Fino a quando il KGB non aveva responsabilità operative per il regime di Kabul, esso portava a termine più o meno obiettivamente il suo compito di riferire sugli sviluppi afgani. Ma una volta che accettava tale responsabilità, l’obiettività scompariva; come tutte le altre burocrazie di tipo gerarchico, il KGB tendeva a soffocare le cattive notizie entro le aree di responsabilità che gli venivano assegnate. Diversamente rispetto a quanto accade in società più aperte, l’Unione Sovietica non possedeva canali indipendenti per assicurare la veridicità delle notizie riportate dal KGB. Quale unica organizzazione fidata per riferire la verità obiettiva ai leader del Cremlino, esso non aveva nulla da temere da organizzazioni rivali o dal giornalismo investigativo»19. È evidente in questo caso che la possibilità per una determinata struttura di acquisire vantaggi dal punto di vista del prestigio operativo o dei finanziamenti può averla indotta, come poi di fatto avvenne, a trasmettere alla leadership sovietica informazioni favorevoli a un intervento in Afghanistan.

La stessa competizione interna tra i vari organi dello Stato sovietico è quindi stata, secondo l’opinione di alcuni degli autori, uno dei fattori determinanti che provocarono l’intervento sovietico. A questo avrebbe potuto rimediare, seppure solo parzialmente, la presenza di una stampa libera e indipendente: essa però non esisteva e ciò causava quindi un sensibile deficit informativo. L’impossibilità per il Cremlino di consultare fonti indipendenti che non avessero ragioni interne o ideologiche per diffondere informazioni distorte o non obiettive, costituì pertanto una delle ragioni principali dell’intervento. Di ciò ci dà conferma Christopher Andrew, nel suo libro scritto in collaborazione con Vassili Mitrokhin, archivista sovietico che aveva trovato rifugio all’estero. Scrive Mitrokhin: «Nell’autunno del 1979 Andropov si era convinto che l’Afghanistan, come la Cecoslovacchia undici anni prima, fosse minacciato dal ‘sabotaggio ideologico’ e che solo l’intervento militare sovietico avrebbe potuto impedire il ‘rovesciamento del socialismo’. Prima che l’invasione potesse procedere, tuttavia, egli e i suoi colleghi della Commissione per l’Afghanistan del Politburo dovevano però convincere il malridotto Breznev. Per assicurarsi l’appoggio per l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968, Andropov aveva fornito al Politburo rapporti di intelligence fuorvianti. Durante i mesi finali del 1979 egli fu ancora una volta estremamente parco nel descrivere la realtà degli avvenimenti. Al fine di non allarmare Breznev, Andropov minimizzò deliberatamente la scala del coinvolgimento militare sovietico che sarebbe stato necessario dando inizialmente l’impressione ingannevole che il rovesciamento di Amin sarebbe stato effettuato dall’opposizione afgana contro di lui e non dalle forze sovietiche che avrebbero fornito soltanto un appoggio tattico»20.

Il modus operandi di Andropov, per convincere Breznev della necessità dell’azione militare in Afghanistan, consistette quindi nell’esagerare la minaccia e perciò sottostimare intenzionalmente le conseguenze del coinvolgimento militare diretto per l’Unione Sovietica.

Secondo Arnold, la mancanza di responsabilità politica di fronte agli organi dello Stato e ai cittadini, causata da una eccessiva concentrazione di potere nelle mani del ristretto vertice del Politburo, fu quindi da annoverare tra i principali fattori che portarono il Cremlino alla decisione di invadere l’Afghanistan. Rese invece la scelta alquanto difficile per la leadership sovietica la consapevolezza di commettere un illecito giuridico internazionale che l’avrebbe squalificata di fronte alla comunità internazionale. Il timore che l’Unione Sovietica apparisse quale aggressore fu quindi per gli uomini del Cremlino più importante delle eventuali concrete reazioni politiche e militari della comunità internazionale. I fattori di analisi politica, però, gradualmente prevalsero leninianamente sulle pur importanti considerazioni di tipo giuridico connesse a una invasione militare, di cui la leadership sovietica era ben conscia, come confermano anche le fonti archivistiche. L’assoluta inopportunità politica e giuridica dell’invasione viene messa in risalto anche da un importante dissidente sovietico, Vladimir Bukovskij, che scrive: «L’aspetto più importante di quell’avventura non fu tanto l’atto concreto dell’aggressione sovietica (di casi del genere era pieno il passato), quanto la sua straordinaria inopportunità, fatto questo che cambiò radicalmente la situazione mondiale e l’intero contesto politico. È difficile immaginarsi una migliore illustrazione degli effetti della ‘coesistenza pacifica’ così come intesa dal regime sovietico, soprattutto nei confronti di un Paese piccolo. L’aggressione inoltre arrivava all’apice della campagna sovietica per il disarmo e per la coesistenza pacifica fondata sulla fiducia. Non poteva esserci una migliore pubblicità per la NATO: persino la Svizzera cominciò a dubitare della convenienza della sua tradizionale neutraità. Ovviamente ne risentì l’«allargamento della base sociopolitica» del movimento sovietico per la pace»21.

Il fattore militare-ideologico e le sue basi teoriche

Tra gli elementi che aiutano a comprendere le motivazioni, o almeno le concause ideologiche dell’invasione dell’Afghanistan, gli autori statunitensi citano il forte accrescimento del potenziale militare sovietico nei Paesi del Terzo Mondo ritenuti ideologicamente affini, accompagnato da una rapida evoluzione della relativa dottrina militare ufficiale di impiego. L’Afghanistan, a partire dalla rivoluzione comunista dell’aprile 1978, nella terminologia ufficiale sovietica era divenuto parte del cosiddetto “anello interno” delle alleanze. L’anello interno, come scrive Seweryn Bialer, «si riferisce a Paesi o movimenti modellati sull’Unione Sovietica, o che essa considera progressisti, rivoluzionari e fondamentalmente appropriati alle loro attuali circostanze. L’alleanza è in questo caso basata su un’ampia serie di interessi comuni, vicinanza ideologica, aiuto massiccio e diretto da parte dell’Unione Sovietica e include un grado relativamente alto di dipendenza da essa (Afghanistan ed Etiopia ad esempio)»22. Una volta che un Paese fosse entrato ufficialmente nella categoria dell’“anello interno” delle alleanze sovietiche diveniva giocoforza sostenerlo. Che ciò avvenisse però a spese della reale comprensione del contesto storico culturale è confermato dallo stesso autore, anche sulla base dell’elaborazione, all’interno del mondo accademico, di nuove analisi e interpretazioni a proposito delle possibilità di radicamento del socialismo nei Paesi in via di sviluppo. Egli fa riferimento ad esempio al significativo concetto di mnogokladnost.

Scrive Bialer: «Il concetto di mnogokladnost, o multidimensionalità, si riferisce alla struttura sociale, culturale e politica dei Paesi meno sviluppati e si oppone alla applicazione artificiale e forzata delle tradizionali concezioni marxiste di struttura di classe e struttura sociale derivate dalle società industriali o in via di industrializzazione per l’analisi dei Paesi meno sviluppati. Esso sottolinea la specificità delle forze sociali, culturali e politiche delle differenti regioni e dei singoli Paesi. Le implicazioni politiche del lavoro sovietico sulla multidimensionalità sono quelle di sostenere una molteplicità di approcci alle diverse regioni e Paesi, l’abbandono del dogmatismo nelle classificazioni del potenziale ‘progressivo’ dei gruppi sociali e politici di questi Paesi e la ricerca di alleanze politiche e di gruppi meritevoli del sostegno sovietico in luoghi non toccati dalla dottrina marxista-leninista. Esso suggerisce l’impossibilità e la contro produttività di adottare un’unica linea generale di politica nei confronti del Terzo Mondo ad eccezione di qualche generica preferenza»23.

È quindi evidente come la riflessione accademica sovietica a metà anni Settanta si differenziasse alquanto nel livello di sofisticazione dell’analisi scientifica riguardo le potenzialità di sviluppo del socialismo nei Paesi del Terzo Mondo, rispetto a pubblicazioni di teoria militare dell’esercito più dogmatiche e fortemente ideologizzate nel senso dell’ortodossia marxista-leninista di cui riporto un significativo esempio tratto da un autore sovietico: «Nella loro lotta per una strada di sviluppo non capitalista questi popoli fanno affidamento sull’omnicomprensiva assistenza dell’Unione Sovietica e di altri Paesi socialisti per la costituzione e lo sviluppo delle loro Forze Armate nazionali allo scopo di organizzare la difesa armata dei loro Paesi contro gli aggressori imperialisti. Nelle moderne condizioni, quando i rapporti di forza nel mondo continuano a mutare in favore della pace, democrazia e socialismo, mentre l’imperialismo intensifica le sue iniziative di aggressione, la potenza difensiva dell’URSS e di altri Paesi socialisti e l’efficienza combattiva e la prontezza delle loro forze armate rappresentano un fattore essenziale nel raggiungimento del progresso storico»24. Si può quindi rilevare nel caso dell’invasione dell’Afghanistan una forte distanza tra la ricerca accademica di livello scientifico elevato e la lettura prevalentemente ideologica degli avvenimenti afgani da parte delle Forze Armate sovietiche e in alcuni casi da parte della nomenklatura governativa. La ricerca accademica non riusciva però a esercitare una influenza determinante sulle scelte politiche della leadership di governo.

Collins insiste ripetutamente sul valore quasi esclusivamente deterrente delle forze armate sovietiche nei confronti dell’Occidente, mentre Bradsher sottolinea invece come venisse evitato per quanto possibile ogni riferimento alla forza militare intesa tradizionalmente quale pura potenza militare priva di una caratterizzazione etica e progressista25. Con il concetto di progresso del comunismo, della sua superiorità sull’Occidente, si intendeva in primo luogo fare riferimento alla sua supposta superiorità morale e in secondo luogo a quella economica. I due autori quindi concordano pienamente su questo punto. La dottrina sovietica soffriva secondo entrambi, prima che di limitazioni tattiche o strategiche di natura meramente tecnica, anche di una limitazione operativa dovuta a fattori eminentemente ideologici che ne danneggiavano seriamente l’efficacia militare. Scrive a questo proposito il giornalista Bradsher: «La pretesa che il socialismo rappresenti il futuro dovrebbe essere costruita su una superiore organizzazione sociale e economica, non sulla punta delle baionette»26. Si arrivava quindi al paradosso che gli stessi militari sovietici, riferendosi al mutamento del rapporto delle forze tra socialismo e capitalismo, cercavano però, per quanto possibile, di non farvi esplicitamente riferimento dal punto di vista militare poiché ciò non era ritenuto “politicamente corretto” in base alla concezione marxista-leninista. Il concetto della pura potenza militare suscitava, infatti, qualche imbarazzo dal punto di vista ideologico. Si giungeva quindi al paradosso che una superpotenza militare come l’Unione Sovietica, per una questione ideologica che riguardava il sostanziale rifiuto ideologico del militarismo e dell’imperialismo tradizionalmente inteso, in quanto potenza caratterizzata per definizione da un’ideologia progressista, non poteva fare a meno di provare imbarazzo a proposito del suo status di superpotenza.

Il rapporto delle forze infatti implicava il concetto di forza relativa dei due sistemi antagonisti nella lotta tra capitalismo e socialismo, e riguardava diversi aspetti politico-economici ma parlandone veniva evitato ogni riferimento alla potenza militare. L’eccessiva insistenza sulla necessità di utilizzare le forze armate per sostenere l’instaurazione di un regime comunista all’estero significava infatti ammettere implicitamente che l’idea comunista non possedeva di per sé l’appeal necessario per affermarsi e soprattutto che il definitivo passaggio dell’Afghanistan nel campo socialista, oltre a risolvere il problema della sicurezza delle frontiere rispetto all’infiltrazione islamica, avrebbe spostato l’equilibrio del “rapporto delle forze” a favore dell’Unione Sovietica. Sempre per ragioni analoghe, nelle prudenti espressioni della leadership sovietica si trova un riferimento alle premesse ideologiche contenute nella nuova Costituzione del 1977; tali premesse prevedevano allo stesso tempo la necessità del consolidamento del socialismo nel mondo e quindi il sostegno alla lotta anticoloniale dei popoli oppressi sulla base della solidarietà socialista, e la non ingerenza sovietica nei loro affari interni. Vi era qui quindi da parte sovietica un continuo alternarsi e sovrapporsi di ideologia e Realpolitik, di tattica e di strategia. Il paradosso risiedeva soprattutto nel fatto che, pur essendo l’Unione Sovietica una superpotenza armata fino all’eccesso, essa non possedeva la volontà politica di fare un uso risoluto della sua potenza militare, in parte per i già menzionati condizionamenti di tipo politico-diplomatico, ma anche perché la sua ormai logora ideologia salvifica e internazionalista le impediva intrinsecamente di fare ricorso unicamente alla forza militare. Questa dalla teoria marxista–leninista era ufficialmente concepita soltanto quale ausilio della intrinseca forza espansiva della dottrina socialista che avrebbe dovuto assicurare il progresso storico teleologicamente considerato un necessario quanto inevitabile punto di approdo dell’umanità.

Il fattore ideologico

Larga parte degli storici statunitensi evidenziano il ruolo dell’ideologia nella decisione della leadership sovietica di invadere l’Afghanistan. Hannes Adomeit, politologo di origine tedesca, descrisse già a partire dagli anni Sessanta i fattori che influenzavano le deliberazioni esecutive dei leader sovietici: «Il primo riguarda la visione del mondo dei leader sovietici, la loro concezione della politica internazionale in un dato contesto storico. Il secondo riguarda essenzialmente in quale modo l’azione tattica venga influenzata dalla dottrina ideologica (coesistenza pacifica, rapporto delle forze e quindi come la combinazione di questi parametri definisca le modalità operative da perseguire) nonché poi anche dalla propria diretta percezione degli avvenimenti. Il terzo riguarda la funzione dell’ideologia nella politica sovietica e più specificamente l’importanza dell’ideologia comunista nella politica estera sovietica e se non possa presentare un’eventuale dicotomia tra ideologia e interesse nazionale. Il quarto riguarda la legittimità del potere sovietico e cioè la dottrina marxista-leninista che rimane fondamentale quale funzione di rafforzamento dell’autorità della stessa leadership sovietica e che spesso si sovrappone agli interessi geopolitici e di sicurezza dell’URSS. Ciò appariva particolarmente importante per l’Asia Centrale sovietica per la quale mancava qualsivoglia titolo di legittimazione del dominio sovietico. Il quinto e ultimo fattore riguarda l’interazione dialettica tra ideologia, educazione, processo di crescita personale, esperienze umane e professionali della leadership sovietica. Le esperienze vissute a livello nazionale vengono quindi in alcuni casi estese ad altri Paesi e contesti nazionali»27. L’autore afferma anche che l’ideologia di una società senza classi avrebbe progressivamente perso di importanza nella scala di priorità della leadership sovietica, ma che la concezione della lotta fra le ideologie e le potenze sarebbe stata ancora un fattore determinante delle relazioni internazionali. Perciò, secondo Adomeit, «anche se la credibilità dell’ideologia sovietica si sta progressivamente esaurendo e, nell’ambito delle relazioni internazionali, sta divenendo più un peso che una risorsa, è ancora un errore sostenere che l’ideologia ‘non sia niente di più che una razionalizzazione ex post facto’ e non abbia nulla a che fare con la motivazione. La razionalizzazione e la motivazione, per un individuo, una leadership politica od uno Stato (e particolarmente quando si tratta di uno Stato che si deve conformare alla nozione di ‘un’ideologia al potere’) possono essere meccanismi che si rafforzano reciprocamente»28.

Per Adomeit l’ideologia e il suo uso, strumentale o meno che fosse, rappresenta quindi un fondamentale fattore di legittimazione per la politica interna e estera poiché essa si rivela essenziale per mantenere la coesione delle diverse nazionalità dell’Unione Sovietica e assicurare al tempo stesso la preminenza ideologica in campo internazionale. L’amalgama tra ideologia vissuta quale irrazionale fede interiore e il concreto interesse nazionale divengono perciò, secondo quel politologo, elementi costanti e indistinguibili nei loro diversi fattori costitutivi, notando anche come per «l’analista che si è formato nella tradizione anglosassone dell’empirismo e del pragmatismo, il solo pensiero che dei leader che agiscono nel mondo della politica pratica del ventesimo secolo debbano essere guidati nelle loro azioni da un una rigida forma di credenza appare incredibile o inconcepibile»29. Da ciò consegue, come abbiamo visto, la notevole difficoltà culturale di molti analisti statunitensi ad analizzare correttamente le azioni della leadership sovietica, attribuendo a esse unicamente una motivazione razionale di tipo economico, interesse a un progressivo avvicinamento al Golfo Persico, e non anche di tipo prevalentemente ideologico e concernente la sicurezza. Scrive ad esempio uno di essi, Thomas Hammond:

«La questione cruciale dell’invasione sovietica dell’Afghanistan è quella cui ha fatto riferimento Muskie: i sovietici utilizzeranno l’Afghanistan quale trampolino di lancio verso il Golfo? Come detto precedentemente, non ritengo che questa sia stata la ragione principale dell’invasione sovietica dell’Afghanistan; ve ne erano delle altre più impellenti. Ma i leader sovietici possono vedere sulla carta geografica bene quanto noi che l’occupazione dell’Afghanistan comporta un notevole vantaggio strategico in termini di avvicinamento allo Stretto di Hormuz»30. Per alcuni analisti e storici statunitensi quindi, come appunto Hammond, ma anche Richard Pipes (grande critico della distensione), l’invasione dell’Afghanistan fu dettata anche, ma non solamente, da questioni strategiche come la possibilità di avvicinarsi maggiormente al Golfo Persico per esercitare pressione politica, in particolare sugli europei occidentali che dipendevano dalle risorse energetiche provenienti dal Golfo.

Secondo Adomeit, invece, «tra le concezioni più rilevanti che hanno acquisito un’importanza predominante per il Cremlino vi è quella che la vita, inclusa la «vita internazionale», sia una lotta incessante, che non può che terminare con la vittoria di un sistema socioeconomico su un altro e che rimanere fermi, e non pianificare avanzamenti e guadagni di qualche tipo, significa perdere terreno e essere gettati tra le immondizie della storia»31. È evidente da queste frasi che, secondo lui, la dirigenza sovietica si rifaceva a una concezione della vita internazionale come lotta darwiniana per l’esistenza, della sopravvivenza del più forte o perlomeno del più adatto. Da ciò, consegue che, pur non facendo specifico riferimento all’Afghanistan, nella concezione dei leader sovietici, distensione non significava stasi ma semplicemente rinuncia allo scontro globale per preferirgli una serie di conflitti regionali, come quelli nel Corno d’Africa, in Angola o in Mozambico cui partecipavano anche forze degli altri Paesi del blocco comunista quali i tedesco-orientali e i cubani: era la cosiddetta war by proxy, la guerra per interposte forze. In ciò i leader sovietici si rifacevano agli insegnamenti leniniani che prevedevano una costante guerra contro il capitalismo, anche attraverso conflitti di limitata importanza o regionali, ma che avessero lo scopo di logorare, sebbene in misura contenuta, le forze del nemico o dei suoi alleati regionali.

Nel caso dell’Afghanistan, invece, i leader sovietici, pur rifacendosi a tale concezione leniniana, la intendevano quale prevalentemente difensiva: qui si nota una contraddizione tra il forte richiamo ideologico e il basso profilo operativo scelto dalla dirigenza sovietica, almeno dal punto di vista del contingente militare relativamente ristretto, 115.00 uomini, che fu inviato a combattere. La concezione della distensione era quindi ispirata a un principio dinamico e non statico, quale lotta incessante tra due sistemi socioeconomici irriducibilmente antagonisti che però non doveva in alcun caso arrivare allo scontro nucleare globale. Si evidenzia qui un’intrinseca tensione tra un atteggiamento in una qualche misura dettato da grande cautela e la propensione ideologica di derivazione leniniana a interpretare la coesistenza tra sistemi diversi come irrimediabilmente contrassegnata da un insanabile conflitto ideologico. Ciò portava necessariamente a vedere il problema afgano, da questione essenzialmente locale quale era, a elemento riguardante lo scontro globale in atto tra le due superpotenze. Anche secondo Collins la leadership sovietica percepiva un problema essenzialmente locale come fattore di ordine internazionale. Era infatti inevitabile per essa che «le forze dell’imperialismo lanciassero delle controffensive per mantenere le nazioni del Terzo Mondo nel loro stato neocoloniale»32. Insomma questa percezione della situazione condizionò le decisioni dei leader sovietici, ed essa fu influenzata dalle proiezioni di tipo psicologico e ideologico degli uomini del Cremlino. La distensione, vista soprattutto quale mezzo tattico per consentire l’importazione di tecnologia e valuta occidentale, non doveva diminuire l’enfasi posta sull’esportazione della rivoluzione socialista nel mondo, intesa soprattutto quale lotta di classe33 più che scontro militare tra Stati. Con parziale contraddizione logica, secondo la teoria sovietica, la distensione rientrava quindi dal punto di vista concettuale nell’ambito del “rapporto delle forze” tra Stati capitalisti e Stati socialisti34. Era infatti pragmaticamente intesa da parte della leadership sovietica quale un «desiderio sovietico di un maggiore aiuto economico occidentale nei confronti di un’economia sempre più in crisi e una speranza di un rallentamento della modernizzazione militare occidentale mentre il rafforzamento militare sovietico proseguiva ad oltranza»35.

Bradsher36– cui sono dovute le ultime asserzioni – inserisce inoltre il problema della componente ideologica dell’invasione sovietica dell’Afghanistan nel quadro della dottrina Breznev che fu applicata in questo caso anche a uno Stato che non faceva parte ufficialmente della comunità socialista, ma la cui leadership si dichiarava di osservanza marxista leninista e che perciò Mosca aveva interesse a sostenere contro le forze controrivoluzionarie, definite ideologicamente borghesi e feudali. Per ottenere ciò la dottrina sovietica faceva riferimento all’internazionalismo comunista, appellandosi alla necessità di sostenere i movimenti comunisti ovunque nel mondo anche contro i dettami del diritto internazionale che pretendeva di fissare in vuote formule giuridiche scottanti realtà politiche. Mosca, in base alla teoria leniniana, ne disconosceva quindi la validità in quanto costruzione giuridica eminentemente borghese. Per la leadership sovietica la difesa della comunità socialista spiegava e giustificava, se non giuridicamente, almeno politicamente, l’invasione dell’Afghanistan. La necessità di “salvare” la rivoluzione comunista nel vicino Paese asiatico veniva quindi indicata quale causa formale e sostanziale dell’intervento, con esplicito riferimento alla dottrina Breznev37. Non veniva esplicitato anche il motivo geopolitico dell’intervento, cioè la sicurezza dei confini meridionali sovietici, ma dichiarazione formale e sostanziale coincidevano quasi interamente.

La necessità di salvare la rivoluzione socialista e quella geopolitica di salvaguardare i confini sovietici coincidevano perfettamente ed erano intimamente connesse38. Secondo Bradsher, il Cremlino riteneva opportuno per motivi ideologici dimostrare ai partiti comunisti del Terzo Mondo l’intrinseca validità della sua dottrina e anche la sua capacità di sostegno e aiuto, al fine di poterne rivendicare la leadership non soltanto de jure, ma anche de facto.

Il fattore culturale. Il problema dell’equilibrio etnico e religioso all’interno dell’Unione Sovietica

Milan Hauner39 è uno storico statunitense del Department of East European Studies del Woodrow Wilson Center di Washington che analizza gli avvenimenti legati alla guerra dell’Afghanistan in prospettiva storica e geopolitica: per Hauner vanno tenute presenti le motivazioni culturali e in parte ideologiche che fanno da sfondo alla lotta della Russia/URSS con l’Oriente e quindi l’impeto per conquistarlo (stremlenie na Vostok), in una qualche misura comparabile al Drang nach Osten tedesco e alla missione civilizzatrice britannica in India, ma connotato anche da riflessioni sulla sicurezza dei confini. La differenza tra l’impero russo, poi sovietico, e quello britannico è che il primo non basava la propria azione principalmente su un calcolo mirante a un tornaconto economico, bensì su una propria naturale quanto irrazionale, se non messianica, tendenza espansiva e anche sulla razionale necessità di salvaguardare le proprie frontiere. Motivi razionali e irrazionali caratteristici della tradizione imperiale russa fanno quindi la loro comparsa nella decisione della leadership sovietica di invadere l’Afghanistan poiché ufficialmente la dottrina leninista riconosceva all’Unione Sovietica il diritto/dovere di lottare e diffondere nel mondo l’ideologia socialista quale forza progressista contro l’arretratezza economica e culturale che caratterizza una parte del mondo islamico.

Scrive Hauner: «La guerra sovietica in Afghanistan rivelò simili disposizioni d’animo razziste. Alcune di queste sono state persino espresse nella recente letteratura sovietica, sebbene la propaganda ufficiale continui a tessere le lodi marxiste delle forze del progresso che combattono l’oscurantismo islamico»40. E ancora: «In verità, il nazionalismo russo è più che un semplice legame nei confronti del passato monarchico e un possibile ponte verso il futuro. Ciò avviene perché gli ideologi sovietici non hanno mai veramente rimosso le immagini storiche dell’Asia dalla loro propaganda ‘rivoluzionaria’. Sebbene Marx non prevedesse l’incorporazione dell’Asia nella dinamica europea della guerra di classe, immediatamente dopo la Rivoluzione d’Ottobre i bolscevichi si appellarono ai lavoratori dell’Oriente per «rovesciare i rapinatori e gli schiavisti». Tuttavia, questo appello può essere visto quale una recrudescenza della vecchia “Idea Russa” in una nuova forma, un sentimento messianico profondamente radicato, riformulato attraverso il lessico marxiano della rivoluzione proletaria mondiale. Persino il direttorio stabilito per incendiare l’Oriente, il Comintern, possedeva un nome alternativo: la Terza Internazionale. Ciò suonava, per quanto non intenzionalmente, quale una metamorfosi della nozione della “Terza Roma” la tradizionale immagine ortodossa della Santa Russia41. Tale associazione di idee proposta da Hauner appare invero assai discutibile, poiché la Terza Roma42 è un concetto essenzialmente di tipo religioso e riguarda la primazia religiosa ortodossa all’interno del mondo cristiano e in particolare di quello balcanico di matrice slavo-ortodossa. Per essa quindi Mosca è vista come erede spirituale, ma anche politica di Bisanzio (la seconda Roma), mentre la Terza Internazionale del 1919 si poneva l’obiettivo politico universalistico dell’espansione del movimento comunista a livello internazionale anche presso civiltà non europee, quindi non soltanto cristiane ma anche islamiche. Nella prima teoria prevaleva quindi esplicitamente l’elemento religioso e identitario rappresentato dalla professione della fede religiosa ortodossa, nella organizzazione fondata nel 1919, al contrario, si manifestava l’internazionalismo comunista che non faceva distinzione di razza o di religione, ma teneva in considerazione unicamente il fattore rappresentato dalla classe sociale a prescindere dal suo contesto storico-religioso. Nel caso di cui ci stiamo occupando si ha invece una espansione russo-sovietica verso sud-est, motivata essenzialmente da ragioni geopolitiche e politiche, ma anche da vecchie e irrazionali tendenze culturali civilizzatrici ed espansionistiche radicate nel tradizionale contesto culturale russo cui si è fatto riferimento precedentemente. Nel contesto della guerra sovietico-afgana il fattore religioso, a differenza dell’importante ruolo che esso gioca nel concetto di Terza Roma, invece non fu ovviamente in alcun modo presente o anche soltanto accennato.

La concezione che la leadership russa elabora del problema afghano si dimostra quindi secondo Hauner assai ambivalente anche nei mesi immediatamente precedenti all’invasione: un misto di nazionalismo russo, con le sue tradizionali componenti messianiche, di internazionalismo socialista, che si proponeva di lottare contro le forze oscurantiste della reazione interna e esterna all’Afghanistan, congiunto a elementi del più esplicito razzismo nei confronti della popolazione afgana verso cui la dirigenza sovietica nutriva diffidenza e disprezzo, che l’ignoranza del Paese e dei suoi costumi contribuiva a rafforzare sensibilmente. Il tradizionale, quanto ufficialmente deprecato, razzismo contro i popoli asiatici radicato nella tradizione culturale russa, quindi, non era stato affatto cancellato dalla tradizione democratico-internazionalista marxista-leninista, tanto che per Hauner fu alla base stessa dell’invasione e rimase in sottofondo per tutta la durata della guerra. Tutti questi elementi, in particolare l’immaginario russo della percezione dell’Oriente, visto come arcano, selvaggio, dunque secondo tale autore avrebbero giocato un ruolo essenziale nella decisione della leadership sovietica di invadere l’Afghanistan. Gli aspetti più “oscuri” e razzisti del tradizionale imperialismo russo e delle sue motivazioni si intrecciarono inestricabilmente con il “verbo” dell’internazionalismo socialista di matrice marxista-leninista, espungendo ovviamente le componenti religiose di matrice cristiano-ortodossa.

La classe dirigente e intellettuale russa fino dall’Ottocento si è sentita investita di una speciale missione “civilizzatrice” in Oriente che assunse in alcuni casi toni spiccatamente paternalistici. Essa era pienamente conscia della natura composita e multiculturale dello Stato russo, in parte europeo, in parte asiatico. In Europa essa era considerata una potenza sotto molti aspetti asiatica43, mentre in Oriente assumeva l’immagine di una potenza europea. Scrive lo storico tedesco Dieter Groh a proposito del dualismo insito in nuce nel rapporto tra Russia e Europa: «Se all’epoca di Pietro il Grande si era stati orgogliosi del fatto che i russi avessero accolto la superiore civiltà dell’Occidente, nella seconda metà del secolo si diffuse invece – sotto l’impressione delle esperienze storiche – una critica sempre più intensa nei confronti del modo in cui i russi avevano accolto idee e metodi dell’Occidente. Non si notavano progressi civili all’interno, ma invece una sempre crescente potenza russa che minacciava di disturbare l’equilibrio europeo»44. L’Oriente rappresentava perciò per i Russi un’opportunità e anche un “riscatto” della civiltà russa rispetto all’Europa occidentale. Una costante che accomuna la conquista russa dell’Asia Centrale a quella sovietica dell’Afghanistan è la supposizione di trovarsi di fronte a formazioni statali deboli, facili da conquistare per un esercito di tipo europeo. Ciò non risultò vero per l’Afghanistan che era sì uno Stato asiatico arretrato, ma i cui abitanti si dimostrarono combattenti valorosi e indomiti guerrieri. In definitiva alcuni elementi della tradizione culturale russa si ritrovarono, in qualche misura, nelle motivazioni che portarono la leadership sovietica ad includere l’Afghanistan nell’area di influenza sovietica.

È opportuno ricordare una interpretazione che si discosta fortemente da quella degli autori statunitensi fin qui esaminati. La storica francese Hélène Carrère d’Encausse, molto conosciuta per aver individuato tra i primi le tensioni tra le nazionalità come una delle cause principali della dissoluzione dell’Unione Sovietica, in maniera originale mette in relazione l’invasione sovietica in Afghanistan al tema delle nazionalità, additandolo come motivo principale della scelta di Mosca. La studiosa non manca tuttavia di riconoscere, non diversamente da altri autori, la più generica necessità per la leadership sovietica di mostrare al mondo, e in particolare al movimento comunista internazionale euro-occidentale e euro-orientale, che la forza propulsiva ideologica e economica del comunismo non si era esaurita, e che esisteva una lungimirante, quanto ambiziosa, strategia sovietica di lungo periodo che teneva in considerazione la graduale modificazione degli equilibri di potere a livello mondiale. Come la studiosa mette in luce chiaramente, si presenta qui nuovamente un mix di utopismo e di Realpolitik. Questa strategia prevedeva l’adozione di una politica estera che presentasse l’URSS alla vasta area geografica eurasiatica costituita in prevalenza da Paesi islamici (comprendente gli Stati del Golfo Persico, l’Iran e il Pakistan), ma anche alle stesse Cina e India, quale una potenza mussulmana o perlomeno con una forte presenza mussulmana al suo interno e quindi un modello culturale e politico universalistico che prevedeva una sostanziale compatibilità o simbiosi tra Islam e comunismo. Ciò avrebbe consentito all’URSS di allargare il cerchio delle alleanze e quindi il suo status di grande potenza nell’ambito di un contesto internazionale in rapida evoluzione. Questa strategia di lungo periodo, sebbene all’apparenza fondata su un terzomondismo connotato in senso fortemente ideologico, nascondeva in realtà una lucida, quanto ambiziosa, strategia geopolitica che rifletteva i cambiamenti a livello strategico in atto nel mondo in quel determinato momento storico.

Il progetto si fondava sull’ipotesi di un presumibile shift of power, di uno spostamento del centro di gravità delle relazioni internazionali nei decenni successivi dall’Occidente all’Oriente e in particolare all’Asia Centrale. Scrive la Carrère d’Encausse: «Tutto è cominciato nel 1955, alla conferenza dei Non Allineati a Bandung, in Indonesia. L’URSS, che stava uscendo dallo stalinismo e dall’isolamento in cui si era allora trovata fino a quel momento, fu esclusa dalla conferenza perché, agli occhi dei suoi partecipanti, essa apparteneva al mondo delle grandi potenze industriali. A partire da questo momento, i dirigenti sovietici concepiranno in modo nuovo le relazioni internazionali sulla base di numerose certezze. Essi sono, a partire dal 1955, convinti che il centro di gravità della politica mondiale si sposti dai Paesi occidentali industrializzati verso il mondo non occidentale, verso il Terzo Mondo. Essi intravedono il ruolo decisivo che il Terzo Mondo giocherà per un lungo periodo storico in due zone: la zona in cui l’Islam e il petrolio si incontrano, cioè l’Asia centrale e il Medio Oriente. In queste due zone prioritarie secondo la percezione sovietica relativa allo scontro tra potenze a livello mondiale avrà luogo alla fine del secolo ventesimo e all’inizio del ventunesimo in Asia Centrale – sovietica e non sovietica – cioè in Iran e in Afghanistan. Poiché essi hanno questa visione dell’avvenire, a partire dal 1955 i dirigenti sovietici tenteranno di penetrare il mondo islamico nel punto che essi reputano più vulnerabile e allo stesso tempo decisivo per il raggiungimento dei loro scopi. E per ottenere ciò, essi utilizzano quest’Islam dimenticato da tutti che è l’Islam sovietico. Accusata d’essere una grande potenza occidentale, al pari delle altre grandi potenze, l’URSS reagisce facendo appello alla sua popolazione mussulmana e presentandosi come una potenza islamica. A partire dal 1956, i mussulmani sovietici divengono lo strumento di una dimostrazione stupefacente, cioè quella della compatibilità di un’ideologia materialista, il marxismo con la religione mussulmana»45. In concreto, l’Asia Centrale sovietica serviva da vetrina per mostrare ai popoli musulmani la compatibilità tra comunismo e Islam e su questo assunto si basò la politica sovietica nei confronti del mondo musulmano per oltre due decenni. Per questo motivo la leadership sovietica mise in atto una politica relativamente tollerante nei confronti della rinascita del fenomeno religioso in Asia Centrale, sottovalutandone però al tempo stesso la pericolosità politica poiché nell’Islam la dimensione religiosa è inevitabilmente connessa a quella politica e a quella sociale.

Conclusioni

Gli autori esaminati sembrano generalmente tutti concordare sul fatto che, nel caso dell’invasione dell’Afghanistan, si sia trattato in gran parte, più che di una scelta opportunistica, di una politica dettata dalla necessità di agire, dall’ananke o destino, determinata da motivi di ideologici, ma pure di carattere difensivo e di deterrenza. Tutti rilevano che l’invasione dell’Afghanistan fu un evento multifattoriale, cioè determinato da una serie di diversi fattori politici, strategici, culturali, militari inestricabilmente connessi tra loro. Non vi è alcuna prova però che l’invasione militare fosse un esito previsto nel quadro di una sorta di grand design espansionistico sovietico, come del resto conferma abbondantemente la documentazione archivistica sovietica, divenuta accessibile agli studiosi soltanto nel corso degli anni Novanta. Piuttosto essa fu necessaria conseguenza di una fase di grave instabilità regionale che ebbe l’effetto di aumentare la percezione di pericolo da parte della leadership sovietica riguardo alla vulnerabilità dei confini meridionali. Il mix di interesse nazionale e ideologia divenne nel caso dell’Afghanistan ben presto indistinguibile agli occhi dell’osservatore esterno, ma pure per la stessa leadership sovietica. Considerazioni ideologiche ed errate valutazioni militari circa la possibilità di portare a termine vittoriosamente un conflitto in un Paese del Terzo Mondo, costituirono le motivazioni essenziali dell’invasione. Da questo punto di vista, infatti, l’invasione non fu frutto soltanto di un calcolo errato dal punto di vista militare (come si vide sino dalle fasi iniziali del conflitto), ma rappresentò anche un fallimento di tutto l’apparato concettuale sovietico. Al di là di astratte dottrine politico-ideologiche o militari, contribuirono concretamente alla decisione di invadere l’Afghanistan – come mettono in luce alcuni autori, in particolare Arnold e Bradsher – concreti interessi specifici di alcuni organi dello Stato sovietico, soprattutto gli ambienti militari o diplomatici che vedevano nell’intervento in Afghanistan un’ottima occasione per acquisire prestigio o ricompense di tipo economico per le loro strutture o per se stessi. Furono quindi, secondo parte della storiografia statunitense, specifici interessi corporativi a fare in modo che le notizie sul pericolo proveniente dall’Afghanistan subissero una radicale manipolazione, volta a influenzare la leadership sovietica che a quegli interessi specifici (diplomazia, esercito, complesso militar-industriale, KGB) faceva diretto riferimento. Non esistevano peraltro nel contesto sovietico fonti di informazioni “indipendenti” che potessero riferire con obiettività e imparzialità sugli avvenimenti afgani. A guadagnare da questa “avventura” afgana furono quindi soprattutto gli “intermediari” sovietici, cioè militari di alto grado e diplomatici che furono lautamente ricompensati dai dirigenti afgani in ragione delle quantità e qualità degli approvvigionamenti che riuscivano a fare pervenire in Afghanistan. Ciò è confermato anche dalla documentazione sovietica.

Anche fattori di tipo culturale contribuirono in qualche misura alla decisione della leadership sovietica di invadere l’Afghanistan: la difficoltà di comprensione del contesto culturale afgano e la sua percezione come mondo esotico e dominato da costumi tribali incomprensibili, la presunzione di portarvi una civiltà, quella sovietica, di matrice europea e soprattutto la “progressista” dottrina marxista–leninista, in contrapposizione all’Islam afgano, ritenuto una religione caratterizzata dall’oscurantismo e da rapporti sociali iniqui. Fu proprio il senso radicato nella leadership sovietica di una “missione civilizzatrice”, di una sorta di idealistico quanto irrazionale messianismo russo-sovietico a contribuire alla decisione di invadere l’Afghanistan. In questo solco si inserisce il discorso sulle particolarità insite nell’imperialismo russo e poi sovietico. In esso ebbe spazio l’idea che si doveva combattere senza quartiere l’oscurantismo proprio dell’Islam, come esso veniva percepito negli ambienti di vertice sovietici.

Alcuni autori statunitensi, in particolare Hauner, mettono in luce la contraddizione di fondo insita nell’aspra critica sovietica al colonialismo delle potenze occidentali, mentre al colonialismo russo e poi sovietico venivano ascritte virtù salvifiche di progresso sociale e economico-scientifico, propri della migliore tradizione culturale illuministica europea. Alla colonizzazione russa e poi sovietica veniva quindi attribuita una superiorità morale rispetto al colonialismo occidentale, accusato, in particolare quello statunitense e occidentale in genere, di avere soltanto intenti di sfruttamento economico delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo. All’interno di questa concezione, improntata a un forte umanesimo, si nascondeva un pregiudizio anti-islamico implicitamente razzista che la dottrina marxista–leninista non era riuscita a espungere dal tradizionale pensiero culturale russo.

Sulla base di riflessioni strategico-militari la maggior parte degli autori confutano recisamente la tesi che la dirigenza sovietica possa avere concepito l’Afghanistan quale base da mettere sotto controllo per l’ulteriore espansione verso il Golfo Persico o verso il Pakistan. Infatti, la tecnologia militare sovietica negli anni Settanta era già abbastanza progredita da non avere bisogno di una base avanzata quale l’Afghanistan per conquistare altre zone ritenute strategicamente vitali per l’Unione Sovietica, né, d’altra parte, l’URSS alla fine degli anni Settanta soffriva di un depauperamento dei propri giacimenti petroliferi o di problemi tecnici legati all’estrazione petrolifera tali da pensare di impadronirsi del petrolio del Golfo. Una simile scelta avrebbe scatenato un conflitto di proporzioni mondiali con gli USA, non però con l’Europa occidentale, evidentemente interessata a una pur precaria intesa con l’Unione Sovietica a causa dei forti legami economici e politici che giocoforza aveva con essa. Le motivazioni dell’intervento militare sovietico in Afghanistan non furono quindi di tipo prevalentemente logistico o economico.

La politica del divide et impera tra Stati Uniti e Europa occidentale era stata invece accuratamente elaborata dalla dirigenza sovietica che nei mesi immediatamente precedenti all’invasione aveva giustamente calcolato che i diversi interessi politici e economici tra le due sponde dell’Atlantico – e in particolare quelli legati alle esportazioni energetiche sovietiche verso l’Europa occidentale – avrebbero causato seri disaccordi tra Stati Uniti e Europa occidentale su come affrontare la crisi afgana e le sue conseguenze. Propria questa differenza di vedute e di interessi tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei provocò un sostanziale disaccordo tra gli alleati in relazione alle modalità con cui rispondere all’aggressione sovietica dell’Afghanistan: gli europei preferirono rispondere molto moderatamente a tale grave violazione del diritto internazionale. Vi fu, ad esempio, un ulteriore rafforzamento dei legami politici ed economici tra Unione Sovietica e Germania Federale, in seguito alle sanzioni, anche di tipo economico e tecnologico, imposte dagli Stati Uniti alla prima. L’invasione sovietica dell’Afghanistan provocò quindi un profondo rimescolamento delle alleanze sul piano internazionale.

Come Washington, a causa delle resistenze interne a un ulteriore coinvolgimento militare, non aveva potuto rafforzare oltre un certo limite la propria presenza militare in Vietnam o fare ricorso all’arma nucleare, così l’Unione Sovietica, per considerazioni legate prevalentemente al contesto internazionale, ma in parte anche a quello interno, non poté aumentare il proprio contingente militare come richiesto dai militari. Questi ultimi erano a loro volta divisi tra “ideologi” e “tecnici”, tra coloro che propendevano per una soluzione di “basso profilo” e coloro che sostenevano un attacco in forze; e ancora tra quanti erano a favore dell’intervento come Jepišev, e quanti si dichiaravano recisamente contrari, in particolare Ogarkov, a causa della natura del conflitto. Esso inevitabilmente fu caratterizzato da un avversario che si avvaleva di tecniche di guerriglia piuttosto che di un esercito regolare. Le evidenti analogie con il conflitto statunitense-vietnamita quanto ai limiti strategici e operativi nell’uso della forza militare da parte di una superpotenza in un Paese in via di sviluppo nel contesto della guerra fredda, trovano conferma nell’analisi di alcuni autori. Essi segnalano però anche alcune importanti differenze tra i due casi come, ad esempio, la mancanza di una libera stampa in URSS, di un’opinione pubblica sovietica in grado di esprimersi liberamente o anche di un Congresso come quello statunitense non certo succube ai voleri del Presidente. Questo fatto viene comunque messo in rilievo poiché alcuni autori, ad esempio Arnold, sostengono che nonostante il potere decisionale fosse concentrato all’interno di un ristretto gruppo dirigente, il Politburo, anch’esso doveva in qualche misura tenere in considerazione l’opinione pubblica che, seppure in modo indiretto, ad esempio con un aumento esponenziale dei renitenti alla leva, manifestava la sua forte contrarietà alla guerra (sempre crescente durante il conflitto).

Questo fattore deterrente – l’opposizione dell’opinione pubblica sovietica a quello che fu interpretato quale un nuovo avventurismo militare, poi nei fatti duramente repressa dagli organi di sicurezza dello Stato, in primo luogo il KGB – non fu tuttavia sufficiente a impedire al Cremlino di decidere in favore di un intervento militare che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto essere breve e relativamente indolore. Di ciò è prova la scarsa pubblicità data all’operazione che fu annunciata dai media sovietici con alcuni giorni di ritardo rispetto agli avvenimenti, fu poi presentata come un’operazione di difesa del socialismo e dei suoi valori contro una controrivoluzione guidata da forze reazionarie, e in seguito come una difesa dei confini meridionali dell’Unione Sovietica: tutte motivazioni che non trovavano però ascolto presso la maggior parte dei sovietici, stanchi di vedere morire i propri figli in parti lontane del mondo per ragioni che essi non riuscivano a comprendere. L’Afghanistan pertanto si affiancò ad altri fondamentali eventi concomitanti e interconnessi quali la crisi economica, la catastrofe di Cernobyl, il crescente nazionalismo, la stanchezza psicologica della popolazione dovuta ad una perdita di fiducia nel sistema, contribuendo all’accelerazione del processo di dissoluzione dell’Unione Sovietica avvenuta nel 1991.

Il sistema sovietico implose a causa delle sue contraddizioni interne che vennero alla luce anche in seguito alla guerra in Afghanistan. La popolazione sovietica perse gradualmente fiducia nei propri leader a causa della loro forte reticenza sulle reali motivazioni che avevano portato a invadere il vicino Paese asiatico. Parole come «dovere internazionalista» monotonamente ripetute dalla propaganda ufficiale, erano ormai divenute espressioni prive di significato cui la maggior parte della gente aveva ormai smesso di credere da lungo tempo. Dopo il 1985 la glasnost’ gorbacioviana permise al malcontento dovuto al fallimentare esito della guerra in Afghanistan di venire allo scoperto, con gli esiti devastanti già ricordati. La guerra in Afghanistan non determinò da sola il crollo del sistema sovietico, ma vi contribuì considerevolmente a causa delle ingenti spese dovute a una guerra che durò quasi dieci anni, al blocco dell’importazione di tecnologia da parte degli Stati Uniti e infine alla contemporanea crescita del nazionalismo delle repubbliche sovietiche non russe. Oltre alla questione nazionale, la guerra mise in luce anche l’esistenza di una questione sociale dal momento che a combattere in Afghanistan finirono spesso coloro che non erano in grado, grazie a conoscenze influenti in ambito militare o civile, di evitare la chiamata alle armi. Finiva così definitivamente anche il mito dell’uguaglianza sociale tra i cittadini che avrebbe dovuto rappresentare la base costitutiva stessa dello Stato sovietico. Studiare la guerra in Afghanistan aiuta comprendere alcune dinamiche che portarono alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. In definitiva, su ciò concordano i diversi autori, la decisione di invadere l’Afghanistan mise in luce l’inadeguatezza del sistema sovietico a rispondere alle complesse sfide poste dal mondo contemporaneo, a causa di un modello statuale eccessivamente rigido e strutturato monocraticamente, il modello sovietico della verticale del potere. Esso ormai era ed è universalmente considerato non adatto a rispondere a situazioni difficili che esigono soluzioni articolate per governare un mondo sempre più complesso e interconnesso, risposte che non possono perciò dipendere unicamente da un solo uomo o da un ristretto gruppo di potere al vertice dello Stato. Insomma mancarono i cosiddetti checks and balances, cioè istituzioni che potessero efficacemente esprimere il loro parere, anche contro l’opinione del Politburo, nel caso di una decisione fondamentale per la vita dello Stato. Serviva ad esempio un Parlamento efficiente e non il Soviet Supremo che si limitò a ratificare disciplinatamente e all’unanimità l’invasione a fatto compiuto nel gennaio del 1980. Il potere decisionale esercitato dal Cremlino si dimostrò quindi rigido e inadatto a rispondere alle sfide poste dal mondo contemporaneo, mettendo così in luce anche la finzione, o forse l’utopia, della sostanziale unitarietà dello Stato quando al suo interno vi erano invece, nella realtà, contrasti che non sempre trovavano una facile ricomposizione. Il farraginoso meccanismo decisionale sovietico, concentrato nelle mani di un ristretto gruppo dirigente non fu quindi in grado di assorbire e “compensare” il dissenso, ma soltanto di sopprimerlo con la forza, ormai rimasta l’unico mezzo a disposizione per ottenere il consenso dei cittadini per un conflitto divenuto sempre più impopolare.

La scelta della leadership sovietica di invadere l’Afghanistan più che una decisione razionale nel senso corrente del termine, basata su un calcolo dei fattori in gioco, appare quindi ai diversi autori statunitensi un arrischiato calcolo delle probabilità, una brinkmanship tanto velleitaria quanto gravida di conseguenze che ha finito per assomigliare molto a un autentico gioco d’azzardo, le cui variabili non furono calcolate correttamente. La decisione del Cremlino, vista in questo contesto, seppure apparentemente fondata su assunti ragionevoli quanto erronei, si basava sul concetto del “gioco a somma zero”, cioè sull’assunto che una vittoria delle forze non comuniste in Afghanistan avrebbe necessariamente significato una vittoria delle forze islamiche o di potenze comunque ostili all’Unione Sovietica, come gli Stati Uniti o la Cina. Questi timori avevano una base reale, ma è pure evidente come essi siano stati fortemente influenzati da proiezioni psicologiche della leadership sovietica. La percezione che questa aveva della situazione era quindi influenzata da fattori reali, ma anche da elementi ideologici connotati da un certo grado di paranoia per la sicurezza dei confini. La fobia dell’invasione e dell’accerchiamento da parte del nemico continuava a fare effetto nelle menti dei leader sovietici, nonostante l’imponente potenziale militare di cui essi potevano disporre. Principio di realtà e timore soggettivo della leadership sovietica di un possibile accerchiamento da parte di forze superiori si fondono quindi in questo contesto in un unicum inscindibile di motivazioni, con il forte messianismo socialista e un progetto politico e geopolitico di ampio respiro. In questo senso indicare l’intervento con termini quale “offensivo o difensivo è chiaramente insufficiente e concettualmente fuorviante poiché presuppone una falsa dicotomia tra motivazioni offensive e difensive e suggerisce definizioni approssimative e non di grande utilità per analizzare le azioni di una superpotenza.

La visione manichea del mondo per la quale non esisteva una terza alternativa (tertium non datur) nella incessante lotta tra capitalismo e socialismo, tra progresso e reazione, contribuì al compiersi di quegli eventi che la leadership sovietica con l’invasione dell’Afghanistan intendeva al contrario prevenire e scongiurare. Non va dimenticato che nella sua valutazione oltre alla minaccia esterna contava anche la coscienza che bassa crescita economica interna era un elemento potenzialmente destabilizzante: una vittoria militare in Afghanistan avrebbe potuto contribuire a far passare in secondo piano tale dato di fatto presso un’opinione pubblica ormai stanca e demoralizzata per le crescenti difficoltà economiche. Queste peraltro erano dovute anche alle ingenti spese militari e alla, altrettanto onerosa, politica di sostegno verso i regimi rivoluzionari comunisti del Terzo Mondo degli anni Settanta. Nelle intenzioni dei leader sovietici tutto questo avrebbe dovuto fungere da compensazione: la popolazione sovietica avrebbe dovuto provare orgoglio per le “realizzazioni internazionaliste” in politica estera dell’Unione Sovietica e ciò avrebbe dovuto compensare le penurie e le crescenti insoddisfazioni materiali. E invece l’espansionismo militare sovietico fu una delle ragioni sollecitanti le tensioni etniche che avrebbero portato nell’arco di un decennio alla sfaldamento dell’Unione Sovietica e all’indipendenza delle quindici Repubbliche che la costituivano.

La scelta della dirigenza sovietica si inseriva quindi pienamente nel contesto di un modello del tipo win or lose it all. Essa, conscia dei crescenti limiti economici e di risorse, scelse di attaccare prima che la coalizione avversaria, potenzialmente molto superiore dal punto di vista economico e quindi militare, si rafforzasse eccessivamente. In particolare, diversi autori sottolineano che proprio la percezione da parte della leadership sovietica dell’Amministrazione Carter quale sostanzialmente remissiva e la prospettiva che giungesse al potere un’Amministrazione statunitense più energica in politica estera convinsero la leadership sovietica ad invadere l’Afghanistan, nonostante non facesse parte integrante del blocco comunista come l’Ungheria e la Cecoslovacchia. L’importanza di tale ultimo elemento non fu sufficientemente compresa dai sovietici. Esisteva infatti, per tacito accordo tra le due superpotenze, un diritto di influenza in zone limitrofe ai propri confini e libertà di manovra all’interno della propria zona di influenza, come esplicitamente enunciato dalla dottrina Breznev, ma non al di fuori di questa. La decisione di invadere l’Afghanistan risentì in definitiva del più esacerbato manicheismo che caratterizzava il contesto bipolare della fase finale della guerra fredda.


  • 1 In particolare i Fratelli Musulmani, organizzazione estremistica islamica egiziana che si propone di tornare a un Islam delle origini.

  • 2 Tra queste il libro del colonnello russo A. LIAKHOVSKI, Tragedia i doblest Afgana (Tragedia e nobiltà dell’afgano), Mosca, Nord, 2004

  • 3 Negli Stati Uniti, infatti, la carriera accademica è generalmente intesa in modo più flessibile rispetto a quanto avviene in Europa e non preclude quindi la possibilità di ricoprire anche un incarico pubblico o governativo, mentre in Europa il ruolo accademico presuppone di regola un minor numero di contatti con il mondo dell’economia, della politica e dello Stato in generale. Questo forse anche in considerazione di una tradizione statunitense che considera la cultura più empiricamente rispetto all’Europa, cioè quale mezzo di conoscenza per agire e tra- sformare il mondo più che fine in se stesso, mentre in Europa la cultura accademica rimane spesso maggiormente separata dall’azione politica e quindi dall’applicazione concreta. Questa condizione, rispettivamente, di maggiore sovrapposizione o di separatezza tra i due ambiti è quindi riconducibile in una qualche misura a un fattore di tipo culturale, istituzionale o anche di scelta personale e professionale.

  • 4 La letteratura storica italiana sulle cause della guerra sovietico-afgana è invece piuttosto lacunosa, se si fa eccezione per il ben documentato testo di Elena Dundovich Dalla Finlandia all’Afghanistan. L’URSS in Afghanistan: la lunga storia di David e Golia, Firenze, Centro Stampa 2 P, 2000, che si rifà infatti non casualmente alla cospicua letteratura statunitense e alle importanti fonti archivistiche russe sull’argomento. In questo articolo si farà riferimento, occasionalmente, anche ad altri autori di grande levatura scientifica del mondo di lingua inglese. Si ringrazia la prof.ssa Dundovich dell’Università di Firenze anche per il prezioso lavoro di consulenza per la redazione di questo articolo.

  • 5  Se si prescinde dagli archivi russi, la documentazione più importante per lo studio delle fonti primarie della guerra sovietico-afgana è disponibile in inglese presso il Cold War International Project di Washington http://www.wilsoncenter.org/index.cfm?topic_id=1409&fuseaction=va2.browse&sort=Collection&item=Soviet%20Invasion%20of%20Afghanistan. Cfr. il progetto sulla storia della guerra in Afghanistan sulla base dei documenti finora declassificati provenienti dagli archivi di tutto il mondo: http://www.wilsoncenter.org/topics/docs/Toward an International History of the War in Afghanistan, 1979-1989.pdf; per le fonti archivistiche russe – e in particolare il RGANI, l’Archivio Statale Russo per la Storia Contemporanea – si consulti il sito web http://www.rusarchives.ru/federal/rgani/character.shtml-; si tenga pure presente il Fondo presidenziale n. 89 di Eltsin conservato presso la Hoover Institution – Soviet Archives di Stanford. Gli archivi sovietici sono rimasti inaccessibili fino ai primi anni Novanta, quando l’allora Presidente Eltsin decise, al fine di screditare l’operato del PCUS agli occhi del mondo e della stessa opinione interna russa, di rendere pubblico il Fondo Presidenziale n. 89 che contiene anche la documentazione più riservata del Politburo, tra cui anche quella sull’Afghanistan. Da ciò ne consegue che tutti coloro, e sono la maggior parte, che hanno scritto sull’argomento prima dei primi anni Novanta non hanno potuto avere accesso alla documentazione archivistica sovietica.

  • 6 La conversazione tra Kossygin e Taraki ebbe luogo il 18 marzo 1979: si veda V. BUKOVSKIJ, Gli archivi segreti di Mosca, Milano, Ed. Spirali, 1999, p. 47

  • 7 Ivi, pp. 481-482

  • 8 Ivi, p.479

  • 9 La legge Jackson-Vanik del 1974 metteva in correlazione il rispetto dei diritti umani nell’ex Unione Sovietica con la possibilità di ottenere la clausola di “nazione più favorita” nelle relazioni commerciali con gli Stati Uniti.

  • 10 H. S. BRADSHER, Afghanistan and the Soviet Union, Duke University Press, USA, 1985.

  • 11 G. GRASSELLI, British and American responses to the Soviet invasion of Afghanistan, Aldershot, England, Dartmouth Publishing Company, 1995, nota come anche l’Amministrazione Carter non fosse monolitica nei confronti dell’Unione Sovietica.

  • 12 Risoluzione del Politburo P 172/108 del 31.10.1979, in V. Bukovsky, Gli archivi segreti, cit., pp. 487-488

  • 13 J. J. COLLINS, The Soviet invasion of Afghanistan. A study in the use of force in Soviet foreign policy, Lexington, Mass., Lexington books, 1986

  • 14 A. ARNOLD, The fateful pebble, Presidio Press, Novato, USA, 1993

  • 15 H. S. BRADSHER, Afghanistan and the Soviet Union, Duke University Press, USA, 1985

  • 16 BRADSHER, Afganistan, cit., pp. 166-167

  • 17 COLLINS, The Soviet invasion, cit., p. 102

  • 18 Ibidem

  • 19 ARNOLD, The fateful, cit. p. 152

  • 20 Ch.ANDREW, V. MITROKHIN, The world was going our way. The KGB and the battle for the Third world, New York, Basic Books, 2005, p. 399

  • 21 V. BUKOVSKIJ, Gli archivi segreti, cit., p. 558

  • 22 S. BIALER, I successori di Stalin, Milano, Garzanti, 1985, p. 296

  • 23 COLLINS, The soviet invasion, cit. p.114 che cita il libro del colonnello dell’esercito sovietico B.A. Byely, esperto di teoria militare e di ideologia leniniana, il cui titolo è Marxism Leninism on War and Army, Moscow, Progress Publishers, 1972, p. 166.

  • 24 BRADSHER, Afganistan, cit., p. 128

  • 25 Ibidem

  • 26 Ibidem

  • 27 H. ADOMEIT, Soviet risk taking and crisis behaviour. A theoretical and empirical analy- sis, Boston-London, Allen &Unwin Ltd, 1982, p. 332

  • 28 Ibidem.

  • 29ADOMEIT, Soviet risk, cit., p. 273

  • 30 Th. T. HAMMOND, Red Flag over Afghanistan, the communist coup, the Soviet invasion and the consequences, Westview Press, USA, 1984, p. 203. Hammond riferisce, a p. 201 del suo libro, che Muskie, durante una conversazione avuta con Gromyko, aveva spiegato che l’interesse statunitense per l’Afghanistan era dettato essenzialmente sia dalla sua vicinanza al Golfo Persico ricco di petrolio, i cui governi di tendenza conservatrice apparivano piuttosto vulnerabili, e alla presenza destabilizzatrice nell’area del Golfo del regime islamico iraniano.

  • 31 Ivi, p. 329.

  • 32 COLLINS, The soviet invasion, cit. p. 110

  • 33 Ivi, p. 116

  • 34 BRADSHER, Afganistan, cit, p. 128. Infatti se la rivoluzione socialista in un determinato Paese avesse avuto successo, il rapporto delle forze si sarebbe spostato in favore del campo socialista.

  • 35 Ivi, p. 140.

  • 36 Ivi, p.137

  • 37 A questo proposito può essere utile consultare il libro di Matthew J. Ouimet, The Rise and Fall of the Breznev Doctrine, The University of North Carolina press, 2003. La dottrina Breznev fu proclamata ufficialmente da Breznev stesso in un discorso tenuto a Varsavia il 13 novembre 1968 al quinto congresso del Partito Comunista polacco, cioè dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia avvenuta nell’agosto 1968.

  • 38 Ouitmet scrive a p.88 del suo libro: «La tensione tra internazionalismo socialista e gli interessi nazionali sovietici venne nuovamente in superficie alla fine degli anni ’70 nella deci- sione sovietica di invadere l’Afghanistan».

  • 39 M. HAUNER, The Soviet war in Afghanistan, Patterns of Russian imperialism, Boston-London University Press of America Foreign Policy Institute Philadelphia, Pennsylvania 1991.

  • 40 Ivi, p. 53

  • 41 Ivi, p. 52

  • 42 Riguardo alle implicazioni politiche e religiose del mito della Terza Roma si veda ad esempio il libro di Vladimir AVERCHEV et al., La Terza Roma, mito, realtà o provocazione?, Franco Angeli, Milano, 2002.

  • 43Cfr. D. GROH, La Russia e l’autocoscienza d’Europa. Saggio sulla storia intellettuale d’Europa, Torino, Einaudi, 1980.

  • 44 Ivi, p. 63

  • 45 H. CARRÈRE D’ENCAUSSE, L’empire éclaté, La révolte des nations en U.R.S.S., Paris, Flammarion, 1978, p. 344.

    L’articolo è stato pubblicato su “Nuova Rivista Storica” nel dicembre del 2013

            Copertina: Nuristan, Afghanistan, 1979 Steve McCurry

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Gregorio Baggiani

Analista geopolitico dello spazio post-sovietico. Baggiani si occupa ormai da diversi anni della questione ucraina. Collabora con diverse riviste internazionali ucraine, statunitensi ed italiane.
Ha compiuto circa dieci missioni di osservazione elettorale per conto del MAE con l'OSCE nello spazio post-sovietico. E' stato un collaboratore delle "Lettere internazionali " della rivista online de "Il Mulino".

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