Le dispute del Mar Cinese, tra tensioni ed isole contese

Le dispute del Mar Cinese, tra tensioni ed isole contese

Le rivendicazioni cinesi e l’opposizione degli Stati confinanti rappresentano un rischio concreto per la stabilità della zona, così come per i rapporti bilaterali tra Cina e Stati Uniti, alleati di quasi tutti i Paesi coinvolti.


 

Il Mar Cinese

Il Mar Cinese, diviso in Mar Cinese Meridionale e Mar cinese Orientale, rappresenta un complesso mosaico di dispute territoriali e mire energetiche che coinvolgono Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Filippine, Brunei, Taiwan e Malaysia.

Il Mar Cinese Meridionale

L’origine del conflitto è riconducibile a una cartina pubblicata nel 1947 dal KMT (Kuomintang), il governo nazionalista cinese che, attraverso “11 linee tratteggiate”, definì quelle che erano le rivendicazioni cinesi nelle acque tra il Vietnam, le Filippine e la Malesia. I comunisti, che presero il potere due anni dopo, mantennero le medesime mire territoriali. Negli anni Settanta Zhou Enlai ridusse i tratteggi della mappa a nove1, ma ciò non contribuì a diminuire la vaghezza dei confini designati, lasciando la questione in sospeso. Il tema è tornato in auge negli ultimi anni data la posizione di preminenza rivestita dalla Cina, che fa sì che anche le sue minacce appaiano più concrete.

Dopo un ricorso presentato dalle Filippine nel 2013, nel luglio 2016 il Tribunale Permanente di Arbitrato dell’Aja ha stabilito che la «linea a nove tratti» rappresenta una violazione del diritto internazionale. La Convezione sul Diritto del Mare – firmata anche da Pechino – fissa a 200 miglia dalla linea della costa la Zona Economica Esclusiva (EEZ) all’interno della quale un paese gode di pieni diritti di esplorazione. Secondo il tribunale ONU, che comunque non ha mezzi per far rispettare il verdetto, in base alla Convenzione Onu sui diritti del mare, sottoscritta da Pechino nel 1996, le isole e gli scogli rivendicati dalla Cina non possono essere la base per una EEZ.2 Pechino ha ribattuto definendo il verdetto “è carta straccia” che non sarà “mai riconosciuto né accettato”. Per il ministero degli Esteri “la sentenza è nulla e non vincolante”. Assieme alle Filippine hanno esultato invece Giappone, Vietnam, Malesia, Taiwan, Brunei e tutti i Paesi asiatici che hanno controversie territoriali con la seconda economia del mondo. Soddisfatti anche gli Stati Uniti, sponsor del ricorso di Manila e alleati dei nuovi avversari dell’espansione cinese nel Pacifico.3

Mappa del Mar Cinese Meridionale. Le linee rappresentano le “zone economiche esclusive” di Filippine, Malesia, Brunei, Vietnam, Cina e Taiwan.

Nello specifico, nello spazio di mare compreso entro le “9 linee tratteggiate” (The NineDash Line) si incrociano le “zone economiche esclusive” di Filippine, Malesia, Brunei, Vietnam, Cina e Taiwan. L’interesse per quest’area deriva essenzialmente dalla disponibilità di risorse: in primis la pesca, a seguire petrolio, gas (le riserve verificate di petrolio presenti nel Mar Cinese Meridionale oscillerebbero tra i 7 e gli 11 miliardi di barili con previsioni finali di 130 miliardi, mentre le riserve di gas si attesterebbero a più di 25mila miliardi di metri cubi)4 e altre risorse energetiche strategiche per soddisfare la sete di energia che alimenta la crescita economica regionale.

Tuttavia il Mar Cinese Meridionale è cruciale anche per la sua posizione strategica. Per le sue acque, infatti, transitano ogni anno circa 5mila miliardi di dollari di merci, delle quali circa un quarto sono statunitensi, facendone così uno dei mari più trafficati al mondo il cui blocco, a causa di un eventuale conflitto, sarebbe motivo di seria preoccupazione per tutte le maggiori economie al mondo e in particolare per gli USA.

Dal punto di vista giuridico, secondo gli Stati Uniti, l’UNCLOS (la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) garantisce a navi e aerei stranieri il libero accesso al di là di un limite territoriale di 12 miglia, mentre secondo la Cina i voli militari non possono attraversare la zona economica di 200 miglia senza autorizzazione. Se la Cina rivendicasse questo limite per ogni area dei siti che occupa, precluderebbe l’accesso a quasi tutto il Mar Cinese Meridionale. Ad ogni modo a causa della mancata ratifica dell’UNCLOS da parte del Senato americano, gli Stati Uniti non possono richiamare la Cina al rispetto dell’ITLOS (International Tribunal for the Law of the Sea), di cui appunto la Cina rifiuta la giurisdizione.5

Installazioni artificiali nel Mar Cinese Meridionale. Fonte: Clearias

In un primo momento, alle pretese della Cina gli Stati più piccoli della regione hanno reagito cercando il sostegno americano. Gli Stati Uniti si sono però mossi con cautela, attenti a non farsi coinvolgere nelle rivendicazioni incrociate sulla sovranità. Washington ha però cambiato strategia dopo l’avvio, da parte della Cina, di un’intensa attività di costruzione di isole artificiali, basata sul deposito di ingenti quantitativi di sabbia sopra la barriera corallina, con l’obiettivo di realizzare strutture permanenti che consentano di dichiarare con maggior forza le rivendicazioni di sovranità nelle acque in questione. Su queste isole sorgono imponenti istallazioni militari: batterie anti-nave e piste di atterraggio per jet.

Di fatto, il controllo delle isole e delle zone economiche esclusive è stato definito da Pechino interesse fondamentale (core interest). In precedenza, il concetto di interesse fondamentale era stato utilizzato solo per il Tibet, lo Xinjiang e Taiwan, territori strategici per la retorica della sovranità e dell’indivisibilità territoriale. Per quanto riguarda i core interests, inoltre, Pechino considera ogni ingerenza straniera un’intromissione nei propri affari interni.6

La Cina basa infatti le sue forze soprattutto sulle capacità “A2/AA”, una sigla che sta per “Anti-Access/Area Denial”, “impedire l’accesso – negare l’utilizzo di un’area”. È la capacità non tanto di controllare direttamente una certa area geografica, quanto di impedirne l’accesso alle forze nemiche. Il principale strumento che la Cina ha per questo scopo sono i missili balistici antinave, i cosiddetti “carrier killer”, “ammazza portaerei”. La Cina ha al momento in servizio due modelli principali, il DF-21D e il DF-26, che hanno un raggio che arriva fino a 4 mila chilometri. Inoltre, la Cina può schierare un arsenale molto vasto per proteggere le sue acque. Circa 80 sottomarini, aerei invisibili ai radar, bombardieri strategici e missili da crociera (che a differenza di quelli balistici viaggiano con traiettorie orizzontali, spesso a pochi metri dalla superficie dell’acqua).7

Le ambizioni cinesi, quindi, sono soprattutto difensive: agire liberamente in quella che il governo considera la sua sfera di influenza. «Gli americani la vedono come una competizione», ha detto al New York Times Li Jie, un’analista dell’Istituto ricerche navali di Pechino: «Ma per noi la Cina sta semplicemente proteggendo i suoi interessi e i suoi diritti nel Pacifico».8

Isole Spratly/Nansha: si tratta di un arcipelago di isole molto piccole a circa mille chilometri a sud delle coste cinesi, ricco di risorse naturali – fra cui petrolio e gas naturale – in una posizione strategica per il trasporto militare e commerciale. Le Spratly, oltre che dalla Cina, sono attualmente reclamate da altri cinque Paesi: le Filippine, la Malesia, Taiwan, Brunei e il Vietnam. Tutti, tranne il Brunei, vi hanno costruito delle basi artificiali (il Vietnam ne ha 25)9. Dall’inizio del 2015 la Cina ha intensificato le sue attività nella zona, accelerando la costruzione di “masse di terra”. Ad aprile 2018, una serie di foto satellitari ha individuato nuovi hangar cinesi per missili e installazioni radar a Fiery Cross, Mischief Reef e Subi Reef.10

Isole Paracelso/Xisha: reclamate dal Giappone, ma non incluse nel Trattato di San Francisco (1951), sono pretese anche da Vietnam, Cina e Taiwan. A suo favore, Pechino cita documenti dell’epoca Song (secolo XI) e Yuan (secolo XIII), mentre Hanoi si rifà al controllo esercitatovi durante l’Impero del Vietnam del XV secolo ed il periodo coloniale francese.11

Attualmente foto satellitari avrebbero individuato sull’Isola di Woody (in cinese isola di Yongxing), installazioni militari quali una pista per aerei, alcune batterie missilistiche anti-aeree e anti-nave, e una base di elicotteri che schiera velivoli ad ala rotante Z-18F, elicotteri per la lotta anti-sommergibile con un range operativo di 500 chilometri. Nel gennaio 2019, infine, il cacciatorpediniere lanciamissili Uss McCampbell ha condotto un’esercitazione in prossimità delle isole Paracelso. Uno sconfinamento da parte statunitense che arriva durante la tregua di 90 giorni accordata da Cina e USA e che inasprisce ancor più i rapporti tra le due superpotenze.12

La secca di Scarborough: si tratta di una formazione triangolare di sabbia e rocce appena affioranti – meno di 2 metri sul livello del mare con la marea alta – a 250 km dalle coste di Manila, rivendicata dalla Cina, da cui dista quasi 900 km. In pratica, sono pochi metri di sabbia e rocce deserti, una zuffa in sé marginale ma cruciale per gli interessi energetici e commerciali del pianeta. Il ricorso di Manila del 2013 si concentrava proprio su tale secca.13

Il Mar Cinese Orientale

Questa disputa riguarda direttamente solo tre Paesi, ovvero Cina, Giappone e Corea del Sud. Le dinamiche sono in qualche modo simili a quelle per il Mare cinese meridionale.

Isole Senkaku/Diaoyu: anche in questo caso, il controllo esclusivo delle isole comporta anche lo sfruttamento delle acque territoriali circostanti (circa 40mila km² di mare) dove sono presenti notevoli quantità di gas naturali. Per comprendere le dinamiche della contesa, bisogna tornare indietro al secolo scorso: al termine della Seconda Guerra Mondiale, i giapponesi rifiutano di riconoscere i diritti cinesi sulle isole, poiché, secondo quanto scriveva il Ministero degli affari esteri nipponico, le isole sarebbero entrate a far parte del territorio giapponese nel gennaio 1895 dopo un decennio di esplorazioni giapponesi. Secondo Tokyo, queste esplorazioni avevano dimostrato che le isole erano disabitate e non erano state sotto il controllo di nessun altro paese. Dunque, a detta dei giapponesi, quelle isolette erano terra nullius (“terra di nessuno”) e non facevano parte del territorio ceduto dai cinesi al Giappone al termine della Prima guerra sino-giapponese con il Trattato di Shimonoseki (aprile 1895). Non sarebbero quindi potute tornare ai cinesi dopo la Seconda guerra mondiale. Con il Trattato di San Francisco inoltre – che però non venne firmato né dalla Cina popolare né da quella nazionale – Washington continuò ad occupare militarmente, fino al 1972, alcune isole tra cui le Senkaku.14 Secondo Pechino e Taipei (le isole infatti vengono reclamate sia dalla Repubblica popolare cinese che dalla Repubblica di Cina) le Diaoyu erano conosciute dai cinesi fin dalla dinastia Ming, l’ultima dinastia nazionale cinese che aveva regnato sul Paese dalla caduta dei mongoli Yuan nel 1368 all’arrivo dei mancesi Qing nel 1644. Quando Taiwan, nel 1683, entrò a far parte dell’impero, anche le isole Diaoyu diventarono cinesi. Dunque nel 1895 vennero cedute formalmente ai giapponesi con il Trattato di Shimonoseki e sarebbero dovute tornare alla Cina dopo la Seconda guerra mondiale.15

Il cosiddetto “incidente delle Senkaku” del settembre 2010 (una collisione tra un peschereccio cinese e una nave della Guardia costiera giapponese) ha riportato la questione in auge ed ha indotto gli Stati Uniti a prendere posizione nella disputa, dichiarando che le isole vengono considerate parte del territorio giapponese, ricadendo quindi sotto il Trattato di alleanza tra Stati Uniti e Giappone.

Isola Ieodo: si tratta di un’isola del Mar Giallo situata diverse centinaia di chilometri a sud della penisola coreana e che viene rivendicata anche dalla Cina. Non solo Ieodo è disabitata, ma non affiora nemmeno dal pelo dell’acqua. Il suo punto più alto si trova 4,6 metri sotto la superficie del mare. Le nuove tensioni nel mar Giallo tra Pechino e Seul sono cominciate il 23 novembre 2013, quando la Cina ha annunciato di aver ingrandito la sua zona di controllo aereo di svariate migliaia di chilometri quadrati.16

Conclusioni

A determinare le dinamiche che animano il Mar Cinese vi sono non soltanto le aspirazioni nazionaliste e espansioniste della Cina, ma anche giacimenti di gas naturale e minerali e rotte di passaggio di importanti rotte commerciali che fanno sì che altri attori, in primis gli Stati Uniti, abbiano interesse che le acque in questione rimangano internazionali e la loro sovranità non venga assegnata ad alcun paese costiero che la rivendica. Nel frattempo, la Cina spinge verso una collaborazione con i Paesi ASEAN tramite un codice di condotta, mettendo così alle porte gli USA nella gestione dell’affare interno alla regione. Di fatto, la richiesta di un codice di condotta è venuta fuori nel 1995, quando la Cina occupò Mischief Reef, già rivendicata dalle Filippine. La Cina ha accettato di avviare i colloqui solo nel 1999, e i successivi negoziati hanno portato a una dichiarazione di condotta non vincolante nel 2002. La Cina, stando alle dichiarazioni del novembre 2018 del premier cinese Li Keqiang, mira a completare i negoziati su un codice di condotta per la controversa regione del Mar Cinese Meridionale entro tre anni, viste le buone relazioni di Pechino con i suoi vicini.17


Note

1 ttps://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-e-usa-si-sfidano-nelle-acque-del-mar-cinese-meridionale-13451

3 https://www.repubblica.it/esteri/2016/07/12/news/la_corte_dell_aja_isole_contese_torto_alla_cina-143892493/

4 ttps://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-e-usa-si-sfidano-nelle-acque-del-mar-cinese-meridionale-13451

6 http://www.limesonline.com/il-grande-gioco-del-mar-cinese/26070

7 https://www.ilpost.it/2018/09/02/marina-militare-cinese/

8 https://www.ilpost.it/2018/09/02/marina-militare-cinese/

9 https://www.ilpost.it/2018/05/03/missili-cina-spratly/

10 https://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/17_luglio_01/pechino-costruisce-basi-missilistiche-isole-artificiali-contese-ab4862f4-5e63-11e7-a166-a251b30d0494.shtml

11 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-vietnam-terre-e-risorse-contese-nei-mari-caldi-dasia-10431

12 http://www.occhidellaguerra.it/la-marina-americana-invia-un-segnale-alla-cina-esercitazioni-a-largo-delle-paracelso/

13 https://www.repubblica.it/esteri/2016/07/12/news/la_corte_dell_aja_isole_contese_torto_alla_cina-143892493/

14 https://www.ilpost.it/2012/09/05/isole-senkaku/

15 https://www.ilpost.it/2012/08/19/la-storia-delle-isole-contese-tra-cina-e-giappone/

16 https://www.ilpost.it/2013/12/08/mar-giallo-cina-corea-del-sud-isola-sommersa/

17 https://www.agcnews.eu/mar-cinese-meridionale-il-codice-di-condotta-sara-pronto-in-tre-anni/


Copertina: South China sea, Soldiers of Chinas Peoples Liberation Army (PLA) Navy patrol near a sign in the Spratly Islands, known in China as the Nansha Islands, February 9, 2016. DnaIndia


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Fabrizia Candido

Fabrizia Candido

Fabrizia si è laureata nel 2016 in Lingue, Lettere e Culture Comparate (cinese, tedesco e francese) presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale dopo aver trascorso sei mesi presso l’Université Paris Diderot nell’ambito del progetto Erasmus. Nel 2017 ha conseguito un master in Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy ed ha seguito un percorso formativo sulla Cultura d’Impresa ed i mercati cinesi presso Unicredit Spa. Iscritta al corso di laurea magistrale in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa (con curriculum Cina) nuovamente presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, nel 2018 Fabrizia ha studiato per sei mesi presso l’Università Fudan di Shanghai (复旦大学) grazie alla borsa di studio dello 汉办.

Sinologa appassionata di giornalismo, storia e politica internazionale, Fabrizia infine coordina la sezione “Asia/Oceania” del settimanale di geopolitica online MSOI ThePost.

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