Le mafie non tradizionali a Roma: da “Mafia Capitale” al Clan Fasciani

Le mafie non tradizionali a Roma: da “Mafia Capitale” al Clan Fasciani

 

Non è un segreto che la mafia sia riuscita a colonizzare anche il Lazio. Lo hanno dimostrato le indagini cd “Nuova Alba” nel 2013 e “Medusa” nel 2016 che hanno portato alla luce l’operatività in tutta la regione di cellule delocalizzate appartenenti alla mafia siciliana, alla camorra napoletana e alla ‘ndrangheta calabrese.

Tuttavia, sul territorio romano coesistono anche diversi gruppi criminali che danno luogo a vere e proprie associazioni autoctone e “non tradizionali”, diversificate fra loro quanto al modello strutturale adottato, richiamante quello dell’associazione d’origine, ma accomunate dall’utilizzo del metodo mafioso necessario a conquistare segmenti di mercato illegale e a intervenire attivamente su quello legale. A Roma, quindi, si trovano a operare, interagendo fra loro, organizzazioni mafiose tradizionali e associazioni criminali “non tradizionali” che rappresentano un “novum” nello scenario criminale romano.

Il sodalizio mafioso nato e sviluppatosi a Roma assume connotati non dissimili dalla mafia tradizionale. É stato denominato “Mafia Capitale” e si tratta di una mafia autoctona originaria e originale, di nascita nuova ma non recente, che riconosce il suo capo in Massimo Carminati, personaggio di spicco del mondo criminale romano, noto per i suoi trascorsi giudiziari in relazione a gravi episodi delittuosi legati alla c.d. Banda della Magliana.

È proprio il capo dell’organizzazione criminale romana a spiegare in una conversazione telefonica, intercettata dai carabinieri nel 2012, il modus operandi e la teoria del c.d. “mondo di mezzo”, quel posto in cui s’incontrano lecito e illecito, mafiosi e colletti bianchi e dove tutto si mischia. Gli elementi raccolti, che culmineranno nella condanna pronunciata in Cassazione nel 2015[1], evidenziano l’operatività sul territorio capitolino di una ramificata e pervasiva struttura mafiosa, diversificata dalla mafia tradizionale, che si avvale dell’appoggio dei politici romani e dei colletti bianchi, al fine d’infiltrarsi nel tessuto economico ed istituzionale ed in grado di gestire una pluralità d’interessi illeciti.

La capacità di quest’associazione risiede nel dialogo intrattenuto con “il mondo di sopra” e nei rapporti e nei patti siglati con “il mondo di sotto”, utilizzando metodi sopraffattori e violenti. Le indagini che hanno interessato detta organizzazione hanno portato alla luce le sue multiformi attività, che corrispondono alle finalità tipicamente perseguite dalle associazioni mafiose e la complessa struttura ramificata di cui è composta: il “ramo criminale” che opera nel campo dell’usura, dell’estorsione e del traffico di armi; il “ramo imprenditoriale” che opera invece, nel settore dell’edilizia e il “ramo della pubblica amministrazione”, nel quale operano soggetti impiegati in enti pubblici e imprenditori che gestiscono appalti per le amministrazioni.

Tale associazione è stata correttamente inquadrata dalla Corte di Cassazione, nell’ambito applicativo dell’art. 416 bis[2] , che individua un’organizzazione criminale costituita e sostenuta da soggetti autoctoni, che operano avvalendosi della forza d’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà da essa derivante, volta alla gestione e al controllo di attività economiche, di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici. La fama criminale acquisita nel tempo da tale sodalizio, ha permesso all’associazione di operare “nel mondo di sopra” ricorrendo al metodo intimidatorio silente, senza necessità di esperire atti di violenza.

In quest’ambito Mafia Capitale riusciva ad alterare la genuinità degli appalti pubblici grazie alla posizione monopolistica raggiunta attraverso l’imposizione di un controllo dell’associazione su buona parte dell’amministrazione romana, favorito da una fitta rete di rapporti corruttivi e collusivi con i pubblici funzionari che hanno alimentato la fama criminale dell’associazione e si sono rivelati funzionali all’incremento di relazioni omertose. Altro soggetto in posizione apicale è stato identificato nel pregiudicato Salvatore Buzzi il quale, ha rappresentato per Carminati la garanzia per l’aggiudicazione degli appalti pubblici e dei finanziamenti del comune di Roma. Buzzi, seguendo le disposizioni del Carminati, avrebbe gestito direttamente i flussi finanziari illegali utilizzati per alimentare la corruzione tramite una rete di cooperative sociali[3].

Mafia Capitale si presenta oggi in uno stato di evoluzione avanzata, che la rende assimilabile alle strutture mafiose tradizionali allorquando operano in contesti diversi da quello originario, nel quale la forza d’intimidazione promana unicamente dal collegamento con l’organizzazione di riferimento, e proprio per questo non richiede, se non nei casi di stretta necessità, il ricorso a metodi violenti. Obiettivo principale dell’organizzazione è realizzare profitti attraverso l’infiltrazione nei settori economici e negli appalti pubblici[4].

Ulteriore conferma dell’esistenza di sodalizi “non tradizionali” dal carattere autoctono in territorio capitolino, la si rinviene nella recente pronuncia della Corte di Cassazione[5], con la quale si conferma la configurabilità del delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso, per gli appartenenti al clan Fasciani di Ostia, ricomprendendo nell’articolo 416 bis c.p.: “ non solo le grandi associazioni di mafia ad alto numero di appartenenti, dotate di mezzi finanziari imponenti, e in grado di assicurare l’assoggettamento e l’omertà attraverso il terrore e la continua messa in pericolo della vita delle persone, ma anche le piccole “mafie”, che annoverino un basso numero di appartenenti (sono sufficienti tre persone), non necessariamente armati, che assoggettano un limitato territorio o un determinato settore di attività avvalendosi del metodo dell’intimidazione da cui derivano assoggettamento ed omertà. Si ricorda, infatti, che l’essere armati e/o l’utilizzo di materiale esplodente non è elemento costitutivo dell’associazione ex art. 416-bis, ma realizza solo un’ulteriore modalità di azione che eventualmente aggrava la responsabilità dei partecipi”.

Associazioni mafiose ci sono state a Roma negli anni passati e ci sono tutt’oggi, sebbene con diverse nomenclature.

Le indagini condotte hanno dimostrato la presenza attiva sul territorio romano, sia di esponenti delle mafie tradizionali, di cui rappresentano la proiezione e di cui curano gli interessi, sia di vere e proprie associazioni di tipo mafioso nate e sviluppatesi su quel territorio e definite “non tradizionali”. Non c’è una sola associazione che domini le altre come succede a Palermo o a Reggio Calabria. A Roma i fenomeni criminali di maggior rilievo sono molto più variegati: c’è la corruzione della Pubblica Amministrazione, c’è la criminalità economica, l’eversione e il terrorismo.

Con le nuove mafie – cd “non tradizionali” ed autoctone- il metodo mafioso muta ulteriormente, non è solo silente ma, assume altresì le forme della corruzione e della collusione.


[1] Cass., Sez.VI penale, 10 Aprile 2015 n.24535. Con la pronuncia in commento, gli Ermellini, confermavano la legittimità della contestazione del reato, di cui all’articolo 416 bis del Codice Penale., nell’inchiesta “Mondo di mezzo” su Mafia Capitale, respingendo i ricorsi di alcuni degli arrestati, tra gli altri Buzzi e Odevaine, nell’indagine della procura di Roma. Per la Suprema Corte esaustive possono considerarsi le motivazioni offerte dai Giudici di merito che confermavano le misure cautelari e che  hanno sottolineato “l’estremo livello di pericolosità raggiunto dal sodalizio, in ragione della sua articolazione soggettiva, unitamente alla disponibilità di uomini e mezzi, alla netta ripartizione di ruoli e compiti fra ciascuno dei suoi componenti e all’ampiezza di un programma criminoso in progressiva espansione nel settore dell’economia e dei lavori pubblici” in www.altalex.com Mafia Capitale, Cassazione: è associazione mafiosa del 9 Giugno 2015 p.1

[2]  Cass., Sez. VI, 10 marzo 2015, n. 24535 Cass., Sez. VI, 10 marzo 2014, n. 24536, richiamata da C. Visconti, A Roma una mafia c’è. E si vede…,in www.penalecontemporaneo.it, 15 Giugno 2015, p. 1 ss

[3]  G. Pignatone, M. Prestipino, Le mafie su Roma, cit., p. 120

[4]  T. Guerini, Il problema del metodo nel delitto di associazione mafiosa, cit., p. 4

[5] Cass. Sez. VI penale, 28 Dicembre 2017, n. 57896 in www.giurisprudenzapenale.com p.1 ss

 

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Maria Molino

Praticante Avvocato abilitato alla sostituzione in udienza, laureata in Giurisprudenza all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli con una tesi in diritto penale sul “metodo mafioso”, disciplinato al terzo comma dell’articolo 416 bis del Codice Penale, volta all’analisi del modus operandi delle mafie presenti in Italia, analizzando in particolare, lo sviluppo dell’utilizzo e delle modalità di esternazione della forza d’intimidazione da cui derivano: l’omertà e l’assoggettamento, prodotte dalle mafie di antica formazione e da quelle cd autoctone. Ha già collaborato in passato con piattaforme telematiche scrivendo di mafia.

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