I Levantini: gli italiani di Costantinopoli

I Levantini: gli italiani di Costantinopoli

Membri di un’antica comunità, che affonda le proprie radici nel periodo delle crociate e delle repubbliche marinare, i levantini stanno oggi scomparendo. Origine, apogeo e decadenza degli italiani di Costantinopoli.


 

Per conoscere la storia dei levantini, o per essere più precisi, gli Italo-Levantini, incontriamo Rinaldo Marmara, Dottore dell’Università di Montpellier III, storico ufficiale del Vicariato Apostolico di Istanbul ed autore di diversi libri sul tema, per ricostruire i passaggi fondamentali e per comprendere la storia di questa antica comunità.

Le origini

Il 29 maggio 1453 i genovesi consegnano le chiavi della città di Costantinopoli[1] in segno di sottomissione a Maometto II (Mehmet II Fāti, “Il Conquistatore”).

La cristiana Costantinopoli diventa Istanbul, la nuova capitale dell’impero ottomano. La conversione è seguita da un provvedimento (ferman) che assicura la libertà di culto ai cristiani di Galata[2] e il ristabilimento del patriarcato ortodosso[3].

Nonostante questo provvedimento, molti latini scapparono dalla città per rifugiarsi nella vicina isola di Chio, che era ancora sotto la dominazione genovese[4] , mentre chi decise di rimanere divenne suddito ottomano. Quindi abbiamo la presenza di persone che non possono essere classificate secondo una nazionalità precisa, ma che vengono definiti “latini” che erano dei sudditi dell’impero Ottomano. I latini non potevano essere definiti una minoranza Millet[5] (come ad esempio gli Armeni, i Greci o gli Ebrei) ma erano considerati “Taifé” (classe, gruppo umano).

Molti dei latini che erano fuggiti con la presa di Costantinopoli, decisero poi di rientrare con il tempo in città, ma secondo le leggi dell’epoca non sarebbero potuti restare più di un anno. Chi prolungava la propria permanenza per un periodo superiore ad un anno, perdeva lo status giuridico di straniero e non poteva quindi lasciare il paese, diventando a tutti gli effetti suddito ottomano.

Maometto II, per questioni legati allo sviluppo delle attività commerciali che erano gestite in prevalenza dai latini, decise di prolungare il periodo da 1 a 10 anni con le capitolazioni del 1535. Risulta importante spiegare quanto fossero importanti le capitolazioni in questo ambito. In quelle del 1569 non si fa più cenno al periodo di permanenza nell’Impero che non bisognava superare.

Le capitolazioni nell’Impero ottomano erano contratti conclusi tra l’Impero e diverse potenze europee. Le capitolazioni costituivano atti giuridici vincolanti per cui i Sultani ottomani accordavano diritti e privilegi agli Stati cristiani in favore dei sudditi di questi ultimi, presenti a diverso titolo sul territorio ottomano, come una sorta di estensione dei diritti e privilegi di cui quelle stesse Potenze europee avevano goduto all’epoca dell’Impero bizantino. Negli anni successivi alla presa di Costantinopoli, prima Genova (1453), poi Venezia (1454) e poi in seguito Firenze e Ancona, stipularono questo tipo di accordo che favoriva lo sviluppo delle attività commerciali.

Il rientro dei latini aveva generato una situazione particolare. I componenti di una stessa famiglia potevano ritrovarsi con status giuridici differenti. Chi aveva deciso di non abbandonare la città dopo la presa del 1453, era considerato suddito dell’impero ottomano, chi invece era scappato e poi rientrato era considerato come straniero e grazie alle capitolazioni godeva di pieni diritti e privilegi. Questo gruppo di stranieri rientrati possono essere chiamati Levantini.

La parola Levantini cioè “dal Levante”, inizialmente fu utilizzata dai veneziani, che con accezione negativa indicavano chi si stabiliva in Oriente per commercio, lontano dalla madrepatria, e che spesso riusciva a trarre benefici economici in tempi rapidi grazie anche ai vantaggi derivati dalle capitolazioni.

Con l’espressione levantini indichiamo quindi un gruppo di stranieri che vivevano nell’Impero Ottomano, ma a quale gruppo vogliamo attribuire questa etichetta?

L’apogeo

Le politiche di riforme portate avanti dai Sultani Mahmud II (1808-1839), Abdülmecid I (1839-1861) e Abdülaziz (1861-1876) e che vanno sotto il nome di Tanzȋmât, avevano come obiettivo modernizzare l’Impero, contrastare le mire indipendentiste delle diverse etnie che lo componevano, e arrestare il lento declino internazionale di quello che sarebbe diventato il “Grande malato d’Europa”.

Il sultano Abdülmecid I con la promulgazione del Hatt-ı Hümâyun di Gǘlhâne del 3 novembre 1839, inaugurava il Tanzȋmât proclamando l’uguaglianza di tutti i sudditi dell’impero Ottomano senza distinzione di religione e di nazionalità. Le riforme assicuravano tra l’altro “La garanzia del rispetto alla loro vita, e al loro patrimonio” e “Un modo regolare per determinare il pagamento delle tasse”[6]. I privilegi concessi ai sudditi non musulmani furono confermati e ampliati con il rescritto imperiale del 1856. E’ importante sottolineare questi passaggi perché, grazie a queste riforme e al clima favorevole che si era instaurato, un numero consistente di stranieri arrivarono nell’Impero Ottomano in cerca di lavoro e di condizioni di vita migliori. Così dalla metà del XIX° fino all’inizio del XX° secolo, assistiamo all’apogeo della Comunità latina di Costantinopoli.

Anche se è difficile stabilire con precisione quanti ne fossero, però sappiamo che i cittadini italiani erano il gruppo più numeroso della comunità levantina che si assestava sulle 30.000 unità su un totale di circa 900.000 abitanti.

Dallo studio effettuato nei diversi archivi, è possibile stabilire che famiglie provenienti dall’Italia, tra cui i Timoni, i Testa, i Chirico, i Franchini e i Giustiniani, Giudici[7] solo per citarne alcune, si stabilirono definitivamente a Costantinopoli in quel periodo. Questo gruppo, che con l’andare del tempo divenne una vera e propria casta, anche in virtù della trasmissione da padre in figlio della carica di dragomanno[8] nelle diverse ambasciate o legazioni europee e ottomane, venne comunemente definita come “Magnifica comunità di Pera”, dal nome del quartiere da loro abitato. Ai membri di questa comunità si doveva il successo dell’elemento italiano e della lingua italiana a livello diplomatico nelle terre del Sultano.

La comunità italiana presente a Costantinopoli durante l’apogeo, poteva essere suddivisa in tre gruppi. Il primo era composto dagli italiani già presenti a Costantinopoli, quelli venuti dall’arcipelago e dagli Ebrei scappati dalla Spagna. Il secondo gruppo, maggioritario, era formato dai nuovi arrivati in città. Il terzo gruppo era formato dagli operai in cerca di lavoro nei grandi cantieri dove la manodopera straniera era ricercata[9].

All’inizio del XIX° secolo le società industriali italiane presenti in territorio ottomano erano circa cinquanta: tra queste ricordiamo la Casa Ansaldo, che aveva costruito due torpediniere oltre a riparare e trasformare la flotta ottomana, le fonderie Dapei presenti fin dal 1835, la fabbrica di mattoni Camondo fin dal 1874, oltre a distillerie, paste alimentari, sartorie. Erano presenti inoltre ottanta case di commercio nella sola Costantinopoli: assicuratori, banchieri, editori, ottici, la presenza e l’influenza degli italiani nell’Impero Ottomano nell’ambito economico e culturale è davvero importante, basta vedere il numero di istituzioni religiose come chiese, conventi, e poi scuole, ospedali, orfanotrofi nate dopo la legge del 1867 che autorizzava il diritto di proprietà.

La vita della comunità d’origine italiana si è svolta, nel XIX secolo intorno ad alcune associazioni. Nel 1838 nasce l’Associazione Commerciale Artigiana di Pietà, fondata per alleviare gli artigiani poveri. Nel 1863 c’è la Prima Filiale dell’Alleanza Israelitica Universale e la Rispettabile Loggia Italia all’Oriente di Costantinopoli sorta con gli auspici del Grande Oriente di Torino, e sostenuta anche dall’ambasciatore del Regno d’Italia. La Società Dante Alighieri inaugurata nel 1895 che da allora è stata un centro di aggregazione sociale e culturale operando attraverso iniziative quali l’istituzione di scuole, la biblioteca, l’organizzazione di pubbliche conferenze, la promozione della lingua italiana[10].

La Società Operaia italiana di mutuo soccorso fu fondata nel 1863, ovvero due anni dopo la proclamazione del Regno d’Italia, sette anni prima che Roma venisse unita al resto della penisola. La Società operaia italiana fu un’associazione in cui, accanto agli ideali e alla nostalgia, venivano svolte azioni pratiche volte al sostegno reciproco. Ogni socio era tenuto ad elargire donazioni mensili per un fondo destinato al sostegno dei membri meno facoltosi. Tra le carte custodite negli archivi di “Casa Garibaldi” come fu ribattezzata, è conservata la corrispondenza tra i due Presidenti: Giuseppe Garibaldi quello effettivo e Giuseppe Mazzini quello onorario.

La tomba, ormai in stato di abbandono, del pittore Leonardo de Mango.

La colonia italiana, presente anche in altre città come ad esempio Smirne, a Costantinopoli si sviluppava e viveva tra i quartieri di Pera, (o Galata) oggi Beyoğlu, un elegante quartiere ricostruito dopo l’incendio del 1870 dove si alternano edifici in stile neoclassico e Art Nouveau, e Pangalti. L’origine del nome

Tra le figure italiane più importanti che hanno vissuto a Costantinopoli non possiamo non citare Giuseppe Donizetti, autore del primo inno nazionale ottomano che in onore del sultano Mahmud fu intitolato Marcia Mahmudiye, o quella del pittore Fausto Zonaro autore di opere come Il reggimento di Ertuğrul sul ponte di Galata, e in seguito nominato pittore di corte, o come Raimondo D’Aronco uno dei maggiori architetti esponente del mondo liberty, o il pittore ritrattista Leonardo Di Mango, le cui spoglie sono conservate in stato di abbandono nel cimitero latino di Feriköy.

La colonia italiana, presente anche in altre città come ad esempio Smirne, a Costantinopoli si sviluppava e viveva tra i quartieri di Pera, (o Galata) oggi Beyoğlu, un elegante quartiere ricostruito dopo l’incendio del 1870 dove si alternano edifici in stile neoclassico e Art Nouveau, e Pangalti.

L’origine del nome di quest’ ultimo secondo alcune fonti proviene da “pani caldi” per la presenza di diverse panetterie in zona, ma molto probabilmente il nome viene da un italiano, Pancaldi, che da Bologna si trasferì a Costantinopoli e in quella zona aprì un caffè che ben presto divenne punto di ritrovo di molti italiani.

Questo panorama cosmopolita, fluido e creativo, tuttavia, ebbe una brusca fine nei primi anni del XX secolo. Infatti, le spinte nazionalistiche intensificate sia da parte italiana che da parte ottomano-turca, allontanarono progressivamente le due comunità e le condussero ad una definitiva rottura durante la guerra di Libia del 1911-12. In precedenza, durante la guerra del Dodecaneso, gli italiani di Costantinopoli non subirono conseguenze, il Consiglio dei Ministri infatti raccomandò ai Governatori di città e province di garantire la massima protezione, ma con la guerra di Libia, il Sultano e soprattutto il governo del CUP (“Comitato Unione e Progresso”) risposero all’invasione italiana della Tripolitania espellendo tutti gli italiani dall’Impero e in particolar modo da Costantinopoli.

Il governo ottomano decretò l’allontanamento di tutti i cittadini italiani residenti in Turchia, ad eccezione degli operai addetti alle costruzioni ferroviarie, degli ecclesiastici e delle vedove. Tali provvedimenti interessarono 7.000 Italo-levantini da Smirne e 12.000 da Costantinopoli. Per evitare il rimpatrio, molti optarono per la cittadinanza ottomana. Gli espulsi, che erano la maggioranza, furono rimpatriati nei giorni successivi nei porti di Ancona, Napoli e Bari.

Questo avvenimento segnava l’inizio della fine della comunità italiana di Costantinopoli. Nonostante molti ritornarono dopo la fine del conflitto, la comunità non si riprese mai più al livello del suo splendore passato. Comunque ad Istanbul nascevano nel Ventennio mussoliniano il “Circolo Roma” e la “Casa d’Italia”, come centri di riunione degli Italiani locali[11].

Il declino

Quali sono le cause di questo declino?

Oggi la comunità conta circa 5/6000 italiani ma di veri levantini il numero è di circa 1500/2000 unità.

Rinaldo ci spiega che “Essere levantini era uno spirito, una cultura, anche se giuridicamente opposta era una sola famiglia, con le stesse abitudini e lo stesso modo di pensare, di parlare. Il vero levantino deve saper parlare il greco, in quanto era la lingua veicolare degli europei stabili in terra d’Oriente, ma anche il francese, l’italiano e il turco. Curiosa è l’evoluzione dei rapporti linguistici tra i levantini. Per colmare le lacune della loro conoscenza del greco, gli italiani grecizzavano i loro vocaboli arricchendo così la koinè, ossia la lingua comune greca[12]”.

Le cose iniziano a cambiare con la nascita della Repubblica Turca, sia da un punto di vista di garanzia di privilegi per gli stranieri, sia da un punto di vista religioso.

L’Impero Ottomano garantiva una sorta di libertà di culto forse maggiore rispetto a paesi già laici come ad esempio la Francia[13] , quindi era frequente assistere a processioni e funzioni religiose pubbliche per le strade di Costantinopoli. Il 29 ottobre del 1923 la Grande Assemblea Nazionale, tramite l’approvazione di alcuni emendamenti alla legge organica del 1921, proclamò l’instaurazione della Repubblica turca e ne elesse Presidente Kemal Ataturk. Quest’ultimo, prima ancora che il padre della Türkiye Cumhuriyeti sul piano politico, è da considerarsi il suo artefice dal punto di vista ideologico. Kemal promosse un nucleo essenziale di valori volti a rimodellare la società turca coeva, trasformandola in una Nazione emancipata e progredita. In questa prospettiva di modernizzazione del Paese in senso occidentale, l’impianto ideologico forgiato dall’élite kemalista poggiava su sei noti pilastri, ribattezzati ‘frecce del kemalismo’: repubblicanesimo, nazionalismo, populismo, secolarismo, statalismo e riformismo[14]. Il processo di laicità turco prende il nome di ‘laiklik’, si richiamava in astratto alla rigida separazione tra Stato e Chiese propria del modello di secolarismo ‘assertivo’ o ‘militante’ di matrice francese[15].

Il declino iniziato con la nascita della Repubblica si è trasformato in rottura con i “disordini di Istanbul” del 6-7 settembre 1955, sullo sfondo dei contrasti tra Turchia e Grecia che proseguivano fin dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Il pretesto fu la falsa notizia dell’incendio appiccato alla casa natale di Mustafa Kemal Atatürk e sede del Consolato turco a Salonicco in Grecia, riportata da un’edizione pomeridiana del quotidiano locale Istanbul Express, stampato per l’occasione in più di 200mila copie, amplificò la menzogna e diede il via alla violenza che a partire dalle 17 iniziò ad invadere Istanbul.

Un Pogrom, una devastazione premeditata e tollerata dalle autorità, nei confronti principalmente della comunità greca, ma anche di quella armena ed ebrea. Le violenze portarono alla morte 16 persone (13 greci, 2 sacerdoti ortodossi e uno armeno), si registrarono stupri e circoncisioni forzate, danni a più di 5.000 attività commerciali. Le tristi immagini della devastazione di quelle giornate furono immortalate da un giovane Ara Guler, il celebre fotografo turco-armeno, considerato uno dei padri della fotografia del Novecento. L’insicurezza e la paura spinsero migliaia di individui appartenenti alle minoranze dalla Turchia, tra cui tanti levantini e romei[16], ad abbandonare per sempre il Paese[17].

Un altro fattore “sociale” del declino dei levantini, oltre a quello demografico, è stato, secondo Rinaldo, l’apertura verso la società turca con i matrimoni misti. “Con i matrimoni misti è venuto a mancare quel “modo di pensare” tipico delle minoranze, capaci di formulare le stesse risposte alle domande che venivano dall’esterno, che magari non corrispondeva a verità ma era un sistema di difesa basato sulla coesione della comunità.”

Il Cimitero di Feriköy

Il cimitero é separato da sei piazze e vicoli che portano i nomi di santi. Qui si trovano i mausolei delle grandi famiglie levantine. Inoltre sono stati eretti numerosi monumenti in onore dei soldati francesi e italiani, morti durante la guerra di Crimea (1853-1856) e della Prima Guerra Modiale (1914-1918).

Se c’è un luogo che forse più di tutti fotografa il declino della comunità levantina di Istanbul, è il già citato cimitero cattolico di Feriköy nel quartiere di Pancalti. Visitando questo luogo è possibile toccare con mano la presenza levantina ad Istanbul, i monumenti sepolcrali delle tantissime famiglie italiane (ma anche francesi, polacche, ellene) ne testimoniano l’evoluzione, la presenza e la loro integrazione. La presenza di monumenti militari ci ricordano il sacrifico dei tanti ragazzi italiani per la nascita dell’Italia nella guerra di Crimea e per la Patria nella Prima Guerra Mondiale.

 

Gli archivi del cimitero ci dimostrano come il numero dei giovani inumati dopo il 1923 è drasticamente calato a dimostrazione del fatto che solo gli anziani sono rimasti nella terra che li aveva visti nascere, i più giovani andarono via. Leggiamo la tristezza negli occhi di Rinaldo quando affrontiamo il tema del chi custodirà questa memoria latina e italiana nel prossimo futuro. I nuovi concessionari non appartengono più al rito Latino e fanno parte dei cattolici siriani, caldei. Sul luogo delle antiche tombe segnate dal tempo, spesso abbandonate dove non ci sono più eredi che vengono a vegliare i propri cari, i cui diritti di concessione sono ormai terminati, si innalzano nuovi monumenti che portano nomi estranei alla consonanza latina. Alcune comunità, come ad esempio quella polacca, riesce ad avere un maggiore sostegno ed aiuto da parte delle proprie istituzioni. Per noi non è così, e gli imprenditori italiani che lavorano in Turchia e che usufruiscono dell’immagine dell’italianità, non s’interessano a questa storia multisecolare di presenza italiana in terra d’Oriente.

In un tempo, forse nemmeno troppo lontano, non ci sarà più nessuno levantino; è il momento di scrivere questa storia ricca e bella di presenza italiana in Turchia. È un dovere di riconoscenza nei confronti dei nostri connazionali che hanno gettato le basi dell’“Italianità” ancora oggi tanto apprezzata.


Note

[1] Per i fatti avvenuti prima del 1923 utilizzeremo il nome di Costantinopoli, per quelli dopo useremo Istanbul.

[2] Galata, oggi Beyoğlu è il luogo dell’antico insediamento genovese. Li sorge l’antica torre dove ancora oggi è affissa una targa in cui si ricorda come la conquista ottomana della città si concluse solo con la consegna da parte dei “Ceneviz” (Genovesi) delle chiavi della fortificazione.

[3] Sotto la guida di Giorgio Gennadio Scolario II di Costantinopoli

[4] Anticamente chiamata Scio, è un’isola che si trova nell’Egeo nord-orientale. Il dominio della Repubblica di Genova si concluse nel 1566, dopo un lungo e sanguinoso assedio da parte dell’Impero Ottomano. In quell’anno nell’isola di Chio vi erano 12.000 Greci ortodossi ed oltre 2.600 Genovesi cattolici (ossia un quinto del totale della popolazione era “latino”) vi era parlato un dialetto coloniale genovese (il Chiotico).

[5] Con il termine millet si indicano alcune comunità religiose non musulmane residenti nel territorio dell’Impero ottomano e, insieme, il sistema di governo amministrativo di tali comunità. All’interno del territorio dell’impero ottomano erano sempre esistite diverse comunità non musulmane: cristiani, ebrei, yazidi, ed anche zoroastriani. La giurisprudenza islamica (Shari’a), che pure non costituiva l’unica di fonte di diritto all’interno dell’impero ottomano, poneva i “miscredenti” in uno status di inferiorità giuridica. Le comunità cristiane ed ebree (“Gente del Libro”), non erano perseguitate: il loro status era definito dhimmi (“protetti”). 

[6] A.Ubicini et P.de Courteille, Etat présent de l’Empire Ottoman, Parigi 1876.

[7] La famiglia Giudici è presente fin dal Trattato di Ninfeo sottoscritto da Bisanzio e Genova nel 1261

[8] Denominazione europea degli interpreti fra gli europei e i popoli (di lingua araba, turca e persiana) del Vicino Oriente, che svolgevano la loro funzione nelle ambasciate e nei consolati, al seguito delle missioni politiche e commerciali, nei porti e nelle dogane, nelle corti europee e presso i sovrani orientali.

[9] Come ad esempio per la costruzione della rete ferroviaria Damasco- Medina, oppure nel porto di Zonduldak sul Mar Nero.

[10] https://journals.openedition.org/diacronie/1785

[11] http://brunodam.blog.kataweb.it/2017/12/01/gli-italiani-di-costantinopoliistanbul/

[12] Rinaldo Marmara, Lessico Etimologico delle parole greche mutuate dall’italiano – Gli italiani di Costantinopoli – Istituto italiano di cultura Istanbul, 2008

[13] In riferimento alla legge di separazione tra Stato e Chiese del 1905 è una legge adottata il 9 dicembre 1905 su iniziativa del deputato repubblicano-socialista Aristide Briand, che è a favore del secolarismo senza eccessi, che però ha prodotto una fuga di preti francesi verso l’impero ottomano.

[14] file:///C:/Users/Domenico/Downloads/9692-28804-1-SM.pdf

[15] A questo riguardo, gli statuti e i programmi adottati dal CHP si ispirarono sempre, almeno sulla carta, alla legge francese del 1805 sulle associazioni religiose e alla legge del 9 dicembre del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa.

[16] Col termine Romei si indicano nella storiografia contemporanea i romani di lingua greca, abitanti dell’Impero Romano d’Oriente (395 – 1453).

[17] https://ilmanifesto.it/i-pogrom-di-istanbul-del-1955-e-il-nazionalismo-di-oggi/


Foto copertina: Foto ricordo, come era in usanza nella comunità levantina, della prima comunione di Matilde Giudici, 7 giugno 1931. La Famiglia Giudici era presente in Oriente prima la conquista di Costantinopoli del 1453, come attestato nel trattato di Ninfeo fra Bisanzio e Genova. Dall’archivio provato di Ronaldo Marmara.


Scarica Pdf

Domenico Nocerino

Domenico Nocerino

Conseguita la laurea specialistica in Relazioni Internazionali e Studi Diplomatici presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel marzo 2013, con discussione della tesi conclusiva del percorso accademico in Geopolitica Economica, è vice coordinatore nazionale del MSOI (Movimento Studentesco per l'Organizzazione Internazionale) ed è responsabile della sezione Opinio della presente rivista, della quale è altresì cofondatore.

Vedi tutti gli articoli
Vai alla barra degli strumenti