L’Invasione Sovietica dell’Afghanistan e l’ “Operazione Ciclone”’

L’Invasione Sovietica dell’Afghanistan e l’ “Operazione Ciclone”’

L’invasione sovietica dell’Afghanistan, nel 1979, fu uno degli eventi della Guerra Fredda che contribuì al collasso dell’Impero sovietico. Una guerra logorante che si consumò in dieci lunghi anni e nel corso della quale la CIA condusse un’operazione segreta, che segnò l’ascesa del fondamentalismo islamico. Se, infatti, da una parte, l’Operazione Ciclone ebbe come obiettivo l’aumento dei costi dell’intervento militare russo; dall’altra, fu all’origine di gravi conseguenze per la politica estera e la sicurezza mondiale.


L’Afghanistan è stato al centro degli interessi geo-strategici delle più grandi potenze internazionali, soprattutto per la sua collocazione geografica al centro del continente asiatico. Inoltre, la frammentazione etnica del Paese aveva compromesso le capacità del governo centrale di controllare l’intero territorio nazionale, ostacolando la formazione di un apparato amministrativo funzionante e favorendo così ingerenze esterne.

Nel XIX sec., il Paese fu travolto da tre guerre contro la Gran Bretagna che cercava di estendere il proprio dominio e, allo stesso tempo, arginare i tentativi di espansione della Russia. La Corona britannica non era propriamente interessata all’annessione coloniale dell’Afghanistan, quanto al territorio come zona cuscinetto per proteggere i possedimenti in India. Per Mosca, infatti, l’accesso via mare al subcontinente asiatico era impraticabile a causa della supremazia navale inglese. Qualsiasi invasione, dunque, doveva necessariamente avvenire via terra1.

L’Afghanistan divenne pedina fondamentale del Grande Gioco tra l’Impero russo e la Gran Bretagna per il controllo dell’Asia centrale, la cui delimitazione dei confini divenne parte integrante del progetto. Il confine settentrionale, difeso dalle truppe afghane con armi e munizioni britanniche, doveva frenare l’espansione russa. Il confine a sud mirava, invece, ad impedire le periodiche incursioni dei Pashtun nelle pianure dell’Indo, al fine di garantire la stabilità di aree vitali sotto il profilo economico, come il Panjab.

Nel 1879, l’emiro Yakub Khan firmò a Gandamak un trattato con il quale i passi Khyber e Michni, i distretti di Pishin e Sibi, in prossimità di Khyber e la valle di Khurram, furono posti sotto il controllo del governo britannico. Sotto Abdur Rahman, nel 1890, la valle di Zhob fu annessa alle colonie britanniche e, subito dopo, in seguito a una serie di scontri con la tribù Orakzai, furono sottratti all’Afghanistan nuovi territori2.

Al fine di assicurarsi il controllo del passo strategico di Khyber, nel 1893, la Gran Bretagna inviò un diplomatico britannico, Mortimer Durand, per negoziare un accordo che tracciasse il confine tra l’Emirato dell’Afghanistan e l’India britannica. L’accordo tracciava anche la linea della frontiera dalla catena del Karakorum a nord-est, scendendo verso sud attraverso le montagne Spin Ghar e proseguendo a ovest lungo le colline Chagai, fino al confine con l’Iran. Era la Durand Line, che divideva in due la terra dei Pashtun, regione chiamata Pasthunistan tra India britannica e Afghanistan, e che privava l’Afghanistan del suo storico accesso al Mar Arabico a causa dell’annessione della provincia del Baluchistan all’India britannica. Inoltre, la Durand Line assicurava alla Corona una sottile porzione territoriale dell’Afghanistan, a confine con la Cina, per proteggere l’India britannica dall’Impero russo3.

Nel tentativo di ostacolare l’estensione russa verso sud, la Gran Bretagna invase due volte l’Afghanistan, ma fu definitivamente sconfitta da una guerriglia di combattenti – provenienti dalle tribù Pashtun – durante la terza guerra anglo-afgana, nel 1919, che consentì all’Afghanistan di conquistare l’indipendenza dalla Corona, sancita dal Trattato di Rawalpindi. La vittoria fu celebrata con una timida fase di modernizzazione messa in atto dall’emiro Amanullah, il primo sovrano afghano a ricevere aiuti e assistenza militare dall’Unione Sovietica e a introdurre riforme progressiste, che miravano a occidentalizzare gli usi e costumi della società.

Lo sforzo di attuare cambiamenti costituzionali e amministrativi, però, costarono il trono ad Amanullah, il quale fu costretto ad abdicare nel 1929 a causa di una rivolta di Ghilji – Pashtun ultra-conservatori che si opponevano alla modernizzazione del Paese – guidata da Habibullah Kalakani, il quale si autoproclamò emiro dell’Afghanistan e fu poi cacciato dal trono e giustiziato insieme ai suoi seguaci. Un’assemblea tribale nominò Shah Nāder Khan, il quale ripristinò un ordine conservatore al fine di contenere il malumore diffuso tra i leader religiosi islamici4.

Dopo la morte di Nadir Shah, salì al trono Zahir Shah e, durante il suo regno, l’Afghanistan intraprese un percorso di crescita economica, avvicinandosi progressivamente all’Unione Sovietica, pur mantenendo una posizione neutrale allo scoppio della Seconda Guerra mondiale. Difficile fu mantenere, invece, la pace con il vicinato, perché la questione della legittimità dei confini della Durand Line aveva avvelenato le relazioni con il Pakistan. Una tensione alimentata, peraltro, dall’obiettivo del Primo Ministro Daud di riunificare la popolazione Pashtun e annettere all’Afghanistan una considerevole fetta di territorio del Pakistan. La mossa preoccupò le popolazioni non-Pashtun, come la minoranza tagika e uzbeka, che sospettavano l’intenzione di Daud di aumentare la presa di potere politico dei Pashtun che, in quel periodo, occupavano la maggioranza del governo.

La linea politica di Daud indusse il Pakistan a chiudere i confini con l’Afghanistan, causando una crisi economica e una più forte dipendenza dall’URSS. Nel 1962, Daud inviò truppe internazionale sul confine della regione del Bajaur, nel Pakistan, nel tentativo di premere sulla questione del Pashtunistan, ma le forze militari afgane furono bloccate da quelle pakistane5.  La crisi si risolse con le dimissioni forzate di Daud, nel marzo 1963.

Nel 1964, il re Zahir introdusse una nuova Costituzione ed escluse dal Consiglio dei Ministri tutti i membri della famiglia reale, al fine di impedire a Daud una nuova ascesa al potere, come poi avvenne nel 1973, quando l’ex-Primo Ministro destituì re Zahir e si autoproclamò Presidente della Repubblica Afghana, aprendo il Paese a una stabilità che lasciò presto il posto all’insurrezione, prima contro il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA) e poi contro l’Unione Sovietica6.

Nel 1978, temendo il consolidato potere degli esponenti di sinistra, il Presidente Daud cominciò ad avvicinarsi progressivamente agli Stati Uniti, prendendo le distanze da Mosca. Fu in questi anni che si rafforzò la spaccatura con il Partito Democratico Popolare afgano, diviso al suo interno in fazioni contrapposte, e principale interlocutore dell’Unione Sovietica in Afghanistan. Da una parte, il gruppo Khalq, con grande forza nei servizi di sicurezza, guidato da Nur Mohammad Taraqi e Hafizullah Amin; dall’altra, l’ala più moderata, Parcham, con a capo Babrak Karmal. I due gruppi seguivano differenti linee strategiche per ampliare la base sociale del Partito e riuscire a salire al governo. Il Khalq, con Taraqi e Amin, perseguiva metodi più violenti nella lotta politica. Nel Parcham, Karmal sosteneva invece un approccio più soft. La dura repressione rivolta alle due anime del partito ad opera dell’amministrazione Daud, per timore di una sollevazione comunista contro il governo, determinò una fine violenta del Presidente in quella che fu chiamata la Rivoluzione di Saur7 , quando le truppe ribelli guidate dal PDPA assaltarono il palazzo presidenziale a Kabul, il 27 aprile 1978.

La Rivoluzione fu condotta dai comunisti sotto la guida di Nur Muhammad Taraqi, il quale assunse la carica di Primo Ministro; mentre Karmal divenne Presidente e Amin Segretario generale del PDPA. A Washington, questa sollevazione fu accolta con preoccupazione. L’amministrazione Carter ipotizzò due soluzioni: tagliare i legami con l’Afghanistan o riconoscere il nuovo Primo Ministro e contenere così l’influenza sovietica. Sebbene l’Assistente del Presidente per gli Affari di Sicurezza nazionale, Zbigniew Brzezinski8, sostenesse la prima linea, il Presidente Carter riconobbe il governo di Taraqi, nominando Adolph Dubs suo ambasciatore in Afghanistan il quale, fino al suo rapimento e alla morte per mano dei dissidenti afghani sciiti nel febbraio 1979, intrattenne buoni rapporti con il regime9. Taraki cercò di riportare unità tra le fazioni del PDPA ma, al contrario, le lotte intestine al partito si intensificarono proprio poiché i maggiori esponenti del Khalq, la fazione di Taraqi, estromisero gradualmente gli avversari del Parcham dalle posizioni di potere, una epurazione fisica che costrinse Karmal e i suoi a lasciare il Paese. Durante il mandato di Taraqi, inoltre, aumentò l’insoddisfazione generale.

L’Afghanistan aveva urgente bisogno di interventi economici e sociali, ma la riforma agraria introdotta sembrava destinata a minacciare la posizione dei ricchi mullah, così come i programmi di ispirazione socialista e l’apertura verso il tema dei diritti delle donne contrariarono la società conservatrice islamica afgana. Aggiunto a questo, Mosca guardava con sempre maggiore preoccupazione anche il crescente contrasto tra Taraqi ed Amin, che reclamava più peso nel governo e, tormentati dall’eventualità di un colpo di mano contro Taraqi, l’Unione Sovietica tentò invano a riportare sul tavolo delle trattative la proposta di un ridimensionamento dei poteri del Khalq, concedendo alcuni ruoli politici ai sopravvissuti del Percham10.

Tutti questi elementi contribuirono ad innescare, nel 1979, la rivolta che portò alla destituzione di Taraqi. Nell’estate del 1979, Amin ricevette la notizia di un complotto ordito dal Parcham – guidato da Karmal, fermo sostenitore del predecessore Daud – destinato a rovesciare il governo in carica. Alla metà di settembre, infatti, si verificò una sparatoria nei pressi del Palazzo del Popolo a Kabul. Illeso, Amin mise sotto assedio l’edificio con le guardie personali e a quelle del palazzo a lui fedeli, che trassero in arresto Taraqi. Amin aveva colto l’occasione per consolidare il proprio potere e si autoproclamò Presidente della Repubblica Democratica d’Afghanistan e Segretario generale del PDPA11.

La politica di repressione, secondo Mosca, degli esponenti del PDPA condotta da Amin avrebbe sensibilmente indebolito il partito. Una misura drastica che rischiava di danneggiare il principale obiettivo nazionale del governo afghano: diffondere la rivoluzione comunista nelle aree tribali islamiche, al di fuori di Kabul. La rimozione di Amin era dunque necessaria per porre fine ai conflitti interni al PDPA e insediare un governo concretamente filo-sovietico. A tal proposito, per allontanare l’ipotesi di un governo ostile, che prendesse il controllo della società, Mosca inviò truppe da combattimento nella base aerea di Bagram, fuori da Kabul. Le truppe di Amin si schierarono dalla parte dei russi e, il 27 dicembre 1979, diedero inizio all’Operazione Agat, l’assalto al palazzo presidenziale e l’assassinio di Amin12.

Alla vigilia di Natale del 1979, iniziava l’invasione sovietica in Afghanistan. La Russia prese il controllo militare e politico di vaste aree del Paese e insediò Karmal alla Presidenza13. L’azione di forza dell’Unione Sovietica era diretta a impedire che il pericolo islamico contagiasse le Repubbliche dell’Asia centrale e ad applicare la dottrina Breznev, secondo la quale il governo russo non avrebbe più permesso a un Paese socialista di tornare al capitalismo. La reazione americana non si fece attendere.

Oltre alle sanzioni economiche ed embarghi commerciali contro l’Unione Sovietica, Washington intensificò gli aiuti agli insorti afghani per costringere i sovietici ad una rapida ritirata. In realtà, passarono dieci anni prima del ritiro di Mosca dall’Afghanistan, lasciando un Paese in frantumi, un vuoto politico e sociale che furono poi i talebani ad occupare. L’invasione sovietica dell’Afghanistan spinse Washington a ricorrere all’arma dei mujaheddin. Letteralmente in arabo “I combattenti per la libertà”, i mujaheddin erano un gruppo di insorti, provenienti da diverse tribù locali, addestrati ed equipaggiati militarmente per combattere contro l’occupazione comunista, unitamente a militari stranieri chiamati in servizio dall’Intelligence pakistana. Tale programma di addestramento dei mujaheddin, che ebbe inizio sotto l’amministrazione Carter, passò alla storia come Operazione Ciclone, una delle attività della CIA più lunghe e costose di sempre, il cui obiettivo era di rendere l’Afghanistan un pantano per l’Unione Sovietica, come il Vietnam lo era stato per gli Stati Uniti. L’Afghanistan era un punto di accesso strategico che avrebbe consentito a Mosca di estendere la propria influenza in Asia meridionale e in Medio Oriente. Il controllo del territorio sarebbe stato un passo decisivo per ottenere l’accesso via terra all’oceano Indiano e al dominio del sub-continente asiatico. il Presidente Carter avesse più volte avvertito l’Unione Sovietica che un eventuale tentativo da parte di forze esterne di ottenere il controllo del Golfo Persico, sarebbe stato valutato un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti respinto con ogni mezzo, anche con le armi14. Principale obiettivo dell’Operazione Ciclone fu senza dubbio incrementare la spesa militare russa per sostenere i costi dell’intervento ma, secondo la prospettiva americana, l’Operazione Ciclone avrebbe anche migliorato i rapporti con il mondo islamico15.

Il sostegno militare ai ribelli islamici era stato approvato anche dal candidato alle presidenziali del 1980, Ronald Reagan, il quale sostenne pubblicamente l’ipotesi di fornire missili Stinger agli insorti. Fino a quel momento, infatti, la CIA aveva evitato il trasferimento di armi americane agli afghani, fornendo alle unità dislocate in Pakistan solo quelle di fabbricazione leggera russa.

È in questa fase che le relazioni americane con il Pakistan divennero un elemento chiave dell’Operazione Ciclone, tanto da collocare il Paese tra i principali destinatari degli aiuti americani. L’ISI, il Servizio di Intelligence di Islamabad, si occupò del trasporto di armamenti – provenienti anche dall’Egitto, dalla Cina, dalla Polonia e dal mercato nero internazionale – lungo il confine montuoso con l’Afghanistan, fornendo anche aiuti economici agli insorti16.

L’Afghanistan fu il Vietnam sovietico che contribuì al crollo dell’URSS, logorata dall’elevato costo dell’intervento, un successo per gli Stati Uniti. Nel corso della Storia sono però poi emerse le critiche conseguenze che si sono ripercosse sull’ordine mondiale a causa della rinascita del Wahabismo e del Salafismo e del Jihad, che scavalcò i confini afghani della lotta contro gli infedeli sovietici.

Dopo il ritiro delle truppe sovietiche, il reclutamento e l’addestramento di mujaheddin continuò a essere alimentato dalla vasta rete finanziaria e militare americana, saudita e pakistana. I giovani islamisti radicali, provenienti da diversi paesi della regione, confluirono in gruppi jihadisti che si costituirono in vere e proprie organizzazioni terroristiche.

Peraltro, la decisione degli Stati Uniti di prendere le distanze dal Pakistan nella gestione del flusso migratorio di rifugiati afghani, che divenne un enorme onere per l’economia del Paese, contribuì all’islamizzazione e alla radicalizzazione della società pakistana e, quindi, al consolidamento delle organizzazioni di resistenza armate jihadiste con i servizi segreti pakistani e sauditi. Con il sostegno allo sviluppo dal Pakistan e vasti finanziamenti dell’Arabia Saudita, come vedremo in seguito, saranno, infatti, i talebani a occupare il vuoto politico creato dal crollo del governo comunista afgano.


2 Cfr. Imrana Begum, Durand Line: A Legacy of Colonial Rule 1893-1970, Journal of Pakistan Historical Society, October-December 2015, Vol. LXIII, No. 4, p. 40;

3 Cfr. Azmat Hayat Khan, The Durand Line: Its Geo-Strategic Importance (Peshawar: Area Study Centre, University of Peshawar and Hans Seidal Foundation, 2000), pp. 106-111, https://www.cia.gov/library/readingroom/docs/CIA-RDP08C01297R000100140005-3.pdf;

5 Cfr. Thomas Barfield, Afghanistan: A Cultural and Political History (Princeton, NJ: Princeton University Press, 2010), pp. 188–195;

6 Cfr. U.S. Embassy, Kabul, Policy Review: A U.S. Strategy for the ’70s, 1, annex, June 1971; Analisi in Henry S. Bradsher, Afghanistan and the Soviet Union, 1st ed. (Durham, NC: Duke University Press, 1983), pp. 51–52;

7 La parola dari “Saur” si riferisce al nome del secondo mese del calendario persiano, il mese in cui avvenne la rivolta;

8 Cfr. Interview with Zbigniew Brzezinski, President Jimmy Carter’s National Security Adviser, in Le Nouvel Observateur, Paris, 15-21 January 1998;

10 Cfr. M.Hassan Kakar, Afghanistan: The Soviet Invasion and the Afghan response, 1979- 1982, Los Angeles, University of California Press, 1997, p. 38;

12 Cfr. J.Barron, KGB today: the Hidden Hand, London, Hodder & Stoughton, 1984, p.51;

14 Cfr. Steve Galster, “Afghanistan: The Making of U.S. Policy 1973-1990,” in Afghanistan: Lessons from the Last War, vol 2. of The September 11th Sourcebooks, George Washington University National Security Archive (Oct 9, 2001), http://nsarchive.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB57/essay.html#12;

15 Cfr. Panagiotis Dimitrakis, The Secret War in Afghanistan: The Soviet Union, China and the Role of Anglo-American Intelligence (New York: I.B. Tauris, 2013), p. 153;

16 Cfr. Ibidem, p. 149.

Copertina: Mortar attack on Shigal Tarna garrison, Kunar Province, 87

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Federica Fanuli

Federica Fanuli

Federica Fanuli si laurea con lode in scienze politiche e relazioni internazionali presso l'università del Salento, dove consegue anche la laurea specialistica in scienze politiche, studi europei e relazioni internazionali . Junior consultant per agriconsulting spa, Federica collabora con il centro studi internazionali di Roma e successivamente frequenta il corso di analisi di politica estera di equilibri, muovendo i primi passi nel settore come editorial board member di rassegna stampa militare e poi, come editorial board manager di mediterranean affairs. Editor-at-large di indrastra global, editorial board member di cosmopolismedia.it, analista desk sud e sud-est asiatico dell'institute for global studies (igs) e guest contributor del middle east institute di Washington, Federica attualmente frequenta il master in giornalismo internazionale presso l'igs e il master di II livello in intelligence e sicurezza della link campus university, presso cui lavora come responsabile gestionale master dell'ufficio postgraduate, e collabora con l'osservatorio sulla sicurezza e difesa cbrne.

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