La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: Ucraina e Moldavia

La democratizzazione interrotta del mondo ex sovietico: Ucraina e Moldavia

Prosegue la nostra analisi sui processi di democratizzazione interrotta nell’ex mondo sovietico. Ucraina e Moldavia sono due paesi in cui la trasformazione democratica è in stallo, ma l’influenza russa è, a torto, sovrastimata; le cause sono altre ed endogene.


 

Per quanto la Moldavia sia spesso associata alla Romania, considerata anche da analisti e scienziati politici alla stregua della sorella minore di Bucarest, sono molti di più i punti in comune con la vicina Ucraina, partendo dal versante etno-linguistico fino ad arrivare alle ragioni che stanno debilitando il cammino verso la democratizzazione. La Russia continua ad esercitare una certa influenza sulle dinamiche interne dei due paesi, ma il potere di incidere in maniera significativa sui processi politici di Chisinau e Kiev si è drasticamente ridotto negli anni: in parte perché sfidato dal crescente ruolo di controbilanciamento dell’asse euroamericano, in parte per la compiuta egemonizzazione nel mondo politico di gruppi oligarchici che agiscono sulla base di interessi contingenti, completamente de-ideologizzati, guidati esclusivamente dal profitto, che alternano aperture a Occidente e Oriente a seconda della convenienza.

In entrambi i paesi il percorso democratico, e di occidentalizzazione, è stato prima intralciato dalle velleità egemoniche russe, per poi subire l’influenza crescente, a partire da metà della prima decade del 2000, dei suscritti gruppi che si sono avvinghiati in maniera parassitaria all’economia e alle istituzioni. Sono proprio questi ultimi ad aver giocato un ruolo fondamentale nella distruzione dei deboli stati di diritto, mostrandosi capaci di influire in maniera decisiva non solo sui processi politici ed economici, ma anche sulla giustizia e sulla libertà di informazione.

Il caso dell’Ucraina

L’Ucraina è considerata un paese parzialmente libero in cui la democrazia non si è consolidata da Freedom House, la più importante organizzazione non governativa impegnata nel monitoraggio della qualità della democrazia nel mondo.[1]

La situazione è rapidamente deteriorata all’indomani della crisi del Donbass, con riflessi soprattutto sulla libertà di informazione e sui diritti individuali. Le autorità utilizzano in maniera spesso arbitraria l’accusa di diffondere propaganda e manipolare i sentimenti dell’opinione pubblica per arrestare, intimidire o espellere giornalisti, impedendo la messa in onda di servizi investigativi o la pubblicazione di articoli.

Il focus si è presto spostato dai giornalisti di stanza nelle regioni a maggioranza russofona a giornalisti di tutto il paese, anche corrispondenti stranieri, spesso colpevoli di trattare temi scomodi come la corruzione, la scarsa trasparenza nell’utilizzo di fondi pubblici, i legami tra gruppi oligarchici e crimine organizzato, e le pessime condizioni di vita causate dalla “malapolitica”.[2]

Secondo i dati forniti dall’Istituto Indipendente per l’Informazione di Massa, soltanto nel 2017 sono state registrate 274 operazioni di disturbo contro i giornalisti, dalla semplice intimidazione all’impedimento di realizzare o pubblicare servizi finiti (89 casi), fino all’aggressione fisica (29 casi).[3]

Nel 2016, inoltre, un’autobomba uccideva a Kiev il pluripremiato e celebre giornalista Pavel Sheremet – una morte che ha suscitato perplessità anche in Occidente. Le indagini sono in stallo e la società civile continua a criticare il modo in cui il caso è stato trattato.[4]

La corruzione si pone come uno dei problemi più importanti del paese: è endemica, estesa ad ogni livello, e nonostante il pubblico sostegno della politica alle operazioni dell’Ufficio Nazionale Anticorruzione dell’Ucraina, l’ente ha spesso denunciato le continue interferenze, provenienti da politica, polizia e magistratura, che impediscono il successo di inchieste di alto livello. A fine 2017, l’Ufficio stava seguendo 410 indagini per un totale di 3 miliardi 200 milioni di dollari sotto la lente degli investigatori, ma denunciava il fatto di riuscire a portare a processo soltanto il 30% di tutti casi.[5]

Lo stesso ex presidente Petro Poroshenko, pur autoproclamatosi difensore dell’Ufficio e annunciando l’introduzione di leggi più severe di contrasto alla corruzione, tra le quali la nascita di una corte speciale, ha terminato il mandato senza dar seguito ad alcuna delle più importanti promesse in tal senso. Nel quadro della lotta alla corruzione lanciata da Poroshenko sono state, però, giustificate diverse leggi miranti a limitare le attività di organizzazioni non governative, che hanno colpito soprattutto enti impegnati nel settore dell’anticorruzione.[6]

Il mondo dell’informazione continua ad essere controllato da gruppi di oligarchi che, allo stesso modo della classe politica emersa nel post-Maidan, sfruttano la scusante della minaccia propagandistica russa per scremare le notizie e manipolare l’opinione pubblica. La stessa scusante è stata utilizzata per censurare l’utilizzo di piattaforme sociali e strumenti di ricerca virtuali russi come Vkontakte, Odnoklassniki, Yandek, nonostante fossero utilizzati da milioni di cittadini.

I cosiddetti oligarchi si sono imposti nel mondo politico ed economico ucraino dopo il collasso dell’Unione Sovietica, approfittando della transizione verso il libero mercato per acquisire ex aziende e banche statali, completamente o in quote, assumendo un potere di influenza decisivo. Nel 2013, i 50 ucraini più ricchi del paese detenevano un patrimonio equivalente al 45% del pil nazionale.[7]

Poroshenko è un’oligarca, così come l’ex presidente Viktor Yanukovych, l’ex sindaco di Kiev Leoniv Chernovetskyi, il miliardario e lobbista Serhiy Tihipko, Viktor Pinchuk, mogul mediatico e marito della figlia dell’ex presidente Leonid Kuchma.

L’Ucraina è in mano ad una ristretta cerchia di potere, intrinsecamente trasformista, filorussa o filoamericana a seconda dell’esigenza, e l’enorme ricchezza concentrata nelle mani di poche persone rende difficile ogni percorso di democratizzazione.

Il caso della Moldavia

A inizio giugno la Moldavia è stata scossa da una crisi politica che ha palesato alla comunità internazionale lo stato in cui versa la democrazia nel piccolo paese, striscia di terra che divide i Balcani dal mondo russo, reale punto di collegamento tra il mondo latino e quello slavo.

Le elezioni parlamentari di febbraio avevano mostrato l’estrema divisione della società tra pro russi ed europeisti, con oltre l’80% dei voti andati a tre partiti, rispettivamente il Partito dei Socialisti, ACUM e il Partito Democratico. PS e ACUM avevano estromesso dalle trattative per la formazione dell’esecutivo il PD, guidato dal magnate Vladimir Plahotniuc, ma l’accordo raggiunto l’8 giugno era stato dichiarato nullo dalla corte costituzionale, che aveva destituito il presidente in carica, Igor Dodon (PS), sciolto il Parlamento e convocato nuove elezioni.[8]

Le forti proteste popolari hanno infine fatto rientrare la crisi, spingendo Plahotniuc e altri oligarchi a lui vicini a fuggire temporaneamente, trovando rifugio fra Svizzera e Ucraina. Sia Russia che Unione Europea e Stati Uniti sono state colte alla provvista dalla crisi, invitando le parti al dialogo, segno che la situazione è sfuggita al controllo anche delle grandi potenze con interessi in Moldavia.

Come in Ucraina, politica ed economia sono fortemente influenzate da piccole cerchie di potere ruotanti attorno ad una decina di ricchissimi oligarchi, come Plahotniuc, che hanno costruito la loro fortuna in maniera poco chiara e controversa e che non hanno bisogno di entrare ufficialmente in politica per avere una voce sulle dinamiche nazionali.

Plahotniuc meriterebbe un approfondimento a parte. Pur non avendo mai ricoperto ruoli politici di rilievo, è considerato l’eminenza grigia dietro i principali eventi che hanno luogo nel paese. Ha un patrimonio di oltre 300 milioni di dollari, le cui origini sono incerte, ramificato in ogni settore importante dell’economia, agricoltura, banche, commercio, energia, turismo, e controlla direttamente e indirettamente il 70% dell’informazione. Nel tempo è stato investigato per accuse gravissime, ma sempre rimaste senza seguito: dal commissionamento di omicidi al coinvolgimento nel traffico di prostituzione. [9]

Le elezioni non sono esenti da accuse di brogli, come le presidenziali del 2016 che avevano visto Dodon vincere di soli 80mila voti sulla rivale Maia Sandu, co-fondatrice di ACUM – nato come piattaforma post-ideologica focalizzata sulla lotta alla corruzione.[10]

Come in Ucraina, ma come anche in Bulgaria e Romania, la corruzione è il principale problema del paese e grande ostacolo alla democratizzazione. Il Centro Anticorruzione Nazionale ha accertato un aumento del 23% dei casi di corruzione dal 2015 al 2016, soprattutto nei settori bancario e finanziario.[11]

Nel 2014 il paese fu al centro di un gigantesco scandalo coinvolgente la Banca Centrale, dalla quale fu rubato oltre un miliardo di dollari, l’equivalente del 12% del pil nazionale, e per il quale diversi politici, come l’ex primo ministro Vlad Filat, e protagonisti dell’economia, come il banchiere Ilan Shor, sono stati provati colpevoli e condannati. [12]

Date le piccole dimensioni dell’economia, la corruzione incide grandemente sulla prestazione del sistema produttivo, il più precario del continente europeo, incapace di generare prosperità e benessere e quindi causa di una forte emigrazione all’estero. Le stesse falle hanno anche dato alimentato la crescita e l’espansione di una gigantesca economia criminale, principalmente basata su traffico di esseri umani, di sigarette, di alcolici, e di materiale nucleare e radioattivo come cesio ed uranio.[13] [14] [15]

Il problema dei traffici illeciti è particolarmente acuto in Transnistria, una striscia di terra autoproclamatasi indipendente nel 1990 e da allora virtualmente al di fuori della sovranità moldava, la cui economia è sostanzialmente retta da proventi di attività criminali, riciclaggio di denaro sporco e, più recentemente, da miniere di criptovalute. Secondo uno studio del think tank moldavo Watchdog[16], le autorità transnistriane sarebbero capaci di ricavare circa 900 milioni di dollari annualmente dalle transazioni in criptovaluta.[17] [18]

Conclusioni

Contrariamente agli altri casi trattati nelle precedenti analisi, dalla Polonia alla Romania, nei due paesi non si è assistito alla nascita di sentimenti di rivalsa sovranista presso la società civile, quanto all’emergere di movimenti anticorruzione. La pressione asfissiante esercitata dai gruppi oligarchici è molto sentita dalle popolazioni ed è la principale causa dietro le scarse prestazioni economiche dei paesi, che sono funzionali all’arricchimento di pochi privati a detrimento della collettività.

Gli stessi oligarchi che fino ad un decennio fa erano alle dipendenze di Mosca hanno saputo riciclarsi filo-occidentali al momento opportuno, cogliendo il cambio di paradigma nelle relazioni internazionali, cosa che ha permesso loro di continuare a rivestire potere decisionale ed influenza.

È dall’ambiente della grande imprenditoria che sono provenuti, e provengono, diversi presidenti e politici di rilievo di entrambi i paesi, e dallo stesso ambiente si promanano influenze negative su giustizia, economia e mondo dell’informazione, che hanno portato i processi di democratizzazione in stallo.

L’oligarchia di questi due paesi è molto particolare perché, contrariamente a quella russa che negli anni dell’era Putin è stata riordinata e forzatamente costretta ad affiancare alla ricerca del profitto privatistico anche il perseguimento degli interessi nazionali e del bene pubblico, non mostra alcun segno di attaccamento alla bandiera né, tantomeno, al benessere collettivo. Il recentissimo scandalo della Banca Centrale moldava è l’esempio più lampante di ciò.

Una situazione del genere non potrà che peggiorare ulteriormente nel tempo, perché già oggi gli oligarchi controllano i settori-chiave della società, della politica e dell’economia, e hanno dimostrato di poter esercitare influenza smisurata anche sulla giustizia e sull’informazione, incuranti delle reazioni riottose provenie dalla società civile.


Note

[1]Scheda dell’Ucraina su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/ukraine

[2]Focus “Nations in transit” di Freedom House, scheda sull’Ucraina: https://freedomhouse.org/report/nations-transit/2018/ukraine

[3]Vedi nota 1 e 2

[4]Miller, C., Murderers not found two years after journalist Sheremet was killed in Kyiv, Radio Free Europe, 20/07/2018

[5]Vedi nota 1 e 2

[6]Vedi nota 1 e 2

[7]Wilson, A., Survival of the richest: How oligarchs block reform in Ukraine, European Council on Foreign Relations

[8]Crisis in Moldova,  Vision and Global Trends, 09/05/2019

[9]Ibidem

[10]Ibidem

[11]Scheda della Moldavia su Freedom House: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/moldova

[12]Kottasova, I., How to steal $1 billion in three days, CNN Business, 07/05/2015

[13]Squassoni, S. Nuclear Smuggling: From Moldova to ISIS?, CSIS, 09/10/2015

[14]Uranium smuggling ring broken up in Moldova police sting, The Guardian, 25/08/2018

[15]Transnistria: Last Soviet outpost and smugglers’ paradise, European Observatory on Illicit Trade, 10/01/2019

[16] https://www.watchdog.md/

[17]Gherasimov, C., Moldova’s Weak Democracy Is a Growing Risk for Europe, Chatham House, 26/02/2019

[18Scheda della Transnistria su RefWorld (UNHCR): https://www.refworld.org/docid/5bcdce18c.html


Foto Copertina: Statua di Vladimir Lenin davanti al Parlamento in Transnistria


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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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