Musulmani in Campania.

Musulmani in Campania.

Intervista a Hareth Amar della  Comunita’ islamica di Napoli.

Come scriveva Leila Babès (L’altro Islam, 2000): dagli anni Ottanta in Occidente si è formata un’immagine negativa dell’Islam che spesso evoca violenza o nella migliore delle ipotesi rimanda a un avvenimento, un “caso”. In effetti, l’immagine dell’Islam e dei musulmani residenti nei nostri territori è affidata soprattutto a una narrazione semplicistica da parte di mass-media e social network1, che in più delle volte producono insofferenza e all’allarmismo.

Lo scorso anno è stato redatto al Viminale il Patto Nazionale per un Islam italiano2: un documento firmato dal Ministero dell’Intero e dai rappresentanti delle maggiori associazioni e comunità islamiche presenti in Italia, con l’obiettivo di costruire future relazioni tra le comunità musulmane e lo Stato italiano. Pur non essendo propriamente un’intesa – come prevede l’art. 8 comma 2 e 3 della Costituzione italiana3 – si tratta di un passo avanti verso il pieno riconoscimento dell’islam.

Hareth Amar della Comunità Islamica di Napoli, ci racconta le pratiche e problematiche dei musulmani residenti in Campania ed in che modo il religioso islamico è vissuto e si integra in una società non secolarizzata quale è il contesto campano.

  1. Tenendo in considerazione i punti redatti nel “Patto Nazionale per un Islam italiano” vorrei iniziare dalle problematiche legate ai luoghi di preghiera e alle iniziative di apertura adottate dalle moschee.

Le moschee sono un luogo di comunione al quale può partecipare chiunque. Chiunque ha diritto di entrare in una moschea – sia per curiosità o questioni di studio – l’importante è il rispetto reciproco. Le moschee devono essere fruibili e decorose, non solo per chi le pratica, ma per il simbolo che rappresentano: sono la casa di Dio, per questo hanno bisogno di un proprio decoro. Purtroppo, sempre più spesso, le preghiere sono tenute in posti angusti e sempre più spesso vediamo un garage diventare moschea. Il musulmano deve adempiere ad una serie di preghiere giornaliere e una preghiera settimanale. Non essendoci un’intesa con lo Stato, un musulmano non può allontanarsi dal posto di lavoro per pregare, soprattutto se il luogo di preghiera è molto lontano da dove si trova, per questo si cercherà sempre il posto più vicino. Questo spiega la ramificazione di centri islamici su tutto il territorio. La Comunità Islamica di Napoli, è la prima del meridione e tra le prime dieci italiane, spesso ha dato delega all’apertura di altri centri satelliti, altri centri islamici invece sono nati spontaneamente.

  1. Il Patto Nazionale, parla di regolazione giuridica dei centri islamici e formazione degli imam.

Le organizzazioni islamiche sono regolate dalle leggi italiane in materia di associazioni culturali. Le sigle delle organizzazioni che hanno firmato il “Patto Nazionale per un Islam Italiano” sono associazioni islamiche con scopi diversi: l’A.D.M.I (Associazione Donne Musulmane in Italia) ad esempio, ha anche uno scopo sociale.

L’A.I. Imam e Guide Religiose, è l’organizzazione islamica che si occupa appunto di formare gli imam, anche se la numerosità dei centri islamici mina quest’obiettivo. L’imam è la guida alla preghiera, nei piccoli centri islamici nati spontaneamente, si elegge un fedele come imam. Tutti sono consapevoli che quest’ultimo non acquisisce qualcosa più degli altri, semplicemente guiderà la preghiera. Un musulmano, può pregare in qualsiasi luogo, a patto che sia pulito e che rispettoso nei confronti degli altri. Di Moschee con un linguaggio architettonico adatto, ce ne sono poche in Italia, la maggior parte dei centri islamici sono autofinanziati dalla comunità stessa.

  1. Un tema molto importante che è la condizione della Donna.

Uno dei luoghi comuni sui musulmani riguarda l’idea di sottomissione della donna. La donna per l’Islam ha un ruolo importante nella società: è sorella dell’uomo, è consigliera e ha ruoli decisionali. Nell’Islam non c’è differenza di merito e dignità tra uomo e donna. L’abbigliamento delle donne velate è sia un obbligo religioso, sia una pratica culturale. Per obbligo religioso intendo che nell’islam, come in altre religioni, ci sono degli oneri da rispettare, tra questi: la preghiera giornaliera, quella settimanale, il digiuno nel ramadan, il velo per le donne. Nessuno può – ovviamente – obbligare qualcun altro a rispettare questi obblighi, ognuno è libero di scegliere se adempierne, o no. Il velo è anche una pratica culturale e si apprende dai diversi paesi: ad esempio, in Arabia Saudita le donne sono tutte vestite di nero, al contrario nei paesi africani sono coloratissime. Spesso si cerca di associare l’uso del velo a una scelta identitaria della donna, soprattutto se si parla di seconde generazioni, sottovalutando invece la scelta intima e fortemente religiosa, che non dipende dalla società ma che spesso va contro la società.

  1. Qual è la condizione di lavoro delle donne musulmane?

Le donne musulmane velate hanno grosse difficoltà a trovare un lavoro, molte volte è imposta loro una scelta: o il lavoro o il velo. Anche questo è un problema derivante dalla mancanza di ordinamento tra l’Islam e lo Stato italiano. Anche se è importante ricordare che è stata una donna velata – la bolognese Majda El Mahi – a rappresentare l’Italia al China Summit 2016.

  1. Nella mentalità comune è complicato considerare un italiano musulmano, come se ci fosse difficoltà a differenziare la fede dalla cittadinanza. Invece c’è una grande fetta di italiani convertiti all’islam.

La conversione è una scelta intima, Napoli è la città con il numero più alto di convertiti all’islam, appartenenti a tutte le classi sociali: dal giudice, al medico, al poliziotto, al venditore ambulante, al disoccupato. Mi chiederai: perché? Perché nell’Islam puoi trovare ciò che ti occorre: l’economista troverà un sistema economico, il medico troverà dei saperi scientifici estremamente attuali, chi cerca semplicemente valori, troverà un vasto insieme di valori. L’Islam come sistema, risponde alle esigenze di qualsiasi classe sociale.

  1. Tra le pratiche religiose, m’interessa conoscere quella della macellazione Halal.

Per questo tipo di carne, i proprietari di macellerie Halal si rivolgono ad un mattatoio affinché possano gestire parte della macellazione, che non è eseguita con metodi attuali che rispondono alle enormi richieste del mercato, bensì con metodi di macellazione tradizionale, utilizzati anche in Italia nel recente passato: l’animale è sgozzato mediante lama tagliente e non ucciso con pistole elettriche come accade nella macellazione industriale. Il tutto avviene sempre secondo le regole sanitarie dettate dall’Asl. Inoltre, l’Islam ha un enorme rispetto per gli animali, la caccia sportiva – ad esempio – non è ammessa. L’uccisione dell’animale dev’essere a scopo di nutrimento e nonostante ciò occorre che l’animale soffra il meno possibile. Ad esempio, nella macellazione Halal, l’animale non è sgozzato davanti agli altri animali perché questo provocherebbe in loro, sofferenza.

  1. Ultimo tema d’interesse è il fenomeno del radicalismo: come si combatte?

Bisognerebbe chiedersi piuttosto come evitarlo. La radicalizzazione è frutto di una mancanza di obiettivi, per questo gli studiosi e i politici hanno l’obbligo di garantire pari opportunità a tutti. Eventi come quelli delle periferie francesi sono frutto di una mancata integrazione e una ghettizzazione dei musulmani nel tessuto sociale, cosa che non esiste a Napoli. La radicalizzazione deve essere evitata attraverso un lavoro continuo tra istituzioni e comunità musulmane, ma deve essere anche evitata attraverso la conoscenza, la formazione e l’educazione civica.


2http://www.interno.gov.it/it/servizi-line/documenti/patto-nazionale-islam-italiano

3L’art. 8, comma 3 della Costituzione italiana prevede che per le confessioni acattoliche: “i rapporti tra Stato Italiano e Confessioni acattoliche sono regolate per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”, al fine di sancire un regime di garanzie e libertà religiosa privilegiato rispetto le confessioni che non stipulano un’intesa.

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Suania Acampa

Suania Acampa, giornalista laureata 110 cum laude in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica alla Federico II di Napoli con una tesi empirica sull’analisi della propaganda ideologica jihadista e le strategie di comunicazione adottare dal sedicente Stato Islamico. I risultati dell’analisi sono stati presentati alla SISP Annual Conference 2017(Società Italiana di Scienza Politica) tenutasi all’Università degli Studi di Urbino e alla “2nd National PhD Conference In Social Science” tenutasi all’Università degli Studi di Padova.

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