La NATO in Asia centrale ed il ritorno dei Foreign Fighters

La NATO in Asia centrale ed il ritorno dei Foreign Fighters

L’Asia centrale ha rappresentato per la NATO un’area strategica importante, confinante con l’Afghanistan, territorio che vede coinvolta l’Alleanza Atlantica, l’Iran, la Cina e la Russia. Dopo l’operazione International Security Assistance Force (ISAF), l’inizio della missione Resolute Support ed i mutamenti nei rapporti di forza con la Russia, il contesto geopolitico della regione è mutato sensibilmente.

La NATO ha cominciato a relazionarsi con gli Stati della regione sin dagli anni ’90, nel periodo successivo la caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente indipendenza di questi Paesi, tramite il Partenariato per la pace (Pfp) 1, un programma istituito nel 1994 che permette all’Alleanza Atlantica di creare un rapporto di fiducia con gli ex Stati sovietici e quegli Stati che non hanno aderito all’Organizzazione. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, i cosiddetti “stans”, assumono un ruolo privilegiato per la NATO dopo lo scoppio della guerra in Afghanistan , nata in reazione agli attentati dell’11 settembre 2001 su suolo americano.

Durante il conflitto, gli “stans” hanno approfittato dei vantaggi forniti dalla collaborazione con la NATO, concedendo ai membri dell’Alleanza basi (es. Karshi-Khanabad, Uzbekistan, per gli USA; Termez, Uzbekistan, e Dušanbe, Tagikistan, per Germania e Francia) 2, infrastrutture e supporto logistico, in cambio di aiuti militari, economici e infrastrutturali. Inoltre, la presenza dell’Organizzazione in Afghanistan ha permesso a questi Paesi di migliorare la difesa dei propri confini, spesso minacciati da gruppi criminali e jihadisti transfrontalieri.

La situazione però è cambiata nel 2010 quando i Capi di Stato della NATO, riunitisi nel summit di Lisbona, hanno pubblicato il nuovo “Concetto Strategico” dell’Alleanza. I leader e il Segretario Generale della NATO annunciano la decisione di interrompere la missione ISAF entro il 2014 3.

La scelta ha nuovamente rivestito di importanza strategica i Paesi dell’Asia centrale, per la seconda volta. Tutti gli Stati, entrati nel 2008 a far parte del Northern Distribution Network (NDN), rete di distribuzione della NATO attraverso i paesi dell’Asia centrale, sono ora visti come la principale via per il ritiro. Inizialmente, una delle vie principali alternative sarebbe dovuto essere il Pakistan ma, a causa di un incidente avuto con alcuni soldati americani, Islamabad ha bloccato a lungo questa via, garantendo agli “stans” un maggiore coinvolgimento nelle operazioni di disimpegno.

Con il graduale ritiro delle forze NATO dall’Afghanistan, i Paesi della regione stanno perdendo il loro ruolo privilegiato di partner strategici per l’Alleanza. Le relazioni tra NATO e Paesi dell’Asia centrale sono state portate avanti per lo più grazie al dossier Afghanistan. Nel frattempo, in concomitanza con il ritiro delle truppe dal teatro afghano, è tornata a tener banco l’aggressività della Russia in Europa, stavolta ai danni dell’Ucraina; ciò ha indotto l’Alleanza a ritornare sullo scenario europeo, concentrando la propria attenzione sul fronte est. Tale situazione ha colpito gli “stans” 4, da sempre legati al proprio vicino, soprannominato spesso da quelle parti come “Grande Fratello”, incrinando, a seconda del Paese, più o meno i rapporti con la NATO.

Dopo il ritiro delle truppe, la NATO ha avviato una nuova missione nel 2015, la Resolute Support, che ha come obbiettivo l’addestramento delle forze governative afghane e il supporto logistico per il controllo del territorio.

L’Alleanza ha più volte confermato la volontà di restare nel Paese per evitare di renderlo un “rifugio sicuro” per i jihadisti, come dichiarato durante il summit di Varsavia nel 2016 5, tuttavia, se la NATO ha ancora interesse nell’Afghanistan, tutt’altro sembra essere il discorso verso l’Asia centrale. I rapporti tra NATO e Paesi della regione sembra essersi ridotto radicalmente. Ne è un esempio la chiusura, nell’aprile 2017, dell’ufficio del NATO Liaison Officer (NLO) in Asia centrale, con sede a Tashkent, Uzbekistan 6.

Trattasi di un vero e proprio ufficio diplomatico, il NATO Liaison Officer rappresentava il punto di raccordo tra Alleanza e Paesi della regione. Il motivo della chiusura pare sia stato budgetario, ma il termine delle attività dell’ufficio è segno di una riconsiderazione strategica della regione, ora che l’Afghanistan non rappresenta più una priorità per l’Alleanza. Non solo la NATO ha riesaminato la propria presenza in Asia centrale: anche alcuni Paesi occidentali hanno ridefinito i propri rapporti con i Paesi dell’area: gli Stati Uniti, ad esempio, hanno ridotto gli aiuti alla sicurezza nella regione dai 496 milioni del 2012 ai 24 milioni del 2018 7.

In concomitanza con il ritiro della NATO dall’Afghanistan e la crisi ucraina, un ulteriore scenario coinvolge l’Asia centrale, ed è la guerra in Siria. I Paesi della regione non sono nuovi all’estremismo islamico, avendone avuto a che fare sia internamente che esternamente. La minaccia jihadista non riguarda però solo l’Afghanistan. Infatti, sono numerosi i jihadisti asiatici operanti in Europa (sopratutto Russia), Medio Oriente e Asia.

Tra i tanti, alcuni sono stati addestrati da Gulmurod Khalimov, ex ufficiale delle forze speciali tagike OMON fedele all’ISIS. Nel settembre 2017 i russi lo hanno dichiarato morto, ma gli Stati Uniti non hanno confermato l’uccisione. In migliaia si sono uniti allo Stato Islamico e ad altre sigle estremiste, e molti hanno compiuto attentati in Occidente.

Fra i tanti, si può ricordare l’attentato di Istanbul del 31 dicembre 2016, eseguito da un uzbeko, o l’attacco compiuto a New York la vigilia di Hallowen nel 2017, quando un cittadino uzbeko ha travolto con un furgone decine di persone, uccidendone otto viii. La minaccia si è resa ancora più reale quando il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, gruppo jihadista formatosi nel 1998, tra i più importanti della regione, ha giurato fedeltà al califfo Al-Baghdadi, e di conseguenza la sua adesione all’ISIS, nel 2015 ix.

Le cause da ricercare nella crescente influenza del fenomeno jihadista in Asia centrale sono diverse; povertà, disoccupazione, corruzione e mancanza di alternative rendono i cittadini della regione più vulnerabili alle sirene jihadiste e, come risultato, al reclutamento in organizzazioni come l’ISIS. Inoltre, molti degli Stati dell’area sono instabili o, diversamente, gestiti da personalità forti che controllano quasi tutta la vita del Paese. I leader asiatici sono soliti mantenere saldo il comando attraverso una gestione controllata della limitata democrazia presente nei loro Stati; non a caso uomini come Nazarbayev in Kazakistan e Rahmon in Tagikistan sono al potere da più di 25 anni. La regione è quindi già attraversata da radicalismi. E’ stato citato in precedenza il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, che ha giurato fedeltà all’ISIS, ma ci sono tante sigle jihadiste come Wilayat Khurasan o Jamaat Ansarullah x, molto attive in Pakistan e Afghanistan ma che rischiano di estendere il proprio campo d’azione anche in Asia centrale. I confini della regione non sono ben controllati e Paesi come il Tagikistan non hanno il pieno dominio del proprio territorio, come nell’area montagnosa al confine con l’Afghanistan.

Con la probabile prossima sconfitta dell’ISIS in Siria, molti jihadisti potrebbero trovare rifugio in Afghanistan, continuando la propria attività nel Paese e in quelli limitrofi xi. Il recente ritorno mediatico dell’Afghanistan nelle cronache è dovuto, oltre alla purtroppo solita attività dei gruppi radicali Talebani, all’incremento di attentati da parte di gruppi alternativi, tra cui principalmente lo Stato Islamico, che ha trovato nel Paese uno sbocco per la propria attività terroristica dopo i fallimenti in Siria e Iraq xii.

La macchia jihadista può quindi facilmente raggiungere i Paesi circostanti che, come affermato in precedenza, presentano carenze nel controllo dei confini. Il ritiro strategico della NATO dallo scenario afghano non fa altro che depotenziare ulteriormente le capacità di controllo degli Stati dell’Asia centrale. Frontiere porose permettono a gruppi jihadisti di spostarsi da uno Stato all’altro senza particolari problemi, rendendo difficile monitorare o neutralizzare gli stessi. Gli Stati della regione senza la NATO hanno perso molta capacità operativa, vedendo venir meno aiuti economici, tecnologici e logistici. Molti hanno aumentato le forniture russe e iniziato una collaborazione con la Cina, preoccupata però più che altro a proteggere i propri interessi economici nella regione xiii. Il rischio è di vedere un aumento significativo delle attività terroristiche nell’area, non solo tramite attentati, ma anche collaborazioni con gruppi criminali locali nella gestione dei traffici illeciti di droga, armi ed esseri umani.


Fonti:

1 {NATO, (1994), Partnership for Peace: Framework Document; https://www.nato.int/docu/comm/49-95/c940110b.htm}

2{Cfr. Q&A: U.S. Military Bases in Central Asia, The New York Times; https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/cfr/international/slot2_072605.html}

3{Cfr. NATO, (2010), Lisbon Summit Declaration; https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_68828.htm}

4{Cfr. TRILLING, D., LILLIS, J. (2014), Russia-Ukraine Crisis Alarms Central Asian Strongmen, Eurasianet; https://eurasianet.org/node/68104}

5{Cfr. NATO, (2016), Warsaw Summit Declaration on Afghanistan; https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_133171.htm}

6{NATO, (2017), Office of the NATO Liaison Officer (NLO) in Central Asia (Archived); https://www.nato.int/cps/su/natohq/topics_107902.htm}

7{Il Security Assistance Monitor del Center for International Policy permette di accedere ai dati pubblici riguardanti i programmi d’assistenza degli Stati Uniti nel mondo. E’ possibile visionare i dati concernenti l’Asia centrale a questo link: https://securityassistance.org/central-eurasia}

8{Cfr. SANDERSON, T. M. (2018), From the Ferghana Valley to Syria and Beyond: A Brief History of Central Asian Foreign Fighters, CSIS; https://www.csis.org/analysis/ferghana-valley-syria-and-beyond-brief-history-central-asian-foreign-fighters}

9{Cfr. LEMON, E. (2015), IMU Pledges Allegiance to Islamic State, Eurasianet; https://eurasianet.org/node/74471}

10{Per un quadro generale sul fenomeno del jihadismo e il terrorismo nel mondo, consiglio la consultazione di due siti: Perspective on Terrorism (http://www.terrorismanalysts.com/pt/index.php/pot) e TRAC (https://www.trackingterrorism.org)}

11{Cfr. BARRETT, R. (2017), Beyond the Calihpate: Foreign Fighters and the Threat of Returnees, The Soufan Center; {http://thesoufancenter.org/wp-content/uploads/2017/11/Beyond-the-Caliphate-Foreign-Fighters-and-the-Threat-of-Returnees-TSC-Report-October-2017-v3.pdf}

12{Cfr. ERICKSON, A. (2018), How the Islamic State got a foothold in Afghanistan; https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2018/03/21/how-the-islamic-state-got-a-foothold-in-afghanistan}

13{Cfr. STRONSKI, P. (2018), Cooperation and Competition: Russia and China in Central Asia, the Russian Far East, and the Arctic, Carnegie; http://carnegieendowment.org/2018/02/28/cooperation-and-competition-russia-and-china-in-central-asia-russian-far-east-and-arctic-pub-75673}

Copertina: EurasiaNet

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Francesco Generoso

Studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Responsabile della Sezione Esteri del blog "The American Post", nutre un grande interesse per la politica internazionale, la diplomazia e la difesa, in particolare quelle statunitensi.

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