L’inaspettato realismo di un liberal-democratico: Obama, la Siria e la sottile linea rossa.

L’inaspettato realismo di un liberal-democratico: Obama, la Siria e la sottile linea rossa.

Uno dei pilastri della dottrina Obama è stato un rinnovato focus sul teatro dell’Asia/Pacifico, dove è maggiore e più profonda la rete d’interdipendenze strategiche ed economiche che coinvolgono gli Stati Uniti, anche per contenere la Cina in quanto rising power potenzialmente revisionista. Malgrado la propensione per questo pivot to Asia, con un graduale disimpegno da un Medio Oriente ingestibile, gli Stati Uniti hanno tuttavia mostrato interessi ancora forti nell’area del Greater Middle East. Per quanto riguarda la crisi siriana, l’iniziale posizione interventista di Obama aveva disorientato quanti erano a conoscenza del suo essere un presidente più hamiltoniano che jeffersoniano, ma fu l’improvviso cambio di direzione a spiazzare chi attendeva solo il via libera definitivo da Washington per colpire Bashar al-Assad.

Siria, la rivolta e la repressione

Nel marzo 2011 in Siria è scoppiata una guerra civile tra le forze governative e quelle dell’opposizione nota come guerra civile siriana o crisi siriana. Essa viene inserita nel contesto più ampio delle primavere arabe: anche nel caso del regime di Damasco, infatti, il punto di partenza è individuabile in alcune proteste popolari che hanno interessato il mondo arabo nei primi mesi di quell’anno.

Gli obiettivi di una protesta inizialmente improntata ad un generico anelito di libertà e finalizzata a spingere il presidente siriano Assad alle dimissioni, eliminando la struttura istituzionale monopartitica del Baath[1], si rivelarono essere la fine degli arresti arbitrari, la liberazione dei detenuti politici, la libertà di stampa e d’informazione e l’abolizione dell’articolo 8 della Costituzione che definisce il partito Baath “guida dello Stato e della società”.

Il 15 marzo 2011 una massiccia protesta antiregime coinvolse per le strade del paese migliaia di persone stanche di divisioni sociali, tribali e religiose esacerbate dalla dittatura siriana. Dopo aver preso le armi per reagire agli apparati di sicurezza, il 3 luglio ad Hama i dimostranti diedero vita a un’imponente manifestazione antigovernativa e la repressione da parte del regime fu durissima.

 

La reazione americana e la sottile linea rossa di Obama

Quando arrivò alla Casa Bianca Obama aveva come obiettivo quello di porre fine all’impegno militare in Medio Oriente. Non cercava mostri da sconfiggere ed era particolarmente attento a non promettere la vittoria in conflitti che riteneva impossibili da vincere. In un’intervista rilasciata al giornalista Jeffrey Goldberg egli dichiarò che non avrebbe fatto la fine di George W. Bush, ritrovatosi tragicamente esposto in Medio Oriente e colpevole di aver riempito di soldati americani gli ospedali militari: “Sganciare bombe su qualcuno solo per dimostrare di essere pronti a farlo è il motivo peggiore per usare la forza”; il primo compito di un presidente americano sulla scena internazionale dopo Bush era, dunque, “non fare stupidaggini”[2].

Per Obama – secondo il quale un presidente non dovrebbe far correre gravi rischi ai suoi soldati per scongiurare catastrofi umanitarie a meno che queste non rappresentino un’esplicita minaccia alla sicurezza del paese – la Siria era una strada potenzialmente scivolosa come l’Iraq. Egli era convinto che poche minacce avrebbe potuto giustificare un intervento militare in quell’area.

Tuttavia nell’estate 2012, quando si sospettava che il regime di Assad stesse valutando l’opportunità di usare armi chimiche, Obama dichiarò:

Siamo stati molto chiari con il regime di Assad: la linea rossa per noi è quando cominciamo a osservare una serie di armi chimiche che entrano in circolazione o vengono usate. Questo cambierebbe i calcoli nella mia equazione[3]

Considerata la sua contrarietà a un intervento, la netta linea rossa che Obama stava tracciando era sorprendente, anche se si trattava di una postura pubblica difensiva, non intimidatoria. L’obiettivo era scongiurare l’incubo di intervenire a Damasco e, notificando ad Assad l’unica mossa da evitare per non scatenare una più veemente reazione, Obama fissava una linea proprio perché essa non venisse superata. Si scommetteva sulla razionalità del dittatore siriano, il quale, secondo i calcoli del presidente, mai avrebbe segnato la propria condanna con un attacco chimico.

 

L’escalation di Assad e il non-intervento USA

Il 21 agosto 2013 la guerra civile siriana registrò la pagina più cupa sin dall’inizio dei disordini: le forze pro-Assad bombardarono diversi sobborghi a sud-est di Damasco usando missili contenenti il gas nervino sarin che colpisce il sistema nervoso. Il rapporto redatto da un team delle Nazioni Unite appositamente incaricato fu la prima e immediata conferma proveniente da una fonte indipendente e ufficiale dell’uso effettivo di armi chimiche[4]. Il mondo intero aveva ascoltato le dichiarazioni di Obama e colto la fermezza dei suoi avvertimenti riguardo a un intervento non appena la linea rossa fosse stata varcata.

Subito dopo l’“attacco chimico di Ghūṭa” Obama rafforzò il messaggio del segretario di Stato John Kerry che aveva sottolineato quanto fosse in gioco la «credibilità americana» [5]:

È importante riconoscere che quando vengono uccise più di mille persone, tra cui centinaia di bambini innocenti, con un’arma che secondo il 98-99% dell’umanità non dovrebbe essere usata neanche in guerra, e non viene intrapresa nessuna azione, allora stiamo mandando il segnale che quella norma internazionale non significa molto. E questo è un pericolo per la nostra sicurezza[6].

Obama sembrava dunque essere giunto alla conclusione che in Siria fosse davvero in gioco la credibilità della deterrenza americana, e un eventuale danno dal Medio Oriente avrebbe potuto estendersi anche ad altre regioni del mondo. Assad apparentemente era riuscito a spingere il presidente americano su una posizione che egli non aveva mai pensato di dover assumere e venne pubblicamente accusato dalla Casa Bianca di essersi macchiato di un crimine contro l’umanità[7].

Il discorso di Kerry sulla credibilità statunitense aveva segnato il culmine di quella campagna, e in effetti Obama aveva già ordinato al Pentagono di preparare la lista dei bersagli, con cinque cacciatorpediniere nel Mediterraneo pronti a lanciare missili da crociera sugli obiettivi del regime. Ciononostante in quelle ore Obama era «particolarmente inquieto» [8], si era convinto che stava per cadere in una trappola, alimentata dalle aspettative su quello che il presidente degli Stati Uniti avrebbe dovuto fare. Decise dunque di comunicare ai funzionari della sicurezza nazionale di voler fare un passo indietro, e il fatto di cambiare idea il giorno prima dell’attacco costituì uno shock per tutti.

Ma c’era un fattore chiave alla base della decisione e aveva a che fare con il timore di un Assad capace di resistere all’attacco ed ergersi come il dittatore capace di azzerare il temuto intervento americano:

un nostro attacco avrebbe potuto infliggere qualche danno, ma non avrebbe eliminato le armi chimiche. A quel punto mi sarei trovato di fronte alla prospettiva di un Assad che sopravvive e dice di aver sconfitto gli Stati Uniti, che avevano agito in assenza di un mandato dell’Onu. Alla fine ne sarebbe uscito rafforzato invece che indebolito[9].

Obama sapeva che la sua decisione di rinunciare agli attacchi aerei e di consentire che la violazione di un suo diktat restasse impunito avrebbe potuto essere giudicata in modo spietato. Il 30 agosto 2013 potrebbe infatti essere ricordato come il giorno in cui egli permise che il Medio Oriente sfuggisse dalle mani statunitensi per passare in quelle della Russia, dell’Iran e dello Stato Islamico. O magari esso passerà alla storia come il giorno in cui Obama impedì agli Usa e al mondo intero di entrare nell’ennesima disastrosa guerra civile.


[1] SCHIAVONE R. (a cura di), Syria. Quello che i media non dicono, Arkadia, 2013

[2] GOLDBERG J., The Obama Doctrine. The U.S. president talks through his hardest decisions about America’s role in the world, in http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2016/04/the-obama-doctrine/471525/, 2016

[3] THE WHITE HOUSE OFFICE OF THE PRESS SECRETARY, Remarks by the President to the White House Press Corps, August 20, 2012

[4] UNITED NATIONS, Report of the United Nations Mission to Investigate Allegations of the Use of Chemical Weapons in the Syrian Arab Republic on the alleged use of chemical weapons in the Ghouta area of Damascus on 21 August 2013, Note by the UN Secretary-General, A/67/997–S/2013/553, New York, September 2013

[5] U. S. DEPARTMENT OF STATE, Statement on Syria. Remarks by Secretary of State, August 30, 2013

[6] THE WHITE HOUSE OFFICE OF THE PRESS SECRETARY, Remarks by the President Obama and Presidents of Estonia, Lithuania, and Latvia, August 30, 2013

[7] THE WHITE HOUSE OFFICE OF THE PRESS SECRETARY, Remarks by the President in Address to the Nation on Syria, September 10, 2013

[8] GOLDBERG J., The Obama Doctrine. The U.S. president talks through his hardest decisions about America’s role in the world, in http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2016/04/the-obama-doctrine/471525/, 2016

[9] GOLDBERG J., The Obama Doctrine. The U.S. president talks through his hardest decisions about America’s role in the world, in http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2016/04/the-obama-doctrine/471525/, 2016

Copertina: https://legalinsurrection.com/2013/09/the-year-of-seeing-red-lines/

Marco Passero

Marco Passero

Marco Passero si è laureato con lode in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” dove ha conseguito, sempre con lode, anche la laurea magistrale, specializzandosi in Studi Internazionali. Nutre grande interesse per la world politics, per le teorie delle relazioni internazionali e per la storia delle dottrine politiche, materie in cui ha discusso le due tesi di laurea. Si interessa anche di diritto internazionale, diritto comunitario e politiche dell’Unione europea, ambiti con i quali ha avuto concretamente a che fare nella sua esperienza di stage presso l’Ufficio Comunitario Regionale di Bruxelles. Dal dicembre 2014 collabora regolarmente con il giornale online Terza Pagina, testata registrata presso il Tribunale di Napoli, scrivendo di attualità, politica e cultura.

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