Sette anni dopo l’inizio delle Primavere Arabe: il caso della Tunisia

Sette anni dopo l’inizio delle Primavere Arabe: il caso della Tunisia

La Tunisia è da sempre considerata l’unico “modello virtuoso” di Primavera Araba. Infatti, in seguito alla caduta del regime autoritario di Ben Ali, lo Stato tunisino ha intrapreso un processo di transizione democratica che ha condotto ad un assetto politico-istituzionale più moderno e all’adozione di una nuova Carta costituzionale. Tuttavia, a sette anni dall’inizio delle proteste, le strade tunisine sono nuovamente invase da manifestazioni e proteste.


La Primavera Araba[1] non ha smosso solo la Tunisia, tuttavia tale caso può di certo essere considerato peculiare. Il fenomeno delle Primavere Arabe ha interessato alcuni Stati del mondo arabo (Algeria, Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Iraq, Libia, Marocco, Siria, Tunisia, Yemen), i quali sono stati attraversati da una serie di rivolte iniziate tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Le intensità di dette proteste  e le rispettive conseguenze – in alcuni casi ancora visibili – sono state diverse da caso a caso.

Tutto ebbe inizio il 17 dicembre 2010, quando il tunisino Mohamed Bouazizi[2] si diede fuoco pubblicamente nella cittadina di Sidi Bouzid a causa dei maltrattamenti subiti dalla polizia; tale gesto, considerato il risultato di una forte disperazione e di un desiderio di protesta, ha di fatto innescato quella che è passata alla storia come la Rivoluzione dei Gelsomini[3].

Le manifestazioni di piazza non tardarono ad arrivare, accompagnate da richieste di un cambiamento democratico, da denunce contro un sistema politico corrotto ed illiberale e da un forte malcontento generato dalla critica situazione economica dello Stato tunisino, caratterizzata in quegli anni da alti tassi di inflazione e disoccupazione. Il regime dispotico ed autoritario di Ben Ali[4], costretto alla fuga in Arabia Saudita già il 14 gennaio 2011, crollò con un’inaspettata velocità e facilità e, soprattutto, senza interventi da parte delle potenze occidentali.

Nei giorni che seguirono, si formò rapidamente un nuovo governo provvisorio di colazione, il quale concesse l’amnistia ai prigionieri politici dell’ormai decaduto regime e riconobbe legalmente tutti i partiti politici; in un secondo momento venne legalizzato anche il movimento islamista moderato Ennhada[5], messo al bando nei primi anni novanta del secolo scorso in quanto legato ai Fratelli Musulmani[6].

Con la nomina di Foued Mebazaa6 a Capo dello Stato provvisorio iniziò il lungo processo di transizione democratica e costituzionale, in cui un ruolo di primaria importanza fu rivestito dall’Alta Autorità per il raggiungimento degli obiettivi della rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica, istituita il 18 febbraio 2011 allo scopo di concedere una sorta di rappresentanza politica alle forze sociali che avevano preso parte alle proteste.

Il primo passo verso la transizione democratica e costituzionale fu l’organizzazione delle elezioni; il governo provvisorio, coadiuvato dall’Alta Autorità, fissò le elezioni il 23 ottobre 2011 e approvò una nuova legge elettorale, in base alla quale venne introdotto un sistema proporzionale con liste bloccate e parità di genere tra i candidati.

Le elezioni del 23 ottobre risultano significative per tre aspetti: un’affluenza di oltre il 90% degli elettori, il successo del movimento Ennhada – divenuto un partito a tutti gli effetti – e l’affermazione di alcuni partiti laici.

Il primo governo tunisino post Primavere Arabe fu un governo di coalizione, composto da partiti laici e dal partito islamista moderato Ennhada: fu forse tale compromesso politico ad aver concesso alla Tunisia di intraprendere un cammino verso la democrazia. Accanto a detto fattore, occorre affiancarne uno sociale e uno diplomatico; da un lato, la società tunisina è composta da una folta classe media e da una vivace componente liberale e si articola in ceti e funzioni, dall’altro la Tunisia ha da sempre intrattenuto rapporti e contatti intensi con la Francia.

Per le suddette ragioni, il caso tunisino sembrerebbe mostrare che è possibile far convergere un sistema politico democratico e un regime islamista moderato. Infatti la Tunisia è stata riconosciuta – e per certi versi lo è ancora – come unico caso positivamente compiuto di Primavera Araba.

Ne è testimonianza la Costituzione tunisina, approvata dall’Assemblea il 26 gennaio 2014.

La Carta costituzionale tunisina rappresenta forse l’unico esempio di connubio tra religione islamica e valori occidentali; essa sancisce la tutela delle libertà (tra cui la coscienza individuale), l’eguaglianza di genere, la dignità della persona, il rispetto della giustizia, la separazione dei poteri e il primato del diritto, non rinunciando a riconoscere l’Islam religione di Stato.

In realtà non è la prima volta che la Tunisia si differenzia dal mondo arabo circa la tutela dei diritti, manifestando la sua (forse intrinseca) tendenza alla modernizzazione. Già nel 1957 lo Stato tunisino si dotò di uno dei Codici più all’avanguardia del Maghreb[7], allo scopo di adeguare la tradizionale legge islamica al mutamento sociale; tale Codice fu caratterizzato da principi laici, da una prima forma di tutela della donna e da una forte spinta riformistica.

Se, dunque, la Primavera Araba tunisina ha apportato degli indiscutibili miglioramenti sul piano politico (Costituzione, elezioni parlamentari e presidenziali, pluralismo partitico), purtroppo non può dirsi lo stesso sul piano economico. In seguito alla caduta di Ben Ali, sono venute alla luce una serie di problematiche strutturali – disuguaglianze interne, accentramento di risorse e settori produttivi, immobilità del mercato del lavoro, assenza di politiche di sviluppo – a cui i governi successivi non hanno saputo far fronte, manifestando la loro incapacità di elaborare politiche e piani strategici.

Allo stato attuale, le condizioni economiche della Tunisia non possono dirsi migliorate rispetto a quelle che determinarono nel 2010-2011 lo scoppio delle rivolte: la disoccupazione (soprattutto quella giovanile) rimane alta, andando a toccare il 15.3% della popolazione, l’inflazione ha raggiunto il 6.4%, il rapporto deficit PIL è stimato al 6.1%[8] e inoltre permangono forti disparità tra le regioni costiere e quelle interne.

A ciò si aggiunga la decisione del governo di Youssef Chahed[9], in linea con gli standard del Fondo Monetario Internazionale[10], di applicare nuove misure di austerità[11]. Infatti, la legge finanziaria 2018 ha introdotto nuove tasse doganali su alcuni prodotti importati, un aumento dell’IVA dell’1%, maggiorazioni su beni alimentari, immobili, assicurazioni, internet ed altri servizi.

Una tale situazione economica non può non avere delle conseguenze sul piano sociale. In Tunisia, il 2018 è iniziato con nuove manifestazioni di piazza e con violente proteste, le quali hanno già portato morti, feriti e saccheggi; tuttavia, a differenza del 2010-2011, oggi sembrerebbe che la speranza e l’entusiasmo abbiano lasciato posto alla rabbia e alla disillusione.

La società tunisina, manifestando vivacità e dinamismo, non rimane dunque indifferente dinanzi all’incapacità della nuova classe politica di risollevare l’economia nazionale; essa si è infatti organizzata in vari movimenti, tra cui Manich Msameh (Io non perdono), al quale è attribuita l’iniziativa della maggior parte delle manifestazioni. Recente è la campagna Fech Nestanew (Che cosa aspettiamo?), la quale si pone come obiettivi la revisione totale delle legge finanziaria 2018 e la nascita di un movimento nazionale di protesta.

Il problema reale della Tunisia è dunque da inquadrarsi nell’attuale classe politica, la quale appare impegnata in lotte partitiche che non lasciano spazio alla soluzione di rilevanti questioni sociali ed economiche; ciò che suscita rabbia ed impazienza nella società tunisina è la totale assenza di politiche volte alla crescita ed allo sviluppo economico.

Il quadro politico è ulteriormente complicato da due fenomeni globali: la minaccia del terrorismo islamico e l’aumento delle rotte migratorie verso l’Europa. Da un lato, ciò che è rimasto dello Stato Islamico intende fare del Nord Africa la nuova sede del suo califfato, dall’altro è aumentato in modo esponenziale il numero di migranti che, partendo dalla Tunisia, intende raggiungere l’Europa e per essa l’Italia.

Ai successi politici ottenuti dalla Primavera Araba, che fanno della Tunisia un caso peculiare di tale fenomeno, occorre affiancare politiche tese allo sviluppo ed alla competitività dell’economia. La classe politica ha dunque il primario compito di fronteggiare le problematiche strutturali emerse in seguito alla caduta di Ben Ali e che rendono ancora instabile la situazione attuale in Tunisia.


Fonti

Aldo Giannuli, Guerra all’ISIS. Gli errori che abbiamo fatto, perché rischiamo di perderla, che cosa fare per vincerla, Ponte alle Grazie, 2016

Amato, I. Talia, Scenari e mutamenti geopolitici. Competizione ed egemonia nei grandi spazi, Bologna, Pàtron, 2015

Wikipedia https://it.wikipedia.org/

Enciclopedia Treccani http://www.treccani.it/enciclopedia/primavera-araba/

ISPI http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ancora-proteste-rischio-leccezione-tunisia-19437

Panorama https://www.panorama.it/news/oltrefrontiera/ecco-che-cosa-sta-succedendo-tunisia/

France 24 http://www.france24.com/fr/20180118-tunisie-fech-nestanew-manifestation-loi-finance-mobilisation-jeunesse-revolution

ISPI http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sette-anni-dopo-la-tunisia-non-festeggia-19436

ISPI http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nuova-agenda-di-politica-economica-cercasi-19431

ISPI http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/non-e-un-nuovo-2011-i-rischi-della-repressione-19432

Note

[1] Con Primavera Araba si intende un termine di origine giornalistica utilizzato per lo più dai media occidentali per indicare una serie di proteste ed agitazioni cominciate tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011.

[2] Mohamed Bouazizi (Sidi Bouzid, 29 marzo 1984 – Ben Arous, 4 gennaio 2011) è stato un attivista tunisino, divenuto simbolo delle sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011 dopo essersi dato fuoco in segno di protesta per le condizioni economiche del suo paese. Nel 2011, Bouazizi è stato insignito del Premio Sakharov per la libertà di pensiero insieme ad altri quattro personaggi per il suo contributo a “cambiamenti storici nel mondo arabo”. Il governo tunisino lo ha celebrato con un francobollo postale. Il giornale inglese The Times ha proclamato Bouazizi personaggio dell’anno 2011

[3] La Rivoluzione tunisina del 2010-2011, nota altresì come Rivoluzione dei Gelsomini, fu una serie di proteste e sommosse popolari in numerose città della Tunisia avvenute tra il 2010 ed il 2011, nel contesto delle primavera araba

[4] Zine El-Abidine Ben Ali è un militare e politico tunisino. È stato il secondo presidente della Repubblica di Tunisia dal 7 novembre 1987, succedendo a Habib Bourguiba. Il suo mandato, protrattosi per più legislature, si è concluso dopo 23 anni, il 14 gennaio 2011, quando un crescendo di proteste popolari, iniziate nel 2010, ha condotto Ben Alì all’esilio all’estero.

[5] Il Movimento della Rinascita, ovvero Movimento al-Nahda, o Partito al-Nahda, oppure corrivamente Ennahda Ḥarakat al-Nahḍa) è un partito politico tunisino di orientamento islamista moderato

[6] I Fratelli Musulmani costituiscono una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali con un approccio di tipo politico all’Islam. Furono fondati nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannā ʾ  a Isma’iliyya (Egitto), poco più d’un decennio dopo il collasso dell’Impero Ottomano. Sono diffusi soprattutto in Egitto (Partito Libertà e Giustizia) e a Gaza (Hamas). Sono stati dichiarati fuorilegge, in quanto considerati un’organizzazione terroristica, da parte dei governi dei seguenti paesi: Bahrain, Egitto, Russia, Siria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Tagikistan e Uzbekistan. Godono invece di cospicui finanziamenti e protezione più o meno esplicita da parte dei governi di Turchia e Qatar. Per approfondire http://www.opiniojuris.it/fratelli-musulmani-dalla-nascita-nel-1928-alla-repressione-al-sisi/

[7] Con il termine Maghreb si intende l’area più a ovest del Nord Africa che si affaccia sul mar Mediterraneo e sull’oceano Atlantico.

[8] Dati aggiornati al mese di gennaio 2018.

[9] Yūssef al-Shāhed è un politico e ingegnere tunisino, che dal 2016 è Primo Ministro della Tunisia.

[10] Il Fondo monetario internazionale è un’organizzazione internazionale a carattere universale composta dai governi nazionali di 189 Paesi e insieme al gruppo della Banca Mondiale fa parte delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dal nome della località in cui si tenne la conferenza che ne sancì la creazione. L’FMI è stato formalmente istituito il 27 dicembre 1945, quando i primi 44 stati firmarono l’accordo istitutivo e l’organizzazione nacque nel maggio del 1946. Attualmente gli Stati membri sono 189.

[11] In politica economica si definisce con il termine austerità la politica di bilancio restrittiva o di rigore dello Stato fatta di tagli alle spese pubbliche al fine di ridurre il deficit pubblico; il termine è usato principalmente in contesti economici per indicare la politica fiscale dello Stato che mira a raggiungere un equilibrato bilancio statale, fino all’optimum rappresentato dal pareggio di bilancio.


Foto copertina:  Jedelkenz 


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Giorgia Papallo

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università degli studi di Napoli Federico II, Giorgia Papallo frequenta il primo anno del corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum Università di Bologna.
Durante l'a.a. 2017/2018 è stata membro del Consiglio Direttivo dell'associazione MSOI Napoli.
Nel corso degli anni ha maturato un profondo interesse verso la politica, la diplomazia e l'Unione europea, di cui apprezza i valori.

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