Quasi amici: Erdoğan e Fethullah Gülen

Quasi amici: Erdoğan e Fethullah Gülen

Origini, natura e obiettivi del movimento gulenista. Il matrimonio di convenienza e il feroce divorzio con l’AKP di Erdoğan, fino al tentativo di golpe del 15 luglio 2016.


Ad oltre due anni di distanza dal fallito golpe della notte del 15 luglio 2016, non accennano a placarsi le ingenti epurazioni interne volute dal Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan. Lo scorso 10 settembre, la Procura di Istanbul ha infatti emesso 102 nuovi mandati di arresto nei confronti di altrettanti membri o ex-membri delle forze dell’ordine del Paese, oltre la metà dei quali è prontamente finita in manette. Il copione rimane invariato, con l’immancabile accusa di affiliazione alla rete sovversiva di Fethullah Gülen, il settantasettenne imām – in autoesilio negli Stati Uniti dal 1999, in Pennsylvania – accusato fin da principio di essere il responsabile del tentativo di colpo di Stato.

Sebbene permanga una lunga serie di interrogativi aperti al riguardo, non vi è alcun dubbio sull’effettiva presenza di un consistente numero di gulenisti tra le fila dei golpisti. Altrettanto chiaro appare tuttavia che Erdoğan abbia sfruttato (e stia ancora sfruttando) la più o meno presunta esistenza di legami con il suo nemico giurato per mettere a tacere le residue forme di opposizione contro il suo potere.

Eppure, i rapporti tra l’attuale Presidente e il predicatore transfuga non sono sempre stati così conflittuali. Al contrario, il movimento di Gülen – al quale quest’ultimo si riferisce in termini vaghi con il doppio appellativo di “Servizio” (Hizmet) o “Congrega” (Cemaat), ma che il governo turco definisce alternativamente “Organizzazione Terroristica di Fethullah” (FETÖ) oppure “Organizzazione dello Stato Parallelo” (PDY) – è stato per molto tempo un fondamentale alleato dello stesso Erdoğan.

Lungi dal voler giustificare le modalità e le proporzioni delle purghe erdoganiane, il presente articolo vuole fare luce sulle origini, la natura e gli obiettivi della confraternita gulenista, ripercorrendo inoltre i momenti salienti del matrimonio di convenienza con l’AKP e le ragioni del divorzio, avvenuto ben prima del luglio 2016.

FETHULLAH GÜLEN E LA CEMAAT

Nato il 27 aprile 1941 a Erzurum, nell’Anatolia orientale, da giovane Gülen fu allievo e seguace di Said-i-Nursi (1878-1960), un predicatore musulmano sunnita sufista di origine curda, ispiratore con i suoi “circoli di lettura” del cosiddetto “movimento Nur1. Nonostante la messa al bando di tutti gli ordini e le sette sufiste nel 1925, alcuni “circoli” sono riusciti a sopravvivere, cercando di infiltrarsi clandestinamente all’interno dell’apparato statale. Sarebbe proprio a partire da una dozzina di questi superstiti “circoli di lettura” che Gülen avrebbe iniziato a costruire la propria rete di affiliati2.

I punti fondamentali per comprendere la filosofia della Cemaat sono due. Innanzitutto, Gülen ha sempre dissuaso i propri seguaci dal proselitismo esplicito (tebliğ), spingendoli piuttosto a fornire il buon esempio attraverso le proprie azioni (temsil). Inoltre, egli era convinto della necessità di formare una “generazione d’oro” (Altin Nesil) di giovani turchi, capace di sostituirsi all’esistente classe dirigente e di ripristinare quei valori morali e spirituali che la società turca aveva a suo modo di vedere perduto3.

Per formare questa nuova classe dirigente, l’educazione è stata fin dall’inizio una delle attività principali del network gulenista, con oltre 1000 scuole sparse in circa 170 Paesi. Tuttavia, la faccia pubblica della Cemaat – che ostenta l’immagine di un “movimento islamico non politico, che sostiene il dialogo interreligioso, la cooperazione internazionale e un’etica fondata su educazione, comunicazione, business e società civile4 – è formata anche da una serie di case editrici, associazioni filantropiche ed imprenditoriali, ONG, think tanks, quotidiani cartacei, siti di informazione online, canali televisivi e perfino un’importante banca islamica: la Bank Asya5. All’apice della sua espansione (2012), la Cemaat era un’enorme macchina economica, dal valore stimato compreso tra i $20 e $25 miliardi6.

A prescindere da alcune irregolarità finanziarie riscontrate in diverse scuole guleniste7, il vero lato oscuro della Cemaat è rappresentato da una struttura tutt’altro che trasparente, la quale opera con ogni mezzo a sua disposizione per ottenere il più alto livello possibile di infiltrazione all’interno del cosiddetto “Stato profondo” (derin devlet) turco, tanto da renderla capace di orchestrare cospirazioni e inchieste giudiziarie ad hoc per liberarsi dei propri avversari politici.

La struttura del movimento è formata da una serie di cerchi concentrici di lealtà. Nel cerchio più interno si trovano le reclute e gli studenti delle scuole guleniste, i quali si incontrano regolarmente nelle cosiddette “case di luce” (işik evleri) per pregare e per ascoltare le registrazioni dei sermoni di Gülen8.

I “fratelli maggiori” (abi) fanno loro da mentori, aiutandoli non solo con le lezioni, ma anche a cercare casa o lavoro, ad avviare un’impresa, a scegliere il proprio percorso professionale, o perfino a trovare la moglie più adeguata. Il sistema di tutoraggio prosegue anche nelle alte sfere della burocrazia, mentre nelle istituzioni più sensibili i membri della Cemaat spesso non conoscono nemmeno i nomi dei propri “fratelli maggiori”. In posizione gerarchicamente superiore rispetto agli abi si trovano i cosiddetti “imām”, considerati i superiori di tutti i gulenisti all’interno della loro istituzione, industria o zona geografica di riferimento.

Oltre ad agire da referenti ultimi dello stesso Gülen, il loro compito è quello di coordinare le donazioni, le attività delle scuole, le campagne di sensibilizzazione e la vendita dei giornali della rete gulenista – primo su tutti Zaman. Al vertice della gerarchia si trova ovviamente il “Gran Maestro” (Hocaefendi) Gülen, senza l’approvazione del quale non viene presa nessuna decisione importante.

La figura dell’Hocaefendi è estremamente autoritaria, e la cieca obbedienza richiesta ai membri della confraternita è tale da configurarla come una sorta di culto personale di Fethullah Gülen9.

A tal proposito, basti evidenziare le parole di Bekir Aksoy, presidente di uno degli istituti gulenisti della Pennsylvania, intervistato nel 2010 dalla giornalista americana Suzy Hansen: “Mettiamola in questo modo. Se un uomo con un Ph.D. e una carriera ben avviata venisse a visitare l’Hocaefendi, e l’Hocaefendi gli dicesse che potrebbe essere una buona idea costruire un villaggio al Polo Nord, quell’uomo col Ph.D. tornerebbe il giorno seguente con la valigia pronta10.

MATRIMONIO DI CONVENIENZA E FEROCE DIVORZIO

Nel corso del tempo, il potere occulto della confraternita gulenista si è progressivamente espanso e i membri della Cemaat hanno portato avanti la loro opera di infiltrazione nelle più alte sfere del potere statale. Quando l’AKP andò al governo nel 2002, Erdoğan aveva assoluto bisogno di trovare alleati all’interno dello “Stato profondo”, in modo da mettersi al riparo da ogni eventuale tentativo di golpe da parte dell’establishment laico kemalista, il quale non vedeva di buon occhio l’esistenza stessa di un partito che, sebbene si dichiarasse “moderato”, rimaneva essenzialmente un partito islamista.

In questo contesto, Gülen emerse come l’alleato naturale di Erdoğan, essendo in grado di offrirgli il personale burocratico di cui aveva bisogno in cambio di un posto di rilievo nel sistema di potere dell’AKP11.

Nel biennio 2007-2008, questo matrimonio di convenienza si dimostrò fondamentale per la sopravvivenza politica di Erdoğan, messa a forte rischio sia dai vertici militari – con il cosiddetto “e-memorandum” del 27 aprile 2007 – che dal tentativo di messa al bando dell’AKP in quanto partito ad ispirazione religiosa – con quello che sarebbe stato definito come un tentativo di colpo di Stato “per via giudiziaria”.

Grazie ai giudici e agli ufficiali di polizia gulenisti, Erdoğan poté lanciare una serie di inchieste pilotate12 contro l’opposizione di stampo kemalista, culminate con l’epurazione di centinaia di ufficiali di polizia, membri dell’esercito, giornalisti, intellettuali, scrittori e burocrati, prontamente rimpiazzati da un sempre maggior numero di membri della Cemaat.

Tuttavia, come spesso accade nei matrimoni di convenienza, appena venute meno le ragioni contingenti per rimanere uniti, Erdoğan e Gülen si sono avviati verso un feroce divorzio. La prima vera svolta si ebbe nel settembre 2010, a seguito del referendum confermativo della riforma costituzionale sul funzionamento e sulle modalità di elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura. Dato che il sostegno della Cemaat era risultato fondamentale importante per la vittoria referendaria, Gülen chiese all’allora Primo Ministro turco di ricevere almeno 100 seggi parlamentari in vista delle elezioni politiche del giugno 2011, convinto di poter esercitare un forte potere contrattuale13 .

Di fronte al rifiuto di Erdoğan, l’imām decise di voltare le spalle al suo ormai ex-alleato, dando così il via a una sorda guerra fratricida senza esclusione di colpi tra le due anime islamiste del Paese.

LO SCONTRO APERTO TRA ERDOĞAN E GÜLEN

Nel febbraio 2012, un procuratore speciale gulenista spiccò un mandato di arresto nei confronti del capo dei servizi segreti turchi (MIT), Hakan Fidan, accusandolo di alto tradimento per aver condotto dei negoziati di pace segreti con Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Le cronache dell’epoca raccontano che Erdoğan, allora ricoverato per un’operazione chirurgica di rimozione di alcuni polipi intestinali, dovette intervenire in prima persona dal letto di ospedale per evitare che la situazione degenerasse in una sparatoria in piena regola tra i funzionari di sicurezza del MIT e gli agenti incaricati di arrestare Fidan. Così facendo, il leader dell’AKP riuscì a sventare quello che può essere ritenuto il primo vero tentativo di colpo di Stato da parte dei gulenisti14 

La già conclamata rottura si inasprì ulteriormente in occasione dei moti di Gezi Park, cavalcati dalla confraternita gulenista con lo scopo di far precipitare il Paese nel caos e nell’ingovernabilità. Nel novembre 2013, Erdoğan passò al contrattacco facendo chiudere le dershane guleniste, ossia le scuole di preparazione agli esami di ammissione universitari e ai concorsi pubblici, fulcro della strategia di infiltrazione della Cemaat nell’apparato statale.

Parallelamente, il Primo Ministro procedette alla riapertura dei licei religiosi Imām Hatip, ritenuti l’unica alternativa percorribile per formare personale burocratico indipendente dalla confraternita gulenista.

Tra dicembre 2013 e febbraio 2014, i gulenisti avviarono quindi una serie di indagini per corruzione che arrivarono dritte al cuore del potere di Erdoğan, coinvolgendo tra gli altri anche l’allora Ministro dei Trasporti Binali Yildrim e lo stesso leader dell’AKP, intercettato al telefono mentre avvisava suo figlio Necmettin Bilal di spostare rapidamente il denaro contante nascosto in casa a causa di un’imminente perquisizione da parte della polizia15.

Questo scandalo colpì duramente l’immagine di Erdoğan, ma non si rivelò sufficiente a fargli perdere consensi in vista delle elezioni presidenziali dell’agosto 2014, stravinte al primo turno con il 52% dei voti. Forte di questo nuovo successo elettorale, il neo-eletto Presidente turco poté riprendere la sua opera di distruzione della presenza gulenista all’interno della società civile e della burocrazia statale, infiammando inoltre la contesa con dichiarazioni al vetriolo dall’alto contenuto simbolico: “Questa è la seconda guerra di indipendenza del Paese e il nemico è Gülen. […] Noi non ci arrenderemo alla Pennsylvania e alla loro compagine in Turchia. Da domani, ci può essere chi fugge, o chi è già fuggito. Entreremo nelle loro tane. Pagheranno per questo. Pagheranno il prezzo16.

Nei mesi successivi, Erdoğan avviò una durissima serie di epurazioni nei confronti dei gulenisti. Tutti i pubblici ministeri, gli ufficiali di polizia e i giudici coinvolti nelle indagini del dicembre 2013 furono arrestati con l’accusa di aver tentato di rovesciare il governo. Tutti i giornali e le reti televisive collegate alla Cemaat iniziarono ad essere chiusi, mentre le compagnie appartenenti ai sostenitori di Gülen venivano sequestrate e centinaia di funzionari pubblici venivano arrestati e/o licenziati con accuse spesso vaghe e prive delle necessarie controprove legali17.

Tutto ciò avveniva ben prima del tentativo di golpe, suscitando il clamore e le critiche di buona parte dei media e delle istituzioni occidentali. La stessa Unione Europea, nella persona dell’Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, condannava esplicitamente quanto stava accadendo, affermando che “questa operazione va contro i valori e gli standard europei cui la Turchia ambisce di far parte”.

Questa presa di posizione provocò una dura replica da parte del Presidente turco, il quale tuonò che Bruxelles “deve pensare agli affari propri. […] L’Unione Europea può risparmiarsi il suo buon senso: questi fatti non centrano niente con la libertà di stampa18.

Il passo successivo sarebbe stato quello di ripulire le Forze Armate turche dalle infiltrazioni guleniste, mossa annunciata in pompa magna dall’apertura di “meticolose” indagini su oltre duemila ufficiali dell’esercito sospettati di far parte dello “Stato Parallelo”. Oggi sappiamo che i gulenisti avevano già programmato un colpo di Stato per il maggio 2016, ma che, grazie alle ben mirate epurazioni messe in atto dall’esecutivo turco, il loro piano dovette essere posticipato, con ogni probabilità riprogrammandolo per la fine di luglio19.

Ma la repressione non accennava a rallentare. Su richiesta dello stesso Erdoğan, infatti, il MIT aveva preparato e condiviso con alcuni ministeri una lista di circa 50 mila presunti membri della Cemaat. Grazie ai loro membri infiltrati nella burocrazia, i gulenisti vennero tuttavia a conoscenza delle intenzioni del governo di procedere all’arresto dei nominativi contenuti nella lista del MIT nel mese di agosto, e capirono che la definitiva resa dei conti era ormai prossima. Inoltre, i gulenisti vennero anche a sapere che l’esecutivo, sulla base di un’inchiesta per spionaggio condotta dalla procura di Izmir, aveva fatto preparare un atto di accusa che sarebbe divenuto operativo tra il 16 e il 17 luglio, portando all’arresto di un alto numero di presunti affiliati della confraternita. Ciò significa che le purghe del post-golpe sarebbero andate in scena in ogni caso, anche se probabilmente avrebbero mantenuto una proporzione tutto sommato più contenuta20.

CONCLUSIONI

Come accennato in apertura di articolo, le perplessità su quanto accaduto in Turchia la notte del 15 luglio 2016 rimangono. Sebbene la reazione quasi istintiva da parte dell’Occidente sia stata quella di considerare l’accaduto come un nuovo tentativo da parte dell’esercito turco di intervenire in difesa del principio di laicità kemalista, Erdoğan ha fin da subito puntato il dito contro Fethullah Gülen, il quale ha dal canto suo respinto al mittente le accuse parlando apertamente della possibilità di un fasullo “autogolpe” inscenato dal Presidente turco per giustificare le sue successive repressioni. A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la diffusa convinzione del coinvolgimento più o meno diretto degli Stati Uniti, che avrebbero orchestrato magistralmente il tutto attraverso la CIA affinché il fallimento del golpe causasse un indebolimento delle Forze armate turche geo-strategicamente vantaggio sullo scacchiere siriano21.

A prescindere dall’effettiva genesi del tentativo di colpo di Stato – la cui valutazione esula dagli obiettivi di questo articolo – è al di fuori di ogni dubbio che i gulenisti vi abbiano giocato un ruolo centrale, nonostante l’assenza di prove legali evidenti che coinvolgano Fethullah Gülen in prima persona. Ferma restando l’impossibilità di giustificare le modalità e le proporzioni delle epurazioni portate avanti da Erdoğan – così come l’evidente utilizzo dell’accusa di affiliazione alla FETÖ/PDY come una moderna riedizione delle liste di proscrizione di Lucio Cornelio Silla contro ogni forma di opposizione – bisogna tuttavia quantomeno constatare che non si tratta di una lotta contro un nemico immaginario o contro un mero capro espiatorio, sebbene sia innegabile che lo stesso Presidente turco abbia in larga misura contribuito a creare quel problema che adesso cerca di risolvere con ogni mezzo a sua disposizione.


Note

1 {Bettoni D., “GülenErdoğan, dal sodalizio all’accusa di golpe”, Osservatorio Balcani e Caucaso, 4/8/2016.}

2 {Berlinski C., “Who is Fethullah Gülen?”, City Journal, Autumn 2012.}

3 {Aydıntaşbaş A., “The good, the bad and the Gülenists”, European Council on Foreign Relations, 23/9/2016.}

4 {Bettoni D., op. cit.}

5 {Ibidem.}

6 {Aydıntaşbaş A., op. cit.}

7 {Berlinski C., op. cit.}

8 {Un video risalente al 1999 mostra un sermone di Gülen, durante il quale quest’ultimo istruisce apertamente i suoi seguaci ad infiltrarsi all’interno dello Stato e a mantenersi in incognito, in attesa di aver ottenuto sufficiente potere: “La filosofia del nostro Servizio (Hizmet) è che noi apriamo una casa da qualche parte e, con la pazienza di un ragno, tessiamo la nostra rete e aspettiamo che qualcuno vi rimanga intrappolato; e poi istruiamo coloro che lo fanno. Non tessiamo la nostra rete per mangiare o per distruggere le nostre prede, ma per mostrare loro la via della resurrezione, per soffiare la vita nei loro corpi e nelle loro anime morte, per donare loro una vita. […] Dovete muovervi nelle vene del sistema, senza che nessuno noti la vostra esistenza, fino a quando avrete raggiunto tutti i centri di potere. […] Finché i tempi non saranno maturi dovete continuare così. Se faceste qualcosa prematuramente, il mondo vi schiaccerebbe la testa […]. Le condizioni non sono ancora quelle giuste. Dovete attendere fino a quando voi sarete pronti e i tempi saranno maturi, quando le vostre spalle potranno reggere il peso del mondo intero […] Dovete attendere fino a quando avrete ottenuto tutto il potere statale, finché non avrete portato dalla vostra parte tutti i poteri delle istituzioni costituzionali turche. […] Fino ad allora, qualsiasi passo sarebbe affrettato. […] Ho voluto condividere queste mie sensazioni e questi miei pensieri con tutti voi, in confidenza […] contando sulla vostra lealtà e sulla vostra segretezza. So che quando ve ne andrete da qui, così come getterete le confezioni vuote delle vostre bibite, getterete anche questi miei pensieri”. Cfr. Reynolds M. A., “Damaging Democracy: The U.S., Fethullah Gülen, and Turkey’s Upheaval”, Foreign Policy Research Institute, 26/9/2016.}

9 {Alcuni dei suoi seguaci ritengono addirittura che Fethullah Gülen sia il “Mahdi” – letteralmente colui che è “ben guidato” da Allah – vale a dire quella figura messianica che secondo l’escatologia islamica giungerà alla fine dei tempi, anticipando di alcuni anni il secondo avvento di Gesù Cristo e aiutandolo a sconfiggere il “falso Messia” (Masih ad-Dajjal). Cf. Reynolds M. A., op. cit.}

10 {Berlinski C., op. cit.}

11 {Santoro D., “La Turchia sull’orlo della guerra civile”, in Limes 7/2016, p. 37.}

12 {Particolarmente eclatante fu il caso Ergenekon, con il quale è stata di fatto riscritta la storia politica turca degli ultimi 30 anni come una serie di manovre sovversive ad opera di una fantomatica omonima organizzazione clandestina di stampo kemalista ed ultra-nazionalista. Verosimilmente, buona parte delle persone investigate durante il processo avrebbero probabilmente benaccolto un intervento dei militari nei confronti del governo dell’AKP. Tuttavia – al di là di questa affinità ideologica – risulta difficile non solo individuare una struttura gerarchica ben definita, ma anche dimostrare l’esistenza stessa di una simile organizzazione, nonché di una qualsiasi interconnessione tra i vari sospettati. Malgrado la quasi totale assenza di prove legali, l’accusa è comunque riuscita a far condannare un ampio numero di sospettati, aggirando il problema con la tutt’altro che convincente argomentazione che “non è necessario essere a conoscenza dell’esistenza di una reale organizzazione per farne parte”, e sostenendo che “i sospetti stavano aiutando a creare un ambiente fertile per un colpo di Stato militare”. Cfr. Aydıntaşbaş A., op. cit.}

13 {Mahçupyan E., “Gülen, Erdoğan e i militari, la battaglia per lo Stato turco”, in Limes 10/2016, p. 69.}

14 {Santoro D., op. cit., p. 38.}

15 {Reynolds M. A., op. cit.}

16 {Mershed L., “Erdoğan: vittima o carnefice?”, Youth United Press, 2/4/2014.}

17 {Aydıntaşbaş A., op. cit.}

18 {Cicciù F., “La retata di Erdoğan in Turchia: contro Gülen più che contro la stampa”, Limes, 17/12/2014.}

19 {Mahçupyan E., op. cit., pp. 72-73.}

20 {Ivi, p. 73.}

21 {Hakan A., “La CIA ha organizzato il golpe per farlo fallire e indebolire il nostro esercito”, Limes 7/2016, pp. 75-82.}

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Francesco Pucci

Francesco Pucci

Lavora come Consulente nel Team Ministero dell’Interno di EY, nell’ambito delle attività a supporto dell’Autorità Responsabile del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (FAMI). Francesco ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa e la laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma. Dopo la laurea, ha avuto esperienze lavorative nella redazione macroeconomica dell’agenzia stampa MF Dow Jones News e nell’agenzia di comunicazione d’impresa Verini & Associati.

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