Radicalizzazione in America Latina: il caso di Trinidad e Tobago

Radicalizzazione in America Latina: il caso di Trinidad e Tobago

Un’inchiesta per capire come un piccolo paese caraibico con una tradizione di pluralismo religioso sia diventato uno dei più importanti centri di reclutamento di Al Qaeda e Daesh.


Trinidad e Tobago è uno stato insulare dell’America caraibica, l’unico del continente a presentare una tradizione storica e consolidata di pluralismo religioso, nella quale si inserisce anche una consistente comunità islamica. I numeri emersi dal censimento della popolazione del 2011 descrivono infatti un panorama multiconfessionale essenzialmente composto da denominazioni protestanti (22,3%), cattolici (21,6%), induisti (18,15%), anglicani (5,67%), musulmani (4,97%) e mormoni (4,1%). [1]

Per quanto l’islam sia la minore tra le fedi maggioritarie, ha svolto, e svolge, un ruolo importante nella società, e diverse celebrità, personaggi pubblici, politici ed intellettuali trinidadiani, del passato e del presente, sono noti per essere dei musulmani praticanti, tra loro figurano il filosofo Imran Hosein e l’ex presidente Noor Hassanali, il primo islamico a essere eletto capo di Stato di un paese occidentale.

Trinidad e Tobago è anche l’unico paese del continente ad avere una storia di islam politico e militante e rappresenta un paradigma unico in America Latina in quanto divenuto il più grande bacino di reclutamento del Daesh della regione, presentando uno dei più elevati tassi di foreign fighter pro capite del mondo. [2]

Per comprendere quali fattori abbiano indotto dei pericolosi fenomeni di radicalizzazione in un paese storicamente sorto dall’incrocio di culture, religioni e civiltà diverse, convissute pacificamente per secoli, è necessario analizzare la società trinidadiana più approfonditamente.

La storia dell’islam politico a Trinidad e Tobago inizia negli anni ’80, con la fondazione di Jamaat al Muslimeen (JaM) da parte dell’imam Yasin Abu Bakr, nato Lennox Philip. Si tratta di un’organizzazione semi-religiosa ancora oggi attiva, protagonista di attentati, omicidi politici, che sin dal principio ha finanziato le proprie attività sociali e religiose attraverso traffici illeciti, soprattutto armi, esseri umani, stupefacenti, ma anche sequestri di persona.[3]

L’apparato ideologico di questa organizzazione semi-religiosa è basato su un’applicazione estremista del sunnismo, mescolato ad elementi del nazionalismo, del separatismo e del suprematismo nero.

Il 27 luglio 1990, 140 membri di JaM tentarono di rovesciare il governo, assaltando il parlamento e prendendo in ostaggio i presenti, tra i quali l’allora primo ministro Arthur Raymond Robinson. La crisi rientrò il 1 agosto, con un bilancio di 24 morti, fra golpisti, forze di polizia e ostaggi. L’esecutivo concesse l’amnistia ad Abu Bakr e ai suoi uomini, decidendo di non sciogliere l’organizzazione, nel timore che una reazione repressiva potesse far cadere il paese nella guerra civile. [4]

La scarsità di informazioni riguardo JaM, in particolar modo l’incognita aleggiante sulle origini di buona parte del capitale disponibile, utilizzato per costruire centri culturali, moschee, per svolgere attività sociali, ma anche per costruire dei veri e propri arsenali, ha spinto le autorità trinidadiane e statunitensi ad indagare sulla possibile esistenza di finanziatori esterni. In effetti, alcune indagini sembrano confermare che il gruppo abbia ricevuto diversi milioni di dollari, sotto forma di aiuti e donazioni caritatevoli, da parte di organizzazioni libiche legate a Mu’ammar Gheddafi, interessato a sfruttare la questione islamica trinidadiana in chiave antiamericana. [5] [6]

Dal 1990 ad oggi, JaM ha continuato a svolgere attività illegali ed antidemocratiche, sia in patria che all’estero, come evidenziato dall’arresto di alcuni suoi membri con l’accusa di pianificare un attentato all’aeroporto John J. Kennedy di New York City nel 2007.

In questi ultimi 28 anni la società trinidadiana è cambiata profondamente, soprattutto dal punto di vista religioso, per via degli effetti di una secolarizzazione parziale che ha laicizzato larga parte delle masse aderenti alle confessioni cristiane e all’induismo, ma rafforzato l’identità religiosa della crescente comunità islamica, anche dando luogo ad estesi fenomeni di radicalizzazione, sulle cui ragioni l’antropologia e la sociologia nazionale stanno indagando per fornire alla politica soluzioni di contrasto.

L’esplosività del processo radicalizzante è emersa pienamente da quando, nel 2014, Abu Bakr al-Baghdadi ha annunciato la nascita dell’autoproclamato Stato Islamico, perché da quella data Trinidad e Tobago è diventato uno dei principali centri mondiali di reclutamento dell’organizzazione terroristica: oltre 400 persone sarebbero partite per unirsi all’esercito del Daesh, e JaM ha avuto un ruolo importante nel reclutamento e nel proselitismo, come evidenziato dal pubblico sostegno alla causa jihadista dato da Abu Bakr, imperituro leader del gruppo. [7]

La retorica antiamericana ed antioccidentale è aumentata anche fra le altre organizzazioni islamiche nazionali, come il Fronte Islamico Trinidadiano del predicatore Umar Abdullah, categorizzato come una “potenziale minaccia” dal politologo ed orientalista Barry Rubin.

Rubin, nell’analizzare le origini dell’islam politico e della radicalizzazione in Trinidad e Tobago, ha sottolineato il ruolo importante svolto dal movimento rivoluzionario Potere Nero che fra gli anni ’60 e ’70 tentò di guidare una rivoluzione razziale nel paese, ambendo all’instaurazione di un nuovo ordine politico e sociale incardinato sull’afrocentrismo. L’influenza culturale del movimento, secondo Rubin, avrebbe influenzato le successive generazioni di afrotrinidadiani, essenzialmente islamici, e le ideologie di importanti movimenti come JaM e Fronte Islamico Trinidadiano. [8]

Secondo l’antropologo Dylan Kerrigan, la maggior parte dei combattenti trinidadiani sarebbe stata raccolta nel sottobosco criminale del paese e convinta attraverso l’opportunità del ritorno economico dell’esperienza. Eppure è innegabile l’esistenza di un problema di radicalizzazione, soprattutto fra i più giovani, anche fra le classi più abbienti e insospettabili, come dimostrato dal caso di Tariq Abdul Haqq, promessa del pugilato nazionale e medaglista ai giochi del Commonwealth, morto in Siria durante un combattimento.[9]

Uno studio molto importante sulle radici della radicalizzazione in Trinidad e Tobago è stato condotto dai politologi John McCoy e Andy Knight dell’università di Alberta, pubblicato nel 2017 con il titolo “Homegrown Violent Extremism in Trinidad and Tobago: Local Patterns, Global Trends”. I risultati dello studio hanno ricevuto l’attenzione dell’Onu e saranno da essa utilizzati per formulare strategie di prevenzione e contrasto della radicalizzazione. [10] [11] 

I due autori hanno innanzitutto evidenziato come il paese abbia una tradizione di violenza politica mista a radicalismo religioso, palesata nei falliti esperimenti rivoluzionari dei suprematisti neri e dei terroristi di JaM, maturata in un contesto di povertà endemica, criminalità dilagante ed emarginazione sociale, abilmente sfruttato da organizzazioni come Al Qaeda e Daesh per reclutare nuovi soldati, soprattutto fra i convertiti. In secondo luogo, attraverso ricerche sul campo, la coppia ha riscontrato l’esistenza di gated community abitate esclusivamente da musulmani, che si caratterizzano per le visite costanti di cittadini sauditi, in entrata con permessi turistici di breve durata.

L’inconsistenza dell’apparato poliziesco, l’impreparazione dei servizi di sicurezza e del personale sociale nelle strutture penitenziarie e nei quartieri più poveri, hanno facilitato le attività di proselitismo e reclutamento dei predicatori agenti per conto delle organizzazioni terroristiche operanti in patria, come JaM, e all’estero, come Daesh e Al Qaeda, soprattutto rivolte a giovani fra i 16 e i 25 anni provenienti dai ceti più poveri del paese.

Il disagio giovanile, la povertà e l’analfabetismo religioso, affiancati dall’esistenza di fenomeni culturali importati dagli Stati Uniti come il nazionalismo nero delle Pantere Nere e il separatismo religioso-razziale della Nation of Islam (NoI), dai quali hanno rispettivamente attinto il movimento Potere Nero e JaM, avrebbero facilitato l’attecchimento e la presa ideologica delle varie ideologie jihadiste su parte della comunità islamica afrotrinidadiana.

Il ruolo della NoI nella radicalizzazione degli afrotrinidadiani musulmani è spesso sottovalutato o ignorato, seppure si tratti di un’organizzazione separatista nera strettamente monitorata negli Stati Uniti. La NoI inizia le sue attività a Trinidad e Tobago nel 1993 con l’arrivo di David Muhammad, un carismatico predicatore di origine trinidadiana giunto dal Regno Unito. Muhammad, negli anni, è diventato un personaggio pubblico nel paese, è autore di libri sul rapporto tra islam e identità nera, conduce il programma radiofonico The Black Agenda, incentrato sui rapporti interrazziali nei Caraibi, e dal 2012 è rappresentante della NoI nei Caraibi orientali. [12]

Sotto la guida di Muhammad, la NoI ha acquisito terreni a Trinidad e Tobago, sui quali sono state edificate alcune moschee, e ha stabilito legami con JaM. Inoltre, la NoI dirige delle attività in campo sociale ed educativo per la comunità afrotrinidadiana, ed è particolarmente attiva nelle carceri. [13]

Le mire dell’internazionale islamista su Trinidad e Tobago hanno attirato l’attenzione degli Stati Uniti. Nel febbraio 2017, Donald Trump ha discusso della situazione trinidadiana e di sicurezza regionale con Keith Rowley, il primo ministro del paese, preoccupato che i combattenti di ritorno dai teatri di guerra possano colpire luoghi d’interesse per Washington, come sedi diplomatiche, installazioni petrolifere, o addirittura approfittare del sistema di visti per compiere attacchi in Florida.[14]

I servizi di sicurezza dei due paesi collaborano in diversi campi: il monitoraggio delle rimesse di denaro all’estero, scambio di informazioni sui cittadini trinidadiani vicini agli ambienti del radicalismo islamico, e la collaborazione nell’antiterrorismo. Inoltre, il ministero per la sicurezza nazionale ha introdotto restrizioni ai viaggi verso Iraq e Siria, con l’obiettivo dichiarato di evitare un nuovo esodo di combattenti verso il Medio Oriente. [15]

È proprio nell’ambito di questa collaborazione che nel febbraio 2018, un’operazione congiunta dei servizi segreti trinidadiani e dello US Southern Command ha sventato un attacco terroristico tramato contro il carnevale di Port of Spain, conducendo all’arresto di 15 persone e alla perquisizione di diverse moschee ed istituti islamici. [16]

La situazione trinidadiana è ad alto rischio, e l’impreparazione e l’inefficienza delle servizi di sicurezza e delle forze di polizia, accompagnata dall’immobilismo politico, hanno permesso all’islamismo di proliferare indisturbato, creando dei ghetti religiosi e razziali in un paese storicamente fondato sulla convivenza tra etnie e fedi diverse, radicalizzando ampie fasce della popolazione islamica afrotrinidadiana.

Le uniche possibili soluzioni alla questione trinidadiana sono state fornite da esperti stranieri, mentre in patria il fenomeno islamista continua ad essere, anche volutamente, sottostimato e ridimensionato. Ad oggi JaM continua ad essere pubblicamente riconosciuta, nonostante un tentativo di colpo di Stato, l’implicazione in traffici illeciti dei membri, la retorica intrisa di antioccidentalismo e suprematismo islamico, l’aperto sostegno alle cause di Al Qaeda e del Daesh ed il coinvolgimento in attività di proselitismo e reclutamento per conto delle suscritte.

La percentuale della popolazione islamica, e dei radicalizzati, in rapporto al totale della popolazione non giustifica i timori delle autorità di una guerra civile, che dal 1990 congela ogni tentativo di contrastare e reprimere la minaccia del terrorismo, ma anche del crimine organizzato. Inoltre, l’assenza di una seria legislazione antiterroristica consente a predicatori salafiti e wahhabiti legati ad organizzazioni terroristiche e a scuole fondamentaliste saudite di entrare ed uscire dal paese con cadenza regolare, sebbene inchieste e ricerche sul campo di esperti abbiano appurato i reali moventi dietro queste trasferte che, oggi, stanno manifestando pienamente i loro effetti perniciosi. [17] [18]


Note

[1]    Vedi qui: https://www.guardian.co.tt/sites/default/files/story/2011_DemographicReport.pdf

[2]   McMaster, G., Political scientists expose hotbed of jihadi radicalism in Trinidad and Tobago, Folio, 25/04/2017

[3]    Knight, A., Why are young men from the Caribbean joining ISIS?, The Caribbean Camera, 04/08/2016

[4]    C’è un piccolo paese dei Caraibi che sforna combattenti dell’ISIS, Il Post, 11/02/2018

[5]    Gheddafi charity in Canada linked to Jamaat, T&T Guardian Online, 11/05/2011

[6]    D. Bartoo, Her Lying Eyes, 2009, pag. 28-30

[7]    Moonilal Claims 400 Nationals Left For ISIS, Serious Threat To T&T, WinnFM, 16/04/2016

[8]    Prange, A., ‘Islamic State’ and the mosques of Trinidad, DW, 25/03/2017

[9]    Surtees, J., Graham-Arrison, E., Trinidad’s jihadis: how tiny nation became Isis recruiting ground, The Guardian, 02/02/2018

[10]  A Trinidad e Tobago cresce l’Isis, Osservatorio Diritti, 29/03/2017

[11] Vedi nota 2

[12]  Biografia di David Muhammad su The Black Agenda Project

[13]  Muhammad, B., Nation of Islam progressing in Trinidad and Tobago, The Final Call, 18/05/2018

[14]  Robles, F., Trying to Stanch Trinidad’s Flow of Young Recruits to ISIS, The New York Times, 21/02/2017

[15]  Vedi nota 6

[16]  Vita, L., Quell’isola dei Caraibi diventata una centrale del terrorismo islamico, Gli occhi della guerra, 16/02/2018

[17]  Cottee, S., ISIS in the Caribbean, The Atlantic, 08/12/2016

[18]  Ellis, E., Gangs, Guns, Drugs and Islamic Foreign Fighters: Security Challenges in Trinidad and Tobago, Global Americas, 08/09/2017

Copertina: Nazaritze

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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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