Essere ragazza madre in Tunisia: tra condanna sociale ed emarginazione

Essere ragazza madre in Tunisia: tra condanna sociale ed emarginazione

Clinica Amal, unica “speranza” e rifugio per le madri non sposate

Lo sviluppo e la modernizzazione che hanno interessato nel corso del ventesimo secolo numerosi paesi del mondo arabo, hanno investito anche la Tunisia.

La Tunisia il 13 Agosto 1956 si è munita di un Codice di Statuto Personale denominato Magalla al-ahwāl al-šahsiya, modellato sui principi laici e moderni, che ha realizzato un radicale riformismo senza eguali nel quadro delle legislazioni arabe, nonché un mutamento di fondo dello status giuridico della donna.

Pubblicato il 28 Dicembre del medesimo anno ed entrato in vigore il primo Gennaio del 1957, è annoverato fra i Codici più all’avanguardia del Maghreb e del vasto panorama arabo, grazie alla sua audacia in tema di riforma, in particolare riguardo la donna. Tra le più rilevanti e considerevoli:

  • l’abolizione della poligamia;
  • l’eliminazione del ripudio;
  • le pari opportunità riconosciute ad entrambi i coniugi per quanto concerne l’ottenimento del divorzio attraverso il ricorso al Giudice.

Questi traguardi sono il frutto di un riformismo radicale e rivoluzionario in grado di adeguare e conciliare la tradizionale shari’ a ai tempi moderni[1].

Il testo del codice è stato sottoposto a continui emendamenti, l’ultimo dei quali risale al 1993 con la legge n° 74 che ha modificato la maggiore età e ha introdotto delle novità in materia di mantenimento e di potere dei genitori sulla prole[2].

In questo contesto di fermento, un ruolo basilare è stato ricoperto dalla figura di Habīb Bourguiba, presidente della Tunisia dal 1957 al 1987, senza il quale le variazioni allo Statuto Personale e i successivi emendamenti non sarebbero stati possibili. Egli, insieme alla sua politica, rappresenta un unicum nella storia del mondo arabo.

La Costituzione del primo Giugno 1959 recita: “Tutti i cittadini hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, essendo uguali di fronte alla legge”, senza dar luogo, pertanto, ad alcuna discriminazione.

Tuttavia, la maggior parte della popolazione sembra trasformarsi a rilento e in maniera conservatrice. Infatti, malgrado in Tunisia le donne lavorino e siano attive ed emancipate nella vita pubblica, in quella privata permane una condizione di arretratezza, il matrimonio resta lo scopo della loro vita e il marito continua a ricoprire un ruolo egemonico. Nei rapporti di coppia e, più in generale, nell’ambito familiare, continuano gli storici pregiudizi degli uomini, attecchiti in mentalità maschiliste e patriarcali: la donna conserva la sua condizione di inferiorità, di sottomissione e l’obbligo ad obbedire all’uomo.

Nella figura della donna, oggetto di un severo controllo sociale ad opera della comunità di appartenenza, vanno a convergere le principali contraddizioni tra tradizione e modernità, tra rifiuto e accettazione di quest’ultima e dell’occidentalizzazione: essa diventa il simbolo di un conflitto tra culture.

Il processo di riforma è avanzato con Zayn Al-Âbidīn Ben ‘Alī, divenuto presidente il 7 Novembre 1987. Questi ha portato avanti la modernizzazione grazie agli emendamenti avviati il 20 Luglio 1993 relativi agli articoli riguardanti la donna[3], una modernizzazione che, però, sembra tralasciare le ragazze madri.

Secondo Rebah ben Chaaben, psicologa presso la clinica Amal[4], esse “non sono viste come degli esseri umani al pari degli altri”. Per l’islam, il sesso prematrimoniale è un atto immorale, illecito, punibile dalla corte islamica[5]. Per tale ragione una madre non sposata è considerata portatrice di vergogna e disonore.

Le famiglie esercitano forti pressioni sulle figlie affinché rinuncino al proprio bambino. Purtroppo, come sostiene la direttrice di Amal Semia Massoudi, “Tutto [per queste donne] dipende dalla reazione della famiglia e del padre”, questo spiegherebbe i dati allarmanti circa il numero di bambini abbandonati dalle ragazze madri[6].

Fatma, una ragazza nata in un villaggio ad Ovest del paese, è stata stuprata da un membro della sua famiglia allargata. “Non ho detto a nessuno di essere stata violentata”, racconta. Durante il terzo trimestre di gravidanza è stata mandata in ospedale da sua madre. Se avesse deciso di abbandonare suo figlio sarebbe stata riaccolta in casa, ma Fatma ha rifiutato, decidendo di tenerlo ed è stata così bandita dalla sua abitazione. Quanto al suo aggressore, continua a vivere indisturbato nel suo villaggio, senza alcuna conseguenza[7].

Le ragazze madri sono stigmatizzate non solo socialmente, ma anche legalmente, a causa di un sistema giuridico che distingue tra figli legittimi e illegittimi. In Tunisia solo agli uomini è concessa la potestà sui figli, pertanto le donne non possono rivendicare l’autorità legale su di essi. Inoltre, quelli nati fuori dal matrimonio sono privati dei loro diritti di eredità, a meno che non vengano riconosciuti dal padre.

La maggior parte delle donne decide di avvalersi della legge sul nome patronimico del 1998, che permette loro di chiedere un test del DNA al potenziale padre. Tuttavia, si tratta di un’arma a doppio taglio: ad un padre assente e indesiderato potrebbe, infatti, essere concesso un significativo potere legale, tale da permettergli di insinuarsi arbitrariamente nella vita del figlio. Inoltre, tale legge non tutela queste donne nel loro rientro in società, dove si trovano ad affrontare pregiudizi e molestie mentre si fanno strada tra le sfide psicologiche ed economiche che il crescere da sole un figlio comporta.


 

 

 

[1]  Caputo C., La donna in Tunisia: il Codice di Statuto Personale tra modernità e tradizione, Rassegna  Siciliana di Storia e Cultura n° 23, www.isspe.it.

[2]  Aluffi Beck-Peccoz R. (a cura di), Le leggi del diritto di famiglia negli stati arabi del Nord-Africa.

[3]  Caputo C., La donna in Tunisia: il Codice di Statuto Personale tra modernità e tradizione.

[4]  Termine arabo che significa “speranza”, Amal è l’unica clinica, con sede a Tunisi, dedicata interamente all’assistenza legale, sociale e sanitaria delle madri non sposate.

[5] “Flagellate la fornicatrice ed il fornicatore, ciascuno con cento colpi di frusta e non vi impietosite [nell’applicazione] della Religione di Allah, se credete in Lui e nell’Ultimo Giorno, e che un gruppo di credenti sia presente alla punizione” (Sacro Corano, Sura an-Nūr, 24:2).

           [6]  Secondo l’ONG francese Santé Sud, oltre la metà delle ragazze madri rinuncia al suo bambino. [The          Guardian – Lifestytle – Women, “ ‘They’re not seen as human beings’: life for unmarried mothers in Tunisia”].

[7]  The Guardian – Lifestytle – Women, “ ‘They’re not seen as human beings’: life for unmarried mothers in Tunisia”.

Foto copertina:  Istituto Euroarabo. – Donna a Cartagine

Elisabetta Santirocchi

Elisabetta Santirocchi

Conseguito un doppio titolo di laurea in Scienze Politiche, Sociali ed Internazionali presso l'università LUMSA di Roma e in Politologia presso l'università Jagellonica di Cracovia nel 2012 e la laurea specialistica in Relazioni Internazionali nel 2014, ho da sempre dimostrato un acceso interesse per l'ambito della diplomazia, della politica e dei diritti umani, con particolare attenzione a quelli delle donne, come dimostrano le mie tesi elaborate per la Specialistica e per il Master di Alta Formazione per le Funzioni Internazionali: rispettivamente "La condizione della donna nei paesi del Maghreb Postcoloniale" e "La condizione della donna in Iran: le sfide di oggi".

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