La romizzazione dei Balcani e dell’Europa orientale: i casi di Ungheria, Slovacchia e Serbia

La romizzazione dei Balcani e dell’Europa orientale: i casi di Ungheria, Slovacchia e Serbia

Fra il 2040 ed il 2060 in alcuni paesi della periferia orientale del continente europeo avrà luogo una rivoluzione etnica causata dai bassissimi tassi di fecondità delle popolazioni autoctone e dall’elevata natalità dell’etnia rom.


Ungheria, Slovacchia e Serbia, allo stesso modo di Bulgaria e Romania, sono tre paesi destinati ad essere sconvolti da una rivoluzione etnica nel prossimo futuro che, con molta probabilità, trasformerà gli autoctoni in una minoranza etnica a causa della denatalità, dell’invecchiamento e dell’emigrazione all’estero, e i rom nel gruppo etnico maggioritario per via di elevati tassi di natalità costanti nel tempo.

La questione rom nell’Europa balcanica e centro-orientale ha iniziato ad essere analizzata in maniera seria soltanto negli ultimi anni, conseguenza del celere spopolamento di autoctoni causato dall’esodo migratorio di milioni di lavoratori e donne in età fertile verso i paesi dell’Europa occidentale e dalla drastica riduzione della natalità di coloro che invece hanno scelto di non emigrare.

Secondo le proiezioni demografiche e le analisi di scenario prodotte dalle Nazioni Unite, dalla Banca Mondiale, ma anche da istituti di ricerca dei paesi menzionati, i Balcani e l’Europa centro-orientale subiranno lo spopolamento più significativo e celere del pianeta: entro il 2050 la Serbia, l’Ungheria e la Slovacchia perderanno più del 15% della popolazione attuale, ed entro il 2100 gli abitanti diminuiranno rispettivamente da 7 milioni e 186mila a 5 milioni e 334mila, da 9 milioni e 937mila a 6 milioni e 505mila, e da 5 milioni e 397mila a 3 milioni e 732mila.1

Nello stesso arco di tempo la minoranza rom presente in questi paesi si trasformerà nel primo gruppo etnico, favorita sia dall’elevata fecondità (ovunque fra i 3 ed i 7 figli per donna) che dall’emigrazione degli autoctoni, e le diverse ricerche prodotte concordano sul fatto che questo cambiamento sia inarrestabile.

La romizzazione della periferia centro-orientale dell’Europa indurrà dei profondi cambiamenti economici, sociali, culturali, linguistici, politici nei paesi di riferimento, ma fino ad oggi è trattata mediaticamente come uno scenario apocalittico da evitare. Inoltre nessun governo ha intrapreso politiche coraggiose aventi l’obiettivo lungimirante di rendere la rivoluzione etnica meno traumatica, magari ambendo ad una maggiore inclusione dei rom nella società civile e nel mercato del lavoro in tempi rapidi, alimentando invece le crescenti spinte antiziganiste presenti nelle società. Tutto questo accade sullo sfondo della trasformazione di interi villaggi e periferie in enclavi etniche caratterizzate da elevata disoccupazione, criminalità dilagante, analfabetismo, penuria di servizi essenziali, e regolarmente sede di disordini pubblici e rivolte.

Il caso ungherese

In Ungheria fra il 1990 ed il 2011 la popolazione complessiva è diminuita da 10 milioni e 374mila unità a 9 milioni e 937mila. Da una lettura accurata si evince come gli ungheresi siano l’etnia ad aver registrato la maggiore riduzione, da 10 milioni e142mila a 8 milioni e 504mila, ed i rom l’etnia con il più alto tasso di crescita, da 142mila a 315mila. 2 3

In realtà le stime della Divisione Rom e Nomadi del Consiglio d’Europa e una ricerca dell’università di Debrecen dipingono uno scenario diverso, nel quale il numero dei rom sarebbe compreso fra 500mila e un milione. 4 5 6 Conclusioni simili sono state raggiunte da uno studio dell’Accademia delle Scienze Ungheresi mirante a scoprire la dimensione effettiva della comunità rom attraverso il calcolo dei rom presenti negli istituti scolastici nazionali. Secondo lo studio, condotto da Attila Papp, la percentuale dei rom nelle scuole pubbliche ungheresi varia dal 4,2% in alcune regioni al 34,3% registrato nell’Ungheria orientale. A Budapest i nuovi iscritti di origine rom nelle scuole elementari e superiori variano dal 23% al 43%, in base al distretto.7 8

La minoranza rom attualmente è essenzialmente estromessa dal mondo del lavoro (tasso di disoccupazione fra i rom fra l’85% ed il 100% a seconda della regione), è sottoistruita rispetto al resto della popolazione (1/3 dei bambini non termina il ciclo d’istruzione primaria), e giace in condizioni di indigenza diffusa e segregazione sociospaziale, fattori che alimentano una certa propensione al crimine e all’accattonaggio, esacerbando le relazioni con gli autoctoni. Essendo che già oggi quasi un neonato su due nasce da coppie rom e la metà dei rom ungheresi ha meno di 20 anni, è altamente probabile uno scenario di un capovolgimento etnico di tipo traumatico nel prossimo futuro. 9 10

Il caso slovacco

In Slovacchia fra il 1991 ed il 2011 la popolazione complessiva ha subito un lieve aumento, passando da 5 milioni 274mila unità a 5 milioni 397mila. Ugualmente all’Ungheria, mentre gli slovacchi etnici hanno sperimentato una riduzione, da 4 milioni 519mila a 4 milioni 352mila, i rom hanno registrato una crescita, da 75mila a 105mila. 11 12

Anche in questo caso, i numeri emersi dai censimenti si scontrano con le stime, più realistiche, fornite dalla Divisione Rom e Nomadi del Consiglio d’Europa, che quantificherebbero le dimensioni della comunità rom nazionale fra 380mila e 600mila unità, e con uno studio demografico del ricercatore Akty Bratislava del 2002.13

Lo studio appurò che i rom fossero all’epoca circa 378mila, ossia il 7,2% della popolazione totale, destinati a diventare quasi il 10% entro il 2025, ossia circa 530mila, per via dell’elevata fertilità.14

Entro il 2050, l’emigrazione e l’invecchiamento della popolazione autoctona ed il divario nei tassi di fecondità tra i gruppi etnici dovrebbero trasformare i rom nel gruppo etnico maggioritario del paese secondo le proiezioni sulla popolazione elaborate dal centro demografico Infostat.15 16

Anche in questo paese la minoranza rom sperimenta condizioni di esclusione sociale e ghettizzazione (17% dei rom residente in enclavi etniche), sotto-occupazione (soltanto un rom su sei aveva un lavoro nel 2015), discriminazione e immobilità sociale, elementi che renderanno turbolenta la rivoluzione etnica in corso. Inoltre, secondo la Banca Mondiale la mancata trasformazione dei rom in cittadini produttivi per il sistema economico causa perdite annuali pari al 7% del pil nazionale.17 18 19

Il caso serbo

In Serbia fra il 1991 ed il 2011 la popolazione totale si è ridotta da 8 milioni 10mila a 7 milioni 186mila unità. Anche in questo caso gli autoctoni hanno registrato una forte diminuzione, da 6 milioni 616mila a 5 milioni 988mila, a fronte di un aumento dei rom, da 90mila a 147mila, le cui reali dimensioni sarebbero però significativamente maggiori secondo la Divisione Rom e Nomadi del Consiglio d’Europa, fra 400mila e 800mila (dati riferiti al 2012). 20 21 22

Non esistono proiezioni demografiche ufficiali inerenti le future dinamiche dei gruppi etnici presenti in Serbia, ma la combinazione dei risultati di ricerche diverse sulla natalità può essere utile per delineare la situazione. Secondo una ricerca di Ana Popović e Jelena Stanković, pubblicata nel 2013 sotto il nome di Progetto Finally, fra le rom serbe si registra un tasso di fecondità medio di 5,32 figli per donna, affiancato da un 7,9% di famiglie rom composte da più di 11 figli.23

Fra le serbe etniche la Banca Mondiale ha invece certificato un tasso medio di 1,44 figli per donna nel 2017.24

La situazione dei rom serbi è, inoltre, fra le peggiori d’Europa: tasso di disoccupazione medio del 60%, un quinto dei bambini non inizia alcun ciclo d’istruzione dopo l’asilo, fra il 70% ed il 90% dei bambini non conclude la scuola primaria, soltanto l’8% dei rom termina in media il ciclo di studi secondario, oltre il 60% dei rom vive in ghetti etnici privi dei servizi essenziali, fra cui elettricità e acqua potabile, l’80% dei rom è completamente o funzionalmente analfabeta.25

Nel maggio 2018 l’organizzazione non governativa Civil Rights Defenders ha presentato al Media Center di Belgrado un rapporto sulla situazione dei rom nel paese intitolato “The Hoop of Anti-Gypsyism: Roma in Serbia”, fonte di un successivo dibattito pubblico. Secondo quanto emerso dal rapporto, nell’ultimo ventennio le autorità nazionali non avrebbero fatto nulla per migliorare le condizioni di vita dei rom serbi, che continuerebbero a subire discriminazioni sul mercato del lavoro, ad essere vittime di crimini d’odio a cui spesso non segue alcun processo, inoltre una quota significativa di rom vivrebbe in condizioni di apolidia senza che le autorità lavorino per fornire loro i documenti necessari a regolarizzarsi, che sono essenziali per poter vivere un’esistenza legale, usufruire dei servizi, fare domanda per alloggi sociali e per entrare nel mondo del lavoro.26

Conclusioni

Fra il 2040 ed il 2060 in Romania, Bulgaria, Ungheria, Serbia e Slovacchia i rom si trasformeranno nel gruppo etnico maggioritario a detrimento degli autoctoni; una rivoluzione demografica che già oggi presenta i semi dello squilibrio e del conflitto, alla luce delle condizioni di sottosviluppo cronico, segregazione spaziale e sociale, povertà endemica e analfabetismo in cui questa minoranza si trova, sia per forze maggiori che per nolontà di cambiamento e reale integrazione.

I programmi d’inclusione sociale, anche sovvenzionati con fondi comunitari, non hanno sortito gli effetti desiderati e i rom continuano a vivere in condizioni di disagio ed indigenza, in quartieri-ghetto spesso privi dei servizi basilari. Si tratta di un circolo vizioso di sottosviluppo, esclusione sociale ed antiziganismo che si autoalimenta e che in assenza di visioni lungimiranti è destinato ad aggravare l’inevitabile rivoluzione etnica.

La sfida principale in questi paesi sarà la trasformazione dei rom in cittadini “produttivi”, pienamente integrati nel mercato del lavoro e nella società, alla luce della necessità di colmare il divario nelle entrate contributive legato alla denatalità e all’invecchiamento della popolazione fra gli autoctoni che rischia di innescare l’implosione dei sistemi previdenziali e, in esteso, il fallimento degli Stati.

Alcuni esperimenti originali oggi in atto, come il Corpo d’Autogoverno Rom in Ungheria, potrebbero essere tradotti secondo le peculiarità nazionali per ovviare al fallimento dei programmi fino ad oggi attuati. Zoltán Balog, ministro delle risorse umane durante il governo Orban III, ha suggerito di attuare una serie di investimenti pubblici in occupazione nelle comunità a maggioranza rom, affiancati da investimenti in formazione professionale ed educativa, per aumentare il numero dei rom titolari di diplomi e lauree.27

Oltre agli investimenti in occupazione ed integrazione, sarà molto importante investire anche nell’educazione e nella creazione di una cultura sessuale capace di ridurre il tasso elevato di malattie sessualmente trasmissibili fra i rom e di permettere la pianificazione della genitorialità adeguata alle potenzialità di crescita e sviluppo dei paesi.

Le dinamiche di crescita e sviluppo future nei Balcani dipenderanno dal modo in cui le comunità rom saranno integrate o meno nell’economia e nella società, perché continuare ad ignorare un cambiamento inevitabile esacerberà ulteriormente una situazione già precaria e conflittuale.


Note

1 Countries with greatest projected population decrease by UN, Facts Maps,

2Censimento 1990: https://kisebbsegkutato.tk.mta.hu/uploads/files/archive/311.pdf

3Censimento 2011: http://www.ksh.hu/docs/hun/xftp/idoszaki/nepsz2011/nepsz_03_00_2011.pdf

4Kearney, S. Who Are The Roma People? EuroNews, 01/08/2017

5The growth of Hungary’s Roma minority – A fascinating new study, Hungarian Free Press, 23/02/2018

6Estimates and Official Numbers of Roma in Europe (2012), Council of Europe for Roma Issues

7Anita, E., Roma népességrobbanás – A HVG meglepő térképet közöl, Valasz, 02/04/2015

8Hungary’s demographic revolution? Roma youth comprise a third of all students in Eastern Hungarian countries, Huntarian Free Press, 09/04/2015

9The Roma: Left Behind, The Economist, 04/06/2015

10Hungary in crisis: Tensions with its gypsy population threaten to rip the Eastern European country apart, The Independent, 10/07/2011

11Censimento 1991: http://www.infostat.sk/vdc/pdf/romeng.pdf

12Censimento 2011: http://www.infostat.sk/vdc/pdf/Pop_vyvoj_2011_def.pdf

13Vedi nota 6

14Projection of Roma population in Slovakia until 2025: http://www.infostat.sk/vdc/pdf/projection2025rom.pdf

15Rapporto visionabile qui: http://www.infostat.sk/vdc/pdf/Prognoza2060.pdf

16Luxmoore, J., Roma still at Europe’s margins, National Catholic Reporter, 18/07/2016

17Vedi nota 9

18Rapporto visionabile qui: https://www.reyn.eu/positive-parenting-amongst-the-romani-communities-in-the-slovak-republic/

19Kovacova, J. For the dignity of Roma in Slovakia, Alusta, 07/01/2014

20Censimento 1991: http://www.anthroserbia.org/Content/PDF/Articles/ES-XI_(1990)_03_Dragana_Stojkovic.pdf

21Censimento 2011: http://media.popis2011.stat.rs/2012/Presentation_Ethnicity.pdf

22Vedi nota 6

23Rapporto visionabile qui: http://finally.splet.arnes.si/files/2013/12/SRB-National-Report_DEF.pdf

24https://www.indexmundi.com/serbia/total_fertility_rate.html

25The hard life of Roma people in Serbia, Scholars Strategy Network, 24/09/2015

26Roma in Serbia under constant discriminations, study says, N1, 22/05/2018

27Vedi nota 10

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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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