Russia e Iran: tra partenariato e antagonismo

Russia e Iran: tra partenariato e antagonismo

Le armi sono una voce importante per il bilancio russo, ma quando si tratta di Iran la realpolitik spesso prevale sugli affari e i motivi sono diversi.


Recentemente è stata diffusa la notizia che l’Iran avrebbe chiesto alla Russia una fornitura di S-400 Triumph, il nuovo sistema d’arma antiaereo di nuova generazione sviluppato da NPO Almaz e prodotto da MKB Fakel, di cui tanto si discute ultimamente.[1]

Si tratta di un sistema di difesa antimissile capace di intercettare e colpire aerei da guerra e missili balistici e da crociera che volano finoo ad una velocità fino a 4,8 km/s (17.000 km/h). Il sistema può individuare fino a 80 obiettivi contemporaneamente entro un raggio d’azione massimo di 400 km.[2]
L’esportazione di armi rappresenta la seconda voce più importante del bilancio russo, dietro l’export di risorse naturali. Soltanto nel 2018, Rosoboronexport ha concluso contratti per la fornitura di armi e attrezzatture militari con più di 40 paesi per un valore di circa 19 miliardi di dollari.[3]
Il sistema S-400, descritto dal “The Economist” come “tra i migliori sistemi di difesa antimissile attualmente in circolazione”, ha attirato l’attenzione di diversi paesi guidati da ambizioni egemoniche: Turchia, Cina, India, Arabia Saudita, Iran, Qatar, Egitto.

Di questi, Cina e Arabia Saudita hanno concluso con successo i contratti per la fornitura, la Turchia sembrerebbe intenzionata a concludere l’acquisto nonostante le pressioni provenienti dagli Stati Uniti, mentre l’India è stata minacciata di sanzioni dall’amministrazione Trump, e le trattative con Qatar, Iraq ed Egitto sono ancora in corso.[4] [5] [6] [7]

L’unico paese con il quale la Russia non ha neanche voluto intavolare una trattativa negoziale preliminare è l’Iran. La domanda sorge spontanea: perché Turchia e Arabia Saudita sì, e l’Iran no? Ankara è un membro NATO, guidata da un’agenda ambigua, con interessi più divergenti che convergenti sulla Russia su numerosi temi (dall’influenza sul mar nero, al Nagorno Karabakh, fino alla Siria), mentre Riyadh è il custode inamovibile degli interessi statunitensi in Medio oriente.
L’Iran, dal canto suo, ha contribuito in maniera significativa a determinare il successo dell’operazione militare russa in Siria in difesa di Bashar al-Assad e non ha mai avuto atteggiamenti ambigui nei confronti di Mosca – tutt’altro, quel che in Occidente viene definito il “regime degli ayatollah” ha sempre considerato la Russia un alleato naturale e lavorato sin dall’epoca di Mahmood Ahmadinejad per il miglioramento dei rapporti bilaterali.

Nonostante ciò, la presenza iraniana ha iniziato ad essere vista come un peso da Mosca, fermamente intenzionata a non spartire la Siria con nessun’altra potenza, dopo essere riuscita a coronare il sogno secolare di avere “lo sbocco nel mare caldo” (il riferimento è alla concessione per 49 anni del porto di Tartus alla Russia).[8]

Se è vero che la Russia ha in passato svolto un ruolo controverso nell’aiuto ad Hezbollah, il partito-organizzazione paramilitare che ha riplasmato il Libano e combattuto una guerra con Israele nel 2006, in termini di rifornimento militare e servizi di spionaggio, oggi la situazione sembra essere cambiata.
Il motivo è semplice: la dottrina dell’accerchiamento che ha contraddistinto l’epoca sovietica è stata rimpiazzata nell’era Putin dalla dottrina del controbilanciamento. Significa che se glli Stati Uniti provano a fare un cambio di regime nell’area di influenza russa, la Russia reagisce facendo altrettanto nelle sfere di pertinenza americana.

Fino ad oggi, la strategia ha funzionato, producendo grandi risultati a costi irrisori – anche perché il bilancio russo non permette grandi manovre internazionali, contrariamente a quello statunitense che teoricamente può finanziare proiezioni di potenza in ogni angolo del pianeta.
Maduro è stato protetto inviando consulenti e mercenari, Assad salvato in extremis con un’operazione militare, la transizione dell’Ucraina verso Ue e Nato bloccata con la guerra nel Donbass, idem per la Georgia con l’Ossezia del Sud e l’Abcasia, e così via.

Tutte queste azioni hanno avuto il duplice effetto di: impedire che si concretizzassero i piani euroamericani, continuare a rivestire influenza su zone d’interesse.

Ma che cosa accadrebbe se l’Iran si dotasse del sistema S-400? L’ago della bilancia in Medio Oriente penderebbe pericolosamente verso l’Iran, che ha saputo sfruttare saggiamente il caos creato dalla guerra al terrore delle amministrazioni Bush Jr e Obama per dar vita al cosiddetto “asse della resistenza”, da Teheran a Beirut, passando per Damasco e Baghdad.

Una tale situazione renderebbe il Medio oriente ancora più instabile, probabilmente rendendo ancora più bellicoso il comportamento israeliano nella regione. In pratica: un equilibrio precario mantenuto a fatica crollerebbe perché alcuni interlocutori, Israele e Arabia Saudita, non sarebbero più disposti a guardare senza reagire.

Non è un segreto che Israele e Stati Uniti lavorino dal 1979 per un cambio di regime in Iran, tentato attraverso omicidi mirati, proteste pilotate, pressioni diplomatiche, sanzioni internazionali. Tutto inutile, la popolazione continua a rifiutare l’idea di un ritorno al passato, nella forte consapevolezza che dietro gli eventi che portarono alla rivoluzione khomeinista si nasconde oltre un secolo di “giochi” tra potenze straniere per il controllo sull’antica Persia.

La Russia ha bisogno dell’Iran, perché la sua classe politica condivide l’obiettivo comune di trasformare l’Asia nel nuovo baricentro delle relazioni internazionali, rafforzando la collaborazione tra le potenze regionali per lo sviluppo di un’Eurasia indipendente da influenze euroamericane.
Allo stesso tempo, è vero anche che l’Iran è una potenza energetica, quindi rivale sul mercato per la Russia, e che le sue ambizioni egemoniche sul Vicino oriente sono fonte di attrito costante con tre paesi-chiave dell’agenda estera di Mosca: Turchia, Israele e Arabia Saudita.

La Russia è quindi costretta a destreggiarsi tra una serie di ostacoli, nell’obiettivo di allontanare il più possibile lo spettro dell’esplosione della polveriera Medio oriente. A questo obiettivo non aiutano né l’Iran, che ambisce a distruggere Israele, né Israele, che sin dalla sua nascita mira a “pacificare” l’area a propria discrezione, né l’Arabia Saudita e la Turchia, che pur alternando fasi di apertura agli interessi russi restano comunque degli alleati-chiave del blocco occidentale.

La Russia ha quindi una ragione valida nell’aver negato all’Iran la vendita del sistema S-400, perché altrimenti avrebbe aggravato una situazione già tesa, magari fornendo un leitmotiv a Israele e Stati Uniti per lanciare un attacco preventivo sull’Iran.

Se l’Iran avrà mai tale sistema a propria disposizione dipenderà da una serie di fattori, tra i quali mosse occidentali, o di paesi con dietro l’Occidente, miranti a cambiare lo status quo. In tal caso, è possibile che la Russia valuti di rifornire l’Iran, per riportare ordine.

Equilibrio del terrore, bilanciamento del potere attraverso le armi, realpolitik, ma anche una dosa significativa di volontà di ergersi ad attore primario nel quadro eurasiatico, queste le ragioni dietro il rifiuto all’Iran.


 

Note

[1]  Russia Rejected Iran S-400 Missile Request Amid Gulf Tension, Officials Say, The Moscow Times, 31/05/2019

[2]  Russian S-400 Triumf Missile System: 10 Things To Know, NDTV, 05/10/2018

[3]  Russia’s Arms Exporter Sold $19Bln Worth of Weapons in 2018, Official Says, The Moscow Times, 01/11/2018

[4]   No change in Turkey’s course on S-400 deal: Turkish officials, Daily News, 09/06/2019

[5]   S-400: India missile defence purchase in US-Russia crosshairs, BBC News, 05/10/2018

[6]  Qatar maintains interest in S-400, Janes, 07/03/2019

[7]   Adesso anche l’Iraq vuole gli s-400 russi, Inside Over, 16/05/2019

[8]  La Russia affitta il porto di Tartus per 49 anni, Sputnik, 20/04/2019


Foto Copertina: Iranian President Hassan Rouhani and Russian President Vladimir Putin (Source: Kremlin.ru, April 4, 2018).


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Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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