Salafismo e wahhabismo alla conquista del mondo

Salafismo e wahhabismo alla conquista del mondo

Indagando il salafismo e il wahhabismo, le scuole di pensiero più estremiste dell’islam, utilizzate da diverse potenze per perseguire scopi geopolitici

Il terrorismo islamista e l’islam politico sono probabilmente tra i fenomeni sociali e culturali più complessi del nuovo secolo, manifestazioni di un risveglio islamico avvenuto contestualmente alla guerra fredda, ma sottovalutato e non pienamente compreso sino all’11 settembre 2001.

Il primo pensatore occidentale ad accorgersi delle potenzialità offerte dal fondamentalismo islamico, in termini di ricadute geopolitiche, fu Zbigniew Brzezinski, geopolitico e stratega di rilievo durante le amministrazioni Carter e Reagan, noto per esser stato il teorico della geopolitica della fede. Brzezinski fu la mente dietro l’operazione Cyclone, il programma segreto della Cia per il finanziamento, il reclutamento e l’armamento dei mujaheddin durante l’invasione sovietica dell’Afganistan.

Con la fine della guerra fredda, un gruppo islamista noto come Al Qaeda, capofila di un network internazionale di organizzazioni di dimensioni e proiezioni di potenza variabili, basato su un corpo ideologico qutbista-wahhabita ed aspirante ad una lotta di tipo anti-imperialistico contro gli Stati Uniti ed, in esteso, “l’Occidente”, iniziò a compiere attentati in Medio Oriente, Nord Africa e golfo persico, ma le sue reali capacità offensive non furono prese seriamente in considerazione fino agli attentati contro il Pentagono e le Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

Dal 2001 ad oggi, il panorama del terrorismo islamista è cambiato profondamente, nuovi attori sono emersi, utilizzando nuove tattiche di reclutamento, di proselitismo, di finanziamento e di attacco, ma le ideologie di base a cui essi si riferiscono sono rimaste sostanzialmente le stesse: il qutbismo, il salafismo ed il wahhabismo.

Il qutbismo è una scuola di pensiero che prende il nome da Sayyid Qutb, importante membro dei Fratelli Musulmani1 nel secondo dopoguerra, i cui scritti sono stati considerati dal Rapporto della Comissione sull’11 settembre la base ideologica di numerose sigle terroristiche islamiste emerse fra gli anni ’80 e ’90, tra cui al Qaida.

Il salafismo è una corrente ultraortodossa e fondamentalista sviluppatasi nell’ultima parte dell’Ottocento, a partire dalle riflessioni di importanti teologi e pensatori come Muhammad Rida, Muhammad Abduh e Jamal al-Din al-Afghani. È l’ideologia di fondo di numerosi partiti politici islamisti, come i Fratelli Musulmani, e sorge in un contesto di elaborazione intellettuale tesa a fare dell’orgoglio e dell’identità islamiche delle armi contro il colonialismo europeo in Nord Africa e Medio Oriente.

Il wahhabismo è una versione eterodossa dell’islam, spesso descritta come la più conservatrice, puritana ed antimoderna, dominante nelle petromonarchie della penisola arabica, utilizzata come religione politica ed instrumentum regni in particolar modo da Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sin dagli anni ’60.

Il nome è legato al suo fondatore, Muhammad ibn Abd al-Wahhab, un teologo arabo settencesco impegnato nella ricostruzione dell’islam delle origini, secondo lui possibile soltanto mediante un ritorno a vivere la fede secondo il modo dei puri antenati. Diversi esponenti di casa Saud, la dinastia che guida l’Arabia Saudita sin dalla fondazione, e del clero nazionale saudita, come l’attuale gran muftì Abd al-Aziz bin Abd Allah Al ash-Sheikh, vanterebbero una diretta discendenza da al-Wahhab, ed il suo credo è stato istituzionalizzato sin dalla nascita del regno.

Il wahhabismo è stato popolarizzato ed è uscito oltreconfine, riscuotendo una graduale legittimità nel mondo islamico, grazie all’importante posizione geopolitica e religiosa di cui gode il regno saudita, sede delle due sacre moschee di Medina e La Mecca, e per via della guerra culturale avviata a partire dal regno di re Faisal nel 1964, dapprima in chiave anti-nasseriana, ed in seguito in chiave anticomunista ed anti-khomeinista, con l’obiettivo di fare di Riyadh il cuore della umma e di contenere l’esportazione delle rivoluzioni sovietica ed iraniana.

La guerra fredda tra Arabia Saudita e Iran non si combatte soltanto attraverso colpi di stato pilotati, attentati e guerre per procura, come nel recente caso dello Yemen, ma anche e soprattutto con l’indottrinamento al credo khomeinista o wahhabita delle masse di musulmani sparsi per il globo, che poi andranno a convertirsi in delle quinte colonne funzionali alle agende politiche dei due paesi.

L’indottrinamento avviene finanziando l’edificazione di moschee, scuole coraniche, centri culturali islamici, sia nei paesi a maggioranza islamica che nel resto del mondo; luoghi in cui le omelie, le predicazioni e gli insegnamenti somministrati sono molto più politici che religiosi, e che negli anni hanno causato la radicalizzazione di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.
Tra il 1982 ed il 2005 l’Arabia Saudita ha finanziato l’edificazione di oltre 1500 moschee, 2mila scuole coraniche e centri culturali islamici in tutto il mondo, distribuendo gratuitamente oltre 138 milioni di copie del Corano fra Nord America, Europa, Africa ed Asia, nel tentativo di internazionalizzare il credo wahhabita.
2 Nello stesso periodo circa 8 moschee e centri culturali su 10 edificati tra Europa occidentale e Stati Uniti, sono stati finanziati da Riyadh, alimentando la radicalizzazione dei musulmani occidentali, secondo le accuse lanciate da importanti think tank come Freedom House ed Henry Jackson Society. 3 4

La Lega musulmana mondiale, istituita dall’allora principe ereditario Faisal di casa Saud nel 1962 per promuovere la diffusione dell’islam nel mondo attraverso la distribuzione gratuita o economica di copie del Corano, attività di proselitismo nei confronti dei non-musulmani ed edificazione di moschee, scuole coraniche e centri culturali islamici, è la principale organizzazione impegnata nell’esportazione internazionale del wahhabismo, ed è stata spesso accusata di collusioni con il terrorismo islamista, insieme alla Sheikh Eid Bin Mohammad al-Thani Charitable Association e alla Kuwaiti Revival of Islamic Heritage Society. 5

Stati Uniti, Russia, Germania, Regno Unito, Francia, Belgio, Svezia, questi sono i principali paesi in cui queste tre organizzazioni hanno agito, e in alcuni di essi continuano ad agire, per decenni, favorendo la radicalizzazione nelle enclavi islamiche occidentali, trasformando l’asse Bruxelles-Londra-Stoccolma-Parigi-Berlino in un focolare di jihadismo emerso completamente con l’affermazione del Daesh.

Le ripercussioni della wahhabizzazione delle comunità islamiche europee sono molto gravi e richiederanno soluzioni lungimiranti basate sulla deterrenza, su una reale inclusione e su un ripensamento globale dell’islam.

Secondo l’International Center for Counter-Terrorism il Belgio è il paese europeo con il più elevato numero di foreign fighter pro capite (520 su 11 milioni di abitanti), e la Francia il paese da cui sono partiti più foreign fighter per unirsi al Daesh nella guerra civile siriana, oltre mille, oltre che il principale bersaglio degli attentati terroristici dal 2014. 6

Entrambi i paesi ospitano le comunità islamiche più vaste del continente, in rapporto percentuale alla popolazione totale, e soffrono di gravi problemi legati a dei fallimentari modelli d’integrazione che hanno prodotto ghetti e no-go zones, di fatto degli stati paralleli abitati quasi esclusivamente da non-autoctoni con tassi incredibilmente preoccupanti di criminalità e disoccupazione, un miscuglio che ha facilitato la proliferazione e l’attecchimento delle ideologie estremiste, soprattutto fra i più giovani.

L’estirpazione di un’ideologia che ha indottrinato migliaia di fedeli all’odio religioso richiede soluzioni culturali e di ingegneria sociali ad ampio raggio, e la tardiva presa di coscienza della gravità della minaccia alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico rappresentata da degli eserciti dormienti composti da migliaia di soldati pronti al martirio sta producendo alcuni risultati.

In Francia, il governo Philippe sotto l’egida di Emmanuel Macron ha annunciato l’elaborazione di un piano per la nascita di un islam nazionale, depurato dei valori più conservatori ed estremisti e plasmato dagli ideali civili e repubblicani, che sarà basato su un maggiore controllo dei sermoni, sulla formazione degli imam, e su una più approfondita sorveglianza circa l’utilizzo e la provenienza dei capitali destinati a moschee e centri culturali. 7

In Belgio, il governo Michael ha disposto il ritorno della grande moschea di Bruxelles, dal 1978 gestita dall’Arabia Saudita, al pieno controllo statale per via delle evidenze maturate da una commissione parlamentare d’inchiesta riguardo la promozione dell’estremismo islamico, 8 ma è una misura inconcludente: Riyadh continua a finanziare la maggior parte delle moschee nazionali, proliferano quartieri-ghetto come Mollenbeek 9 in assenza di efficaci modelli d’integrazione e mobilità sociale, e la legge tollera l’esistenza di movimenti apertamente antidemocratici come Sharia4Belgium, dissoltosi per ragioni interne, o Islam, 10 un partito islamista sorto nel 2012 con l’obiettivo di trasformare il paese in uno stato islamico governato dalla shari’a.

Ma non sono soltanto l’Arabia Saudita ed il wahhabismo a rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale dell’Occidente, perché da quando Recep Tayyip Erdogan ha interrotto il processo di occidentalizzazione della Turchia in favore di un ritorno nell’alveo della civiltà islamica, è stato messo in moto un piano di finanziamenti per la costruzione in ogni continente di moschee e mega-moschee adibite alla diffusione di un sunnismo mescolante elementi salafiti e neo-ottomani, in contrapposizione all’ultraconservatorismo wahhabita.

Le ambizioni turche si sono spostate dal cuore dell’Unione Europea ai Balcani, ossia Romania, Bosnia, Albania, Macedonia, Ungheria, Kosovo, seguendo un preciso piano di rinascita neo-imperiale facente di un islam politicizzato uno strumento di espansione geopolitica in quelli che furono gli ex domini ottomani 11.

Lo scorso 8 giugno il governo austriaco ha annunciato l’espulsione di 62 imam e delle relative famiglie e la chiusura di sette moschee gestite dall’Unione Islamica Turco-Austriaca, con l’accusa di aver violato alcune leggi contenute nel quadro legislativo dell’Islamgesetz, tra cui i divieti di dar luogo ad una società parallela basata sulla shari’a e di ricevere finanziamenti dall’estero. L’indagine che ha portato il governo ad assumere la decisione è partita dopo la circolazione in rete di alcune foto ritraenti bambini vestiti da soldato durante una messinscena della battaglia di Gallipoli 12 13.

Il pericolo della radicalizzazione è concreto sia che si tratti di Turchia che di Arabia Saudita, perché in entrambi i casi si assiste alla trasformazione della religione in uno strumento politico dalle ambizioni destabilizzatrici.

Francia e Belgio sono probabilmente i casi più emblematici dei danni della penetrazione wahhabita e salafita in Europa, ma la radicalizzazione ed il rischio terrorismo riguardano ogni paese in cui predicano imam stipendiati dalle petromonarchie o dalla Turchia per diffondere dottrine fondamentaliste, Italia inclusa.


Note:

1Per approfondimenti : “ I Fratelli Musulmani: dalla nascita nel 1928 alla repressione di Al-Sisi. http://www.opiniojuris.it/fratelli-musulmani-dalla-nascita-nel-1928-alla-repressione-al-sisi/

2 Saudi Government Paper: ‘Billions Spent by Saudi Royal Family to Spread Islam to Every Corner of the Earth’, MEMRI, 27/03/2002

3Saudi publications on hate ideology invade American mosques, Freedom House, 2005

4Saudi Arabia has ‘clear link’ to UK extremism, report says, BBC News, 05/07/2017

5Dearden, L. Saudi Arabia and Gulf states ‘support Islamic extremism in Germany,’ intelligence report finds, The Independent, 14/12/2016

6 Perper, R., France, Belgium, largest exporters of foreign fighters to Iraq and Syria, study finds. The Jerusalem Post, 03/04/2016

7 McAuley, J. Struggling to prevent terrorist attacks, France wants to ‘reform’ Islam, The Washington Post, 17/04/2018

8Giving up control of Brussels mosque, Saudi Arabia sends a signal, Reuters, 12/02/2018

9Molenbeek: the Brussels borough becoming known as Europe’s jihadi central, The Guardian, 15/11/2015

10Islam Party stirs controversy ahead of Belgian elections, EuroNews, 26/04/2018

11Bird, M., Revealed: Turkey’s massive global mega-mosque plan, The Black Sea, 29/09/2015

12Austria, Kurz: “Chiuderemo 7 moschee ed espelleremo imam vicini alla Turchia”, Il Fatto Quotidiano, 08/06/2018

13 Turkey condemns Austria’s ‘racist’ move to close seven mosques, The Guardian, 08/06/2018

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Copertina: Professor Lecturing at Al-Azhar University in the nineteenth century. (Credit: Universal History Archive / UIG via Getty Images)

Emanuel Pietrobon

Emanuel Pietrobon

Laureando in Scienze Internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all'università di Torino. Attualmente in erasmus all'Accademia di Umanistica ed Economia di Lodz (Polonia), dove studio Scienze della Comunicazione e dell'Informazione.
Da sempre appassionato di relazioni internazionali, geopolitica, studio delle religioni comparato e ruolo del sacro negli affari internazionali, strategia militare, nuove guerre.

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