La minaccia Salafita – Jihadista: il caso della Giordania

La minaccia Salafita – Jihadista: il caso della Giordania

La Giordania, al centro del Levante, è una piccola monarchia sulla quale i riflettori sono poco puntati malgrado il suo ruolo cruciale a livello regionale. Le dicotomie nel paese sono molteplici: se da un lato il regno Hashemita ha la fama di essere moderato e stabile, e di mantenere rapporti costanti e duraturi con diverse potenze occidentali e regionali, dall’altra parte ha visto di recente una massiccia adesione al fenomeno estremista e la partecipazione di circa 4000 combattenti diretti in Siria e in Iraq.1


Islam politico e Salafismo nel regno Hashemita

Il movimento Salafita-Jihadista1 è emerso nel regno solo negli anni ’90. Tuttavia, la presenza di gruppi islamisti all’interno del paese non è mai stata percepita come conflittuale. Al contrario, il regime giordano è stato straordinariamente abile nel coltivare una relazione positiva con i Fratelli Musulmani2, una delle più importanti potenze islamiste nella regione. L’interazione tra questi due attori è stata generalmente caratterizzata da un grado misurato e significativo di coesistenza e tolleranza, o, nel peggiore dei casi, da conflitti non violenti.3

L’attivismo islamista è emerso in concomitanza con l’indipendenza del paese nel 1946, quando l’Organizzazione dei Fratelli Musulmani è stata istituita sotto gli auspici del Re Abdullah I, insieme a numerosi membri di spicco della Fratellanza Musulmana egiziana.

Dopo alcuni anni, il partito islamista “Hizb ut-Tahrir al-Islami” tentò spesso di essere riconosciuto ad Amman, ma a causa delle sue ideologie estreme che condannavano lo Stato e chiedevano la reintegrazione di un Califfato, ciò non fu mai permesso. I gruppi salafiti4 divennero attivi all’inizio degli anni ’80; dapprima attraverso una serie di “manifestazioni sociali”, poi con la creazione di un proprio movimento in nome del disinteresse per la politica e dell’adesione al principio di “obbedienza al sovrano”.

Solo a partire dagli anni ’90, con il ritorno di molti mujaheddin dall’Afghanistan5, lo spazio per le frange violente crebbe dando vita ai movimenti di Salafismo-Jihadista.

Un ulteriore elemento politico fonte di risentimento e violenza proveniva dagli avvenimenti legati al conflitto Arabo-Israeliano e alla decisione presa dal Re di cercare di normalizzare le sue relazioni con Israele.

Nel 1994, il governo giordano annunciò l’arresto di Issam al-Barqawi, noto anche come Abu Mohammad al-Maqdisi. Lui e i suoi seguaci distribuivano libri che inneggiavano ad un nuovo “Salafismo” basato sul takfir (apostasia) del regime politico giordano e di tutti gli altri regimi Arabi, compresa l’Arabia Saudita.

Inoltre, chiedevano che la Shari’a fosse vista come l’unico sistema legale possibile, e che l’accesso alla legge e alla politica create dall’ uomo fosse considerato immorale e proibito. Non ultimi il richiamo ad una fede inflessibile e la convinzione che il cambiamento non potesse essere propagato se non attraverso le armi e l’uso della forza. Centinaia di persone furono influenzate dal movimento, imprigionate e portate dinnanzi alla Corte Suprema, mentre la letteratura di Maqdisi continuava a diffondersi sottobanco.

Nel 1999, dopo l’assassinio del Re Husayn, fu dichiarata una sanatoria dal nuovo e attuale Re Abdullah II, con la quale furono liberati diversi prigionieri tra cui i leader del movimento Maqdisi e il suo allievo Zarqawi.

Il movimento Salafita-Jihadista presenta mutevolezza e con essa fratture: ne è un esempio il pensiero di uno dei suoi fondatori, Maqdisi, e il distacco profondo tra lui e Zarqawi.6

Nuove generazioni: il movimento salafita jihadista 2.0

Un punto tanto cruciale quanto interessante del Salafismo-Jihadista è stato il suo mutare da un movimento d’élite di “intellettuali” – provvisto di un’ideologia e di una dottrina precisa fondato sull’aderenza ad una serie di punti rigidi e fedele a un certo canone di integrità morale – ad un movimento “populista”, rivolto alle masse e finalizzato ad accogliere chiunque volesse aderire alla causa senza badare particolarmente alla fondatezza delle ideologie.

Senza addentrarci nella miriade di milizie e gruppi esistiti ed esistenti nella galassia jihadista, è sufficiente guardare ai due grandi principali del jihadismo contemporaneo: ad al-Qa‘ida7, di cui Maqdisi è considerato un ideologo fondatore, nonostante si sia sempre distaccato dall’organizzazione; e all’autoproclamato Stato Islamico, che trova le sue radici nell’ideologia di Abu Musab al-Zarqawi – pupillo di Maqdisi fino al suo distacco, chiaro dagli anni 2000, che portò il mentore a redarguire pubblicamente il suo allievo a causa di una serie di noti e sanguinosi attentati portati avanti sia in Iraq che nella madrepatria giordana.

Dall’ideologia di Zarqawi discende quindi la nuova generazione jihadista che ha visto nell’auto dichiarato Stato Islamico un emblema di cambiamento generazionale. Tale cambiamento nota una ricerca meno focalizzata sulle ideologie delle reclute, piuttosto concentrata su un uso estremamente professionale dei mezzi di comunicazione e della narrativa inclusiva volta ad attirare un numero consistente di combattenti.

Di fatto, quando negli ultimi anni si è sentito parlare di foreign fighters e di soggetti radicalizzati è stato spesso sottolineato quanto la religione fosse solo una copertura e un elemento unificante, volto a fare da collante giocando su problemi di marginalizzazione e identità piuttosto che a costituire una base reale dell’ideologia nei suoi affiliati. Come ogni fenomeno anche l’estremismo violento è cambiato seguendo i parametri di una società digitale e moderna attraverso l’uso di tutti i mezzi più appetibili per un pubblico giovane.

Se una volta gli affiliati si ritrovavano nelle moschee e in esse si svolgevano attività di proselitismo, questa generazione ha visto i combattenti arruolarsi attraverso l’uso di social network o siti internet nei quali i giovani, ma anche i bambini, venivano adescati, piuttosto che in luoghi totalmente lontani dalla fede come le palestre o le carceri8. Questo perché nella scelta di abbracciare un’ideologia come quella jihadista, con diverse sfumature da milizia a milizia, nella maggior parte dei casi non c’è una reale consapevolezza.

Quello che emerge dai report condotti sul campo è che molto del movimento estremista degli ultimi anni è condizionato da alcune specificità.

Analizzando il Regno Hashemita infatti si può subito notare che le cause di malcontento e frustrazione sono molteplici. In primis la crisi economica che martella il paese da più di dieci anni e che, durante la primavera di quest’anno, ha visto i giordani prendere parte a proteste contro le manovre del Fondo Monetario Internazionale. Dalla disoccupazione a livelli stellari deriva un senso di inutilità notevole da parte dei giovani, tra cui molti laureati. La mancanza di occupazione porta a non avere possibilità basilari, tra cui quella di contrarre il matrimonio, il che va a corrodere la dignità e ad aumentare il senso di impotenza. Inoltre, l’elemento dell’identità e della marginalizzazione è cruciale negli studi sull’estremismo violento e vede in queste componenti dei drivers importanti. A ciò vanno aggiunte una serie di discriminazioni interne per vie tribali o nazionali, dove a rimetterci sono spesso i Palestinesi o i discenti e in generale i rifugiati presenti in alto numero. Senza parlare della corruzione dilagante su vari fronti all’interno del paese. Emerge quindi un quadro dove pare lampante che non sia in sé l’idea del califfato come fine l’elemento di condivisione alla radice, ma piuttosto la ricerca disperata di alternative economiche, sociali, psicologiche e individuali più concrete e glorificanti.

Le organizzazioni salafite–jihadiste sono riuscite ad offrire evidentemente ad alcuni un’alternativa migliore di quella dello Stato, sopperendo alle sue gravi lacune e creando una narrativa ben costruita cavalcante la rabbia e la necessità di cambiamento nei giovani.


Note

1 Il termine salafita deriva dall’espressione araba “al-salaf al-sālih” (gli antenati pii). I salafiti affermano di seguire meticolosamente i precetti del Profeta Muhammad, tentando di rappresentare l’Islam in tutta la sua presunta purezza riferendosi principalmente al Corano, alla Sunna e agli Hadith, distaccandosi dalla politica. Una delle principali problematiche all’interno del gruppo è la mancanza di coesione universale o regionale, e di consenso sulla qualifica di Salafita essendo il Salafismo un movimento molto variegato in termini di filosofia politica e posizioni, compresa la legittimità e la strategia nel perseguire l’attivismo. Ciò che è doveroso segnalare è che i cosiddetti Salafiti “tradizionali” non coincidono con i rami jihadisti e nella maggior parte die casi aborrano la violenza. Per maggiori approfondimenti si veda Wagemakers, “Il Salafismo o la ricerca della Purezza”, Fondazione Oasis, 2 Agosto 2018 link: https://www.oasiscenter.eu/it/salafismo-ricerca-islam-puro ; Mohammad Abu Rumman, “I am a Salafi: A Study of The Actual And Imagined Identities of Salafis”, Friedrich-Ebert-Stiftung, (Amman, 2014); Matteo Colombo, “Chi sono veramente i salafiti?”, ISPI Commentary, 18 aprile 2013. Link: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/chi-sono-veramente-i-salafiti-7746

2http://www.opiniojuris.it/fratelli-musulmani-dalla-nascita-nel-1928-alla-repressione-al-sisi/

3 {Mohammad Abu Rumman, Hassan Abu Hanieh, “The Islamic Solution in Jordan”, Friedrich Erbert Stiftung , Amman, 2013.}

4 Per approfondimenti Salafismo e wahhabismo alla conquista del mondohttp://www.opiniojuris.it/salafismo-wahhabismo-alla-conquista-del-mondo/

5Per approfondimenti “L’Invasione Sovietica dell’Afghanistan e l’ “Operazione Ciclone” http://www.opiniojuris.it/linvasione-sovietica-dellafghanistan-e-l-operazione-ciclope/
6Joas Wagemakers, “A Quietist Jihadi”, Cambridge University Press, 2012.
7Per approfondimenti “Al-Qāʿida: origine ed evoluzione” http://www.opiniojuris.it/al-qa%CA%BFida-origine-ed-evoluzione/
8Per approfondimenti “Radicalizzazione: dal web agli istituti penitenziari” http://www.opiniojuris.it/radicalizzazione/


Copertina: Jordanian gendarmes and Jordanian security forces are on high alert in the capital of Amman, in the early hours of June 5, 2018. Photo: Raad al-Adayleh/AP 

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Giulia Macario

Nata in Italia, attualmente vive ad Amman come ricercatrice e tirocinante presso “Arab Institute for Security Studies” (ACSIS). Nel 2018 ha iniziato il Master in Middle Eastern Studies (MIMES) offerto dall’ Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI - Università Cattolica del Sacro Cuore) a Milano.
La sua tesi “WMD, al-Qa'ida and the Hashemite Kingdom of Jordan: response to Violent Extremism” analizza la Giordania come caso studio nella difesa attuata contro l’estremismo violento, sia dal punto di vista strategico militare che da punto di vista della contro-narrativa e prevenzione.
Nel 2017 ha ottenuto due diplomi presso l'Istituto per gli di Studi di Politica Internazionale (ISPI) in "Geopolitica e Sicurezza Globale" e "Crisi ed Emergenza Umanitaria". Precedentemente ha conseguito la laurea in Studi Internazionali all'Università di Trento con una tesi intitolata "I media nella galassia jihadista: Analisi e comparazione dei magazines di al-Qa ‘ida e delle Stato Islamico" volta a sottolineare le differenze ideologiche e le tattiche di comunicazione utilizzate dalle due organizzazioni. Giulia studia con particolare interesse i movimenti salafiti-jihadisti, l'islam politico con una particolare attenzione alla prevenzione e alla lotta contro l'estremismo violento e il terrorismo.

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