Sudafrica: da Zuma a Ramaphosa, c’è qualche miglioramento?

Sudafrica: da Zuma a Ramaphosa, c’è qualche miglioramento?

Il Sudafrica, dopo una fase di crescita nel decennio 2000-2010, ha conosciuto una fase di arresto ed una crisi economica. Ma a sette mesi dalle elezioni del maggio 2019 gli effetti di una ripresa tardano a presentarsi.


La “S” di Sudafrica nell’acronimo BRICS nel 2020 compirà dieci anni: lo Stato Sudafricano è riuscito nel giro di 17 anni a passare da Stato dell’Apartheid a paese emergente nel panorama internazionale.

Una crescita economica che è sembrata per lungo periodo inarrestabile. Nel primo decennio di potere[1] del Congresso Nazionale Africano, subito dopo la lunghissima stagione delle segregazioni, si è manifestato un incremento rilevante e costante del PIL passato da 140 mld $ nel 1994 a 229 mld nel 2004 per poi arrivare a 416,9 miliardi di $ nel 2011.

Un decennio di crescita culminato con il più alto risultato mai registrato nella storia del PIL Sudafricano legato principalmente ad un diverso utilizzo delle risorse del territorio rispetto alla fallimentare amministrazione boera[2].

Il Sudafrica sembrava destinato a divenire il paese più ricco e produttivo dell’Africa Subsahariana ma dal 2011 la crescita si è arrestata lasciando il posto ad una crisi economica che nel giro di 5 anni ha cambiato radicalmente lo scacchiere geopolitico subsahariano.

Nel quinquennio 2011-2016 il PIL ha conosciuto un crollo del quasi 37% passando da un PIL di 416,9 mld $ del 2011 ad un PIL di 295,8 mld $ del 2016 con un recupero parziale nell’anno successivo (349,4 mld $) dopo le dimissioni del presidente Zuma[3].

In questo scenario altalenante di crisi e ripresa dell’economia il Sudafrica ha vissuto la concreta paura di essere scalzato dal ruolo di seconda potenza economica dell’Africa dalla Nigeria che aveva registrato una esponenziale crescita del proprio PIL da 165 mld di $ del 2009 a 586,5$ del 2014[4].

Non estranea alla ripresa economica del Sudafrica nel 2018 è stato l’avvicendamento di Cyril Ramaphosa alla guida del paese dopo le dimissioni del presidente Zuma.

Politica: tra promesse e sfide per garantire al Sudafrica un futuro migliore

La presidenza di Ramaphosa è iniziata nel febbraio 2018 quando Zuma si dimise, già da allora come presidente ad interim accettò la sfida di governare per un anno un paese in crisi da ben 5 anni cercando d’indirizzarlo verso un piano per la ripresa economica.

Il presidente sudafricano ha ereditato una situazione piuttosto negativa: a febbraio 2018, la disoccupazione era al 26,7%, particolarmente elevata tra i giovani, mentre più del 33% della popolazione riceveva sovvenzioni mensili, inoltre il debito pubblico cresceva a dismisura riflettendosi sul PIL.

A questa prima sfida il presidente ha saputo ben rispondere facendo registrare nel dicembre 2018 dei piccoli segnali di ripresa che avrebbero portato al fenomeno della “Ramphoria” (neologismo nato dall’unione tra Ramphosa ed euforia). Il 2019 è stato l’anno delle elezioni: Ramaphosa è stato confermato alla guida del paese per il quinquennio a venire.

Prima delle elezioni di maggio 2019 l’ANC temeva che l’Alleanza Democratica e i Combattenti della Libertà Economica avrebbero potuto portare a casa alte percentuali e ostacolare così la salita dello stesso African National Congress al governo da 25 anni. Le elezioni hanno confermato l’ANC ai vertici per altri 5 anni pur avendo riportato la percentuale di voti più bassa dal post-apartheid (57,50%) seguito da Alleanza Democratica di Maimane (20,77%) e i Combattenti della Libertà Economica di Malema (10,69%).

Il risultato ottenuto dall’ANC è stato sufficiente ad assicurare la conferma di Ramaphosa al governo ma la percentuale “bassa” e la crisi dell’ANC post-Zuma non permettono serenità alcuna.

Ramaphosa: una figura controversa

Il cambio alla guida del governo ha fatto crescere l’interesse per il Sudafrica favorendo gli investimenti internazionali.  Il nuovo presidente è forte di una lunghissima esperienza nel campo del management e della politica, annoverato tra gli uomini più ricchi del Sudafrica con un patrimonio personale di 550 milioni di dollari. Sin da giovane ha preso parte a movimenti politici anti-apartheid e sindacati, è presidente dal 2017 dell’ANC oltre che essere stato presidente esecutivo e fondatore del gruppo Shanduka.

Il gruppo Shanduka è una holding sudafricana con investimenti nel settore delle risorse, in quello energetico, immobiliare, bancario, assicurativo e delle telecomunicazioni (SEACOM) e  non  è l’unico gruppo nel quale Ramaphosa ha avuto un ruolo importante: è stato infatti anche presidente di The Bidvest Group Limited e della multinazionale MTN sempre legata all’ambito delle telecomunicazioni, inoltre è stato anche amministratore non esecutivo presso la Macsteel Holdings, Alexander Forbes, Standard Bank, Mondi (un gruppo internazionale leader nel settore della carta) e della SABMiller.

Nel 2014, dopo essere diventato vice Presidente del Sudafrica, ha rinunciato a molte delle cariche per dedicarsi alla politica ed evitare conflitti d’interesse[5].

Nella sua lunga carriera non sono mancati coinvolgimenti in scandali come l’inserimento della Shanduka nell’elenco dei Paradise Paper[6] e il suo coinvolgimento nelle decisioni che portarono al massacro di Marikana[7] del 2012.                                                       

Le sfide di Cyril Ramaphosa: poche risorse e troppo presto per giudicare 

Il Presidente Ramaphosa ha esposto il giorno dopo le sue elezioni i sette punti sui quali si sarebbe basato il suo programma premettendo che il governo sudafricano aveva delle limitate finanze per riuscire a portare a termine obiettivi di lungo periodo. Il suo obiettivo principale: portare il paese verso una trasformazione economica garantendo la creazione di nuovi posti di lavoro per ridurre la disoccupazione giovanile. Sono stati promessi miglioramenti nei campi dell’istruzione e della sanità nonché dei governi locali, il rafforzamento del già presente “salario sociale” e dei servizi di base per migliorarne l’affidabilità e la qualità.  E ancora, garanzie per il miglioramento della coesione sociale e della sicurezza che ad oggi risulta essere ancora un problema in Sudafrica a causa della forte presenza della microcriminalità. Il programma di Ramaphosa nelle conclusioni   sottolinea di puntare alla costruzione di uno Stato etico e adeguato a fronteggiare le sfide dello sviluppo per la conquista di uno “spazio prestigioso in Africa e nel mondo”. Nonostante i propositi, però il nuovo governo di Ramaphosa sembra faticare a mantenere le promesse lasciando spazio alla preoccupazione che al contrario vi sia rischio di regressione rispetto al 2018.

All’alba dell’undicesimo meeting dei BRICS ciò è molto più che un timore. Il neo-presidente è stato accusato dalla comunità LGBTQ sudafricana di non avere rispettato le promesse in tema di diritti civili, accusa stigmatizzata anche attraverso l’hashtag #6monthsinpower che fa riferimento a quanto fatto negli ultimi 6 mesi di governo.[8]

Le frammentazioni dell’ANC e la mancata riforma agricola, che da ormai due anni non si riesce ad approvare, hanno determinato un crescente malcontento generale. Si fa inoltre sentire sempre di più la necessità di migliorare il sistema d’istruzione che, secondo i dati dell’UNESCO, necessita entro il 2025 dell’assunzione di almeno 15.000 insegnanti[9]. Ramaphosa aveva, egli stesso, già in passato espresso preoccupazioni per le difficoltà economiche del paese e il 31 ottobre, in un intervento al Parlamento ha rimarcato la necessità di investire in infrastrutture per poter attrarre maggiori investimenti esteri alfine di realizzare il suo programma elettorale che potrebbero traghettare il suo programma politico nel realizzabile: aggiungendo che “Abbiamo detto in passato che l’infrastruttura è stata uno dei principali motori della crescita economica che ci ha già servito bene”[10] ha dichiarato in Parlamento.

Un lavoro lungo e faticoso, non privo di insidie aspetta l’economia di questo paese che si appresta ad entrare in un nuovo decennio di sfide. Il 2019 si è chiuso con la concretezza di una lenta ripresa ma con ancora molto su cui lavorare e da costruire nel lungo periodo.


Note

[1] Fonti prese dai dati della BM (GDP South Africa 1994-2004)

[2] Fonti prese dai dati della BM (GDP South Africa 1960-1994)

[3] Fonti prese dai dati della BM (GDP South Africa 2011-2018; GDP Nigeria 2011-2018)

[4]https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2018/08/31/lapprofondimento-della-settimana-sudafrica-economia-emergente/

[5] https://mg.co.za/article/2014-05-27-00-ramaphosa-withdraws-from-shanduka-group

[6]Il massacro di Marikana ha avuto luogo il 16 agosto 2012 ed è stato l’uso più letale della forza da parte delle forze di sicurezza sudafricane contro i civili dal 1976.  Le vittime sono state 47 di cui 32 minatori a seguito di una protesta per i diritti sociali. Le sparatorie sono state descritte come un massacro nei media sudafricani e sono state paragonate al massacro di Sharpeville nel 1960. 

[7] I Paradise sono un insieme di 13,4 milioni di documenti riservati relativi ad investimenti offshore che sono stati scoperti dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. Il giornale lo ha condivisi con il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi, di cui alcuni articoli sono stati resi pubblici il 5 novembre 2017.

[8]https://www.iol.co.za/news/politics/6monthsinpower-ramaphosas-support-for-lgbtqi-community-hasnt-translated-into-action-analyst-37130737

[9] http://uis.unesco.org/en/country/za

[10]https://ewn.co.za/2019/10/31/sa-needs-creative-ways-to-grow-economy-ramaphosa


Foto Copertina:Ramaphosa and Zuma on Feb. 7. Photographer: Elmond Jiyane/GCIS. Bloomberg


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Francesco Fatone

Sono nato a Napoli nel 1995. Ho conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Napoli “Federico II”, dove sto conseguendo una magistrale in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario. Mi occupo principalmente di questioni inerenti la politica estera ed interna e la geopolitica del Terzo Mondo.

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