Tribalismo, nuove frontiere per la diplomazia interculturale ?

Tribalismo, nuove frontiere per la diplomazia interculturale ?

In un tempo in cui la diversità ci viene presentata sempre più spesso come una minaccia, anziché una possibilità, l’intercultura rappresenta una guida preziosa per la comprensione di un mondo sempre più interconnesso. Tribalismo e le nuove frontiere per la diplomazia interculturale. Il caso del Sudan.

 

Una prospettiva interculturale. Si definisce intercultura[1] lo scambio tra gruppi culturali diversi, inteso come un movimento di reciprocità, come superamento, quindi, del processo unidirezionale di trasmissione del sapere[2].

Da qui il concetto di “dialogo interculturale”, inteso come incontro di saperi diversi, ovvero un modello di gestione delle diversità culturali[3]che parte dal presupposto che le culture, come del resto gli esseri umani, non esistono se non in relazione le une con le altre[4].

Particolare coniugazione dell’intercultura è la diplomazia interculturale, intesa come capacità di trovare punti di sintesi possibili tra culture diverse[5] anche nel mondo delle relazioni internazionali.

Ma cosa vuol dire diplomazia interculturale? E, soprattutto, quali orizzonti può aprire?

Dalla teoria alla pratica – Un esempio tra tutti, l’Africa: il continente al centro dei riflettori europei, la sfida di un “domani sostenibile”. Diverse sono le associazioni concettuali che vengono alla mente ogni qual volta si parla di Africa. Africa e tribalismo è una di queste.

Ma da dove nasce questa associazione? E’ davvero una fotografia veritiera della realtà? Cosa vuol dire tribalismo? E, soprattutto, cosa sottintende?

Il concetto di tribù, come comunemente conosciuto oggi, nasce nel XIX secolo ed è legato alle teorie dell’evoluzionismo sociale dell’epoca, secondo cui una tribù, basata su agricoltura e/o pastorizia, è il primo gradino evolutivo verso la civilizzazione. Una categoria concettuale occidentale, conseguenza del tentativo di semplificazione di un “contesto altro”, diverso da quello di origine, altrimenti difficilmente comprensibile.

Da qui, l’associazione del termine ad una condizione primitiva dell’uomo, che ha rafforzato la sua accezione discriminatoria successivamente sposandosi con le teorie razziali: tale connubio tribalismo – evoluzionismo sociale, nel 1880, viene utilizzato per giustificare la colonizzazione dell’Africa, la tratta degli schiavi e lo sfruttamento iniquo delle risorse del continente.

Il termine tribù è, quindi, entrato nell’uso corrente e come tale si è affermato quale rappresentazione veritiera della realtà, pur essendo improprio fin dall’origine. Improprio in quanto non solo ha connotazioni discriminatorie, ma anche perché semplifica in maniera estremamente riduttiva la pluralità della realtà sociale africana dell’epoca e attuale. Esperienze empiriche dimostrano che le tribù non sono per forza caratterizzate da un’identità omogenea e, soprattutto, non sono l’unica unità politica presente in Africa nel XIX secolo[6].

Allora perché continuare ad utilizzare questo termine?

Nel caso del Sudan, ad esempio, il termine tribù è ancora usato con forti connotazioni politiche. Un certo consenso politico è riconosciuto, infatti, ad un gruppo per la sua appartenenza ad una determinata tribù. Il concetto è comunque flessibile e la sua percezione varia a seconda del gruppo considerato.

In Sudan esistono nove principali gruppi etnici: Arabi, Dinka, Nuba, Nuer, Fur, Zande, Shilluk, Bari/Zaghawa, Nubiani[7] e la percezione del concetto di tribù varia per ognuno di essi. I Nuer, ad esempio, considerano la tribù come un gruppo caratterizzato da antenati comuni, la cui affiliazione è più forte in caso di difesa, mentre per i Dinka questa si fonda sulla discendenza dalle stesse guide spirituali. Questo semplice esempio dimostra come il concetto di tribù non implichi nessuna categorizzazione rigida e sia, piuttosto, uno stereotipo puramente occidentale, e, nel caso di specie, perfettamente assimilabile all’idea di etnia, ovvero un gruppo caratterizzato da stesse origini ed una base culturale comune[8].

Da notare come un’etnia si definisce solo in relazione a ciò che è diverso o altro, cioè è capace di identificarsi unicamente nel confronto con altri gruppi. Il medesimo concetto può essere esteso all’idea di nazione, che, a sua volta, può essere concepita solo all’interno di una relazione duale. Curioso a tal proposito è pensare che in lingua araba-sudanese la parola qabila è usata per indicare una tribù o un gruppo, e dalla stessa radice nasca la parola muqabil che vuol dire anche opposto ed equivalente.

Le responsabilità nascoste delle dominazioni straniere nei conflitti etnici in Africa – Una volta definite queste premesse, cerchiamo di comprendere le implicazioni pratiche del concetto di tribalismo circostanziandolo in uno scenario dinamico e reale.

Quando consideriamo un movimento politico solamente come realtà tribale, ne sottovalutiamo la forza, la potenziale struttura organizzativa ed il raggio di influenza[9], commettendo inevitabilmente errori di giudizio.Alla luce di quanto sopra, scegliere di non definire i gruppi Africani come realtà tribali – nell’accezione del XIX sec. -, non significa negare l’esistenza di una realtà plurale e la presenza di divisioni etniche in Africa, bensì intende aprire la mente a possibili domande come:

qual è la vera natura di questi conflitti? Come funzionano?

Storicamente, i conflitti in Africa possono essere classificati in due grandi categorie: conflitti postcoloniali e conflitti neoliberali[10], entrambi caratterizzati da ragioni economiche legate all’iniqua allocazione di risorse e potere.

Nel caso dei conflitti postcoloniali, il colonialismo ha condizionato la nascita degli stati indipendenti africani in almeno sei modi principali:

  1. Fragilità economica, ovvero dipendenza dai fattori di produzione esteri e dalle ex madrepatrie (neocolonialismo economico);
  2. Fragilità delle istituzioni politiche, dovuta al trasferimento di istituzioni politiche occidentali nei territori colonizzati, del tutto aliene ed incapaci di incarnare la pluralità della realtà africana e mantenute una volta raggiunta l’indipendenza[11];
  3. Legittimità di politiche coercitive e di sfruttamento, eredità del periodo coloniale, divenute prassi legittime anche per le élite politiche al potere nel periodo post-indipendenza;
  4. Distruzione dello scenario geopolitico dell’Africa, con l’introduzione di confini artificiali a seguito della conferenza di Berlino nel 1884/5, che divise l’Africa in zone di influenza, senza alcuna considerazione per le realtà plurali esistenti nel territorio;
  5. Creazione e consolidamento di élite etniche omogenee che i coloni misero a capo delle istituzioni amministrative, determinando così una quasi totale assenza di legittimità di questi piccoli gruppi una volta raggiunta l’indipendenza;
  6. Nascita del Panafricanismo e del Panarabismo, cioè complessi meccanismi identitari in risposta all’imperialismo occidentale, nati nel periodo della decolonizzazione come risposta all’idea di una cultura e di una razza africana inferiore a quella occidentale, in seguito, distorti attraverso il prisma dell’etnicità[12].

Il caso storico – Il Sudan è stato teatro di 40 anni di guerra civile spesso etichettati nell’ambito del panorama internazionale come conflitti etnici o religiosi – come è accaduto anche nella nota crisi del Darfur-. Considerare l’affiliazione etnica o tribale causa principale del conflitto, come precedentemente argomentato, è, tuttavia, forviante e significa ridurre la rilevante incidenza di altri fattori.

Non si può infatti dimenticare come prima della occupazione turca (1821-1881), il nord e il sud del Paese hanno avuto uno sviluppo separato. I turchi hanno segnato la storia del Sudan per due ordini di motivi: iniziarono lo sfruttamento e la marginalizzazione delle regioni del Sud e del Darfur e crearono un’élite arabo-musulmana. Il colonialismo inglese, successivamente, enfatizzò questi due aspetti, segnando la nascita del futuro stato indipendente attraverso la marginalizzazione economica dei territori al di fuori da Khartoum[13], l’ostacolamento del processo di costituzione dello stato nazionale[14]; la legittimazione di metodi coercitivi, più tardi ereditati dall’élite dello stato indipendente.

Questo contribuì alla nascita, nel periodo post-indipendenza, di un governo centrale caratterizzato da una mancanza di legittimità agli occhi dei più, fattore che fu tra le prime cause a determinare lo scoppio della prima guerra civile, con il colpo di Stato del ’56, a seguito della negazione delle richieste di federalismo del Sud. La centralizzazione veniva vista, dal gruppo al comando, come necessaria e vitale per la modernizzazione dello Stato, ma fallì miseramente nel tentativo di risolvere il problema dell’avvio di un processo nazionale[15].

Il ruolo della diplomazia interculturale Il caso del Sudan è un esempio lampante di mancanza di un approccio olistico nella comprensione delle cause del conflitto, come nella maggior parte dei casi africani. Guardare alle realtà “altre” sforzandosi di riconoscere l’impossibilità di formulare un giudizio esaustivo del “diverso” sulla base delle proprie categorie concettuali preesistenti è l’essenza delle argomentazioni della diplomazia interculturale, che si basa su una sospensione iniziale del giudizio e sulla ricerca di una visione di insieme. In questo senso la diplomazia interculturale[16] potrebbe essere utilizzata per immaginare un nuovo strumento di dialogo intertribale, come ci ha spiegato l’Ambasciatore d’Italia in Sudan, Fabrizio Lobasso, che abbiamo incontrato per un confronto sul tema.

Secondo lo stesso, infatti: “concetti come tribalismo, etnia, clan, famiglia, non possono essere tematiche d’esportazione, attraverso cui incasellare le complesse dinamiche sociali e politiche di un Paese come il Sudan. Solo un’approfondita osservazione, percezione, conoscenza, metabolizzazione di quanto accaduto e di quanto accade nel Paese potrà portare l’operatore delle relazioni internazionali ad immaginare empaticamente una strategia collaborativa e a strutturare un esercizio operativo che includa indissolubilmente la dimensione culturale e valoriale locale”.


[1]Da non confondere con multicultura, cioè un contesto dove la cultura diventa proprietà distintiva di ogni singolo gruppo da preservare attraverso la soluzione della separatezza (Baumann,1996)

[2] Nanni e Curci, 2005

[3] Libro Bianco del dialogo Interculturale, Consiglio d’Europa, 2008

[4] Principio tanto caro alla filosofia eraclitea per cui ogni cosa esiste solo in relazione al suo contrario, quindi, per estensione, in relazione a ciò che è diverso

[5]Saper fare Diplomazia Interculturale”in Calumet, F.Lobasso (2017)

[6]Come da nota numero 1

[7] Come da nota numero 1

[8] Come da nota numero 1

[9]David Waley,1981

[10]“Storia delle Guerre Africane: dalla fine del Colonialismo al Neoliberalismo Globale” – Stefano Bellucci, 2006

[11]Conseguenze: apparato statale lontano dalla maggioranza della popolazione, fallimento del processo di formazione nazionale, istituzioni divenute macchine burocratiche, terreno fertile per la corruzione. La fragilità economica ha, inoltre, determinato un’idea dello Stato come unica entità capace di trasferire potere, benessere e status, trasformando conflitti per le risorse in conflitti per il potere, con connotazioni etniche a causa della strumentalizzazione delle varie élite politiche.

[12] Un esempio può essere l’Unione Africana.

[13] Il principale proposito degli inglesi era lo sfruttamento delle risorse, senza alcun interesse verso un’omogeneizzazione politica ed economica del Paese, pertanto, si concentrarono direttamente sulla capitale, già ricca e principale polo commerciale.

[14]Conseguenza delle diverse politiche di amministrazione seguite da coloni per ciascuna regione e al consolidamento dell’élite araba, dovuta alla necessità di controllo di questo gruppo protagonista della rivoluzione del Mahdi.

[15]A tale scopo venne scelta dal governo, una politica di Arabizzazione, con l’obiettivo di creare un’identità nazionale, che fu vista come la negazione completa dell’anima multiculturale del Paese.

[16] Approccio che si basa su sette pilastri: politica, economia, diritto, cultura, cooperazione, solidarietà e comunicazione.“Saper fare Diplomazia Interculturale” in Calumet, F.Lobasso, (2017)

Copertina: Dame blanche (4000 av. J.-C.), pittura rupestre, Namibia.

Giuliana Ghia

Giuliana Ghia

Nata a Napoli, classe ‘96.
Laureata in Management Internazionale, con un Master in Progettazione Europea ed Internazionalizzazione di Impresa presso la SIOI di Roma.
Tra i ruoli ricoperti è Membro del Direttivo di MSOI Napoli, associazione giovanile delle Nazioni Unite in Italia. Ha partecipato a vari eventi di respiro internazionale tra cui l’NMUN 2015 a New York e lo ZeroHackathon 2016 presso la FAO a Roma. Ha recentemente trascorso un periodo in Sudan per un tirocinio presso l’Ambasciata d’Italia a Khartoum.
Tra i ruoli ricoperti è Membro del Direttivo di MSOI Napoli, associazione giovanile delle Nazioni Unite in Italia. Ha partecipato a vari eventi di respiro internazionale tra cui l’NMUN 2015 a New York e lo ZeroHackathon 2016 presso la FAO a Roma.

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