Trump via dall’accordo sul nucleare iraniano: le ragioni e lo stato dell’arte

Trump via dall’accordo sul nucleare iraniano: le ragioni e lo stato dell’arte

Dopo aver più volte minacciato di farlo, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato il ritiro dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Il punto della situazione.

Lo scorso 8 maggio, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato il ritiro di Washington dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul programma nucleare iraniano siglato il 14 luglio 2015 dopo due anni di intense trattative tra Teheran, l’Unione Europea e i Paesi del cosiddetto “Gruppo 5+1”, vale a dire i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) con l’aggiunta della Germania.

La decisione dell’inquilino della Casa Bianca, controversa anche se largamente preannunciata e coerente con quanto affermato a più riprese da quest’ultimo fin dai tempi della campagna elettorale conto Hillary Clinton, ha certamente rappresentato una doccia fredda per le parti firmatarie dell’accordo, con particolare riferimento al Presidente francese, Emmanuel Macron, e alla Cancelliera tedesca, Angela Merkel, i quali hanno fino all’ultimo tentato di far cambiare idea a Trump anche in occasione delle rispettive recenti visite ufficiali a Washington.

Ma quali sono i motivi che hanno spinto il Presidente americano a compiere unilateralmente una mossa che rischia di minare ulteriormente il già precario equilibrio mediorientale? Quali sono le critiche avanzate da Trump nei confronti del JCPOA, da egli stesso bollato come “il peggior accordo mai negoziato” dal suo Paese? Quali sviluppi possiamo attenderci nella questione del nucleare iraniano e nelle posizioni delle parti contraenti del trattato?

Le disposizioni del Joint Comprehensive Plan of Action[1]

Innanzitutto, con il JCPOA l’Iran ha accettato di tagliare del 98% le proprie scorte di uranio arricchito, passando dai 10.000 chilogrammi precedenti fino a 300 chilogrammi e impegnandosi a non aumentarle nuovamente per un periodo di 15 anni. Nello stesso arco temporale, l’uranio rimanente non potrà inoltre essere arricchito oltre la soglia del 3,67%, al di sotto del livello del 5% che differenzia l’utilizzo dell’energia atomica a scopi civili da quello a scopi militari.

Anche il numero delle centrifughe nucleari iraniane è stato sensibilmente ridotto. Delle 19.000 centrifughe esistenti ne rimangono infatti 6.104, delle quali soltanto 5.060 potranno essere utilizzate per il processo di arricchimento dell’uranio[2] fino al 2025. In aggiunta, per 10 anni Teheran potrà arricchire l’uranio solamente nella centrale nucleare di Natanz[3], servendosi unicamente delle centrifughe di prima generazione (IR–1), tecnologicamente meno avanzate rispetto a quelle di seconda generazione (IR–2).

A certificare il rispetto da parte dell’Iran di queste e di altre disposizioni, come ad esempio la riconversione della centrale sotterranea di Fordow in un mero centro di ricerca e sviluppo e la riqualificazione del reattore di acqua pesante di Arak per impedire la produzione di plutonio abbastanza puro da poter essere impiegato a fini militari, il JCPOA prevede che i funzionari dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) compiano ispezioni a cadenza regolare in tutti gli impianti nucleari in questione.

In cambio di queste restrizioni, che sebbene non possano garantire che Teheran abbia definitivamente rinunciato alla costruzione della bomba nucleare rendono estremamente difficile che ciò possa venire all’oscuro della comunità internazionale, i Paesi firmatari dell’accordo si sono impegnati a rimuovere le sanzioni economiche a carico dell’Iran, ferma restando una clausola di reintroduzione automatica di queste laddove l’AIEA riscontrasse in qualsiasi momento una violazione dei termini pattuiti[4].

Le critiche di Trump all’accordo

Come accennato in precedenza, la contrarietà di Donald Trump al JCPOA ha radici profonde, che risalgono quantomeno all’epoca della campagna in vista delle elezioni presidenziali del novembre 2016. Dopo la vittoria elettorale, il Presidente americano in più occasioni minacciato di ritirare il proprio Paese dall’accordo, nel tentativo di spingere le controparti a tornare al tavolo negoziale per affrontare quelle che a sua detta rappresentano delle criticità fondamentali.

In primo luogo, l’inquilino della Casa Bianca vorrebbe che fossero eliminate le scadenze temporali alle restrizioni imposte all’Iran, nonché le disposizioni che limitano il libero accesso degli ispettori dell’AIEA ai siti nucleari esplicitamente citati nell’accordo. L’amministrazione Trump, a braccetto con quella dell’alleato israeliano Benjamin Netanyahu[5], sostiene infatti che l’Iran stia portando segretamente avanti il proprio programma nucleare, arricchendo l’uranio in non meglio precisati impianti non inclusi nel testo del JCPOA, per accedere ai quali i funzionari dell’Agenzia dovrebbero prima chiedere e ottenere l’autorizzazione da parte delle autorità iraniane.

In secondo luogo, il Presidente statunitense vorrebbe che la questione del programma nucleare iraniano venisse considerata congiuntamente al parallelo programma missilistico di Teheran[6], escluso invece dai negoziati per il JCPOA. Dal punto di vista di Trump, lo sviluppo di missili balistici da parte dell’Iran meriterebbe un regime sanzionatorio parificabile a quello previsto per l’arricchimento dell’uranio a fini militari, trattato invece come un dossier separato, tra gli altri, anche dall’Unione Europea.

Ultimo punto, ma non di certo per ordine di importanza, secondo Trump l’accordo ha il grosso limite di non porre alcun freno alla politica espansionistica iraniana in Medio Oriente, ritenuta la causa principale di instabilità regionale – nonché, per inciso, una minaccia costante ai suoi principali alleati in loco: Israele e Arabia Saudita.

Per quanto riguarda il primo punto, va innanzitutto notato che dall’entrata in vigore dell’accordo a oggi gli ispettori dell’AIEA hanno compiuto per 10 volte i previsti sopralluoghi, certificando in ognuno dei casi la corretta implementazione da parte dell’Iran. Inoltre, occorre evidenziare come sia una prassi consolidata inserire dei limiti temporali all’interno dei trattati di non-proliferazione, senza contare che il monitoraggio dell’Agenzia e l’impegno a non perseguire lo sviluppo di armi nucleari non hanno alcuna data di scadenza[7]. Le critiche sul programma balistico di Teheran, per quanto la sua dichiarata natura prettamente difensiva sia tutta da verificare, non hanno invece nulla a che vedere con i contenuti stessi del JCPOA e non dovrebbero quindi incidere sulla validità complessiva del trattato. Discorso simile per le considerazioni geopolitiche sul ruolo regionale dell’Iran, sebbene l’approccio adottato dall’amministrazione Trump fino a questo momento abbia già più volte mostrato un’anteposizione degli interessi nazionali ai vincoli del multilateralismo.

La posizione dell’Iran

Nelle intenzioni del Presidente iraniano, il leader del fronte moderato Hassan Rouhani, il JCPOA doveva rappresentare la punta di diamante del suo progetto di riavvicinamento nei confronti della comunità internazionale, ritenuto fondamentale per ottenere la cancellazione delle sanzioni statunitensi ed europee a carico del Paese e per provare a risanare la vessata economia nazionale.

Tuttavia, l’entrata in vigore dell’accordo non ha sortito gli effetti sperati dall’esecutivo di Rouhani, in buona parte a causa del mantenimento di una serie di sanzioni secondarie da parte di Washington verso le banche occidentali che fornivano credito a Teheran, giustificate facendo riferimento al suo tanto discusso programma balistico. L’Iran ha più volte presentato reclamo informale contro tali sanzioni, sostenendo che queste violassero lo spirito stesso del JCPOA e in particolare l’articolo 29, in base al quale le parti “si impegnano ad astenersi dal mettere in pratica azioni tese a impedire la normalizzazione delle relazioni economiche e commerciali[8] con il Paese del Golfo Persico.

A mano a mano che diveniva sempre più evidente che l’obiettivo di Rouhani non sarebbe stato raggiunto, andavano crescendo anche le critiche interne da parte dei membri del fronte ultraconservatore, la fazione politica più vicina alla Guida Suprema Ali Khamenei, i quali hanno sempre sostenuto apertamente l’inaffidabilità degli Stati Uniti come interlocutore diplomatico. Dopo le proteste di piazza dello scorso dicembre la situazione sembrava essere tornata sotto controllo, ma a giudicare dalle reazioni a caldo di alcuni deputati ultraconservatori, che in occasione della prima seduta parlamentare a seguito dell’annuncio di Donald Trump hanno dato fuoco a una bandiera statunitense al grido di “a morte l’America”, è tutt’alto che da escludersi che il malcontento generale possa essere nuovamente cavalcato, fino a mettere in dubbio la sopravvivenza stessa del regime.

Conclusioni: quale futuro per il JCPOA?

Di per sé, il ritiro degli Stati Uniti non lede la validità dell’accordo per le altre parti contraenti, le quali hanno per il momento espresso le rispettive intenzioni di continuare a rispettare gli impegni assunti. Particolarmente complicata appare la posizione dei Paesi dell’Unione Europea, che si trovano di fatto schierati dalla stessa parte di Cina e Russia contro lo storico alleato Atlantico. La pressione delle sanzioni secondarie statunitensi potrebbe spingere Francia, Germania e Regno Unito verso un difficile tentativo di mediazione tra Washington e Teheran, cercando di convincere quest’ultima a tornare al tavolo delle trattative per negoziare un accordo parallelo al JCPOA che soddisfi almeno in parte le istanze americane.

Dal canto suo, l’Iran potrebbe assumere un atteggiamento intransigente, forte delle ripetute certificazioni da parte dell’AIEA sul suo pieno rispetto dell’accordo. Pertanto, anche qualora sul fronte interno prevalesse ancora la linea di Rouhani, rimarrebbe tutta da verificare la sua disponibilità a discutere di ulteriori concessioni in assenza di benefici tangibili. Se invece ad avere la meglio fossero gli ultraconservatori, scenario che verosimilmente rappresenta la vera scommessa azzardata di medio-lungo periodo di Donald Trump, a venir meno sarebbe con ogni probabilità la volontà stessa di mantenere in vita un accordo aspramente criticato fin dalle sue fasi embrionali. Questo avrebbe a sua volta conseguenze potenzialmente molto destabilizzanti per il Medio Oriente, con Israele e Arabia Saudita che difficilmente resterebbero a guardare.


[1] {Il testo completo dell’accordo è reperibile a questo link}.

[2] {Bignami L., “Uranio, centrifughe e nucleare iraniano”, 2 aprile 2015, Focus.it}.

[3] {Per approfondire, cfr. “Iran’s Key Nuclear Sites”, 14 luglio 2015, Bbc.com}.

[4] {Laub Z., “The impact of the Iran Nuclear Deal”, 8 maggio 2018, Council of Foreign Relations, Cfr.org}.

[5] {Forgey Q., “Netanyahu claims Iran lied about nuclear program”, 30 aprile 2018, Politico.com}.

[6] {Per approfondire l’argomento, cfr. Izewic P., “Iran’s Ballistic Missile Programme: Its Status and The Way Forward”, aprile 2017, Sipri.org}.

[7] {Perteghella A., “Usa-Iran (e Ue): i perché di una crisi”, 30 aprile 2018, Ispionline.it}.

[8] {In linea teorica, Teheran avrebbe potuto ricorrere al meccanismo di risoluzione delle controversie regolato dall’articolo 36 del JCPOA. Difficilmente però l’Iran avrebbe ottenuto un risultato favorevole, dal momento che tale meccanismo, previsto principalmente per coprirsi contro eventuali violazioni iraniane, fornisce agli Stati Uniti stessi un forte potere decisionale. Cfr. Perteghella A., “Usa-Iran (e Israele): scenari di una crisi”, 5 maggio 2018, Ispionline.it}.

Copertina: I rappresentanti dei Paesi firmatari del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) dopo il raggiungimento dell’accordo, 14 luglio 2015.

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Francesco Pucci

Francesco Pucci

Lavora presso MF/Dow Jones News. Ha conseguito la Laurea Triennale in Scienze Politiche all'Università di Pisa nel maggio 2015, con una tesi dal titolo "L'ONU e il Sahara Occidentale: genesi ed evoluzione della MINURSO". Nel luglio 2017 ottiene la Laurea Magistrale summa cum laude in Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli di Roma, con una tesi dal titolo "Erdoğan e l'identità geopolitica della Turchia".

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